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Full text of "Treviglio di Ghiara d'Adda e suo territorio : memorie storiche-statistiche"

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MIGLIO DI [Hill D'ADDA 



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SUO TERRITORIO 

MEMORIE STORICHE-STATÌSTICH 

PUBBLICATE 

DAL 

NOTAJO DOTT. CARLO CASATI 




MILANO 

COI TIPI DELLA PERSEVERANZA 
1873 



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TREVIGLIO DI CHIARA D'ADDA 



SUO TERRITORIO 



TULIO DI CHIARA D'ADDA 

E 

SUO TERRITORIO 

MEMORIE STORIGHE-STATISTIGHE 

PUBBLICATE 

©AL 

NOTAJO DOTT. CARLO CASATI 




MILANO 

€01 TIPI DELLA PERSEVERANZA £ 

1872 



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AL VALENTISSIMO GIURECONSULTO 

CAV. GIOVANNI GARGANO 

DI TREVIGLIO 

QUESTE MEMORIE PATRIE 

L'AUTORE 

QUAL DISCEPOLO A MAESTRO 

OFFRE E CONSACRA 



480706 



PREFAZIONI 



Fu nell'anno 1865 quando venni, come notajo, 
in Treviglio, che rivolsi il pensiero a rintracciare le 
memorie di questo insigne luogo che, al pari d'ogni 
piccola città di Lombardia, offre particolarità no- 
tevoli. 

Da quel tempo pertanto mi diedi con fermo animo 
a rovistare carte antiche, a leggere scrittori, a ran- 
nodare le disperse e intralciate fila, delle sue vi- 
cende: opera assai lunga e faticosa. 

Queste investigazioni, anche coll'ajuto di non po- 
chi che mi furono larghi a tal uopo, somministran- 
domi ed additandomi le fonti , ve lo confesso , non 
riescirono affatto infruttuose, poiché dopo alcun tempo 
mi vidi raccolti, ordinati e chiariti non pochi ma- 
teriali bastanti a comporre una raccolta di Memorie 



Vili 

Storiche-Statistiche , che ora mando alle stampe, 
cercando così di preservare dalle ulteriori ingiurie 
del tempo quei pochi avanzi che ci sono rimasti. 

Le fonti, cui attinsi per la compilazione -di questo 
lavoro, furono innanzi tratto gli Archivi, e princi- 
palmente quello di Treviglio (1) ricco ancora di pre- 
ziosi documenti per la sua storia, quantunque nei 
tempi passati sia andato soggetto a devastazioni; 
poi le biblioteche pubbliche e private, ove conser- 
vaci manoscritti o memorie intorno a questa terra, 
fra le quali accennerò i seguenti lavori di due Tre- 
vigliesi, cioè una Brieve storia dell'origine e degli 
avvenimenti dell' antico e nobile Castello di Trevi , 
che giunge sino all'anno 1630, lavoro di maggior 
lena del canonico Emanuele Lodi, rimasto sin ad ora 
in parte inedito, dettato però con uno stile che sente 
la gonfiezza del seicento, ed una erudizione così stil- 
lata e vaporosa da stancare la pazienza di qualunque 
lettore. 

In sul principio ebbi intenzione di pubblicare que- 

(1) La Giunta Municipale che presiedeva agli affari del Comune nel 
1869, con lodevole intendimento, diede incarico al chiarissimo prof. Sta- 
nislao Camuffo, che in queir anno trovavasi in Treviglio, di riordinare 
e registrare le pergamene e i codici antichi esistenti in quell'Archi- 
vio. Con molta cura il chiarissimo professore mandò ad effetto il 
riordinamento di quelle carte, pubblicandone poi una pregevole Re~ 
lazione col titolo: Sulle pergamene e sui codici esistenti nell'Archivio 
Comunale di Treviglio. — Treviglio, a spese del Municipio, 1870. 



IX 

st' opera del Lodi, ma per le ragioni sopra esposte 
cambiai consiglio. 

L'altro di minor mole porta il titolo: Memorie 
manoscritte della chiesa di S. Martirio, matrice del 
castello di Trevi, raccolte da Giammaria Camerone, 
sacerdote trevigliasco (1). 

A queste due fonti, ove i due scrittori trevigliesi, 
colla scorta di documenti, raccolsero più diffuse no- 
tizie intorno alla loro patria , attinsi copiosa- 
mente. 

Fra i stampati, óltre alle opere del Colleoni, del 
Calvi, del Giulini, del Lupi, del Maironi da Ponte 
e di altri , consultai due operette che trattano di 
storia trevigliese, le sole che giunsero sino a noi; 
la prima è dello stesso Lodi col titolo : Breve 
storia delle cose memorabili di Trevi '■ compendio 
dell'opera più sopra accennata , stampato a Milano 
nel 1647, rarissimo al giorno d'oggi; l'altra è quella 
del can. Gerolamo Barizaldi: Memorie del Santuario 
di Nostra Signora delle Lacrime in Trevi, la cui 
prima edizione, che è pure rara, fu pubblicata nel 1721, 
poi ristampata nel 1746-1784, e per ultimo nel 1822. 
Ambedue questi lavori, scritti senza alcuna critica, 
sono un troppo generico compendio della Storia di 

(1) Questo manoscritto sta presso il M. R. preposto-paroco di 
Treviglio, che genti Smente me ne permise l'esame. 



questa terra , e trattano solo diffusamente un' epoca 
particolare della storia medesima. 

Dirò brevemente come presi a trattare il mio 
lavoro. 

Non istoria, ma Memorie storielle-statistiche l'ho 
intitolato, sì perchè non ho fatto che rifondere, svol- 
gere e radunare quelle notizie che ho trovate nelle 
surriferite opere o in altre, rendendole per lo meno 
più adatte alla comune intelligenza, alle quali, per 
giunta, ho amato inserirvi le notizie statistiche. 

L'ho diviso in tre parti. Nella prima raccolsi le 
notizie più esatte e verosimili che si hanno intorno 
alla storia civile e religiosa di Treviglio, dalla sua 
origine sino al secolo XVIII. E qui dirò che non è 
stato mio pensiero sognare stravagantemente intorno 
alla sua origine, e ripeterla dall'antichità più remota, 
quando in realtà Treviglio non ha memorie che di 
circa nove o dieci secoli, il che è molto; bensì mi sono 
prefìsso di dare le notizie più probabili de' suoi prin- 
cipi, e (lie ^ e epoche nelle quali Treviglio ha potuto 
essere considerato per la sua situazione come luogo 
forte ed estimato pel commercio e per altri rapporti. 
Ho creduto miglior consiglio riferire poche memorie 
sotto certe epoche, anziché inserire per compimento 
delie narrazioni fatti o non abbastanza autentici, od 
esagerati; preferendo così una mediocrità sincera ad 



XI 

una abbondanza dubbia o fallace. Fanno seguito a 
questa prima parte alcune compendiose notizie dei 
più illustri Trevigliesi che si distinsero nelle Scienze, 
Belle Arti, ecc. 

Nella seconda, ho poste le sue notizie topografi- 
che-statistiche, che non ponno a meno di riescire 
gradite oggi che in tanto pregio è salita la ricerca 
degli elementi onde si compone la civiltà d'ogni paese. 

Nella terza, ho creduto necessario raccogliere no- 
tizie sulle terre confinanti a Treviglio, fra le quali 
primeggia Caravaggio, insigne borgata, che occupa 
nella Storia un posto importante. 

Illustrai il presente lavoro con disegni che non 
escono dalla fantasia d' un moderno disegnatore ' e 
sono: il Castello di Treviglio com'era nel XVI se- 
colo, ricavato da un quadro che conservasi nelF at- 
tuale Chiesa della B. Vergine delle Lacrime, alcuni 
scompartimenti della pregevole ancona che sta nella 
Chiesa parrochiale di S. Martino , opera dei famosi 
pittori Zenale e Buttinoni (1); la bellissima Chiesa 
prepositurale di Caravaggio, ed il suo Santuario. 

Se questa mia fatica, che non ha altro scopo che 

(1) Di questa icona od ancona era mia intenzione pubblicare 
l'intero disegno in fotografia; ma, per quanti sforzi siensi fatti dal 
fotografo , ncn si venne a capo d' ottenere d' alcuni scompartimenti 
negative ammissibili, dimodoché fui obbligato a scegliere le meglio 
riescite. 



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ricordare e tramandare ai posteri le prove memo- 
rande di valore, di sapienza e di virtù dei maggiori, 
riescirà gradita al valente Giureconsulto cui l'ho 
con piacere e di cuore dedicata, nonché a voi, o Tre- 
vigliesi e Caravaggini, sarò largamente compensato 
di questo mio sudore. 



PARTE PRIMA 

NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 



DELLA 



CITTÀ IDI TREYIGLIO 



> - 






PARTE I. 

NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 
DELLA CITTA' DI TREVIGLIO 

CAPITOLO I. 



Stato del suolo della Ghiara d'Adda — Il Lago Gerundo, l'Adda, il 
Serio e T Oglio — Quando stabilironsi abitatori sul suolo della 
Ghiara d' Adda — Origine di Treviglio — Discordanti opinioni 
su questo argomento — Quando fu fondato Treviglio. 

In quel breve tratto di pianura bergamasca, che 
dalle radici ultime dei clivi pedemontani si stende 
verso mezzodì di questa provincia sino a Lodi e Cre- 
ma, conterminata all'est dal fiume Serio ed all'ovest 
dall'Adda, chiamata anticamente Isola Fulcheria ed 
ora Gera d'Adda o Ghiara d'Adda, giace nella sua 
parte occidentale l'insigne terra di Treviglio. 

Innanzi ricercare la sua origine, non tornerà inu- 
tile, a maggiore chiarezza dell'argomento, l'indagare 
da prima quale si fu lo stato del suolo della Ghiara 
d'Adda ne' tempi anteriori, che deve essere come il 
campo delle nostre indagazioni; e quando vi si sta- 
bilirono i primi abitatori. 



4 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Al primo di questi due quesiti non è difficile il 
rispondere, per le nozioni che ci porgono le scienze 
storiche; non così al secondo, poiché, nell'assoluta 
mancanza di memorie, ci è forza ricorrere a con- 
getture. 

Vuoisi adunque che ne' tempi remoti le acque del 
fiume Adda, unite a quelle del Brembo e del Serio, 
cadendo precipitose e sfrenate dai terreni più elevati 
di Concesa, di Vaprio e di Canonica, si allargassero 
nel sottostante piano della Ghiara d'Adda, formando 
così un vastissimo stagno, che fu poi conosciuto col 
nome di mare o lago Gerundo o Gerone. 

Gli antichi latini scrittori ci attestano che questa 
regione era ai loro tempi ingombrata da paludi e da 
acque stagnanti, per le quali gli eserciti romani 
erano obbligati a passare per le montagne dei Ce- 
nomani, ossia del Bresciano, quando volevano por- 
tare la guerra nell'Insubria. Infatti, insino ai tempi 
della decadenza dell'Impero, le vie militari da Bre- 
scia a Milano attraversavano l'Adda a Vaprio, o 
tutto al più a Cassano. Nessuno di essi fa menzione 
dell'esistenza di un lago. Ottone Morena, storico del 
secolo XII, chiama quegli stagni non Mar Gerundo, 
ma Selva Greca. 

Il primo autore che abbia parlato di questo lago 
fu Alemanio Fino nella sua Storia di Crema, stam- 
pata nel 1566, e con lui lo ammisero gli altri cro- 
nisti, particolarmente lodigiani. Il Trevigliese Lodi 
ci racconta che « le acque di questo lago avevano 
il loro letto tra Cassano e la costa di Trevi, e 



DELLA CITTÀ DI TREV1GL10 5 

n'appajono sino al giorno d'oggi (1630) manifesti 
indizj nella parte di Cassano vicino alla Chiesa di 
S. Dionigi, ove terminavano le navi, e dalla parte 
della costa di Trevi, dove pochi anni sono si vedeva 
fuori di Porta Torre, lontano circo un miglio, una 
picciola Torre, che a miei giorni finì di diroccare, 
con anelloni ove verisimilmente si attaccavano le 
barche. Una se ne vede nel territorio di Truccazzano 
sopra la costa d'Adda, con anelloni di ferro per 
Tistesso effetto. Nel territorio di Pandino alli confini 
del Cremasco, in luogo eminente, chiamata la costa, 
vi sono fondamenti d'un' altra Torre. Un'altra si 
vede a Rivolta a Porta d'Adda. » (1) 

L'.esistenza di questi anelloni, il cui uso è molto 
equivoco, non offrono per verità che una semplice 
ed assai debole presunzione. È indubitabile che nei 
tempi primitivi le acque dei succitati fiumi, scorrendo 
in letto più ampio, diffondevano le loro inondazioni 
sino a toccare l'alta costa di Pontirolo Nuovo, Tre- 
viglio, Caravaggio, senza però inondarla completa- 
mente come vogliono alcuni, poiché, dove più, dove 
meno, si può tenere che essa di certo si elevasse sul 
livello delle acque. Se quivi poi si formasse un lago, 
come lo chiamarono i nostri padri, è cosa molto 
dubbia, giacché una osservazione geologica fatta dal- 
l'illustre idraulico , ingegnere architetto Elia Lom- 
bardini, proverebbe che un lago non avrebbe potuto 
stabilirsi in questo piano « la cui notevole pendenza 

(1) Opera manoscritta. 



6 PARTE 1. NOTÌZIE STORICHE E RELIGIOSE 

di quasi 3 per mille, e la sua disposizione, escludono 
al tutto l'idea d'una cavità di lago, che non avrebbe 
potuto coprire aiiche tutta la sottoposta pianura fìn 
oltre il Po e fino al mare, formandone ancora in 
tempi istorici un golfo. » (1) Il Lago Gerundo non 
poteva adunque esser altro che un ampia palude, la 
quale veniva alimentata ed era periodicamente au- 
mentata dalle inondazioni dei succitati fiumi e dalle 
piogge. 

In qual epoca questa regione restasse libera dalle 
acque si ignora; possiamo però accertare che al 
tempo dei Romani esse erano già in decrescimento, 
e che posteriormente all'epoca Longobarda avessero 
nella parte superiore della Ghiara d'Adda lasciata 
a secco buona parte di terreno. Col volger dei 
secoli poi, e coll'impeto delle loro correnti, riescirono 
finalmente a solcarsi, tra le materie portate colle 
loro alluvioni, un letto più profondo e stabile, cam- 
biando e restringendo nel tempo stesso il loro corso. 

A quanto aveva fatto la natura, s'aggiunse l'in- 
dustria umana, che agevolò lo scolo degli stagni 
coll'aprimento di canali e fossati (2). Le notabili éstrà- 

(i) Notizie maturali e civili sulla Lombardia, pag. 141 — Di que- 
sto lago Gerondo trattarono: Guido Ferrari, che scrisse uua elegante 
e dotta dissertazione latina; Defendente Lodi, ne' suoi Discorsi sulla 
città di Lodi; e recentemente Alessandro Auermiller, che pubblicò in 
Venezia, nel 1867, un opuscolo cui titolo: Brevi cenni sul lago Ge- 
rundo. 

(2) Dobbiamo ai monaci in generale, e in gran pare, che i ùii^hi 
ed i deserti delì'itaìia ne' tempi barbarici selvosa, incolta, siensi rivolti 
in pianure equabili e fruttifere. Giambattista Giovio: Lettere Lariane, 
Como, 1803, pag. 149. 



DELLA CITTÀ DI TRKVIGLIO- 

2ioni operate nel fiume Adda col Naviglio delia Mar,-* 
tesana, colla Muzza, col Fosso Bergamasco, con la 
Vallata, con la Rivoltana, col Canale Ritorto, si 
diminuì di molto il volume delle acque. Altrettanto 
venne operato nei fiumi Brembo e Serio; onde, ri- 
dotti questi fiumi in alvei più profondi, impoveriti 
delle loro acque, non poterono più inondare quei ter- 
reni, i quali per più secoli avevano coperti. 

Resta ora ad indagare se e quando stabilironsi 
abitatori in questa contrada. 

Ci guarderemo bene dal figurarcela abitata prima 
dell'epoca romana, poiché di quei tempi ci mancano 
fatti e memorie sui quali appoggiare una congettura 
che si avvicini al vero. 

Da una notizia che riporterò per intero, comuni- 
catami per cortesia dal commendatore dottor Verga, 
possiamo supporre che all'epoca dell'impero romano 
quivi forse si erano stabilite alcune colonie. 

« Alla metà circa della strada postale che conduce 
da Treviglio a Cassano d'Adda, in una pianura bassa, 
ove una volgare tradizione pretende che arrivasse 
un tempo il Lago Gerundo, si trova sulla sinistra 
una cascina di proprietà del nobile signor Poldi-Pez- 
zoli. Chi l'ha in affìtto si è dato premura di disso- 
dare un bosco all'intorno, convertendolo in campagne 
seminate di grano turco e listate di gelsi. Ora un 
duecento passi al di sotto della cascina verso l'Adda, 
in una direzione dal nord al sud e per l'estensione 
di circa 20 pertiche nei lavori di bonificazione, a 
non molta profondità, si trovarono m più luoghi dei 



8 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

mattoni della grandezza di circa un braccio in quadro, 
disposti in guisa da formare delle casse quadrilunghe,, 
ripiene di terra mista a frammenti d'ossami. Si è 
calcolato che una ventina circa di tali casse erano 
state messe sossopra colla sola avvertenza di riti- 
rarne quei larghi mattoni, quando la cosa venne a 
notizia del signor dottor Giacomo Buttinoni, mio dei 
medici condotti di Tre viglio. Fu questa, una vera for- 
tuna, perchè, essendo egli amico di chi ha il fondo 
in affìtto . e interessandosi di cose antiche, potè otte- 
nere che si facesse maggior attenzione negli scavi 
che si operavano. 

« Presto infatti si è potuto isolare un sepolcro ab- 
bastanza ben conservato, a cui facevano coperchio 
tre mattoni coi margini ripiegati in basso ad angolo 
retto. Uno scheletro vi era dentro, che si giudicò 
dell'età dai 20 ai 23 anni, giacché aveva i denti 
della sapienza in eruzione incompleta, di sesso fem- 
minile, perchè delicate erano le ossa, poco sporgenti 
le epifisi , ampio il bacino , e l' antibraccio sinistro 
portava cinque braccialetti o armille di bronzo, rap- 
presentanti un semicerchio che finisce con due te- 
stoline di serpente, le quali sostenevano un ferma- 
glio pure di bronzo ; poco lungi dalla mano si trovò 
un anello d'argento col castone contenente poca, 
polvere gialliccia invece della gemma. La, testa era 
volta al sud e i piedi al nord. A sinistra della testa 
il tumulo formava un diverticolo quadrilatero che 
conteneva una boccetta panciuta senza tappo e vuota, 
intorno alla quale vi erano cinque o sei monete di 



DELLA CITTA DI TUEVIGLIO 9 

bronzo, sulle quali stava incisa una testa col motto 
alPingiro Dominus noster Valens pius felix Augu- 
stus; ed al verso una forza che fa inginocchiare o 
solleva il vinto col motto Gloria romanorum, al 

disotto la sigla della Zecca. Come mai una moneta 
di Valente, che fu imperatore d'Oriente, trovasi in 
un tumulo d'Occidente? Forse era una mercantessa 
venuta di là, giacché non aveva né ornamenti nò 
monete d'oro. Io mi limito a conchiudere: 1° che in 
quel luogo doveva esistere un sepolcreto romano 
■della line del IV secolo (370 circa) ; 2° che per con- 
seguenza, prima di quel tempo il lago Gerundo, se 
mai ha una volta esistito, doveva già essere ridotto 
in angusti confini. » (1) 

Ch'io mi sappia questo fu il solo monumento di 
data antica e romana che siasi rinvenuto. Del resto 
in Treviglio non si trovò mai né un' iscrizione né 
un' immagine di pagana divinità. E si che i Romani 
in ispecie ne disseminarono in quasi tutta l'Europa; 
tuttavia se questa, terra fu asilo ai morti nel seco- 
lo IV, si può tenere che lo sia stato anche ai v 

(!) La scoperta fu fatta nell'anno 1857, e in quello stesso anno il 
medesimo Doti. Vèrga ne lesse la Memoria presso il R. Istituto 
Lombardo di scienze e lettere. Egli poi ci riferì che « in uno dei 
boschi attigui, chiamato il Moneslirone , si scoperse un ben con- 
servato pezzo di pavimento a mosaico semplice (ossia alla veneziana); 
e nel giugno del 1858 negli stessi fondi, più presso alla strada mae- 
stra, furono trovate due monete, uua d'argento, cioè uà pezzo da 
10 gazzette o lirone coniata sotto il Doge Francesco Molino intorno 
al 1645, e un'altra di rame, che è un doppio bagattino, coniato dal 1628 
al 1649 colle iniziali E. C. L. A. [Regina Cwli Lattare AUduja), da 
6 grani. » 



"IO PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Per ultimo, faremo osservare che, all'epoca Lon- 
gobardica nella parte più depressa e superiore della 
Ghiara d'Adda, nell'anno 585 fu fondata ed am- 
pliata da Flavio Autari Re de' Longobardi l'attuale 
Fara, la più celebre delle Fare italiane , conosciuta 
allora col nome di Fara Autarena; sicché è a sup- 
porrsi che in allora i numi Adda e Brembo si fos- 
sero già scavato un letto più profondo, o che i 
Longobardi aggiungessero le loro forze a quelle della 
natura per incanalare le acque e disseccare le paludi. 

Veniamo ora a discorrere della origine di Tre- 
viglio. 

Di questa terra parlarono il Flavio Biondo (1), 
Leandro Alberti (2), Pietro Paolo Bosca (3), l'U- 
ghelli (4), Donato Calvi (5), Tristano Calchi (6) ed 
altri, senza però informarci della sua origine, che 
verremo a ricercare nei seguenti due istorici trevi- 
gliesi, i quali più diffusamente si occuparono delle 
sue memorie. 

Emanuele Lodi, isterico patrio, nelle sue me- 
morie manoscritte (7), ed in altra sua opera stam- 

(!) Italia illustrata. Basilea, 153'. 

(2) Descrittone di tulla Italia. Venet, 1581. 

(3) Martyrologium Mediolanmsis Ecclesia. Elediulani, 1G95. 

(4) Italia Sacra. Venet, 1717-22. 

(5) Effemeridi sacro-profane di quanto di memorabile sia successo in 
Bergamo. Milano, 1677, 

(fi) Hisiorice Po trio?. Medioìaoi, 1628. 

(7) Breve storia dtll' origine e dedi avvenimenti delV antico e nobile 
Castello di Trevi posto in Gera d' Adda, descritta dal Dottor Teologo 
Emanuele Lodi, del medesimo Castello nativo, Protonotario Apostolico 
e canonico dell'insigne Collegiata di Santo Stefano in Broglia di Mi- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO I! 

pata (1) ohe è un compendio della prima, appog- 
giato alle antiche tradizioni d'alcune cronache s' in- 
duce a credere che Treviglio sia sorto per opera di 
Brenno duce e capitano de' Galli Senoni. 

« Il nobile castello di Trevi, narra egli, è deri- 
vato nella maniera ed occasione seguente 

« Venuto il tempo delle invasioni Galliche ed es- 
sendo questi paesi per le varie incursioni depredati 
e maltrattati, a persuasione ovvero per comanda- 
mento di Breno, gli abitatori di tre ville. Cusarola , 
Pisgnano e Portoli, la prima situata verso oriente ; 
la seconda posta anzi verso mezzogiorno che nò; e 
la terza alla parte occidentale , concordi ed unita- 
mente fabricarono un Castello, per quei tempi assai. 



Uno, in sei libri divisa. È questo il titolo preciso dell' opera mano- 
scritta, rimasta io parte inedita, dei Lodi. A mia cognizione, di questa 
opera né esistono tre esemplari scritti tutti di pugno dall'Autore, e 
sono di 1600 pagine ciascuno! Uno conservasi nella Biblioteca Am- 
brosiana, l'altro sta presso il M. R. pre posto- paroco di Treviglio, 
Don Carlo Pedrazzi; il terzo è posseduto dall'avv. Luigi Mandelli di 
Treviglio. E qui mi corre l'obbligo di annunciare che l'egregio Av- 
vocato lasciò a mia disposizione per molto tempo il suindicato mano- 
scritto, afQncbè me ne servissi per la compilazione di queste Me- 
morie, per che gliene rendo qui, una volta per sempre, le più viva 
grazie. Un quarto esemplare poi sembra che si trovasse presso l'Ar- 
chivio municipale, poiché il chiarissimo Cesare Correnti, nella sua 
pregevole Monografia sulla provinoti di Bergamo pubblicata negli An- 
nali Universali di Statistica dell'anno 1844, fa cenno del manoscritto 
con queste parole: a Storia manoscritta di Treviglio, bel codice car- 
taceo del 1600, si conserva presso l'archivio comunale. » 

(1) Breve storia delle Cose memorabili di Trevi, descritta dal Dottor 
Teologo Emanuele Lodi, ecc., stampato in Milano, presso Giovanni 
Pietro Ramellati, ibì7: — libro rarissimo. 



12 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

riguardevole, nel centro di esse, e quello munirono 
di tre Torri... Crescendo il popolo e durando tut- 
tavia le guerre e i continui assalti de' nemici, una- 
nimi, per essere sicuri, intorno al già detto Castello 
fabricarno la Terra disfacendo le antiche case delle 
tre ville sino da' fondamenti , valendosi nel nuovo 
edifìcio della stessa vecchia materia, di modo tale che 
non si vede più vestigio alcuno delle tre ville..., e 
così risorse la Terra nominata Trivillio (comune- 
mente chiamata però Trevi) valendosi di questa voce 
per lo più gli storici, ai quali anch'io mi appiglio 
per non deviare da loro, come ancora per confor- 
marmi al comune uso, che per ciò gli Spagnuoli 
Tr evico lo chiamano, come da tre Vici originato. » 

Il Gerolamo Barizaldi nella sua operetta: Istoria 
della Vergine delle Lacrime di Trevi, stampata nel- 
l'anno 1721, in tal modo scrive avvenuta l'origine di 
Tre viglio, 

« Negli ultimi tempi dei Longobardi.... tre ville 
situate quasi nel cuore della Lombardia, per porsi 
al coperto della militare insolenza, determinarono 
per comune consiglio di fabbricare un castello, che 
contro delle scorrerie nemiche servisse loro d' uni- 
versale rifugio. Elessero pertanto un luogo di cia- 
scheduna di loro egualmente distante lo spazio di 
un miglio, e quivi gettarono i primi fondamenti di 
Trevi, così da loro chiamato in memoria delle tre 
ville che concorsero a fabbricarlo. . . I nomi ed i siti 
delle tre ville erano questi: Cusarola al settentrione; 
Pisgnano al mezzodì; Portoli all'occidente. » 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 13 

Sebbene l'autorità di questi due scrittori sia va- 
levole nelle cose che positivamente asseriscono come 
avvenute nei loro tempi, non possono però prendersi 
per certe le cose che i medesimi producono appog- 
giati ad antiche e spesso mal fondate tradizioni, 
come per lo più sogliono essere le etimologie. e le 
origini dei paesi. 

E per verità, se noi ci faciamo ad analizzare le 
opinioni di questi due scrittori, troveremo che non 
tutte le possiamo accettare con cieca credenza; im- 
perocché, se domandiamo loro da chi furon fondate 
queste tre ville di Cusarola, Portoli e Pisgnano, il 
solo Lodi risponde a questa domanda, ed in qual 
modo ? , col riportarci varie ed incerte opinioni di 
scrittori antichi, che le dissero fondate ora dai Greci, 
ora dai Toscani ; ed allorquando si tratta di stabi- 
lire, fra quelle avventurate notizie, qual sia la vera, 
il Lodi trovasi impacciato, e lascia libero il campo 
al lettore di appigliarsi a quella opinione che gli 
anderà più a genio (1); se chiediamo loro in qual 
parte del nostro territorio eran situate queste tre 
ville, dalle quali pretendesi sia sorto il moderna 
Treviglio, il Lodi non ce lo sa dire, ed il Barizaldi 
invece le afferma situate nel cuore della Lombardia, 
senza però determinarne la situazione. 

Intorno ali* poca precisa della fondazione di Tre- 
viglio, troveremo la medesima incertezza. 

Il Lodi la assegna al tempo delle incursioni Gal- 
li) Opera manoscritta. 



14 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

liche, quando si effettuò l'ultima invasione di que- 
sti popoli, quella cioè dei Galli Senoni condotti in 
Italia dal loro duce Brenno; ma la storia c'in- 
segna che, nelle varie trasmigrazioni dei Galli in 
Italia, i Cenomani soli furono quelli che si stabi- 
lirono fra l'Adda ed il Mincio (1), mentre i Senoni 
posero la loro dimora tra Ravenna, ed Ancona, 
dall' Ufente fino all'Esino. Nessuno poi degli storici 
antichi che parlarono diffusamente dei Galli, ci ri- 
corda che Brenno abbia fondata una città con tal 
nome. 

Né con certezza potrei asserire che Treviglio esi- 
stesse al tempo dei Romani, poiché, né fra gli scrittori 
latini di storia e geografia, né nei due Itinerari che 
giunsero sino a noi, quello d'Antonino Augusto (2) ed 
il Burdegalense o Gerosolimitano (3), che forniscono 
minute cognizioni circa le speciali località e le strade 



(1) Gabriele Rosa: Genti stabilite fra l'Adda ed il Mincio prima 
dell'Impero Romano. Milano, 1844. 

(2) Vetera romanorum itineraria, sive Antonini Augusti itinerarium, 
cum noi. varior. curante Pet. Wesseling'O. Amstelodami , 1735. in 4.° 
— Quest' i pera era certamente officiale, ma. in che anno sia stata 
scritta è cosa che ha dato luogo a parecchie controversie. Fu pub- 
blicata probabilmente regnando Caracalia, che portò il nome d'Anto- 
nino, ma dal suo tempo sino al regoo di Diocleziano ebbe a soffrire 
alterazioni. 

(3) Quest'altro Itinerario di Gerusalemme o Bour<feaux, trovasi unito 
nella suindicata edizione. Fu compilato da un Cristiano nel 4.° se- 
colo, che, avendo effettuato un viaggio da Bordeaux a Gerusalemme, 
ebbe a toccare Milano tanto nell'andata quanto nel ritorno. Vi sono 
aggiunte notizie storiche, relazioni circa tutte le località coliegate coi 
sacri avvenimenti. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO (5 

che attraversavano quasi ciascuna provincia del Ro- 
mano Impero, non è fatta alcuna menzione di questa 

terra. 

Il Barizaldi, intorno a questo argomento, è incerto. 
Nella prima edizione della succitata sua operetta, 
la crede avvenuta negli ultimi tempi dei Longobardi; 
nelle posteriori invece la porta al secolo X verso 
Tanno 906, quando gli Ungheri, calati per la se- 
conda volta in Italia, transitando.il contado di Ber- 
gamo, si recarono nella Liguria, cioè nel paese ol~ 
tr'Adda. Le incursioni di questi Magiari, avendo 
messo in affanno grandi e minori, fu cagione che 
questi si salvassero in luoghi isolati, circondan- 
dosi poi a propria difesa di mura, di torri e di ca- 
stella. 

Questa seconda opinione del Barizaldi, benché non 
appoggiata ad alcun documento, meriterebbe qualche 
considerazione, poiché si « Fu appunto allora, dice 
il dotto Pagnoncelli , che i Feudatari , già cresciuti 
di privilegi e di potenza sotto il regno dei deboli 
Carolingi, nelle successive turbolenze ottennero, o si 
arrogarono indistintamente la facoltà di fortificarsi 
con rocche e castelli nelle loro terre , col pretesto 
di ricoverarvi, e difendervi i popoli dalle incursioni 
di quei barbari stranieri; e viclesi poi lo spettacolo 
d' innumerabili fortezze e torri, che coprivano tutto 
il suolo d'Italia, e diventarono poi, non la sua di- 
fesa, ma il nido della prepotenza e violenza di tanti 
signori, che, ivi ritirandosi, divennero più indocili e 
feroci, disputandosi in private guerre le sostanze e 



16 PARTE I. NOTIZIE STÒRICHE E RELIGIOSE 

le, vite dei popoli, e negando la legittima obbedienza 
ai Sovrani » (1). 

E , giacché siamo sulla via. delle ricerche , alle 
esposte aggiungerò quelle di due altri scrittori di 
storia patria: del Maironi dà Ponte, scrittore ber- 
gamasco, e del milanese Giulini. 

Il primo nel suo Dizionario Odeporico della pro- 
vincia bergamasca, arrischia l'opinione, appoggian- 
dosi in parte ai precedenti scrittori , che Treviglio 
abbia avuta origine « dagli abitanti di tre ville poste 
nella pianura dagli antichi chiamata Fulghera e da 
moderni Gerra d'Adda .... che fabbricarono un ca- 
stello di sode mura, per ricovrarsi^ difèndersi dalle 
incursioni dei Longobardi sotto Alboino, circa l'an- 
no 589. » 

Non è improbabile che all' raccostarsi dei Longo- 
bardi, alcuni abitanti delle città, sbigottiti dalla fama 
che divulgava cose atrocissime della loro barbarie, 
siansi rifugiati in questa contrada ; ina è a supporsi 
che il loro soggiorno su questo terreno ingombro di 
paludi sarà stato di breve durata; appena i mede- 
simi si saranno accorti che il governo dei Longo- 
bardi, passato il primo furore della conquista, assu- 
meva uno stato di più perfetta regolarità, avranno 
tosto ripigliato, anche per un effetto dell'antica loro 
abitazione, il domicilio nelle città, che sono le prime 
a, ricevere un ordinato governo. 



(i) Pagnoìncelli : Dell'antica origine e continuazione dei governi mu- 
nicipali in Italia, voi. il, pag. 74-75. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 17 

Tuttavia debbo far osservare che nelle raccolte 
tìn ad ora pubblicate di documenti longobardici, quali 
sarebbero quelle del Trova e del Lupi, non è fatto 
cenno, né delle ville di Cusarola, Pisgnano, Portoli, 
né di Treviglio; onde tengo che l'unica villa sorta 
sulla Ghiara d'Adda al tempo dei Longobardi, come 
vedemmo anche più sopra, sia Fattuale Fara. 

Il dotto Giulini, nelle sue Memorie della Cdtà e 
Campaana di Milano, lasciò scritto che Treviglio 
esistesse già fin dall'anno 915; appoggiando tale 
sua notizia ad un istromento pubblicato per intero 
dall' Ughelli nel voi. 4.° della sua Italia Sacra, Con 
questo istromento, stipulato nel mese di agosto di 
quell'anno 915, il vescovo Adalberto di Bergamo per- 
muta coi canonici di S. Vincenzo alcuni beni e al- 
cune case di suo diritto patrimoniale con altri beni 
posti nel territorio bergamasco, ai quali accorda 
pure « juris suis (sic) in fundo Trevillio cum fa- 

mulis et servis » Ora il Lupi (1) ci fa sapere 

che il Treviglio accennato in tal carta, non è già 
quello di Ghiara d'Adda, ma bensì un villaggio lon- 
tano da Bergamo tre miglia , che anticamente si 
chiamava Trivilio, ed ora chiamasi Treviolo, sì che, 
a distinguere l'uno dall'altro, venne a quello di Ghiara 
d'Adda aggiunto poscia l'appellativo di Grasso. 

E per verità tale distinzione era necessaria, poiché 
di terre in Italia, chiamate col nome di Treville, 
Trivilium, ve n'erano parecchie ne' tempi passati. Per 

(1) Codex Diplomaticus Bergom r nsis, voi. II, sotto l'anso 915. 



18 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

esempio, nel libro II, pag. 55 della Cronaca Patavina 
Rolandini, riprodotta dal Pertz nella sua opera Mo- 
numenta Germaniw Historiae, sotto Tanno 1229 è 
nominato un Trevillem, vicino a Castelfranco, ed a, 
occidente di Treviso « terram scilicet jurisdictìonis 
dvmpnorum de Campo Sancii Petti, set mine eam 
Eccelinus et Tarvisini tenehant » ; Fattuale Trigolo 
nel circondario di Crema, provincia di Cremona, 
nelle cronache antiche è chiamato col nome di Tri- 
vi lium (1). 

Dopo tutto questo, e fra tanta disparità d'opinioni, 
i lettori mi chiederanno: in qua! epoca dunque dovrà 
tenersi avvenuta l'origine di Treviglio? 

Il determinarla è cosa impossibile, poiché non mi 
fa dato rintracciare una positiva attendibile memo- 
ria; tuttavia, se non possiamo risalire alila, stia ori- 

(ì) Pertz: Monumenta Germanio? Historice — Notai S. Georgii Medio- 
lanenses, voi. XVI11, pag. 389. Questo Trigolo teDgo sia il medesimo 
che troviamo accennato negli Annales Piacentini Gtbelini sotto l'anno 
1241-1243 col nome pure oi Tiivitium a pag. 48b" del voi. XVII 1 del 
suindicato Pertz, e che fu abbruciato per ordine del re Enzo. Ancha 
al giorno d'oggi, nell'Italia meridionale, sonvi alcune terre il cui nome 
si scrive precisamente come usavasi comunemente scrivere quello del 
n stro Treviglio ne' tempi andati; colia differenza che questo aveva 
uà pronunzia breve che si usa ancora presso il popolo bergamasco, 
dove quello delle città dell' Italia meridionale ha una pronunzia 
lunga: una di queste t<rre presenterebbe una singolare particolarità. 
La ciuà vescovile di Trevi della Provincia deirUosbria, distante 5 leghe 
da Roma, hi aì pari del nostro Treviglio bergamasco, fra le sue 
chiese, un santa .rio dedicato a Ilaria delle Lacrime, ed il Padre Pietro 
Giorgelti di Bavenna ne scrisse un breve compendio storico dell'im- 
magine miracolosa «iella Maria detta delle Lacrime, venerata alle falde 
di Trevi nell'Umbria, stampato a Todi nel 17&2. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLXd 19 

ghie, da un documento del secolo XI, la più vecchia 
e certa memoria che ci sia rimasta, argomentiamo 
che Treviglio nella seconda metà del secolo X era 
forse già, se non un borgo, di certo un luogo (1) 
di qualche importanza. 



(I) 11 nome di Locus — luogo — nel medio evo applica vasi indi— 
stintamente ad ogni grande o piccolo paese murato o no. Raffinatosi 
il linguaggio degli affari, locus designò una terra costituente una co- 
munità da sé con proprj rappresentanti ed ufficiali. G. Cossa : Notizie 
intorno alla distinzione categorica relativa alle terre del Milanese e 
delle Provincie limitrofe ni Medio-Evo. Negli Atti dell' accademia, 
Fisio- Medico-Statistica, anno 1858-59. 



CAPITOLO IL 



Treviglio nel secolo XI — Suo aumento di poploazione — Sue no- 
tizie religiose — Privilegio di Enrico IV di Germania' — Si dà io 
vassallaggio al Monastero dei SS. Gervaso, Protaso e, Simpliciano — 
Treviglio fu contado rurale? — Opinioni dei Giulini e del Lupi — 
Esame di queste opinioni — - Treviglio fu terra soggetta al contado 
Milanese o Bergamasco — Opinione del Lupi e sua confutazione — 
Treviglio nei secolo XII — Privilegi concessi in quest' epoca a 
Treviglio dagli, imperatori di Germania. 

Le notizie di Treviglio nel secolo XI sono scar- 
sissime; esse cominciano verso l'anno 1008. I cro- 
nisti trevigiiesi, più sopra rammentati, ci raccontano 
che in quell'anno Àrdoino, marchese d'Ivrea (1), 

[ì) Morto l'imperatore e re d'Italia Ottone III di Germania nel 
1002, i signori italiani assembrali a Pavia elessero re d'Italia Ar- 
doino, marchese d'Ivrea. Era questi un uomo bravo, ardito e vio- 
lento. Non appena Àrdoino ebbe il regno, Enrico II di Germania, 
che successe ad Ottone, scendeva per ispogliarlo. Àrdoino procurò 
d'impedirne la venuta, occupando i passi di Val d'Adige, il Te- 
desco, dopo inutili sforzi, piega a sinistra per Val di Sogana, re- 
spinge il nemico da un'altura, e passa. 

Restava a risolvere in una battaglia (1001) le sorti della penisola; 

3 



22 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

riconquistato il regno dell'Italia Settentrionale, si 
recasse nel 1008 sul bresciano manomettendo, gua- 
stando e saccomannando le terre di quei principi che 
erano stati a lui ribelli. A tale destino andò sug- 
gettata la terra d'Oriano che rimase completamente 
distrutta, ritirandosi i suoi abitanti in quella di 
Treviglio, ove stabilironsi, aggiungendo così alle tre 
contrade, che già esistevano, una quarta all'oriente 
vicino al Castello. 

Che le prime scorrerie di Ardoino, poco dopo ri- 
conquistato il regno, si portassero contro Brescia, 
e questa occupasse o taglieggiasse nel rimanente del- 
l' anno 1005 sino al dicembre, in cui, o cacciato 
dagli Enriciani, o voltosi ad altra impresa, Brescia 
era da lui abbandonata; che quindi nuovamente vi 
si conducesse con le sue masnade nel marzo del 
1008, e la tenesse fino al giugno dell'anno mede- 
simo, e finalmente per l'ultima volta corresse le 
terre bresciane verso il mese di maggio dell'anno 
1010, e che nel marzo susseguente le avesse sgom- 
brate, sono fatti ammessi da tutti gli storici bre- 
sciani ed anche bergamaschi. Ben pochi di essi ri- 
cordano questa terra d'Oriano, né raccontano alcun 

ma gii Italiani, ch'erano con Ardoino, non vollero e si sbandarono. 
Questi si ritrasse nel marchesato d' Ivrea ; Enrico senza trar colpo di 
spada, entrò in Pavia, e vi si fece inceronare. 

Partito (1014) Enrico d'Italia, Ardoino uscì dalle sue rocche, & 
ravvivò il suo partito. Così durò tra loro la lotta di dieci anni, au- 
mentata dalla poca fede e costanza dei signori italiani. 

Finalmente Ardoino, spossato dalle fatiche e stanco del mondo, la 
finì spontaneamente. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 23 

fatto intorno alla medesima: il solo Cavriolo (1) ne 
fa cenno sotto il nome di piccolo Castello d' Oliano 
« oppidula (Mani, » senza però aggiungerci intorno 
al medesimo alcun fatto. 

A noi sembra inverosimile che gli abitanti di quel 
luogo, che dista molto da Treviglio, si spingessero 
fin qui per trovarvi un rifugio. Incliniamo più al- 
l'opinione manifestata da altri scrittori, che la po- 
polazione di Treviglio s'aumentasse nell'anno 1061, 
allorquando, sórta la guerra fra Pavesi e Milanesi, 
quest'ultimi distrussero la piccola città di Palazzo, 
Parasso o Parasio, posta nella Ghiara d'Adda fra 
Treviglio e Crema, perchè i suoi abitanti avevano 
prestato soccorso ai Pavesi. 

Ma anche su di ciò son disparate le opinioni degli 
storici; asserendo alcuni, non aver mai esistito una 
città con tal nome; e fra questi v'è il Ronchetti (2), 
il Lupi (3) ed altri; dove il Fiamma (4), Leandro 
Alberti (5) ed il Beretti (6) la dichiarano città ve- 
scovile. 

Che Parasso od altrimenti Parasio abbia esistito, 
e i Milanesi l'abbruciassero, è asserzione ripetuta in 
parecchie cronache, né sappiamo con quali argo- 
nienti si possa confutare. 



(>) Cavriolo: Storia bresciana, lib. !.. 

(2j Storia della città e chiesa di Bergamo. 

(3) Coiex Diplomaticus, ecc. 

(ì) Manipulus Fior., cap. 194. 

(5) Descrittone d'Italia. 

<6) Tabula Chorografica nel voi. X del Morat., Rer, hai Script. 



24 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Tuttavia è indubitabile che nell'anno 1008 la 
popolazione di Treviglio si accrebbe di molto, giac- 
ché dalle notizie religiose che si hanno di quel tempo 
abbiamo notizia che, sebbene vi fossero in luogo già 
quattro chiese, quella dedicata a S. Zenone, quella 
di S. Eutropio, quella di S. Maurizio, e la chiesa 
parrocchiale ad onore del Salvatore e della Vergine, 
quest'ultima si volle nel 31 d'agosto di quell'anno 
rifabbricarla più vasta e con diversa positura, cioè 
col coro all'oriente, l'entrata all'occidente, e il cimi- 
tero al fianco verso mezzodì. Allora all'antica invo- 
cazione della Vergine Assunta si aggiunse quella 
di S. Martino « forse per compiacere, come dice il 
Camerone, al re Ardoino, divoto di quel santo, pro- 
tettore della nazione franca onde il re avea l'ori- 
gine. » (1) 

Né qui s'arrestò la pietà dei Trevigliesi, poiché 
il Lodi racconta, che nel susseguente anno 1037 
edifìcossi un' altra chiesa sotto il nome di S. Pietro, 
a lato della quale sorse poco dopo un monastero di 
Benedettini; e quasi nel tempo stesso s' innalzò un'al- 
tra chiesa sotto la invocazione di Sant'Agostino, 
alla quale vi si aggiunse un monastero di monache 
sotto la osservanza della regola di esso santo. 

Queste sono le più divulgate tradizioni di Tre- 
viglio nella prima metà del secolo XI. Ora siamo 
per procedere a tempi meno tenebrosi, in cui final- 
mente in questa seconda metà del secolo XI ci è 

( T ) Opyra manoscritta succitata. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 25 

dato d'esaminare la pia certa e vecchia memoria di 
Treviglio. 

È questo un privilegio concesso dall'imperatore 
Enrico IV di Germania a Treviglio il 14 aprile 1081, 
in quell'anno appunto in cui intraprese la sua se- 
conda spedizione in Italia, col fermo intendimento di 
vendicarsi della umiliazione che il papa Gregorio VII 
gli aveva fatta patire nel 1076 a Canossa; e quindi 
porre sulla cattedra di S. Pietro l'antipapa arcive- 
scovo Giliberto di Ravenna, che assunse poi il nome 
di Clemente III, fatto eleggere da vescovi italiani 
-ed alemanni devoti alla sua causa,, nel Concilio che 
aveva convocato a Brixen. 

Questo privilegio fu pubblicato dall'imperatore in 
Milano (1), e con esso esenta gli uomini della terra 
di Trevi, detto grasso, dal pagare a chicchessia pub- 
blica gabella, angaria, od alcun altro servizio, ad 
accezione del fodro regale (2), quando il re viene in 

(1) A ragiona il Giulini fa osservare che questa venuta d'Enrico 
in Milano non fu avvertita da alcuno degli storici antichi o moderni. 
^Questa notizia si raccoglie anche da altri documenti. 

Enrico IV, dopo aver celebrato la Pasqua in Verona, il giorno 4 
aprile 1081 passando pel territorio di Bergamo, s'avviò a Milano, 
riconducendo qui a dispetto del papa l'arcivescovo Tebaldo suo par- 
tigiano e Vicario imperiale, ch'era stato al pari di lui scomunicato, 
dalle mani del quale ricevette la corona di Lombardia. Da qui passò 
poi alla volta di Roma. 

(2) Il fodro (futter) che un antico scrittore chiama annona militaris, 
fu già un tributo che si pagava al re, non solo a quanto sembra 
nelle spedizioni militari, ma anche all'cccasione di altri suoi viaggi, 
e forse consistette in origine nel foraggio pei cavalli, ma poi venne 
esleso anche alle vettovaglie. Per vero dire Carlo Magno deve averne 
proibita l'esazione in tutto l'impero, ma il divieto non fu certamente 



26 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Italia, ed il solito tributo che ogni anno solevan 
dare ai loro conti o feudatari « concedimus ut om- 
nes in loco Trivillio, qui dicitur Grasso, habitantes 
qui se suasque possessiones sub spotestate ejusdem 
monasterii (dei santi Gervaso, Protaso e Simpli- 
ciano di Milano) obligaverunt, nullam deinceps ipsi 
vel nec eorum filiis aut nepotes ab eis descendentes 
publicam functionem vel angariavi seu ullum ser- 
vitium aut ullam districtionem cuiquam hominem 
faciant vel usque in perpetuum persohant, sed sub 
potéstate pretaxati monasterii perenniteli % permaneant 7 
preter nostrum Regale fodrum quando in Regnum 
istud devenerimus , et sculdassiam quam Comitibus 
suis singulis annis debent. » 

Da questo passo apprendiamo innanzi tratto che 
Treviglio si era data in vassallaggio al monastero 
dei santi Gervaso, Protaso e Simpliciano di Milano, 
nel quale governavano i monaci Benedettini, che, 
come vedemmo più sopra, avevano già fondato in 

esteso all'Italia; che il fodro occorre di frequente nelle nostre carte, 
ed anzi lo stesso Carlo ne fa una volta esplicita riserva pel caso che 
egli o suo figlio venissero in queste parti, o fosse necessario di col- 
locarvi un presidio. Col tempo anche il fodro o foraggio divenne uno- 
dei diritti signorili. — Schupfer: La Società milanese all'epoca del 
risorgimento del Comune. Bologna, 1870: — pregevole lavoro, — Jl Ca- 
muffo, nella sua Relazione sulle pergamene e codici esistati nelVAr- 
ehivio di Treviglio, a pag. 11, dice che Enrico IV « esonera i Tre- 
vigliesi dal pagare a chicchessia alcun diritto di fodro ». Il fodro 
era un tributo che si doveva pagare da tutti indistintamente, e ben 
lo si scorge anche dal documento col quale l'imperatore esonera i 
Trevigliesi dal pagare a chicchessia pubblica, gabella, ecc., ad ecce- 
lsone del fodro. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 27 

questa terra un loro stabilimento sino dall'anno 1037. 
Questa risoluzione dei Trevigliesi, di farsi vassalli 
del monastero di S. Simpliciano , procedette, nota il 
Camerone (1), dal desiderio di sottrarsi alle ingiuste 
angherie, onde veniva afflitta la terra dai ministri 
della Corona nella lontananza dei Cesari. 

La condizione degli abitatori delle terre in questo 
secolo era deplorevole. I tributi, le prestazioni, i 
servigi pubblici, ai quali erano obbligati verso il 
conte laico in vantaggio della cosa pubblica, diven- 
nero eccessivi. Questi conti non mancarono di ag- 
gravare la mano anche sugli uomini liberi (2) che 
abitavano alla campagna, cioè di condizione non ser- 
vile, abusando di loro autorità per esigere da essi 
anche le opere più vili, come di arare, vangare, 
sarchiare, erpicare, seminare il campo, e lavorare 
nei loro edifìci; assoggettandoli ad aggravi in natura 
d'ogni genere, reclamando per sé il mantenimento 
a cui avevano diritto soltanto i messi, costringen- 
doli anche colla forza a vendere le loro cose. Né le 
molte ammonizioni e minaccie degli imperatori val- 
sero a frenare questa aristocrazia (3). Per il che non 
riesce strano che questi liberi uomini cercassero uri 
rimedio nella aecomendazione e nel vassallaggio ec- 
clesiastico, facendosi servi per volontà, per Finte- 
fi) Opera manoscritta succitata. 

(2) La distinzione che passava tra gli uomini liberi e i servi, era 
che i primi potevano prestare servizio nella milizia, i secondi no. 

(3) Schupfer: Opera succitata. — Haulleville: Ijistoire des Cora- 
munes Lombardes Paris, 1857. 



28 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

resse e per bisogno di protezione. Ma affrettiamoci 
di dire che, quantunque venissero alleggeriti a loro 
i pesi, tuttavia la condizione di questi uomini non 
divenne migliore, perchè, a dirla col Forti, ogni ob- 
bligazione civile dipendente da contratto importa 
con sé qualche assoggettamento della persona. 

A proposito di questo passo del diploma, porremo 
ora innanzi al lettore le disparate opinioni di due 
autorevoli scrittori di storia. 

Il Giulini, nell'esame di questo documento, e prin- 
cipalmente dalle seguenti parole: « et sculdassia 
quam Comitibus suis singulis annis debent, » s'in- 
dusse a credere che Treviglio, dopo la rovina del- 
l'antico Parasio, fosse divenuto capoluogo di un 
contado rurale che abbracciava Ponte Aureolo (Ca- 
nonica), e buona parte della Ghiara d'Adda; e lo 
enumera fra i nove contadi che componevano allora 
la campagna milanese, additandone perfino le pievi 
che gli appartenevano, ed erano « Caravaggio borgo, 
Palasio poi Prada, Corte altre volte Comitato, Do- 
varia, Ripalta, Vailate, Bregnano, Sagazzano, Fara, 
Tormo, Calvenzano, Misano, Casirate, Arsago, Pan- 
dino, Gardella, Roncadello, Agnadello, Vidalengo, 
Mozanica, Comazano, Paradino»; avvertendo però 
che questo contado non era diviso in pievi, siccome 
formato di diverse terre che appartenevano a varie 
antiche pievi del Milanese, del Bergamasco, del 
Cremonese e del Lodigiano (1). 

(1) Giulini: Memorie della città e campagna di Milano, t. Il, pa- 
gina 553, e t. VII, pag. 326, edizione 1855. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 2^ 

A contrastare l'opinione del Giulini sorse il Lupi. 
Esso non ammette che Treviglio sia stata la sede 
d'un contado rurale « poiché nò in questo diploma, 
nò in vermi altro monumento appare alcun indizio 
di questo contado. Che se quei di Treviglio erano 
al lor conte soggetti, e loro si comanda di conti- 
nuare a pagare al medesimo il solito tributo, non 
ne segue , che quel luogo fosse sede d'un contado , 
essendo ogni villaggio compreso nel contado della 
-città, di cui forma territorio. » Consta poi, continua 
il medesimo, che tanto Caravaggio quanto Ponte 
Aureolo (Canonica) vicini a Treviglio erano dipen- 
denti dal conte di Bergamo, poiché nel 962 un conte 
di quella città tenne un placito solenne a Caravag- 
gio; ed un altro nel 1055 fu tenuto a Ponte Au- 
reolo. Ora è lecito dubitare che anche Treviglio po- 
sto tra l'ima e l'altra di quelle terre, a poca di- 
stanza da Ponte Aureolo, e molto meno da Cara- 
vaggio, riconoscesse i conti di Bergamo. In questo 
diploma adunque si tratta senza alcun dubbio dei 
conti del Comitato di Bergamo (ossia della città), 
ai quali erano soggetti tanto i Trevigliesi quanto 
gli abitanti degli altri luoghi. » (1) 

Confesso il vero che, quando posi a riscontro le 
opinioni di questi due autorevoli scrittori, rimasi 
alquanto sospeso nella scelta. 

Qual è quella che seguirò? 

Nessuna, no; poiché ammiro troppo la dottrina di 

(ì) Lupi: Codeac Diplomaticus Bergomensis, voi. II, sotto l'anno 1081. 



30 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

questi maestri, per escluderle ambedue. Ma possiamo 
noi con sicura coscienza credere che Treviglio sia 
stato nel secolo XI un contado rurale? Ecco due 
domande di non lieve importanza, alle quali ci pro- 
veremo rispondere il meglio che ci sarà possibile. 

Intanto, per uscire da questo inviluppo, stimammo 
necessario riesaminare, con animo pacato e senza 
occupazione, la quistione sui documenti, perocché 
essi ci daranno forse il modo di vincere la difficoltà. 

Presentiamo quindi ai lettori i frutti, qualunque 
sieno, delle nostre osservazioni. 

È provato che nelle carte del medio-evo, allor- 
quando volevasi determinare con giuridica precisione 
la condizione speciale d'alcuni territori d'una cam- 
pagna, a cagion d'esempio, della milanese ; « usavansi 
denominazioni che si possono considerare siccome of- 
ficiali, cioè associate ad una significazione abbastanza 
determinata e osservata in pratica. » (1) 

Non è nostro intendimento di farne qui l'enu- 
merazione : chi vuol avere in argomento maggiori 
cognizioni consulti la più volte ricordata pregevole 
Dissertazione del vero maestro paleografo Dott. Giu- 
seppe Cossa. 

Al mio intento basterà dunque che qui esponga 
quanto fa pel caso nostro. 

Nei documenti anteriori al secolo X, alla voce 
Comes (Conti), che designava i personaggi ai quali 

(1) D.* G. Cossa: Notizie intorno alla distinzione categorica relativa 
alle terre del Milanese, ecc. Atti dell'Accademia fisio-medico-st: tisica. 
Anno 1858-59. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 3? 

dagli Imperatori affidavasi il governo d'una città, 
si poneva sempre anche il nome della città in cui 
avevano la residenza, e dicevansi, a cagione di 
esempio, Comes Mutinensis, Comes Bergomensis. 
Nel secolo X ed anche dopo, quando cominciarono 
a comparire i conti rurali, che, dominando in qualche 
terra o castello , ottennero dagli augusti il titolo e 
la giurisdizione di conti in qualche terra, senza ri- 
manere più soggetti all'autorità del conte che go- 
vernava la città, s'introdusse la parola Comita- 
tus (1), derivante òb, Comes ed indicante il territorio 
con terre, castella e ville sottoposte al comando e alla 
giurisdizione del conte, alla quale vi si aggiungeva 
per solito il nome del capoluogo ove il conte aveva 
i suoi poderi, come, ad esempio: Comes Comitatus 
Sepriensi, Comes Comitatus Leuci, ecc. » (2) 
Ora sta il fatto che di tutti i documenti da noi 

(lj Da comitatus derivò V italiano contado, che indica la campagna 
intorno alla città, e che sta sotto il dominio di essa; contadino l'a- 
bitatore del contado. 

(2) Di questa opinione è parimente ilTiraboschi : a Conti chiamavjinsi 
i personaggi, ai quali gli imperatori affidavano il governo d'una città, 
o di qualche parte del suo territorio, e i primi dicevansi, per es.: 
Comes Àlutinensis; i secondi Comes Comitatus Mutinensis , ecc. Il 
Muratori crede, che amendue queste espressioni significhino, almen 
talvolta, lo stesso. Ma forse gli esempi, Gh'egli ne reca, son di per- 
sone che, essendo al medesimo tempo conti della città e del terri- 
torio, potevano con amendue questi titoli indicarsi. E forse ancora 
errò il copista di quelle carte, essendo facile ad accadere, che nella 
pergamena ove si legge, a cagione d'esempio: Comes Comit. Parmen. t 
il copista scriva Comes Parmen. » — Memorie Modenesi, voi. J, pa- 
gina 60-61. — Simile distinzione è fatta altresì dal De Yaines: Di- 
etionnaire raisonné de Diplomalique, voi. I, pag. 279. 



32 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

esaminati e che trattano di Treviglio, in nessuno 
di essi è fatta menzione d'un contado trevigliess: 
in tutti Treviglio è chiamato loco de Trivilio Crasso, 
Premessa la giuridica precisione che in quei tempi 
usavasi per indicare la condizione di una terra, in 
questo caso dovevasi adoperare la parola Comitatus 
de Trivilio, e non locas. 

Ad abbondanza di prova, aggiungeremo un'altra 
osservazione, ed è, che il Giulini, dandoci la tavola (1) 
dei contadi che componevano la campagna milanese 
nel secolo XII, assegnò ad ogni contado per capo- 
luogo un borgo; ad esempio: il contado della Mar- 
tesana ha per capoluogo Vimercate borgo e pieve; 
quello di Stazzona, il borgo d'Angera; e al contado 
di Treviglio assegna Trivillium bitrgus. 

Ora ci consta che l'erezione di Treviglio alla con- 
dizione di borgo (2) avvenne, come vedremo anche 
più avanti, nel 1279 per decreto del Podestà di 
Milano, e fu allora che acquistò il privilegio di te- 
ner mercato settimanalmente , siccome faceva per 
tollerata consuetudine quando era semplice comunità 
campestre: cum non esset burgus, sed locus, come 
dice il decreto. 

Se v'ha scrittore che io stimi ed ami, quasi con 
figliale tenerezza, egli è il Giulini. Pure non possa 



(1) Storia della città e campagna di Milano, voi. VII, ediz. 1855. 

(%) Prima del secolo XI non s'incontra menzione di borghi nella 
Lombardia. La qualificazione di borgo si applicò, in generale, alle 
terre che anche oggidì sono le più ragguardevoli, cioè: ai capoluoghi 
di pieve. D. r G. Cossa: Opera succitata. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 33 

credere con lui che Treviglio nel medio-evo sia stato 
capoluogo di un contado rurale (1). Sempre più mi 
raffermo nella probabile opinione che questa terra, 
la quale cominciò ad essere una borgata nel se- 
colo XII, sia stata nei secoli anteriori una semplice 
comunità campestre del contado dell' Isola Fulche- 
ria (2), e che la sua origine non fu repentina, ma 
succedevole. 

(1) Alcuni vogliono che Treviglio sia stato capoluogo del contado 
della Bazana, ma è un errore. La Bazana suddivide vasi nelle ti e pievi 
di Pontirolo, Gorgonzola e Corneliano, ed estendevasi dalla sinistra 
sponda dell'Adda alla Molgora, dal Lodigiano al castello di Trezzo, 
che oltre segnarne il confine, ne era anche i! capoluogo. — Giulini : 
Storia di Milano. — Muoni: Meteo e Gorgonzola. 

(2) Così chiamavasi anticamente la Ghiara d'Adda. Supponiamo col 
Troya (Codice Diplomatico, voi. IV, parte II, pag. 64) che solo all'e- 
poca longobarda questa regione si conoscesse col nome d'Isola Ful~ 
cheria. Infatti i Longobardi chiamavano col nome d'isola anche i 
tratti di terra ferma, bagnati da due o più fiumi, li nome di Fui- 
cheria lo ebbe forse da qualche signore longobardo, al quale sarà 
ststa concessa in dominio o governo. 

Leggesi nella Bistoria quadripartita di Bergamo, del Coglioni Ce- 
lestino , che Grimoaldo Re dei Longobardi donò a S. Giovanni , ve- 
scovo di Bergamo, la Terra di Fara posta nell'Isola Fukheria. Pos- 
siamo accertare che nell'atto di donazione di quel re, dell'anno circa 
670, e che venne pubblicato dallo stesso Troya e dal Lupi nei loro 
Codici, non si fa alcun cenno dell'Isola Fulcheria, ne vedesi ram- 
mentata in alcun altro documento. 

Dal tempo dei Longobardi fino a tutto il X secolo non si trova 
menzione di quest'isola. Le sue notizie incominciano verso il se- 
colo XI, all'anno 1055, che la teneva con ragion feudale il marchese 
Bonifacio di Toscaoa; come cadesse in suo potere nessuna cronaca io 
chiarisce, neppure il Lupi, tuttavia sappiamo che il marchese moriva 
nel 1055, e in quell'anno mancava pure l'unico suo figlio Federico. 
Spenta la successione mascolina, la signoria deli' Isola Fuìcheria passò 
libera alla Camera imperiale: infatti V Imperatore Enrico III dispo- 



34 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Ma infine, mi domenderà il lettore, come interpretate 
voi le parole del diploma, et sculdassiam quam Comi- 
tiòus suis singulis annis debent, sulle quali il Ginlini 
appoggia l'esistenza del contado rurale di Treviglio? È 
da notarsi che in quest' epoca gli imperatori di Ger- 
mania, a deprimere l' autorità dei conti laici divenuta 
insopportabile , favorirono quella degli ecclesiastici. 
Le cagioni che spinsero i Cesari a favoreggiare il vas- 
sallo ecclesiastico, a preferenza degli altri, furono le 
seguenti: primieramente i vescovi avevano parte gran- 

neva dell'Isola, donandola ai Uboldo vescovo di Cremona. .Nondi- 
meno la contessa Beatrice, vedova de! marchese Bonifacio, trovò modo 
di riavere tutti i feudi del marito a nome della figlia, la famosa 
contessa Matilde, che la tenne sino all'anno 1098, nel qual anno ne 
fece donazione non al vescovo soltanto, ma al vescovo ed al Comune 
di Cremona. Dopo questo tempo l' Isola Fulcheria cadde nuovamente 
in oblio, per ritornar poi in crmpo ai tempi di Federico Barba rossa, 
ove la vediamo ricordata per la prima volta in un diploma (pubbli- 
cato dal Liinig nel suo Codex Diplomaticus Italia, e dal Campi nella 
sua Storia di Cremona), colla data, da Crema 30 dicembre 1160, con 
cui Federico investe certo Tinto de' Tinti Musoqatta, celebre architetto 
che servì Barbarossa nell'edificazione di Lodi e nell'assedio di Crema. 
In quel documento, perciò che riguarda l'Isola Fulcheria, leggesi 
quanto segue: « Facciamo noto, che al nostro fedele Tinto, cremonese, 
detto Muso de Gatta, pei segnalati suoi servigi accordiamo la grazia, 
che del contado dell'Isola Fulcheria, come comprendesi nei confini, cioè 
da Pt2Z\ghettone fino a Ponliroto, e come trovasi tra l'Adda ed il 
Serio, quanto appartiene alle nostre regioni, io abbiamo investito con 
diritto di contado, ecc. » Su questo passo, ci fermeremo alcun poco, 
per rischiarare una contesa sorta fra alcuni scrittori di stoiia patria, 
che, appoggiati al Giulini, non ammettono che l'Isola Fulcheria ab- 
bracciasse anche la Ghiara d'Adda, convalidando questa loro opinione 
con due diplomi, l'uno di Federico l dell'anno 1187, e l'altro del- 
l'imperatore Enrico VI dell'anno 1192; nei quali, secondo essi, l'I- 
sola Fulcheria sarebbe solo circoscritta ad alcuni paesi del Cremasca 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 35 

dissima nell'elezione del Re: poi dalle ricchezze e 
dalla dignità spirituale erano resi efficacissimi a so- 
stenerlo od a rovinarlo; tal che fra due concorrenti 
al trono prevaleva necessariamente colui al quale 
essi aderivano. Ciascuno adunque cercava di averli 
favorevoli, e largheggiava a tal fine di ricchezze. 
Ad essi quindi fu concesso l'ufficio di conte, poi il 
dominio di una parte della città, poi di alcune mi- 
glia all' intorno, poi di tutto il contado, infine di più 
contadi o comitati insieme. Col tempo questa muni- 

situati fra i! Serio, l'Adda ed il Tornio. Ma, come ben dice il Rac- 
cheta, in una nota alla storia di Crema del Fino: « agli imperatori 
che diedero i due suindicati decreti, non hanno già detto, si è questa 
l'Isola Fulcheria in tutta la sua integrità; ma disse il primo, si è 
qutsta l'Isola Fulcheria ch'io intendo essere mia regalia; e l'altro, 
si è questa estensione di terreno ch'io dono ai Cremonesi: e così ne 
descrissero le terre, appunto perchè sapevano che il dir puramente 
Isola Fulcheria avrebbe dato motivo a nuove contese pe' suoi con- 
fini; » e fors' anche avranno voluto rispettare le giurisdizioni terri- 
toriali che altri possedevano sul rimanente dell'isola. 

Del resto, di tutti i documenti posti innanzi per questo argomento, 
ci sembra che il Diploma 30 dicembre 1160 potrebbe risolvere la 
questione, poiché dalle parole in esso adoperate dal Barbarossa, chiaro 
apparisce che l' Isola Fulcheria da settentrione a mezzodì s'estendeva 
per tutta la linea dell'Adda da Pontirolo a Pizzighettone. (L'illustre 
ing. Elia Lombardini non crede l'isola Fulcheria s'estendesse sino a 
Pizzighettone. « Essa era circoscritta dai fiumi Serio, Adda e Torme 
e chiusa a settentrione dai Mosi. » Notizie naturali e civili della 
Lombardia, pag. 145). 

A convalidare il nostro assunto, abbiamo anche Giorgio Merula 
(Antiquùat's Yicecomilum, lib. VI), Donato Baisi (Historia Episcoporum 
Mediai.), Gaudenzio Merula (De Gallormm Cisalpinorum antiquitate 
ao origine, lb. 11, cap. IV), Tristano Calco {Historice patri®), Mario 
Muzio ( Vitce sanctorum Bergomatum), e Carlo Sigonio [Ùe Rs^no Ita- 
li®, lib. II), i quali, anziché restringere a una sola p.*rte dei contadt 



36 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

licenza sovrana dagli arcivescovi passò anche agli 
abati di insigni Monasteri che ottennero essi pure 
il titolo e l'autorità di conti (1), le regalie (cioè 
corti, castella, dazj, gabelle e tributi) che anticamente 
erano assegnate pel mantenimento dei conti secolari. 
Evidentemente adunque, in questo diploma e nei sus- 
seguenti, colla parola Comitibus s'è voluto indicare 
l'arcivescovo di Milano, al quale era soggetto il 
Monastero di S. Simpliciano. La sculdassia poi, di- 
ritto antico che riscuotevano in origine gli sculdasj, 

di Crema la corografia dell'Isola di Fulcherio o Fuicheria, la esten- 
dono alla Ghiara d'Adda; e per ultimo v'è una Cronica dell'Ordine 
degli Umiliati compilata ne!!' anno 1419, pubblicata dal Tiraboschl 
nella sua opera Vetera Humiliatorum Blovumenta, voi. III, pag. 278, 
in cui leggesi: « Nell'isola Folcherina, oltre l'Adda, erano alcune case 
di fratelli ed una di sorelle », e nell'indicazione di esss case vengono 
nominate. le terre di Ripalta, Vaiiate, Triviìio, Calvenzano, Caravaggio, 
Fornovo e Brignano, come appartenenti al contado Folcherino. 

Ne' tempi antichissimi la Ghiara d'Adda, o come la chiamavano 
allora la Fuicheria, apparteneva o tutta o in parte alla provincia 
di Bergamo, e così continuò nei secoli susseguenti. Dopo la battaglia 
d'Agnadello (1509) perduta dai Veneziani contro i Francesi, la Ghiara 
d'Adda toccò a Lodovico XII di Francia in allora duca di Milno. In 
appresso i Veneziani ne riacquistarono una parte, ma la rimanente, 
cioè l'estensione dall' Adda al Serio fu aggiunta alla provincia di Lodi; 
e dal Serio ali' Oglio fu aggregata alla provincia di Cremona. Sulla 
fine del XVIII secolo vi furono alcune variazioni, ma di poca durata. 
Al presente la Ghiara d'Adda forma il Circondario di Trev.'glio, ap- 
partenente alla provincia Bergamasca. Dice bene l'illustre commen- 
datore Cesare Correnti, in una sua pregevole monografia sul Berga- 
masco (Annali Universali di Stafslica, anno 1814), che « questo paese 
di Frontiera fu sempre meglio disputato coll'armi che colle ragioni ». 

(I) Il Muratori nelle sue Antichità cita alcuna carte da lui vedute 
nell'Archivio dell'insigne Monastero delle monache di Santa Giulia 
di Brescia, in cui l'abate Leonense è intitolato Comes. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 37 

poi i conti sottentrati alloro ufficio, qui indica la 
gabella che i Trevigliesi erano obbligati pagare al 
Monastero od arcivescovo , subentrati anche nel 
possesso dei tributi che appartenevano ai conti. 

Dopo tutto ciò, se il Giulini cadde in errore, an- 
che il Lupi non ne va esente. Nelle sue note al 
succitato diploma, francamente dichiara che Treviglio 
fu sempre soggetto ai conti di Bergamo, e quindi 
fu sino da tempi antichissimi terra bergamasca. 

Per lo contrario, i documenti proverebbero che 
Treviglio, terra di confine, fra due Stati potentis- 
simi, cambiò spesso di signoria. Nel secolo XI, 
come feudo del Monastero dei Santi Gervaso, Pro- 
taso e Simpliciano, dipendette per certo dall'arcive- 
scovo di Milano; poi fu dichiarato dipendente solo 
dall'imperatore, e ne' tempi successivi disputato colle 
armi fra i signori del Milanese e la Repubblica Ve- 
neta. E qui farò osservare che, in queste critiche 
circostanze, i Trevigliesi tennero sempre, e a ra- 
gione, una politica prudenziale. « Benché sotto l'alto 
dominio di Milano o di Venezia, i Trevigliesi con- 
servarono sempre una certa autonomia, e riuscirono 
a conseguirò non pochi privilegi. Allorché si con- 
tendeva intorno a loro, attendevano a chi avesse il 
sopravvento; se il loro signore, tanto meglio; se il 
nemico, gli mandavano un'ambasceria a offrirgli la 
dedizione ed a pregarlo di confermare i loro antichi 
privilegi. » (1) 

(1) S. Camuffo: Sulle pergamene e sui codici esistenti ndV Archivio 
Comunole di Treviglio. Treviglio, 1870. 

4 



Òb PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Il secolo XII fu per Treviglio il secolo dei pri- 
vilegi. Dopoché questa terra s'era posta sotto il 
governo dei monaci, ottenne col mezzo loro ampli 
privilegj dagli imperatori di Germania, i quali ogni 
volta che si recavano in Italia, più per ragion di Stato 
che per altro, vendevano a larga mano privilegi ed 
esenzioni ai deboli, li cedevano ai forti. 

Fra questi, il primo che ci si presenta è quello 
conceduto da Lotario, terzo fra i re d'Italia e se- 
condo fra gli imperatori di Germania, il giorno 9 
aprile 1137, dalla città di Fermo ove s'era tratte- 
nuto alcuni giorni per poi recarsi a Roma e rimet- 
tere sul trono papale Innocenzo II, che aveva do- 
vuto uscire da quella città, perchè vi trionfava l'an- 
tipapa Anacleto. Con esso l'imperatore conferma 
quanto era già stato concesso al Monastero di 
S. Simpliciano ed ai Trevigliesi, l'anno 1081 da 
Enrico IV, onde non ci resta a dir altro che è 
affatto simile al vecchio, eccetto la narrativa e la 
data. 

Il secondo è dell'imperatore Corrado, successo a 
Lotario, che tenne il trono della Germania dal 1138 
al 1152, dicendosi eziandio re d'Italia, senza esser 
quasi mai venuto in queste provincie. Il diploma è 
dato da Francoforte sul Meno il 23 marzo 1147. 

In questo diploma non abbiamo che a notare una 
particolare novità, come osserva anche il Giulini, ed 
è che al diritto dovuto al re, quando veniva in 
Italia, chiamato comunemente col nome di fodro, si 
incomincia a sostituire una certa quantità di denaro 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 39 

che qui vediamo assegnata a sei marche (1), colla 
condizione che non sia accresciuta dai re suoi suc- 
cessori, né si possa dare ad altri in benefìcio. « Sta- 
tuimus ut sex Marcas prò Fodro Nobis nostnsque 
sucwssoribus Regibus , seu Imperatoribus, in ad- 
ventu nostro persolvant, et ne aliquis successorum 
nostrorum hunc modum anger e, vel inveneficiare 
pmsumat. » 

Nel 1152, appena fu chiamato sul trono di Ger- 
mania Federico di Svevia, nipote di Corrado III, 
noto nella storia col nome di Barbarossa, i Trevl- 
gliesi non tardarono a riconoscere il nuovo re per 
ottenere da lui la conferma dei loro privilegi; ed 
infatti la ottennero con diploma conceduto da Fede- 
rico in Ulma il vent'otto di luglio 1152. 

Tanto in questo diploma, quanto nell'altro an- 
tecedente di Corrado, notammo la seguente partico- 
larità, osservata anche dal Giulini: ed è, che in 
ambedue non è fatto alcun cenno del Monastero di 
S. Simpliciano, né della potestà che il medesima 
aveva su Trevigiio. « Di ciò non fu contento il 
Monastero ; avendone i monaci fatta rimostranza al 



(1) « Una marca, quando non si spiegava, come qui non si spiega 
se fossa d'oro o d'argento, io credo cbe s'intendesse d'argento. » 
Giulini : Memorie della città di Milano, ecc., voi. IH, pag. 347, ediz. 1855. 
JLo stesso Giulini afferma che una marca d'argento equivaleva a circa 
cinquecento cinquanta lire milanesi. Opera succitata, voi. HI, pag. 421. 
Ora, ragguagliando queste sei marche d'argento di fodro in lire mi- 
lanesi, si avrebbe la somma di L. 3390 che corrisponderebbaro in 
oggi a lire ital. 2200. Il Lodi al contràrio crede che sei marche d'ar- 
gento corrispondess3ro a 24 fiorini d' oro di Firenze. 



4:0 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

re in Norimberga, ottennero il 31 ottobre 1152 al- 
tro privilegio col quale si confermarono i loro diritti 
che già avevano ottenuto da Enrico e Lotario (1). » 

Per ultimo, fra i documenti ecclesiastici di que- 
st'epoca, ricorderemo il privilegio d'Oberto, arcive- 
scovo di Milano, del gennaio 1147, concesso a Guil- 
lielmo, abate del Monastero di S. Simpliciano, con- 
fermato poi dal papa Alessandro III con sua bolla 
pontificia del 1178. Nell'enumerazione che si fa dei 
beni di proprietà di quel Monastero sonvi accennate 
le possessioni di Trivillio Grasso col castello, la villa, 
la giurisdizione e le albergherie. 

Sotto l'anno 1194 i Trevigliesi ottennero da certo 
Brusco, signore tedesco, legato dell'imperatore En- 
rico VI in Lombardia, un decreto, nel quale si di- 
chiara che gli abitanti di Treviglio non debbano 
pagare il fodro che all'imperatore od al suo legato; 
proibendo a qualunque città, comune o podestà l'in- 
quietarli sopra di ciò (2). 



(i) Gjulnt: Memorie della città di Milano, ecc., voi. Ili, pag. 389,, 
edizione 1855. 
(2) Idem: Opera succitata, voi. IV, psg. 75, eàfc 1335. 



CAPITOLO III. 



Memorie di Treviglio nel secolo XIII — Privilegio di Ottone IV — 
Treviglio in potere dei Torriani — Sotto i Visconti — Acquista la 
cittadinanza milanese — Treviglio nel XIV secolo — Ritorna ai 
Torriani — Si emancipa dalla signoria del Monastero di S. Sim- 
pliciano e diventa terra imperiale — Guglielmo Pusterla, podestà 
di Treviglio — Ultimo diploma di Lodovico il Bavaro — La si- 
gnoria Viscontea, Azone, Luchino e Giovanni Bernabò — I duchi 
di Milano -— Condizione religiosa di Treviglio nei secoli XIII e XIV. 

In sul principio di questo XIII secolo non abbiamo 
a ricordare altro che un diploma conceduto ai Tre- 
vigliesi dall'imperatore di Germania Ottone IV nel- 
l'anno 1210 dalla città di Pavia, col quale stabilisce 
che il fodro da essi dovuto è di sei marche, e con- 
ferma nel tempo stesso i loro privilegi. 

Dopo quest' anno, e per quasi una settantina, la 
storia non registra alcun fatto intorno la condizione 
politica di Treviglio. E la cosa è strana, poiché in 
questo lungo periodo di tempo, luttuose vicende av- 
vennero nelle sue vicinanze. Nel 1251 i Milanesi 
invasero il suo territorio, e guastarono Caravaggio; 
nel 1269 qui si recarono un'altra volta per distrug- 



42 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

gere il castello di Mozzanica, soggetto al conte Egidio 
di Cortenova, perchè, col favore del medesimo, l'eresia 
aveva colà gettate profonde radici. In mezzo a questi 
subbugli Treviglio attendeva tranquillamente a go- 
Ternare i suoi positivi interessi. 

Ma questo stato di tranquillità cominciò a intor- 
bidarsi gravemente verso la fine del secolo a cagione 
delle lotte che sorsero fra due potenti famiglie, i 
Visconti ed i Torriani, che si disputarono il sovrano 
dominio del Milanese. 

Ottone Visconti, già da gran tempo alla testa dei 
nobili fuorusciti delle città che si reggevano a re- 
pubblica, S3tto la protezione dei Torriani, non lasciava 
intentato alcun mezzo per restituire alla patria la 
nobiltà sbandita, e per conquistare la sede arcive- 
scovile alla quale era stato eletto sino dall'anno 1262, 
senza però ottenerne l'ingresso. 

Troppo lunga sarebbe la narrazione dei fatti 
d 5 armi eh' ebbero luogo nel periodo di sedici anni 
tra Visconti e Torriani. Ottone, ora vincitore, ora 
Tinto, giunse finalmente a capo de' suoi disegni 
nella giornata di Desio, che decise della sua sorte. 
Egli entrò gloriosamente in Milano nel 1277, ove 
fa salutato assoluto signore di quasi tutta la Lom- 
bardia. 

Così ebbe principio la potenza della famiglia Vi- 
sconti. 

Vinti e battuti i Della Torre, non si perdettero 
d'animo, ma ritentarono più volte la prova. Pel 
primo la tentò Cassone della Torre, che, raggranel- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 43 

lati soccorsi, occupò l'undici di maggio del 1278 
Lodi alleata ad Ottone. 

Marciarongli incontro i Milanesi in numerosa 
schiera, ma Cassone, sebbene di gran lunga infe- 
riore di forze, arditamente li assaltò e li volse in fuga. 

Ritornava il Della Torre in Lodi , ove erangli 
giunti in soccorso il patriarca Raimondo d'Aquileja, 
ed i suoi fratelli dalla Valsassina, ove eransi ritirati, 
che formarono un mediocre corpo d'esercito. 

Allora Cassone ricominciò le ostilità « si spinse 
verso Adda, si impadronì di Cassano, Trezzo, Vaprio 
e di tutto il Monte di Brianza; poi ritornato ancora 
verso Adda, prese Brignano, Treviglio, Caravaggio, 
e tutto ciò che era occupato dall'armi dei Visconti, 
abbruciò Crema, danneggiò il Pavese, e da quella 
parte si portò fin sotto le mura di Milano; nò po- 
tendo incitare gli abitanti a combattere, né a tu- 
multuare, si ritornò in Ghiara d' Adda , alloggiando 
in Treviglio, nella contrada vicino alla Porta Torre 
(che perciò come vogliono alcuni per questo fatto 
dicesi: Porta Torriana, come ho visto in molte carte 
antiche chiamata con tal nome) » (1). Tutto ciò 
seguiva nel mese di luglio del 1278. 

Intanto l'arcivescovo Ottone, timoroso dei Della 
Torre, chiamava in suo aiuto il marchese Guglielmo 
di Monferrato « suo vecchio, benché non molto fedele 
amico » (2). Il marchese, provveduto di buon stipen- 



di) I-odi : Opera manoscritta, pag. 86. 

(2) Giulini: Opera succitata, voi. IV, pag. 651, ediz. 1855. 



44 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

dio, accetta senza indugio l'invito, entra il 18 d'a- 
gosto di quell'anno in Milano, con trecento militi tra 
Pavesi, Vercellesi, Tortonesi, Alessandrini e del 
Monferrato. 

L'anno susseguente 1279 l'arcivescovo, d'accordo 
col marchese, si determina a ricuperare i castelli che 
parte s'eran dati, e parte erano stati presi a forza dai 
Torriani. Per lo che il marchese nel gennaio (1279) 
mosse l'armata a Vaprio, ma, visto quel castello 
ben guardato, si diresse a Brivio, ove trovavansi i 
Torriani, e tentata la battaglia, ne fu respinto. 

In questo mentre, per interposizione dei Berga- 
maschi, si fece una tregua, e tentossi fermare la 
pace fra Milanesi e Torriani. Si venne a patti, ma 
il marchese di Monferrato , uomo usato ai raggiri , 
che aveva solo maneggiata la pace per rompere le 
vittorie ai Torriani, nulla mantenendo, assalta d'im- 
provviso Trezzo, passa il fiume Adda, e coll'aiuto 
dei Trevigliesi s'impadronisce di tutta la Ghiara 
d'Adda. 

« A tanto beneficio, dice il Giulini, non furono 
ingrati i Milanesi, imperocché avendo i Trevigliesi 
mandati a Milano Pascale Fregabraccio, console, e 
Donato de' Donati, loro procuratore, affinchè pre- 
sentassero al podestà di Milano, Loterio Rusca, ed 
al signor Giovanni del Poggio, capitano del popolo, 
ed a dodici della provvisione del Comune di Milano, 
supplica per ottenere in ricompensa delle loro fatiche 
la cittadinanza milanese, e che il luogo di Trevi- 
glio fosse in avvenire considerato borgo, e gli abi- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 45 

tanti godessero dei privilegi dei borghesi, subito fu 
loro concesso il privilegio , che fu dato il 25 d'otto- 
bre del 1279, confermato da Guglielmo, marchese di 
Monferrato, alla presenza dei signori Jacopo da 
Monza, giudice, Pagano della Pietrasanta, ed Enrico 
da Monza (1). 

Passarono circa venticinque anni di quiete appa- 
rente per Treviglio, quando sul principio del se- 
colo XIV ritornati forti i Torriani per l'alleanza 
fatta coi Cremonesi, Lodigiani e Pavesi, riuscirono 
nel 1302 ad insignorirsi di nuovo dell'antico potere, 
vincendo Matteo Visconti nelle vicinanze di Lodi-, 
assecondati in questa impresa dai Milanesi stessi, 
che cacciarono di città anche il figlio Galeazzo 
Visconti, che era stato da Matteo creato capitano 
del popolo, e dal popolo maleviso per le sue dispo- 
tiche imprudenze. 

In forza del trattato di pace conchiuso in quel- 
l'anno fra i Visconti ed i Torriani, Treviglio ritornò 
sotto il dominio di quest'ultimi. 

Le alleanze però, le paci e le dedizioni in questi 
tempi non erano cose che del momento, e si fran- 
gevano o si stipulavano ad ogni mutar di vento, e 
dietro i raggiri del più potente, che aveva la forza 
o di imporle o di sostenerle. 

Matteo Visconti, in esilio nella terra di Nogarola, 
quantunque si mostrasse alieno da ogni ambizioso 
consiglio, i suoi segreti pensieri erano però co- 
ti) Giulini: Opera succitata, voi. IV, pag. 659, edizione 1855. 



46 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

stantemente rivolti a ricuperare la perduta gran- 
dezza. Teneva perciò vive pratiche alla Corte d' En- 
rico VII di Lussemburgo, imperatore di Germania, 
e tanto fece, che ne seppe guadagnare il favore, e 
lo sollecitò a scendere in Italia. 

Enrico VII che voleva far rivivere nei paesi Lom- 
bardi l' autorità dell' impero , per sessant' anni dai 
suoi antenati trascurata, e che vi era scaduta al- 
quanto, accettò l'invito. 

Giunse a Milano il 23 di dicembre del 1310 e 
prese possesso della città. In sulle prime le mire del 
sovrano sembravano dirette a pacificare Torriani e 
Visconti, e a ridurre all'equilibrio la loro potenza, 
ma i favori poi furono per Matteo Visconti che fu 
rivestito del dominio di Milano, e riconosciuto di 
nuovo vicario generale. Così terminò nel 1311 la 
signoria dei Torriani, e fu rassodata quella de' Vi- 
sconti. 

Il giorno 6 di gennajo del susseguente anno 1311, 
nella Basilica di S. Ambrogio, Enrico fu incoronato, 
presenti gli ambasciatori di tutti i Comuni lombardi. 

In questa occasione non mancò Treviglio di spe- 
dirvi nel 29 di gennajo suoi procuratori nelle persone 
di Ottone Ottonelli, e Galvagno Docone per com- 
plimentare il re, ed ottenere secondo l'usato la con- 
ferma dei loro privilegi, ciò che fu loro accordato; 
nò a ciò solo si limitarono i favori dell'imperatore 
verso questo insigne borgo, giacché il Giulini ci rac- 
conta che i Trevigliesi essendo stati generosi nel- 
l' assegnare all'imperatore quel dono gratuito che 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 47 

li sa vasi dare dalle città e dai borghi al re all'atto 
della sua incoronazione, ottennero unitamente al suin- 
dicato privilegio « dal re stesso una lettera scritta 
nel giorno 9 di febbrajo ai rispettabili signori Vi- 
cario, Consiglio e Comune della città di Milano, 
suoi fedeli diletti, nella quale si ordinava che non 
si dovessero più molestare gli abitanti di Treviglio 
Grasso con esazioni, angarié od altri servigi in- 
debiti, ne permettessero che altri li molestassero. 
Così pretesero quegli abitanti d'esentarsi dal do- 
minio de' Milanesi , ma poi riconobbero che ancor 
non bastava. Fecero dunque un accordo col Mo- 
nistero di S. Simpliciano di Milano, ch'era signore 
di quel luogo, mediante il quale i monaci lo la- 
sciarono in libertà, e allora, dopo aver pagate le 
solite sei marche d'argento dovute da quel Comune 
al sovrano come fodro (del qual pagamento riporta- 
rono il 26 di febbrajo la ricevuta da Enrico, vescovo 
di Trento, e cancelliere di Corte), ricorsero al sovrano, 
pregandolo a volerli prendere sotto la regia prote- 
zione, e dichiarare la loro patria immediatamente 
soggetta al Romano Impero, ed alla regia Camera, e 
non ad altri; ed anche ciò ottennero con un altro 
bel diploma dato in Milano nell'ultimo giorno di marzo. 
Prudentes igitur Viros, così leggesi nella carta, Com- 
mune et Homines de Trivillio Grasso Glarce AbducB 
in nostram et Imperii protectionem recipimus et prò 
nostra Camera Terram Ulani servamus, atque tene- 
mus, ita quod de ccetero in perpetuum terra eadem 
nulli prceterquam Romano imperio subsit. Passa poi 



48 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

il sovrano ad approvare le convenzioni fatte da quel 
luogo col Monastero di S. Simpliciano « Quamìibet 
quoque emptionem, seu permutationem per dictos 
Commune et homines de Trivillio factam et obtentam 
cum Monasterio Sanctorum Gervasii et Protasii seu 
Simpliciani Mediatemi, omnemque liberationem et 
absolutionem per ipsum Monasterium et per alios 
quorum interest factas Communi et Terree Trivilli 
aupradicte proui vite et provide sunt factoe ratas 
habentes approbamus, et confirmamus. » Così il Mona- 
stero di S. Simpliciano perdette una sì bella ed an- 
tica signoria, e Treviglio ottenne che tutti i diritti, 
ed ogni giurisdizione, col mero e misto imperio, re- 
stasse alla sua Comunità, da reggersi anch' essa di 
mano in mano da un vicario imperiale. « Dantes et 
concedentes proedictis Communi et Terree Trivilli hono- 
rem, districtum et jurisdiclionem, ac merum et mi- 
stum imperium per Vicarium qui per tempora Im- 
periali aucioritate rexerit in eadem. » Finalmente ot- 
tenne Treviglio la piena conferma delle sue antiche 
consuetudini, e de' suoi giusti statuti, insieme coi 
privilegi dei quali godevano le altre terre imperiali 
« Omnes quoque predicte Terre Trivillii antiquas, 
et bonas consuetudines, ac statuta ipsorum justa, nec 
non quecumque privilegia Regum, seu Imperatorum 
preedecessorum nostrorum predicloe Terree Communi 
et hominibus de Trivillio juste concessa, vel indulta 
confrmamus. Volumus insuper etjubemus quod homi- 
nes dictee Terree Trivillii cum eorum victualibus, 
niercìmoniis , rebus suis et negotiationibus quibus- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 49 

cumque secure ire, stare, transige, redire possint 
per totum Romanum Imperium, et ea liberiate gau- 
deant, et gaudere ac potivi possint, et debeant, qua 
homines et fideles aliarum terrarum Imperiali Ca- 
merm, subjectarum gaudent, et potiuntur » (1). 

Da questo documento, importante per la storia Tre- 
vigliese, resta adunque meglio chiarito che Treviglio 
in questo secolo potè finalmente riscattarsi della di- 
pendenza del Monastero di S. Simpliciano, reggendosi 
a Comune, senza dipendere che dalla sovranità del- 
l'Impero, come terra franca del reame d'Italia, otte- 
nendo perfino che vi risiedesse un vicario impe- 
riale (2). 

Tuttavia tali vantaggi, più apparenti che reali, non 
esentarono i Trevigliesi dai gravosi pesi che l' impe- 
ratore imponeva, secondo il solito, ed anche più del 
solito in caso di guerra. 

Avendo l'imperatore deliberato in quell'anno di 
assediar Brescia che rifiutava di fargli ossequio, e 
s'era ribellata, il giorno 4 di maggio da Cremona 
spedì lettera ai Trevigliesi con cui ordinava che il 
Comune eli Treviglio mandasse al campo di Brescia 
un buon numero di soldati, ed una quantità di mac- 
chine e vettovaglie necessarie per l'assedio di quella 

(1) Giulini: Opera succitata, voi. IV, pag. 873-74. 

(2) Verso questo tempo sembra che il borgo di Treviglio adottasse 
uno stemma coesìstente in un castello custodito da due leoni. Al di 
sopra del castello vedisi un'aquila, dagli artigli della quale pende 
capovolto un grosso porco. 1 leoni indicano la forza; l'aquila era il 
principale emblema che volentieri sceglievano i Comuni di parte 
ghibellina od imperiale; il porco significa la ricchezza della terra. 



50 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

città « ai Tenti eli questo mese, dice il Giulini, 
Tarmata era già in vista eli Brescia; e di là Bal- 
dovino, vescovo di Tre veri, fratello del re, che 
doveva essere generalissimo, spedì un salvacondotto 
per gli uomini di Treviglio, e per tutte le vetto- 
vaglie che dovevansi condurre per l'esercito. Ma 
tardandone i Trevigliesi la spedizione, ai 13 di 
settembre , il re Enrico scrisse loro una lettera con 
gravi minacce, se non eseguivano quanto era stato 
loro imposto. » (1) 

Gli storici nostri ed i cronisti trevigliesi ci rac- 
contano poi che sotto quest'anno Enrico VII, parti- 
tosi da Milano si recò a Genova, e che in quest'ul- 
tima città s'eran presentati a lui dodici cavalieri mi- 
lanesi, destinati dalla Repubblica, secondo l'antica 
usanza, ad accompagnarlo a Roma ed assistere alla 
sua incoronazione. Di questi l'imperatore ne scelse 
soli quattro, rimandando gli altri a casa colmi di 
doni, e fra quest'ultimi si trovava Guglielmo Pusterla, 
che ottenne in questa occasione la signoria della 
Ghiara d'Adda (2). Nessuno però dei succitati sent- 



ii) Giulini: Opera succitata, voi. IV, pag. 886-87. 

(2) Flamma: Manìp. Fior, in Murai. Rer. hai. t. XI, Annales Me- 
diol. ib. t. XVI, Calchus, Corio, Giulini, ecc. 

Guglielmo Pusterla, figlio deU'altro Guglielmo che fu podestà di Bo- 
logna nel 127i, fu a' suoi tempi il più qualificato tra i nobili mila- 
nesi, e trovavasi in Milano nel 1302 quand) Matteo Visconti ne fu 
espulso, e che i Torriani vi erano entrati. Quando nel 1310 comparve 
Enrico VII in Italia, Guido Torriani, che disponeva delle cose della 
patria, e che mal volentieri vedeva uà imperatore in Lombardia, gli 
proibì di uscire da Milano per corteggiarlo. Entrò però Eurico nel 1311 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO o| 

lori ci rapporta Tatto d'investitura; possiamo però 
assicurare che nell'anno 1314 il nominato Pusterla 
fu il primo che ottenesse l'uffìzio di podestà in Tre- 
viglio, e ciò si ricava da due rescritti, uno del 4 
marzo 1314, e l'altro del 7 giugno stesso anno, coi 
quali il Pusterla, quale podestà del Comune di Tre- 
viglio, domanda il permesso alla Comunità di Ber- 
gamo di fare una strada che da Treviglio conduca 
ad Arzene, e godere dell' acque che si eran trovate 
nello scavare un fosso lungo la strada. 

Successo ad Enrico VII Lodovico ilBavaro, questi 
parimenti confermò ed ampliò con suo diploma del 
29 di luglio del 1327 i privilegi eh' eran stati con- 
ceduti ai Trevigliesi da suoi successori. E qui ha 
iermine la lunga serie dei diplomi e conferme impe- 
riali che furono conceduti a Treviglio nel medio èva 
dagli imperatori di Germania. 



in Milano e perorando per la riconciliazione delle fazioni , seco con- 
dusse Matteo Visconti. La coronazione d' Enrico si eseguì in Milano 
con grande solennità, e dopo il Visconti, Guglielmo fu il primo dei 
nobili milanesi che fosse armato cavaliere dall' imperatore. Si adunò 
poscia il Consiglio generale per deliberare sul donativo che si doveva 
fare dalla citià all'imperatore, e tutti si riportarono a quello che il 
Pusterla avesse pronunziato : tanta era la considerazione in che egli 
era tenuto. Nello stesso anno Guglielmo fu de' cavalieri scelto dalla 
patria per assistere in Roma all'incoronazione dell'imperatore. Ritornò 
in Lombardia con esso e fu spedito a Crema, benché indarno, per 
sedare alcune turbolenze. Nel 4314 fu anche podestà in Bergamo. 
Guglielmo fu dei dodici primati spediti a Valenza al legato pontifìcio 
Bertrando del Poggetto per portare proposizioni di pace in nome dei 
ghibellini al' a Chiesa. Nel 1323 si trovava in Monza coi guelfi. Non 
si sa più oltre di lui. Luta: Famiglie Celebri (Famiglia Pusterla), t. VII. 



52 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Nel 1329 Lodovico il Bavaro concedeva per ses- 
santamila fiorini d'oro, ad Azzone Visconti, l'investi- 
tura dei Vicariato di Milano. Ritornato il tedesco in 
Germania con grosse somme di denaro, i popoli di 
Lombardia proclamarono con esultanza a loro prin- 
cipe perpetuo Azzone. Col suo mite e savio governo 
seppe questo principe acquistarsi la stima e l'amore 
di tutti, che molte città non solo, ma ancora altri 
luoghi lo bramarono per loro signore. Anche Tre- 
viglio (1332) vi si sottomise. Nessun fatto funestò 
queste contrade durante il governo di Azzone, che 
morì nell'agosto del 1339 senza lasciar prole. 

Gli successero gli zìi Luchino e poi Giovanni. Sotto 
Luchino i Trevigliesi, il 19 di marzo del 1344, otten- 
nero « che le loro cause fossero giudicate dal Vicario 
di Treviglio e non fossero trasportate al tribunale del 
Vicario di Milano, o ad altro giudice estero » (1), e 
nel 1345 ebbero la conferma del mero e misto im- 
perio, che già avevano ottenuto dagli imperatori di 
Germania. 

Sotto il governo dell'arcivescovo Giovanni, che 
aveva ordinata la disamina degli statuti dello Stato 
e città di Milano, stati compilati al tempo di Luchino, 
« i Trevigliesi, inteso che in quegli statuti s' era 
fatta qualche cosa contraria ai loro diritti, ricorsero 
a Giovanni Visconti che con sua lettera , 1 1 lu- 
glio 1349, ordinò al suo vicario Simone da Pontre- 
molo, che non permettesse alcuna cosa contraria 

(1) Giulini: Ibid., voi. V, pag. 325, ediz. 1855. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 53 

alle ragioni di quei borghigiani. Il vicario ne diede 
avviso a Paganolo Panigarola. » (1) 

Il 5 d'ottobre del 1354 moriva quasi improvvisa- 
mente l'arcivescovo Giovanni. Gli succedevano i nipoti 
Matteo, Galeazzo e Bernabò, figli di Stefano. I fra- 
telli si divisero fra loro lo Stato , e in questa di- 
visione toccarono a Bernabò Cremona, Crema, Soli- 
cino, Bergamo, Brescia, Valcamonica con la Riviera 
del lago di Garda, Treviglio, Rivolta, Caravaggio 
con tutte le altre terre di Ghiara d'Adda. 

Sotto il dominio di Bernabò noteremo due fatti. 

Nel 1370, quando Bernabò, contro la più volgare 
massima di politica, volle smembrare le sue Pro- 
vincie tra i suoi figli e trasmetterne, lui ancora vi- 
vente, ad essi il principato, Treviglio fu assegnato 
al figlio Rodolfo che era stato creato signore di 
Bergamo, Soncino e della Ghiara d'Adda. 

Nel 1382 si accesero in queste parti le discordie 
domestiche. Liti e controversie nacquero fra Trevi- 
glio e Caravaggio « in occasione, dice il Lodi, di 
porre i termini ai loro confini; e procedettero tanto 
innanzi, che, oltre a molti danni datisi da una parte 
e dall'altra, non stava altro a fare che venire agli 
omicidi. Laonde per ovviare a sì grave malanno, per 
via d'amici si dispose di ammetterne la decisione al 
nobile e prudente Visconte Cropello, gentiluomo mi- 
lanese; perciò la Comunità di Trevi elesse per suoi 
sindaci e procuratori Santo Compagnone e Stefano 

(1) Giulini: Memirie, ecc. voi. V, pag. 3(H, ediz. 1855. 



54 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Bolzone; e la Comunità di Caravaggio, per suo sin- 
daco e procuratore Bartolomeo Secco; i quali fecero 
compromesso nel detto Cropello, colFobbligo da parte 
loro d'osservare quanto il Cropello avesse comandato; 
sotto pena di fiorini d'oro duecento a chi mancava 
di parola. » 

Finalmente il 22 di dicembre del 1383 fu pronun- 
ciato il seguente arbitrato, rogato dal notaio Segna- 
rolo da Cinuscolo, cioè che « tanto quanto era tra il 
letto della roggia detta Molgola verso Trevi sino alla 
via di Brignano, fosse fatto un cavo o fossato da 
mattina parte sin al cantone (sic) della Rapessa (sic), 
ovvero in via Sant'Agnese, con altre dichiarazioni dei 
campi confinanti in quel modo che erano allora. E 
comandò che, in quelle parti dove non era il fossato 
o roggia o qualche fiume tra essi territori, si facesse 
da lì a tre mesi un fossato grande di quattro brazza 
nella cima, e profondo almeno tre brazza, a spese 
di dette Comunità, contribuendo parimenti dette Co- 
munità al danno che avesse patito qualche persona 
nelle terre per dove si fossero fatti detti fossati. » (1) 

(1) Lodi: Opera man., p;*g 195-196. — Sulla facciata d'un acasa 
posta nella piazza centrale di Treviglio, rimpetto al tempio maggiore, 
vedesi incastrato nel muro un rilievo informe, sotto al quale sta il 
seguente distico : 

Chiara quàl secchia fui, con differenza 
Ch'ebbe quella un Tasson, ed io fui senza. 
A questa figura, cui si dà il nome di Gatta, i tfsvigliesi attribui- 
scono la ricordanza d'un combattimento vinto in quell'anno 1382 dai 
Trevigliesi contro i Caravaggini. Nel 1862 ia Giuota Municipale, con 
savio intendimento , determinava la demolizione di quella sinistra 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 55 

Nel 1385 Giovanni Galeazzo conte di Virtù ra- 
piva la signoria allo zio e suocero Bernabò: avu- 
tolo fra le mani con uno stratagemma, lo faceva 
condurre prigioniero co' suoi due figli Lodovico e 
Rodolfo nel castello di Trezzo, ove, dopo sette mesi, 
non senza grave sospetto di veleno , Bernabò mo- 
riva nell'età d'anni 66, Giovanni Galeazzo, fattosi 
proclamare signore perpetuo di Milano, in breve as- 
soggettavasi la Lombardia. Il Lodi racconta , che 
Treviglio nel giorno 17 d'agosto di quell'anno si diede 
al Visconti, domandandone la conferma de' suoi pri- 
vilegi, che fu bensì accordata dal duca in quanto 
ai privilegi concessi dai Visconti suoi predecessori, 
« ma circa ai privilegi degli imperatori romani, 
che esso Comune ed uomini dicevano avere al pre- 
sente, non volle farne menzione. » (1) 

figura, che per essa ricordava tempi fatali, in cui l'Italia era straziata 
dagli odj municipali; ma alcuni popolani si opposero all'esecuzione 
di quell'opera. E questa fu opposizione insensata; poiché se i Trevi- 
gliesi godono bearsi in quella deforme figura, noi in omaggio al vero, 
dobbiamo dichiarare che gli storici Trevigìiesi non fanno alcuna 
menzione di quella Gatta, di creazione affatto moderna, né ricordano 
che nel 1382 sia avvenuto alcun combattimento tra Trevigìiesi e Ca- 
ravaggio; vi saranno stati fatti parziali, ed a questi, e per impedire 
maggiori conflitti, vi si pose termine, come vedemmo, con una con- 
venzione. Dopo quest'anno, Trevigìiesi e Caravaggini vissero in pieno 
accordo; che fu solo alterato nel 1453 a cagione dei dazi, ma anche 
allora fu cosa da poco, e non vi furono combattimenti ; la controversia 
si pacificò con un decreto del Senato Yeneto. Nel corso di questa 
storia vedremo che Treviglio in una triste circostanza salvò Cara- 
vaggio. Non impareremo noi mai nulla dalla storia dei nostri mag- 
giori? 
(1) Lodi: Opera man., pag. 202. 



56 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Sotto il dominio del conte di Virtù ridestaronsi 
in parecchie terre le discordie guelfe e ghibelline 
assopite da sessantanni. Né andcv guari che tali 
sciagure manifestaronsi anche in Treviglio. 

Nel 1386 « fu sottosopra il Comune di Trevi con 
quelli di Castel Rozzone, a cagione che quelli di 
Trevi affermavano essere detto castello sottoposto 
alla loro giurisdizione, quindi essere obbligati i loro 
abitatori alle gravezze e ai carichi della stessa Co- 
munità di Trevi. » (1) Fu posto fine a questa lite 
con una convenzione dell' 11 di maggio del 1386 (2). 

Nel 1393, in giorno di domenica 10 d'agosto, i 
Trevigliesi, insieme con quelli di Brembilla, di Sedrina 
e di Valcamonica, tutti di parte ghibellina, in nu- 
mero di duemila, recaronsi nel borgo di Bergamo, 
Jetto Plorzano, ora Santa Caterina, e vi abbruciarono 
le case, ad eccezione di due torri, ove eransi ritirati 
combattendo i guelfi (3). 

Nel 1397 quei di Treviglio colle genti di Ulzinate, 
di Galbiate, e con altri di Valcamonica, recaronsi 
nella terra di Ghisalba, l'abbruciarono, ed assalta- 
rono il castello di detto luogo, nel quale dicevasi 
che s'eran ricoverati certi guelfi banditi. Nello stesso 
anno, ai primi di giugno, i Secchi di Caravaggio, 
con quei di Treviglio, di Covo e Cropello e loro 
seguaci, si recarono sulla terra di Fara Oli vana, 

(1) Lodi: Opera man., pag. 203-204. 

(2) Aicbivio di Trevi. 

(3) Lodi: Opera manoscritta, pag. 212. — Castello Castelli: i 
Guelfi e Ghibellini in Bergamo, Cronaca, psg. 32 ^Bergamo, 1 870). 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 57 

castello posseduto da guelfi, e vi appiccarono il 
fuoco (1). 

A porre un freno a questi gravi guai si ricorse 
alla divozione, giacché non valevano l'autorità dei 
principi e dei magistrati. E prendendo esempio da 
una pia istituzione sorta nel 1260 a Perugia, s'in- 
cominciarono le processioni de' seminudi, che chiama- 
ronsi dei flagellanti, dei scuriati , dei battuti. Esse 
erravano di città in città e di villaggio in villaggio, 
cantando il Miserere, prostraendosi innanzi alle croci 
e gridando pace e misericordia. Ma temendo che, 
sotto l'ombra di questa divozione, si nascondesse 
qualche politico tranello, furono al primo apparire 
impedite dai principi e da alcuni pontefici (2). 

In mezzo a questo scompiglio e a questo cumulo 
di gravi sciagure, parrebbe che non si fosse potuto 
più pensare alle leggi che erano inosservate, e co- 
perte d'onta e d'obbrobrio; nondimeno Treviglio vi 
pensò, e volle in quel tempo provvedere la patria 
di buoni statuti. 

Già nell'anno 1389 Giovan Galeazzo Visconti, con 
sue lettere del 10 di maggio e 1.° di luglio, ne aveva 
ordinata la compilazione, che rimase sospesa per gli 
avvenimenti del 1391. Cessati questi, l'anno susse- 
guente 1392, essendo podestà di Treviglio Matteo 

(1) Lodi: Opera man, pag. 218, e Castello: Cronaca succitata, 
pag. 87 e 93. 

(2) Muoni: Antico Slato di Romano in Lombardia. Milano, 1871. — 
Muratori: Annali d'Italia soito l'anno 1260. — Ronchetti: Storia* 
dalla dita e delle chiesi di Bergamo. — Giulini: Opera succitata. 



58 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Ferado di Pisa, si elessero a correggere, compilare, 
e rinnovare gli ordini e statuti della terra di Tre- 
viglio « Ambrogio Bugone, Stefano Dolzone, Gia- 
como Gavazio, Bettino Boglio, Bettino Compagnone, 
Guglielmo Ferrando , Zambone Zanda , Lambrino 
Compagnone, Venturino Zuccone, Giovannino dei 
Borni, Giacomo de' Tricciolo Compagnone, Perino 
Garazino, Lorenzo Donato, Spineto de' Anselmi, Al- 
berto Cristiano , Compagnone de' Compagnoni , Fol- 
chino della Mairola, Antonio Ottone, Stefano Ze- 
nallio e Nicolò de' Berlendi, incaricati pure di sotto- 
porli all'esame e matura deliberazione del savio e 
prudente Gabriele Lassi, dottore dell'una e dell'altra 
legge del Collegio dei Giudici di Milano, e ciò dietro 
ordine del duca. Finalmente, con sue lettere, Giovan 
Galeazzo ordinò che detti statuti fossero esaminati, 
ponderati e corretti dai prudenti Paolo degli Arzoni 
e Giovanni di Comago, dottori di legge del predetto 
Collegio ed avvocati d'esso duca, e per il Consiglio 
residente nella città di Milano, approvati e solenne- 
mente confermati. » (1) 

Percorse così brevemente le vicende politiche, alle 
quali andò soggetto Treviglio nei secoli XIII e XIV, 
passeremo ora a considerare le religiose che ci ri- 
masero di quei tempi. 

La prima notizia ecclesiastica che ci si presenta 
-di questi luoghi nel XIII secolo, è dell'anno 1215. 

Raccontasi che in quell'anno si recasse in Tre- 

(1) Lodi: Op. man, pag. 212-213. — Archivio di Treviglio. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 5& 

Tiglio Francesco d'Assisi, e vi dimorasse per qual- 
che tempo. Egli abitava una piccola casa di due 
stanze terrene e due superiori, posta alla destra 
dell'uscita di Porta Filagno, che venne poi tramu- 
tata in piccolo Oratorio, e durò in tale stato fino 
all'anno 1513 (1). Nel 1229 alcuni pochi frati Umi- 
liati, che già s'erano stabiliti in Milano verso il 1209, 
diedero principio a fabbricare in Treviglio un Mo- 
nastero, dedicando la loro chiesa a S. Giacomo (2). 

Erano gli Umiliati nella loro origine uomini am- 
mogliati e vivevano in proprie case, esercitandosi, 
oltre dei doveri del proprio stato, in opere di pietà. 
Dall'asprezza della vita che conducevano, e dagli 
umili offìcii, nei quali godevano tenersi occupati, 
sortirono il nome di Umiliati. Così rimasero sino alla 
metà circa del XII secolo, nel quale ebbero una re- 
gola, e professarono vita comune, divisi gii uomini 
dalle donne, ma in una stessa casa o convento. Nei 
primi secoli della loro fondazione si resero assai be- 
nemeriti ai paesi, nei quali si diffusero, pei vantaggi 
che loro apportarono promovendo l'agricoltura, il 
commercio e l' industria, principalmente il lavoro dei 
drappi di lana. Laonde non è a dubitare, che di 
siffatti vantaggi ne godesse anche Treviglio. 

In sulla fine del secolo XIII venne eretto, con 
dote, nella chiesa maggiore di S. Martino, il secondo 
beneficio di cura d'anime, nonché altri' benefìzj di 



(1) Camerone: Memorie della chiesa di Trevi], manoscritto. 
<2) Lodi : Opera manoscritta. 



60 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

canonicati; e in questo stesso tempo il Comune, li- 
beratosi dal vassallaggio del Monastero di S. Sim- 
pliciano, ricomprò, dai prebendati di S. Martino, 
dalle monache di S. Pietro e eia altri particolari, le 
decime, sostituendo in loro vece varj fondi, che ser- 
vissero di dote ai benefìcj ed alle monache. 

In sul principio del XIV secolo gravi disordini 
manifestaronsi nel clero trevigliese, specialmente tra 
i curati e i canonici di S. Martino', in modo che il 
popolo non era assistito coi sagramenti, e da' ca- 
nonici col buon esempio. A riparare a tali abusi 
l'arcivescovo Aicardo di Milano mandò in Treviglio 
Guglielmo Corbetta suo delegato, perchè vi ripa- 
rasse, e vi riuscì. 

Questo prelato il 14 di settembre del 1336 emanò 
una ordinazione, colla quale fu stabilito che « le pre- 
bende curate, che prima erano per vacare nella chiesa 
maggiore di S. Martino di Trevi, fossero in perpetuo 
sacerdotali, in maniera che chi non fosse sacerdote, 
nò potesse esercire la cura personalmente, non fosse 
capace di quelle, ancorché fossero da qualcuno im- 
petrate. » (1) Nel 1336 i due benefìzi parrocchiali 
erano adunque posseduti da laici. 

Tale disordine nelle cose ecclesiastiche di Treviglio, 
anziché scomparire, crebbe di nuovo al tempo dello 
scisma dei tre Pontefici (1378), e a tal segno, che 
il clero, regolandosi ancora a suo modo, non osservò 
l'obbligo della residenza quotidiana, i beneficiati noa 

(lj Lodi: Op. man., pag. 152. — Archivio di Treviglio. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 61 

sostenevano il peso degli officj , e i Rettori della 
chiesa parrocchiale obbligati alla cura d'anime le 
abbandonarono, assentandosi a capriccio da Tre vi- 
glio, onde il popolo, non trovando giustizia nei 
superiori ecclesiastici che non venivano ubbiditi, ri- 
corse al principe secolare, il quale accordò che si 
ponessero sotto sequestro le entrate parrocchiali, e 
distribuite ad altri sacerdoti, dai quali si facessero 
amministrare i sacramenti. La religione, benché san- 
tissima, non fa santi di loro natura, nò esenta dalle 
umane fralezze i proprj ministri. 

Si fu allora che si sminuì la giurisdizione degli 
arcivescovi di Milano su Trevi, e sopra tutta la 
pieve di Pontirolo, che si ridusse, o sia per conces- 
sione di alcuno dei pontefici, o sia forse per diritto 
di usucapione, nel preposto di S. Giovanni Evange- 
lista di Pontirolo Vecchio (ora Canonica); il certo 
si è, che sul finire del secolo XIV i preposti di 
Pontirolo aveano piena giurisdizione episcopale in 
Trevi, e in tutta la pieve di Pontirolo, e se la 
mantennero fino a che fu abolita quella Canonica (1). 

A compimento delle notizie religiose di quest'epoca 
devesi aggiungere che l'anno 1367, Martino Donato, 
trevigliese, fece edificare una chiesa in onore di 
S. Cristoforo, nella sua propria casa situata alla 
Porte Torre, nella quale istituì una Cappellania so- 
pra i suoi beni patrimoniali di juspatronato della 
famiglia de' Donati. 

(1) Camerone: Opera manoscritta. 



CAPITOLO IV. 



Memorie di Treviglio nel secolo XV — Dato da Giovanni Maria Vi- 
sconti in feudo a Francesco Visconti — Triste condizione di Tre- 
viglio sotto questo duca — Filippo Maria — Sue guerre coi Veneti, 
in cui Treviglio e la Ghiara d'Adda sono ora cedute ai Veneti^per 
trattato, ora rioccupate dai ducali — Morte di Filippo — Francesco 
Sforza, generale della Repubblica Milanese, toglie la Ghiara d'Adda 
e Treviglio ai Veneziani — Ceduto di nuovo ai Veneti — Pace di 
Lodi — La Ghiara d'Adda ceduta per trattato al duca Francesco 
Sforza — Morte del duca Francesco — Triste condizione di Tre- 
viglio sotto Lodovico Sforza — Torna alla Repubblica Veneta — 
Notizie religiose di Treviglio in questo secolo. 



Nel giorno 3 di settembre dell'anno 1402, dopo 
breve infermità, moriva in Marignano il duca Gio- 
vanni Galeazzo. Lasciava egli due figli legittimi , 
Giovanni Maria e Filippo Maria , che per essere am- 
bedue in minore età (contando Giovanni soli 14 anni 
e Filippo 10), ne affidava la tutela a Caterina Vi- 
sconti loro madre, e a diciasette personaggi, fra i 
quali i più famosi condottieri che avevano a lui 
prestato importanti servigi nelle guerre. 

Com'era stato uso in famiglia, anch'esso divise 
fra loro il governo. A Giovanni Maria toccarono: 



64 PARTE I. NOTÌZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Cremona , Como , Lodi , Milano , Piacenza , Parma , 
Reggio , Bergamo , Brescia , Bologna , Siena , Pe- 
rugia; a Filippo Maria: Novara, Vercelli, Tortona, 
Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre. 

Con questa divisione Treviglio passò al dominio 
di Giovanni Maria, che lo dava in feudo nel 1404 
a Francesco Visconti, il quale lo tenne sino al- 
l'anno 1406, in cui ne fu spogliato, per esser ca- 
duto in disgrazia del duca. 

Poco felici furono le condizioni della terra trevi- 
giiese sotto il pessimo governo di Giovanni Maria. 
L'anarchia militare, stata compressa dalla robusta 
mano del primo duca, ebbe il sopravvento. I con- 
dottieri non si accontentavan più del loro stipendio, 
ma volevano domimi, e non conoscendo altro diritto 
che quello della spada, si valsero delle truppe a loro 
soggette per far la guerra per conto proprio, e di- 
chiararsi signori chi di questa, chi di quella terra o 
città ove avevano stanza. 

Innumerevoli furono i danni che portarono al ter- 
ritorio bergamasco colle loro incursioni militari; il 
Piccinino, Facino Cane, Estorre Visconti, Jacopo Dal 
Verme, Galeazzo Gonzaga di Mantova, i guelfi e i 
ghibellini; e la Ghiara d'Adda, per le scorrerie che 
vi portava Pandolfo Malatesta, che la danneggiò 
in ogni dove, ebbe a soffrirne la sua parte, tanto 
che « la Comunità di Treviglio per provvedere an- 
ch'essa a suoi fatti, e in particolare assicurare la 
campagna dalle ruberie che vi si commettevano, fece 
fabbricare verso Trezzo nei boschi confinanti al suo 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 65 

territorio, precisamente in un luogo elevato detto 
Valle del Lupo, un'alta torre di pietre cotte, chia- 
mata in allora dal volgo Guardazocca , sulla quale 
stava giorno e notte una guardia, che, con un corno 
od altro istrumento, doveva avvisare la gente a 
tempo per raccogliere il bestiame sparso per la 
campagna, od avvisare i terrazzani in caso di scor- 
rerie. A maggior sicurezza poi della loro terra, la 
circondarono da quella parte con un fosso molto 
largo, non lungi più di un miglio. » (1) 

All'ire delle fazioni che a poco a poco nel 1405 
andavano calmandosi, vi si aggiunse un altro fla- 
gello e più terribile, la pestilenza, che mieteva a 
centinaia guelfi e ghibellini. 

Nel 1412 cinque patrizi milanesi (Andrea e Paolo 
fratelli Baggi, Giovanni della Pusterla, Francesco e 
Luchino del Maino), stanchi della vile tirannide che 
esercitava il duca, gli tolsero la vita, né la storia 
rammenta che persona l'abbia compianto. 

Gli successe nel ducato suo fratello Filippo Maria, 
che non gli dissomigliava in perfìdia, ma più cupo 
e diffidente. Ciò nondimeno aveva animo vasto e 
ingegno capace di qualche gloriosa opera. Seppe in 
poco tempo rassettare la sconcertata grandezza dei 
Visconti, e la sua signoria durò trentacinque anni, 
passati in continue guerre, non cogli stranieri, ma 
coi Fiorentini e più coi Veneziani, che, sospettosi 
delle sue mire ambiziose, minacciarono più volte il 
Ducato. 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 228 e 229. 



66 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Di queste continue gare sanguinose tra la Veneta 
Repubblica e il duca, n'ebbe a sentirne gli effetti 
anche Treviglio. 

Dal 1412 sino a tutto l'anno 1428 le cose trevi- 
gliesi procedettero non male, ed anche con vantag- 
gio, poiché in Treviglio si erano ricoverati i ducali 
delle città di Brescia e Bergamo, che nel trattato di 
pace conchiuso in quell'anno erano state cedute da 
Filippo ai Veneziani. 

Ma i trattati non ammorzarono neh' animo del 
duca il troppo vivo risentimento contro i Veneti, 
che lo avevano spogliato di sì buoni paesi; e la 
guerra ricominciò nel 1431. I primi ad incominciare 
le ostilità furono i Veneti, che, avanzatisi il 1.° di 
febbraio al di qua dell' Oglio, presero due fortezze, 
Calcio e Romanengo, e, per accordo, si impadroni- 
rono di Treviglio e Caravaggio, e delle due valli di 
San Martino e Briolo; (1) onde, incoraggiati da sì 
felici avvenimenti, il loro generale Carmagnola fece 
tosto avanzare il grosso dell' armata sino ad Or- 
zinovi, minacciando da una parte il territorio di 
Cremona, e dall'altra quello di Milano. (2) 

A riparare tali minacce, il duca oppose due suoi 
bravi generali, Francesco Sforza e Nicolò da Tolen- 
tino, che spintisi sino a Soncino, stavan colà aspet- 
tando che il Carmagnola cadesse in un agguato te- 
sogli dal castellano di quella rocca. Il veneto gene- 
rale, scevro di sospetti, il 16 di marzo passò l'Oglio, 

(1) Giolini : Memorie, ecc, pag. 313, voi. VI. 

(2) Idem: pag. 313, voi. VI. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 67 

presentassi co' suoi a Soncino, che gli doveva essere 
consegnato per grossa somma, cadendo così nel tra- 
nello; quando d'improvviso, sbucate le cavallerie dello 
Sforza, e poi i fanti del Tolentino, s'impegnò sì fiero 
combattimento colla peggio dei Veneziani, che il 
Carmagnola, dopo sì grave perdita, dovette riparare 
a Brescia. 

Per interposizione dell' imperatore di Germania , 
mettevasi fine a questa 1 seconda guerra del duca 
coi Veneti nell'anno 1433, col trattato di pace del 
26 d'aprile, giorno in cui ne furono sottoscritti gli 
articoli. 

Ma sul principio del 1437 ricominciarono ad in- 
torbidarsi le cose. L'esercito veneto, condotto dal 
nuovo generale Giovanni Francesco Gonzaga, mar- 
chese di Mantova, subentrato nel comando al Car- 
magnola, entrava nel Milanese, e spintosi il 25 di 
aprile nella Ghiara d'Adda s'impadronì di Brignano 
« facendo mille incursioni in queste parti, depredando, 
ardendo e conducendo prigioni tutti quelli che gli 
capitavano fra le mani, fra quali molti di Trevi, che 
trovavansi fuori alla campagna. » (1) Il duca mandò 
loro incontro il Piccinino, che li costrinse a volger 
le spalle con gran perdita, e ritornare nel Bre- 
sciano. (2) 

Ciò non per tanto le ostilità continuarono, e nel 
susseguente anno 1440, mentre il Piccinino trova- 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 287. 

(2) Corio: Storta di Milano, parte Y. — Bugatti: Storia Univer- 
sale, lib. V. — Donato Bosso. — Giulini: Memorie, ecc. 



68 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

vasi a far guerra nella Toscana, i Veneti, sotto 
la condotta di Francesco Sforza, incominciarono la 
campagna con ottimi auspici. A mezzo del mese di 
giugno , giunse lo Sforza in Ghiara d' Adda , ebbe 
Brignano, Treviglio e Rivolta, ad eccezione di Ca- 
ravaggio, che opponeva valida resistenza. Mentre 
bombarda vasi il castello, rimaneva ferito da una 
archibugiata Leone Sforza, fratello del conte. « N'ebbe 
sì vivo dispiacere Francesco, che minacciò farne 
vendetta sui Caravaggini; questi, col mezzo di quelli 
di Treviglio ne impetrarono perdono, che l' ottennero,, 
e si arresero. » (1) 

Frattanto sopravveniva in buon punto dalla To- 
scana il Piccinino, che, varcato l'Ogiio il 13 di feb- 
braio del 1441, riprendeva incontanente il perduto, 
e spediva all'acquisto di Treviglio il conte Alvise 
Dal Verme, che l'ebbe senza alcuna difficoltà. 

Sembrava che la vittoria ritornasse alle bandiere 
del Piccinino ; ma questi, svelando alte pretese, pose 
in sospetto l'ombroso duca Filippo, che si rivolse 
con proposizioni di pace allo Sforza, il quale fu au- 
torizzato dai Veneziani d'ascoltare. Venne quindi sta- 
bilita una tregua, e il 20 di novembre si resero 
pubbliche le condizioni della pace « per la quale i 
reciproci possessi venivano restituiti come erano nel- 
r ultima pace di Ferrara del 1433; sarebbe confine 
l'Adda, che spetterebbe al duca di Milano, ma liberi 



(1) Corio: Storia di fililano, parte V. — Lodi -.Opera manoscritta, 
pag. 292. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 69 

resterebbero il passaggio e l'uso ai Veneziani, senza 
che potessero però farvi scavi e deviamenti. » (1) 
Così Treviglio rimase ancora sotto il dominio del 
duca. 

Ma nort andò guari che la pace conchiusa fosse 
nel 1446 nuovamente violata da Filippo, che voleva 
spogliare il suo genero Sforza della signoria di Cre- 
mona, che aveva data in dote a sua figlia Bianca. 
Ma questa volta le cose andarono alla peggio pel 
Visconti, che, accortosi del cattivo passo fatto, 
tentava acchetare i Veneti offrendo loro le terre 
poco prima occupate; ma essi non gli diedero retta, 
e mandarono prontamente verso il Cremonese Mi- 
cheletto Attendolo con poderoso esercito. Questi, 
passato l'Oglio, si diresse a Casalmaggiore, e quivi, 
non molto lontano, incontratosi nei ducali, li scon- 
fìsse. (2) Poi passò nel mese d'ottobre in Gbiara 
d'Adda, che l'ebbe in potere in pochi giorni. Quelli 
di Treviglio secondo le loro forze si difesero, ma 
vedendo il felice procedere dell'esercito veneziano, e 
non sperando aiuto da parte alcuna , oltre l' essere 
molto afflitti per le quasi continue scorrerie e pas- 
saggi d'eserciti, non potendo a tanta forza resistere, 
si arresero al nobile Giacomo Loredano, provveditore 
generale del campo veneto nelle parti di Lombardia, 
dal quale ottennero la conferma dei loro capitoli. (3) 

(1) RoMiNiN : Storia documentala di Venezia. 

(2) Corto: Éistoria di 31ilano, parte V. — Bugatti: Storia Univer- 
sale, libro V. 

(3) Lodi: Opera manoscritta, pa*. 213. 

6 



70 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Dopo cinque giorni Caravaggio parimente si arrese 
aLTAttendolo. 

« I Veneziani pertanto, come ebbero vinto questo 
paese, deliberarono passare l'Adda e venirsene sul 
Milanese, e tale impresa affidarono a Roberto Bin- 
dolino : ma l'esito era difficile e richiedeva maggior 
astuzia che forza; perocché Filippo, prevedendo che 
i Veneziani tenterebbero il passaggio dell'Adda, avea 
fatto ogni riparo; prima avea mandato gente a Crema 
e a Lodi; avea richiamato Luigi Sanse verino, e, rac- 
colte le genti battute sul Cremonese e messele al- 
l' ordine , lo mandò sull' Adda , comandandogli che 
giorno e notte tenesse ben guardato quel fiume. 
Brandolino, vedendo tanta diligenza, fece spiare tutti 
i guadi, specialmente dove il fiume forma palude y 
perchè non era guardato dai nemici. Sul fiume fece 
gettare un ponte di barche , e sopraggiunto l' At- 
tendolo con tutte le truppe, silenziosamente cominciò 
a passare; ma fu sentito, e vi accorse il Campetto, 
condottiero del Sanseverino, con alcune genti d'arme; 
ma non potendo sostenere l'impeto di quelli che eran 
passati, abbandonò il fiume ritirandosi a diverse ca- 
stella; sì che tutto l'esercito veneziano passò nel 
Milanese, saccheggiò la Martesana, fin quasi ai bor- 
ghi di Milano. L'Attendolo od i commissari veneti 
decisero poscia prendere la rócca di Cassano, posta 
sul fiume, perchè, presa quella, aveano libero il passo 
sul Milanese; dopo averla per vari giorni battuta 
colle bombarde, si arrese, per la qual cosa i Vene- 
ziani fortificarono il borgo e la ròcca, e costrussero 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 7f 

un ponte eli legno. Poscia tornarono nuovamente sul 
Milanese, e faceano frequenti scorrerie alle porte (di 
Milano). Ma il sopraggiungere dell'inverno diede 
pace a Filippo, ed ai Veneziani ritardò il corso delle 
vittorie. Perciò l'Attendolo, lasciato a Cassano Gen- 
tile con due mila cavalli e molti fanti, andò a sver- 
nare a Caravaggio. (1) 

Vedendo Filippo che le sue cose andavano di male 
in peggio, segretamente, con offerte e promesse, cercò 
più che mai di avere dalla sua il genero Sforza. 
Questi in sulle prime stette in dubbio nell'accettare 
l'invito del duca, ma finalmente, dopo preghiere ed 
offerte, deliberò passare a Milano in aiuto del suo- 
cero; quando improvvisamente il 13 d' agosto rice- 
vette notizia che Filippo Maria era morto. 

Con lui, che non lasciava dopo di sé prole ma- 
scolina, si spense la dinastia dei Visconti. I Milanesi 
allora stimarono miglior partito governarsi a forma 
di Repubblica. 

Frattanto i Veneziani, approfittando degli scom- 
pigli in cui la morte di Filippo gettò la Lombardia, 
non tardarono assalire quell'effimera Repubblica nelle 
di cui membra tutte corrotte, come dice il Machia- 
velli (2), manifestavansi di già nel suo nascere i sin- 



(1) Como: Historia di Milano, parte V. 

(?) a Nessuno accidente benché grave e violento, potrebbe ridurre 
mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. 
Il che si vide dopo la morte di Filippo Tisconti che, volendosi ri- 
durre Milano alla libertà non potette e non seppe mantenerla. » 
Machiavelli: Disc, sopra la 1.» deca di T. Lìvìq, lib. I, cap. XVII. 



72 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

tomi della discordia. I Milanesi a loro volta, disin- 
gannati del procedere della Repubblica Veneta, offer- 
sero con laute condizioni la condotta del loro esercito 
a Francesco Sforza, quantunque non ignorassero le 
ambiziose mire eh' egli aveva sugli Stati del suocero. 
Accettò lo Sforza il comando delle truppe milanesi, 
e partitosi da Cremona, che lasciò ben presidiata, 
radunò il suo esercito in mezzo ai tre castelli di Piz- 
zighettone, Crema e Castiglione « e intorno ai primi 
di maggio dell'anno 1448, dice il Lodi, con gran 
gente entrò in Ghiara d'Adda, assalì primieramente 
Mozzanica, poi Vailate e Treviglio che erano castelli 
ben guardati da fanti veneziani , ed al giorno 2 
'dello stesso mese si recò verso Cassano sopra Adda, 
ove il ponte era diligentemente guardato. Acquistato 
il ponte e Cassano, tornò a ricuperare gli altri Ca- 
stelli di Ghiara d'Adda; perciò al 20 dello stesso 
mese si arrese Rivolta; al 6 di giugno ebbe Pan- 
dino, il quale per esser stato alquanto renitente, lo 
mise a sacco, e la rócca ebbe a patti. In questo 
mentre i Veneziani cinsero d'assedio Cremona, onde 
lo Sforza fu obbligato andarvi con tutto il campo. 
Ivi venuto alle mani con loro, restarono vinti i Ve- 
neziani; consigliato da suoi capitani, per maggior 
utile della Repubblica milanese , deliberò ritornare 
alla volta di Ghiara -d'Adda per cacciare i nemici 
troppo vicini , essendo che Micheletto, loro generale, 
con potentissimo esercito già rimesso, venne ad ac- 
camparsi a Mozzanica, la quale dopo tre giorni cadde 
per forza, e b diede in preda ai soldati. Al 15 di 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 73 

settembre si venne vicino a Caravaggio, ove incon- 
trato l'esercito veneto, venne a battaglia, e riportò 
una memoranda vittoria; s'impadronì del castello di 
Caravaggio , Mozzanica , Morengo e d' altre terre. 
Quindi, mossi dallo Sforza gli alloggiamenti, prose- 
guendo con prestezza la vittoria, tutti i castelli del 
Bergamasco e Bresciano, eccettuate le città sino al 
lago di Garda, ridusse all'obbedienza dei Milanesi, e 
quindi pose l'assedio a Brescia. » (1) 

I Milanesi, ingelositisi dei felici successi dello Sforza, 
ed eccitati anche dai Piccinini, suoi eterni nemici, per 
liberarsi da un sì troppo potente capitano, cercarono 
trattare di soppiatto la pace coi Veneziani. Ma lo 
Sforza, che dal canto suo era disgustato della diffi- 
denza e degli ostacoli che i Milanesi cercavano opporre 
alle sue nuove operazioni, accortosi di questi segreti 
maneggi, li prevenne, ed il 18 d'ottobre del 1448 
conchiudeva in Rivoltella, nel territorio di Brescia, 
la pace, per la quale « i Veneziani dovevano aiutare 
il conte Sforza a farsi signore di Milano , ed egli 
prometteva ceder loro Crema e la Ghiara d'Adda, e 
quanto possedevano per l'ultimo trattatp con Fi- 
lippo. » (2) 

Così con questo trattato Venezia continuava ad 
esser padrona della Ghiara d'Adda e di Treviglio, 
ma è a supporsi che gli abitanti di quella contrada 
non rimanessero contenti della signoria ch'era stata 



(1) Lodi : Opera manoscritta, pag. 327-329. 

(2) Romanin : Storia documentata di Venezia, t. IV, parte li, pag. 219. 



74 PARTE ì. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

loro imposta, poiché gli storici e cronisti ci raccon- 
tano che lo Sforza « mandò in quel luogo Sacramoro 
Visconti, uomo nobile, di grande ingegno , il quale 
per parentele ed amicizie molto poteva tra quegli 
abitanti, e gli ingiunse che persuadesse tutti a sot- 
tomettersi all'obbedienza dei Veneziani. Per tali con- 
sigli, quelli di Treviglio, Caravaggio e tutti gli altri 
si arresero. » (1) 

Stabilitisi tali patti colla suindicata pace del 1448, 
lo Sforza volse tosto le armi contro Milano, la strinse 
con ostinato assedio, e finalmente il 26 di febbraio 
del 1450 vi entrò fra le acclamazioni d'un popolo 
affamato che lo ricevette qual duca. « Cominciò in 
tal guisa il dominio dei principi Sforzeschi in Milano, 
il quale, coli' andar del tempo, quanto fu dannoso e 
pregiudicevole per l'aumento dei vizi e de' mali co- 
stumi, tanto fu utile e profittevole al nostro paese 
pel vantaggio delle scienze e belle arti. » (2) 

Il subitaneo ingrandimento dello Sforza non era 
veduto di buon occhio dai Veneziani, che, « avendo 
già agognato al Milanese, colla più indefessa lotta 
contro quei liberi cittadini, non sentivansi di rinun- 
ciarvi ora innanzi a quel venturiere tramutato in 
duca » (3). 

La guerra ebbe principio in Lombardia nella pri- 

(1) Corio: Historìa di Blilano, parte V, sotto l'anno iiì9. — Lobi: 
Opera manoscritta, pag. ì>32. 

(2) Giulini : Memorie, ecc., voi. VI, pag. 475, ediz. 1855. 

(3) Muoni: L'antico Stato di Romano di Lombardia. Milano, 1871, 
pag. 143. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 75 

mavera del 1452. Le ostilità continuarono quasi 
sempre sino a tutto Fanno 1453, e con felice suc- 
cesso pel duca, giacché le terre tanto della pianura 
di Brescia quanto quelle di Bergamo vennero in breve 
alla devozione dello Sforza. 

Finalmente addì 9 d'aprile del 1454 venne pub- 
blicata in Lodi la pace. Ai Veneziani restava Ber- 
gamo, Brescia e Crema coi rispettivi territorj. Allo 
Sforza, Caravaggio, Treviglio, Vailate, Brignano, 
Rivolta e tutte le altre terre appartenenti al Cre- 
monese, acquistate dallo stesso duca in tal guerra (1). 

Da quest'anno fino alla morte del duca, avvenuta 
il giorno 8 di marzo del 1466, non ho a narrare 
alcun fatto importante intorno a Treviglio. 

E così anche i cronisti trevigliesi non raccontano 
avvenimenti di storica importanza avvenuti sotto il 
regno dei due Sforza, Galeazzo Maria e Giovanni 
Galeazzo Maria: motivo, la pace che durò in Lom- 
bardia per lo spazio di circa trent'anni, cioè dal 
trattato di Lodi sino all'anno 1482. I Trevigliesi, 
in questo trentennio, cercarono ristorarsi dalle toc- 
cate ferite. 

Morto assassinato Galeazzo Maria Sforza , il Du- 
cato di Milano venne in potere di Giovanni Galeazzo 
Maria. Se non che, essendo questi ancora fanciullo, 
Lodovico Sforza, detto il Moro, sino dall'anno 1476, 
riuscì co' suoi maneggi ad intrudersi nel governo di 
quel Ducato, da prima in qualità di tutore del gio- 

(1) Giulini: Memorie, ecc., voi. VI. 



76 PARTE I. NOTÌZIE STORICHE E RELIGIOSE 

vane prìncipe, e poi di assoluto padrone: ciò che- 
Ottenne Tanno 1494, con un diploma dell'imperatore 
Massimiliano, che lo investiva del Ducato di Milano. 

Appena questo principe fu riconosciuto duca, si 
affrettò di annunciare questo tanto da lui sospirato 
avvenimento a tutti i principi, non che alle terre 
dello Stato. 

Con sua lettera del 22 di ottobre del 1494, ne 
partecipava la lieta novella anche alla Comunità di 
Treviglio, che subito inviava in suoi oratori Lorenzo 
Cornelio e Gerolamo Donato per farne al duca le 
consuete congratulazioni. L'anno susseguente, 1495, 
dietro sollecitazione dello stesso duca, giunsero in 
Milano Gregorio Bernerio, Nicolò Menclozio, Stefano 
Ferrando, dottori in legge, e Antonio Battaglia e 
Gerolamo Donato, tutti di Treviglio, per prestare 
innanzi al duca il giuramento di fedeltà ed obbe- 
dienza, « nel medesimo tempo, dice il Lodi, otten- 
nero un decreto ducale, col quale si comandava al 
capitano di giustizia di Milano che non procedesse 
contro quelli di Trevi per essere terra che aveva 
mero e misto imperio » (1). 

Negli ultimi anni del governo di Lodovico, Tre- 
viglio ebbe a soffrire non poche vessazioni, per im- 
poste, balzelli d'ogni maniera. 

Il duca d'Orleans, che stava ai 'confini delle Alpi 
per custodire quelle chiuse pel suo re Carlo Vili, 
sceso in Italia ad istigazione del Moro nel 1494, 

(l) Lodi : Opera manoscritta, pag. 5*21. 



DELLA CITTÀ DI TREYIGLIO 77 

subito che ebbe notizia della morte del primo duca 
Giovan Galeazzo, trovò esser quello il momento 
propizio per far valere sul Ducato di Milano le ra- 
gioni della principessa Valentina Visconti, figlia del 
primo duca Giovan Galeazzo, e sua ava. Inaspetta- 
tamente quindi mosse le sue genti da Asti verso 
Novara, e se ne impadronì. 

Lodovico, travagliato dal timore di perder lo Stato, 
talmente s'avvilì alla notizia della perdita di questa 
città, che divisò di ricoverarsi in Arragona, e colà 
finire i suoi giorni. Ma rincorato da sua moglie 
Beatrice d'Este, donna d'animo forte e valorosa, 
deliberò con l'ajuto della lega da essa già conchiusa 
tra il pontefice Alessandro e l'imperatore Massimi- 
liano, e Ferdinando re di Spagna, di difendersi e 
riprendere Novara. 

L'assedio cominciò nel mese di giugno di quel- 
l'anno. Ma per l'impresa abbisognavano non pochi 
denari, e di questi il duca scarseggiava, solito a 
spenderli in splendide offerte per favorire gli uomini 
stranieri più eruditi, e gli artisti di migliore rino- 
manza (1). A provvedere a tali angustie ricorse alle 
borse dei sudditi. 

(1) Se l'epoca dello Sforza fu a ragione chiamata l'epoca del ri- 
sorgimento degli stutfj e delle arti, fu ben ancho l'epoca in cui 
ìe imposizioni divennero oltremodo frequenti e gravose. 11 Prato, 
nella sua Stona di Milano, nota che Lodovico Sforza « favoreggiò 

molto più li forestieri che li suoi : et de quelli alcuni ne amò 

con tanto fervore, che, in breve tempo, de men che mediocri li fece 
ricchissimi, esaltandoli con officii, benefici}, donazione, et dandoli, per 
la benivolenzia demonstrata, occasione d'acquistarsi innumerabill 



78 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

« Il 21 di giugno, in giorno di domenica, dice il 
Lodi, giunse in Trevi Francesco Pagniano, uno del 
Magistrato straordinario, con istruzione del duca 
per avere denari in prestito dai municipali della 
terra, e ricercatine molti, né avendo trovato alcuno 
che avesse possibilità di sovvenire al bisogno, co- 
mandò a sette de' migliori della terra che andassero 
a Milano dal prefetto del denaro, e di là non si 
partissero insino a che non avessero pagata la 
somma voluta, ovvero fossero venuti a composizione, 
o in altro modo liberati. Parendo a quei sette es- 
ser loro fatto manifesto aggravio per l'intimato 
precetto, subito fecero ricorso al Consiglio dei 60 
della Comunità perchè fosse trovato qualche rimedio 
alla bisogna. » (1) 

Il Consiglio prese la determinazione d'inviare 
a Milano i sette aggravati in compagnia d'un ora- 
tore , acciocché « comparissero avanti i deputati 
del denaro o scrivessero al Pagniano che attesa 
l'intollerabile gravezza de' carichi, de' quali erano 
angariati, liberassero Trevi da questo peso. » (2) 

Ma le ragioni esposte dai Trevigliesi non furono 
accettate, perchè « era del tutto ispediente che que- 

ricchezze. Del che ne seguì grandissime estorsioni alli paesi suoi; 
perchè, per tenere lontane le guerre, non cessò tributar signori, et 
provocar l'uno alla ruina dell'altro, per intertenere che contra lui 
non si facesse: alla quale cosa fare non bastavano le intrate sue. » 
Andrea Prato: Storia di Milano, nell'Archivio stirlco italiano, v. Ili, 
184?, pag. 257. 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 525-526. 

(2) Idem: Ibid., pag. 526. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 79 

sta Comunità avesse dato qualche ajuto all'illustris- 
simo duca in questa sua urgente necessità, come 
avevano fatto quei di Caravaggio. » (1) Allora la 
Comunità determinossi di offrire « o in sussidio, o in 
dono, ciò che loro pareva, e come sapevano essere 
mente de' consoli e consiglieri. » (2) 

Intanto l'assedio di Novara continuava, e il duca 
trovavasi ancora in strettezze. A supplirvi ricorse 
al solito ripiego. « Il 4 di agosto, Gerolamo Donato 
espose che il commissario di Caravaggio aveva 
scritto al podestà di Trevi che avvisasse i consoli 
che il giorno precedente fossero avanti lui per in- 
teresse della ducale Camera, dal quale vi andarono 
Giovanni Agaza e Gerolamo Donato consoli, ed ivi 
anco si ritrovarono i consoli di Rivolta e Vallate. 
A questi, tutti insieme con quelli di Caravaggio, mo- 
strò il commissario lettere ducali, in virtù delle 
quali si disponeva che esso comandante ai detti 
consoli a nome delle sue Comunità, che, sotto pena 
di 200 ducati, ciascuna Comunità dovesse fra sei 
giorni mandare oratori ai deputati ducali del denaro 
a pagare ciò che erano stati tassati, ovvero com- 
porsi con detti deputati, e in particolare disse che 
la Comunità di Trevi era tassata in mille ducati, 
quella di Caravaggio in 2200, quei di Rivolta in 
ducati 400, e quei di Vailate in 200. » (3) 

In questa faccenda la Comunità di Treviglio, sulle 

(1) Lodi: Opera maD., pig. 527. 

(2) Idem: lbid., pag. 527. 

(3) Idem: lbid., pag. 529. 



80 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

prime cercò se fosse stato possibile sottrarsi dal 
pagare questo carico, poi stette cheta, lasciando an- 
dar l'acqua per la sua china, inaino a che il duca, 
con sue lettere del 25 d'agosto e 6 d'ottobre del 1495, 
tornò a rammentare ai Trevigliesi il pagamento di 
quella somma, che si decisero pagarla nell'ottobre 
di quell'anno, diminuita a ducati 650. 

Dopo ciò non ristette ancora il duca dalle sue 
ricerche, e passando alle requisizioni, il 25 d'agosto 
con sue lettere ordinò che i Trevigliesi inviassero 
al campo di Novara cento guastatori. Contro que- 
st'ordine la Comunità non mancò di far richiamo, 
e riuscì ad ottenere che fossero colà spediti soli 
cinquanta di questi guastatori, sotto gli ordini di 
Orlando Cattaneo e Bernardino Cavalchino di Tre- 
viglio, collo stipendio di 5 soldi imperiali al giorno 
a ciascun di loro. 

Successivamente nel 5 di settembre, in conse- 
guenza djaltri ordini avuti dal duca, vennero inviati 
altri venticinque guastatori, ai quali fu dato per 
caporale Cristoforo Berlendo, e per stipendio soldi 8 
al giorno per ciascuno « computati i ducati dati in 
campo » (1) che erano ducati due al mese. 

E come se non bastasse ciò, « essendo giunto 
all'orecchio del duca, dice il Lodi, che la Comunità 
di Trevi possedeva alcuni mortari e moschetti pel 
loro bisogno » (2) , con sue lettere ordinò ad essa 



(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 536. 

(2) Idem: Ibid , pag. 537. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 8| 

che a lui si consegnassero « senza dimora dicti odo 
mortavi, acciò se ne possiamo valere in campo » (1). 
I Trevigliesi non accondiscesero a questa domanda; 
tennero duro, ed i mortari furon lasciati al loro 
posto. 

Né qui ebbe termine la lunga sequela dei balzelli 
che Treviglio dovette sostenere in quel tempo. Nel 
1497 nuovi e più terribili guai, che facevan preve- 
dere al duca la sua prossima rovina, lo posero in 
sì grave angustia, ch'egli anche per provvedere a 
suoi bisogni, ritornò ad aggravare di imposte i suoi 
sudditi. 

Il 22 d'agosto veniva spedita al podestà eli Tre- 
viglio lettera del duca, colla quale domandavansi 
denari, aggravando a tal uopo d'una tassa alcune 
famiglie trevigliesi. Immediatamente il podestà adu- 
nava il Consiglio, acciocché si provvedesse a questa 
misura, che tornava oltremodo molesta agli abitanti 
della terra, e il Consiglio determinava che si in- 
viassero a Milano Marco Rozzone e Lorenzo de 
Lemene « che a nome della Comunità parlassero in 
persona al duca, e umilmente supplicassero S. E. 
che non volesse comportare che i detti sei, né altri 
abitatori di questa terra, fossero sì fattamente ag- 
gravati, ma che la tassa fosse ridotta ad un nu- 
mero onesto di ducati, e fosse compartita egualmente 
conforme alle facoltà e condizioni delle persone » (2). 



(1) Lodi : Opera man. — Lettera ducale 10 di settembre del 1495. 

(2) Idem: lbid., pag. 579. 



82 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Ritornarono gli oratori da Milano riportando al 
Consiglio la decisione « che i prefetti del denaro 
avevano commissione espressa perchè fossero pagati 
da persone particolari di Trevi ducati 3033, e che 
altro rimedio ipn v'era che pagare detta somma; 
ma perchè essi erano molto bene informati che la 
nota loro sporta degli angariati era iniqua ed in- 
giusta, s'accontentavano che si riducesse all'equità, 
e che questa Comunità eleggesse quelli i quali do- 
vessero sborsare detti denari, dando licenza di ri- 
formare, aggiungere, diminuire e mutare detta lista, 
come fosse al Consiglio paruto conveniente, pur che 
la somma ascendesse al numero di ducati 3033, e 
che in detta lista non fosse posto alcuno il quale 
non pagasse almeno dieci ducati » (1). 

Dietro ciò, il Consiglio nominava una Commissione 
di oneste persone , composta dei signori Giacobino 
Marcellino, Antonie Ottone, Martino Blono, Gio- 
vanni Antonio Daiberto, Marco Rozzone e Lorenzo 
de Lemene, che, conformemente alla ordinanza del 
Magistrato straordinario, riformassero la lista se- 
condo l'equità. Ciò fatto, venne rimandata, ai prefetti 
ducali del denaro, domandando che fosse stabilito 
un termine entro il quale sborsare la suindicata 
somma. 

« Pertanto il 17 di settembre Trevi riceyette 
lettere ducali, nelle quali era inclusa la nota di 
quelli che dovevano sovvenire l' illustrissimo principe 

(1) Lodi: Op 3 ra manoscritta, pag. 579-580. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 83 

conforme alla tassa fatta dai sei deputati trevigliesi. 
In esecuzione alle quali, fu subito dal podestà co- 
mandato che dovessero ciascuno secondo la tassa 
fatta, aver pagato al Fisco ducale la metà per tutto 
il dì 20 del mese di settembre, e Faltra metà alle 
prossime calende del susseguente mese di ottobre. 
E fu anco ordinato che la Comunità provvedesse ai 
danni di quelli che avevano a sborsare il denaro in 
questo modo: che subito che fossero stati sborsati i 
detti ducati 3033, che a spesa della Comunità si 
provvedesse, che dai prefetti - del denaro loro fosse 
assegnato il reddito del censo che pagava la Comu- 
nità a ragione del cinque per cento per anno, finche 
il principe avesse restituiti i denari come aveva 
promesso di fare, e che in luogo di questi tali che 
avevano sborsati i denari sottentrasse la Comunità; 
e se per sorte tale assegno per qualche cagione 
fosse dal principe levato, la Comunità poi pagasse 
a questi tali in ragione di cinque per cento, fin che 
loro fossero stati restituiti i suoi denari, e che su- 
bito dalla Comunità fosse soddisfatto a quelli che 
avevano sborsati i ducati 3033 mettendosi una ta- 
glia generale sopra l'estimo. » (1) 

Non ostante tali saggi provvedimenti il denaro 
non fu trovato, dimodoché di nuovo radunossi il 20 
di settembre il Consiglio, e fu ordinato « che s'an- 
dasse a Milano per vedere d'averli in qualche ma- 
niera pagando l'interesse, e furono trovati pagan- 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 582-583. 



84 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

dosi il quindici per cento. Obbligandosi i suindicati 
deputati trevigliesi a nome proprio e della Comu- 
nità. » (1) 

Volli particolareggiare in queste notizie, poiché 
esse ad evidenza ci dimostrano quanto saggiamente 
fossero tutelati gli interessi della Comunità trevi- 
gliese in quei tempi; e quanto tristi le condizioni 
delle provincie del Ducato negli ultimi tempi del 
governo di Lodovico, divenuto ancor più esoso dopo 
la spedizione di Carlo Vili. 

Colle sue grettezze ed imprudenze politiche il Moro 
si preparò la rovina. 

Nell'aprile del 1498 moriva Carlo Vili; e la co- 
rona di Francia passava sul capo del duca d'Orleans, 
Lodovico XII, primo principe del sangue. Questi, 
sempre fermo nel proposito di far valere i proprj 
diritti sul Ducato di Milano, fece intendere al Moro 
le sue condizioni, sotto le quali solamente l'avrebbe 
lasciato tranquillo nel governo. Le proposizioni non 
vennero accettate. Allora Lodovico fece lega coi Ve- 
neziani, che sempre agognavano l' acquisto del per- 
duto dominio nel Milanese contro lo Sforza, per la 
quale stabilivasi: che il Ducato di Milano fosse di 
Lodovico; e questi consentiva a cedere alla Repub- 
blica, a compenso di tante spese e pericoli, Cremona 
e sue pertinenze, e le città, terre, castelli, ecc., posti 
di qua dell'Adda verso Crema e Brescia, con tutte 
le sponde dei fiumi delle rive dell'Adda; questo fiume 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 584. 



DELLA CITTÀ SI TRITIGLI* 85 

rimarrebbe di giurisdizione del re, al quale reste- 
rebbe altresì il castello di Lecco. (1) 

Le mosse degli eserciti collegati incominciarono 
nell'agosto del 1499. I Francesi, sotto il comando 
del d'Obignì, del conte di Lignì e di Gian Giacomo 
Trivulzio, entrarono in Milano il 6 di settembre. I 
Veneti, dal canto loro, passarono l'Oglio con sei mila 
cavalli e quattromila fanti, condotti dal conte di Piti— 
gliano, supremo capitano dell'esercito della Repub- 
blica, accompagnato dai provveditori Marco Trevisano 
e Marco Antonio Morosini. Ebbero subito per dedi- 
zione le terre di Calcio, Antignate, Vailate e Mozza- 
nica. Quindi passarono a Caravaggio, che l'ebbero a 
mezzo di Giacomo Secco, ad eccezione della fortezza, 
ove si tenevano saldi Antonio ed Ottaviano Ghiglini, 
nobili alessandrini. Lasciata quivi dal Pitigliano 
grossa guardia, se ne venne alla volta di Treviglio, 
che spontaneamente si arrese ed ottenne la con- 
ferma de' suoi capitoli. Quindi Pitigliano, lasciate 
quivi alcune squadre, s'avanzò ad occupare Brignano, 
Rivolta e' tutte le altre terre della Ghiara d'Adda. 
Così nello spazio di pochi giorni Treviglio ritornava, 
nel 1499, sotto il dominio della Serenissima Repub- 
blica Veneta. 

Veniamo ora alle notizie religiose. 

Parecchie memorie abbiamo intorno alle cose ec- 
clesiastiche in questo tratto di tempo. 



(1) Romanin: Storia di Venezia, documentata. T. V, parte I, pag. 108 
e 109. Il trattato fu conchiuso a Biois il 15 d'aprile del 1499. 

7 



$6 * PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Innanzi tutto ci si offre la notizia che nel 1408 
certo Giovanni de Piazzi, con autorità di Pietro da 
Candia, arcivescovo di Milano, eresse una Cappel- 
lania in onore di S. Antonio abate nella chiesa di 
S. Martino, dotandola di 200 scudi annui (1). 

Sotto l'anno 1417, il 13 di dicembre, si diede prin- 
cipio, vicino alla Porta Filagno, alla chiesa vecchia 
od oratorio della Beata Vergine sotto i nomi di 
S. Francesco e Caterina. Quivi ebbe stanza Bernar- 
dino da Siena, che in queir anno o poco prima s'era 
recato in Treviglio, e vi si fermò una quindicina di 
giorni. 

Questa chiesa, dice il Lodi, « sebbene piccola, era 
ornata di bellissime pitture. Sulla porta della me- 
desima stava la seguente iscrizione a ricordo del 
domicilio quivi tenuto da Francesco d'Assisi nel 1215. 

D. 0. M. 

AEDEM OSPITIO BIMESTRI DIVI FRANCISCI 

VIVENTIS VENERABILEM A FUNDAMENTIS 

RENOVATAM TANTO OSPITI IN COELUM 

ADSCITO TRIVILIATES CONSECRABANT. (2) 

In quel medesimo anno, per opera di Bernardino 
fondossi in Treviglio la scuola de' Disciplini , che 
nel 1420 fabbricarono, ov'era prima un pòrtico con 
molte sepolture vicino al Cimitero della terra, (3) 

(1) Camerone: Memorie della Chiesa di Trevi, manoscritto. 

(2) Wading: in supplement. Anal. M. C. D. XIX. 

(3) Lodi: Opera man., pag. 245. 



DELLA. CITTÀ DI TREVIGLIO 87 

la chiesa detta La Disciplina (e poi chiamata di 
S. Marta) con due altari, l'uno dedicato a S. Bar- 
tolomeo, l'altro a Santa Marta. Quivi sembra che 
Bernardino vi si recasse qualche volta, come lo at- 
testano le due seguenti iscrizioni: 

D. 0. M. 

PORTAM A D. BERNARDINO SENENSI 

FREQUENTATI SOLITAM 

SODALES 

SERVAVERUNT 



LA SANTITÀ DI BERNARDIN SENESE 

CANONIZZÒ QUESTO PUSIL RECINTO 

ALLE DI CUI DIFESE SP.NSE LA DIVOZIONE 

MILITAR SOTTO DEL GONFALONE 

l'anno 1419. 

Eran soliti i confratelli di questa Confraternita 
distribuire al lunedì dopo la festa di S. Martino tre 
some di frumento ridotto in tanti pani di sei once 
l'uno, ed insieme quattro staja di legumi, che ordi- 
nariamente eran ceci. 

Nel 1440 i frati di San Francesco dell'ordine dei 
Minori, detti Riformati, fecero pratiche per venire 
ad abitare in Tre viglio. Nel 1435 essi ottennero da 
papa Eugenio IV una bolla, colla quale ad istanza 
del Padre fra Giovanni Capistrano, concedevasi a 



88 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

detti Padri di poter acquistare qualsivoglia luogo 
fabbricato o da fabbricarsi, ovunque si fosse, per 
servizio loro e della religione. Presentata questa 
bolla alla Comunità di Treviglio « ricevettero sotto 
titolo di donazione fra vivi irrevocabile, per le mani 
di Andreolo de Rampei , detto De Marne , Antonio 
de Canotti, Giovanni Calono e Cumino Panizzolo 
ufficiali di detta Comunità, deputati dal Consiglio 
generale, pertiche 21 di terra situate nel territorio 
di Treviglio, in un luogo chiamato Crignola, vicino 
alla Porta d'Oriente detta Porta Nuova, come consta 
da istromento del 13 d'ottobre del 1435, rogato dal 
notajo di Treviglio Antonio Donato. L'anno poi 1465, 
il 15 di settembre, cioè trentadue anni dopo, fu edi- 
ficato il convento , che fu poi col tempo ingrandito 
e ornato di mirabile arehitettura, ed una chiesa sotto 
il titolo dell'Annunziata. Tiensi per fermo, che questo 
Convento sia stato uno dei più antichi che abbia 
avuto la religione dei Padri Riformati nella Lom- 
bardia. (1) 

Nel 1446, coi fondi d'un chiericato, si erige una 
terza prebenda a benefìcio di cura d'anime; e nel 1468 
la Comunità fu d'avviso, pel crescere della popola- 
zione, d'assegnare entrata sufficiente per un quarto 
benefìcio curato. 

Nel 1476, Guglielmo Menclozio, cittadino milanese, 
abitante in Trevi, con suo testamento, rogato da 
Petrino eie Andrei di Calvenzano, notaio in Trevi- 
li) Lodi: Op. man, pag. 289, pag. 303 a 306, pag. 379 e seg. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 89 

glio, istituì nella chiesa parrocchiale di S. Martino 
una Cappellania col titolo della Natività della Beata 
Vergine. 

Nel 1481 la Comunità trevigliese fondò altri due 
benefìci di cura d' anime; così non più quattro, ma 
sei furono i curati. Sul cadere di questo stesso anno, 
non essendo più capace la chiesa di S. Martino di 
contenere la popolazione di Treviglio, che era ac- 
cresciuta al numero di dodici a tredici mila abitanti, 
il Comune deliberò riedificare quel tempio con 
maggior grandezza e maestà. Per tal ampia- 
mente fu mestieri occupare anche la superfìcie del 
Cimitero che sorgeva a lato d' essa chiesa , verso 
mezzodì, sulla quale fabbricaronsi le case laicali. 
Fin qui ebbero F amministrazione di questa chiesa 
gli scolari dell'Assunta, ma, vedutosi da questi 
di non poter assistere al pio luogo , ed alla fab- 
brica del nuovo tempio, supplicarono il Comune a 
dimetterli dal carico di questa; onde il Consiglio 
aderì alla loro preghiera, ed elesse quattro altre 
persone col nome di fabbriceri della chiesa di 
S. Martino, dividendo così fra loro il merito delle 
opere pie. (1) 

Moriva il 3 di giugno del 1484 il Dott. Giovanni 
Stefano Maldotto, il quale, non avendo eredi le- 
gittimi, istituiva con suo codicillo eredi universali 
ne' suoi beni tutti gli anziani e scolari o presi- 
denti della scuola di S. Maria di Trevi, ed i sei 

(1) Camerone: Memorie della Chiesa di Trevi, manoscritto. 



90 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

curati e cappellani, beneficiati della chiesa di S. Mar- 
tino. (1) 

Non contento il Comune di fabbricare la chiesa 
con maggiore magnificenza , procurò che vi corri- 
spondessero anche gli ornamenti interni, perciò i 
nuovi fabbriceri, nell'anno 1485, diedero ordine 
a Bernardino Buttinone e Bernardo Zenale d'ese- 
guire quella famosa icone che ora vedesi dietro al 
coro. (2) 

Nel 1492, Geroloma Zuccona, moglie al D. r Mal- 
dotto, istituiva una Cappellania sotto il titolo di 
S. Gerolamo nella chiesa parrocchiale di S. Martino. 
In questo medesimo anno s'incominciò la fabbrica 
della chiesa di Santa Maria, fuori di Porta Zedurio, 
ma non si condusse a fine. Furono ripresi nel 1494 
i lavori , sotto la direzione dello stimato architetto 
Giacomo Dolzone di Trevi; ma altre cagioni ne 
impedirono il compimento. Finalmente sembra si 
terminasse nel 1506, e allora fu chiamata col nome 
di Santa Maria Campestre. Riferisce il Lodi che 
nel 1814 si abbellì questa chiesa all'esterno con 
pitture assai ragguardevoli, rappresentanti la di- 
stribuzione del pane che si faceva dalla scuola di 
Santa Maria due volte all' anno , cioè al sabato 
Santo, e la Vigilia di Natale. (3) 

Sotto l' anno 1497 fu fondata nella chiesa di 

(1) Lodi : Opera man., pag. 419. 

(2) Idem: Ibid., pag. 423. — Cameronb: 31emorie della Chiesa di 
Trevi, manoscritto. 

(3) Idem: Ibid, pag. 503. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 91 

S. Martino dal prete Simone di S. Pellegrino la Cap- 
pellata di S. Rocco. (1) 

Nel medesimo anno, Lodovico Sforza, in occasione 
della morte di sua moglie Beatrice, regalò alla chiesa 
di S. Martino un paglietto di velluto morello del 
valore di scudi 25. d'oro. (2) 



(1) Lodi: Opera man., pag. 557 a pag. 565. Vedi Documenti, 

(2) Idem: Ibidj pag. 566. — Camerone: Ibid. 



CAPITOLO V. 



Treviglio nel XVI secolo ~- Saggio governo de 1 Veneti — I francesi 
in Ghiara d'Adda assaltano e s'impadroniscono di Treviglio — Ve- 
neziani lo riacquistano dando la terra al fuoco ed al sacco — Fran- 
cesi ritornano in Ghiara d' Adda — Battaglia di Rivolta a Ghiara 
d'Adda e piena rotta de' Veneziani — Francesi di nuovo padroni 
di Treviglio — I Trevigliesi riparano i guasti recati alla terra dai 
Veneziani, e fanno provvigione di viveri e biade — Lega santa per 
iscacciare i Francesi d'Italia, e restituire il Ducato di Milano a Mas- 
similiano Sforza — Peste e infortuni celesti in Treviglio — Rumori 
di guerra — Treviglio si dà a Massimiliano Sforza — Francesco 1 
di Francia riacquista il Milanese e la Ghiara d' Adda — Lega fra 
Leone X e V Imperatore Carlo V per cacciare i Francesi — Trevi- 
glio si sottrae ai Francesi e si dà agli Imperiali — Offesa fatta 
dalla gioventù di Treviglio ad una truppa di Francesi — Trevi- 
gliesi all' assedio di Trezzo — Lotrecco generale de' Francesi con 
l'esercito venne in Ghiara d'Adda con animo di saccheggiare Tre- 
viglio — Pia tradizione della Vergine delle Lacrime — Lotrecco 
col suo esercito parte da Treviglio — Vicende di Treviglio dal 1522 
al 1600 — Notizie religiose di Treviglio in questo secolo. 

Il sedicesimo secolo fu, più che i precedenti, un 
secolo di gravi sciagure per Treviglio. Guerre, sac- 
cheggi, incendi, pestilenze logorarono questa povera 
terra sì spesso e sì variamente vilipesa dagli appe- 
titi altrui. 



$4 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Nel precedente capitolo vedemmo che Treviglio t 
dopo la rovina di Lodovico Sforza, cadde di nuovo 
sotto il dominio Veneto. Vi rimase per una decina 
d'anni circa, e questo breve periodo è chiamato dai 
cronisti trevigliesi Yetà d'oro della loro terra. Infatti 
le poche memorie che ci rimangono di questo tratto 
di tempo, sono tutte tendenti al buon governo del 
paese. Quivi risedette un Provveditore generale, 
diminuironsi in parte le imposte, fu sospesa per 
quattro mesi la tassa dei cavalli, si ripartì equa- 
mente fra le Comunità della Ghiara d'Adda le spese 
per l'esercito che quivi doveva stanziare, infine 
si diedero opportune disposizioni perchè i Trevi- 
gliesi « potessero far mercato nelli giorni di lunedì 
e mercoledì, e che detto mercato fosse libero da 
ogni pagamento di dazio per le cose da mangiare, 
le quali fossero portate con le persone o con i ca- 
valli solamente sopra esso mercato. » (1) A tal uopo 
il Consiglio prese la deliberazione di riformare, anzi 
fabbricare il Portico del sale che era avanti la porta 
dell' osteria del Castello , e avanti le botteghe dei 
macellai dirimpetto alla chiesa maggiore di S. Mar- 
tino, e ivi si fabbricasse un bello ed ornato palazzo, 
sotto al quale si sarebbe comodamente fatto il mer- 
cato. (2) 

Tanto aureo ben essere ebbe breve durata. 

Il 10 di dicembre del 1508 se^navasi in Cambrai 



(1) Lodi: Op. man., pag. 650. 

(2) Idem: Ibid., pag. 631. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 95 

la famosa lega (che fu causa di tristissimi ed im- 
portanti avvenimenti nella storia d'Italia) offensiva 
contro la Repubblica Veneta, tra Massimiliano Im- 
peratore , Lodovico re di Francia , Ferdinando di 
Napoli e papa Giulio II: per {spegnere, quale in- 
cendio comune, la insaziabile cupidigia dei Vene- 
ziani. (1) • 

La Repubblica, non ignara di quanto contro lei si 
macchinava, immediatamente impartiva disposizioni 
per la difesa; e da Venezia vennero spedite lettere 
al podestà di Treviglio, colle quali dava ordine che 
si preparassero a spese delle Comunità il solito con- 
tingente delle mille cerne , (2) e cento guastatori i 
non che cavalli ed alloggiamenti pei soldati. E qui 
incomincia il primo atto della dolorosa e lunga tra- 
gedia degli infortuni trevigliesi. 

Il 15 d'aprile, l'esercito francese, forte di sei mila 
fanti e tre mila cavalli con artiglierie, condotto dal 
governatore di Milano signore di Chaumont , pas- 
sava l'Adda a Cassano, e tosto si portava ad as- 
saltare Treviglio. (3) I comandanti del presidio ve- 

(1) Sismondi: Storia ddle Repubbliche Italiane dei secoli di mezzo, 
cap. CV, tom. XIII, pag. 498. 

(2) Così chiamavansi presso gli antichi scrittori i pedoni scelti in 
contado per i bisogni della guerra. 

(3) Rosmini : Storia di Milano, voi. III. Alcuni storici, e fra questi il 
trevigliese Lodi , dicono che il Chaumont era stato chiamato da quei 
di Treviglio a dover andare a pigliare la terra, sotto pretesto che fosse 
non selo facile la sorpresa, ma ancora perchè avrebbero fatto buona 
preda per esser ivi arrivato un Provveditore veneto con quindici mila 
ducati per dar le paghe ai stradiotti, balestrieri e fanti che si trova- 
vano in Ghiara d'Adda. — Lodi: Opera manoscritta, pag. 677. 



96 PARTI I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

neto che trovavansi in Treviglio, credendo i Fran- 
cesi in minor numero, fecero uscire dalla terra un 
duecento fanti ed alcune centinaia di stradiotti, i 
quali, venuti alle mani, furono respinti con danno e 
costretti alla fuga. Il Chaumont dopo ciò, fatta ac- 
costare l'artiglieria, si diede a battere con vigore la 
piazza, onde i comandanti d' essa , o non credendo 
di poter resistere a sì grand'impeto, o costrettivi dai 
Trevigliesi medesimi, come essi divulgarono a loro 
giustificazione, con trattato 15 d'aprile del 1509, si 
rendettero prigionieri con tutta la guarnigione. (1) 
Vennero in potere de' Francesi Nicolò Memo podestà, 
Giustiniano Morosini provveditore, i due capitani 
Vitello e Vincenzo Naldo e il conte Braccio con 
duecento cavalli leggieri, e forse da mille fanti. I 
Francesi entrarono in Treviglio alla domenica sera 
di quel giorno 15 d'aprile, e se non saccheggiarono, 
a cagione dei patti stabiliti nel suindicato trattato, la 
terra, bensì la dilapidarono come di solito avviene 
in tali occasioni, sì per l'avidità del rubare,' e sì 
per l'insolenza del vincitore. 

Dopo questo fatto il Chaumont, che sapea essere 
imminente P arrivo del re di Francia , lasciate a 
Treviglio cinquanta lancie e mille fanti sotto il co- 
mando del capitano Imbalt Frontaglia e del cava- 
liere Bianco, se ne venne ad aspettarlo a Milano. 

I Veneziani, comandati dal conte di Pitigliano col 
titolo di capitano generale, e da Bartolomeo d' Al- 

(1) Lodi: Opera man., pag. 679-684. 



DELLA CITTÌ DI TREVIGLIO 97 

viano come governatore generale , non prevedendo 
tanta prontezza ne' nemici, tenevansi ancora a Pon- 
tevico, luogo posto suH'Oglio a sette leghe da Bre- 
scia. Appena ebbero l'avviso della perdita di Tre- 
viglio, e della partenza del Chaumont , si mossero 
non senza speranza di ricuperarlo; quindi, occupata 
Rivolta senza difesa, se ne vennero a Treviglio. 

Quivi giunti, il Pitigliano e FAlviano divisero l'e- 
sercito in quattro squadre, ciascuna di cinquecento 
uomini ed altrettanti cavalli leggieri e cinque mila 
pedoni. Della prima squadra era duce il conte di 
Pitigliano seguito dalle artiglierie, nel mezzo eranvi 
altre due squadre, nell'ultima veniva FAlviano, il 
quale subito che fu vicino alla terra venne nell'an- 
tiguardia. 

Treviglio trovavasi ben fortificata e provveduta 
d'una guardia di sessanta uomini d' arme e mila e 
cinquecento fanti. Appena l'esercito veneto s'accostò 
alle mura coll'artiglieria, i terrieri tosto vi accorsero 
in aiuto de' soldati e là, ove vedevano maggiore il 
pericolo, con vigore vi si opponevano, e sempre mo- 
stravansi pronti al combattere. All'ultimo l'Alviano, 
fatte piantare le artiglierie contro il muro della terra 
che giudicò fosse più debole e men atto a resistere, 
ed era quella parte quasi dirimpetto alla via detta 
del 5osco (che conduceva a Cassano), riuscì a farvi 
una larga breccia. Caduto il muro , cominciossi un 
grande conflitto. La battaglia durò per molto tempo 
dubbiosa, ma rimasero pel gran numero superiori i 
Veneziani, che, all'improvviso levato un gran grido, 



98 PARTE li NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

cacciarono gli assediati dalle difese, riducendoli entro 
le mura. Dionisio di Naldo fu il primo che coi pedoni 
di valle di Lamone vi entrasse per la porta. 

Tuttavia i terrazzani, ponendo ogni loro speranza 
nell'aiuto altrui, continuamente lo chiamavano con 
fuochi. Un corpo di francesi che trovavasi al di là 
dell'Acida, chiamato da sì fatti avvisi, fu presto in 
loro aiuto. I Veneziani non rifiutarono il fatto d'arme, 
anzi con tanto ardire gli andarono incontro , che 
cacciaronli olir' Adda non senza uccisione di loro. (1) 

Da sì fatto avvenimento rinvigoriti i Veneziani, 
ritornarono di nuovo a Treviglio , scaricando tutta 
la notte contro di esso l'artiglieria, con grave danno 
degli edilìzi ed anche della torre o campanile della 
chiesa maggiore. I capitani francesi che comanda- 
vano in Treviglio, vedendo che malamente potevasi 
tenere la terra, parve loro non esser cosa conve- 
niente l'aspettare la furia del nemico, onde di notte 
tempo vennero a patti, coi quali finalmente, dopo 
molti contrasti, fu conchiuso che essi capitani fossero 
prigioni, i soldati, lasciate le armi, si partissero, e la 
preda della terra fosse di Dionisio e de' suoi soldati 
lamonj. A compimento del tutto, l'Alviano diede poi 
la terra a sacco. (2) Lo storico Rodigino tiene che 



(1) Sanuto, Vili. 

(2) Lodi: Opera man. pag. 690-691. E fu grave errore per parte 
dell' Alviano, perchè le milizie sparsesi a saccheggiarlo, né le pre- 
ghiere, né gii scongiuri, né le minacce dei lor capitani poterono in- 
durle ad abbandonare la preda, ad ordinarsi, e uscir fuori ad assal- 
tare i Francesi che passavano l'Adda. E quantunque Bartolomeo d'Ai- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 99 

la cagione di tanta ira ne' Veneti contro Treviglio 
si fu perchè s'era fatta di propria volontà dei Fran- 
cesi. (1) Questa crudeltà, scompagnata da ogni com- 
passione, avvenne un martedì del mese di maggio 
del 1509, ed ecco come la descrive Luigi Da Porto 
che seguiva in quel tempo l' esercito veneto, in una 
sua lettera del 2 di maggio di queir anno, diretta a 
messer Antonio Savorgnano ad Udine: « Ivi (a Tre- 
viglio) odo essere stata usata non poca crudeltà; 
per ciò che essendo per tutto il fuoco (il che era 
miserando spettacolo) si vedeva la gente, con sola an- 
sietà di salvare la nuda persona, offerirsi prigio- 
niera a questo e a queir altro soldato, dai quali non 
solo era rifiutata e respinta, ma eziandio crudelissi- 
mamente morta, per meglio potersi dare alla preda, la 
quale si vedeva da molti essere tratta fuori del fuoco. 
Sì grande è fra' mortali la cupidigia del guadagno! 
Né pure a' tempii, a' sacri tempii, la scellerata mano 
del soldato, o la trascorrevole e incendiosa fiamma 
ha perdonato, che, quali le private case, alcuni ne 
furono arsi, alcuni saccheggiati, e fuori trattene non 
solo le cose postevi dentro in salvo dai mondani, 
ma le loro proprie e sacrate. E quello che è più 
hrutto d'assai, molte delle giovani, sì secolari come 
monache, delle quali odo esserne stata una bellis- 
sima, Manfredo Facino trasse in presenza della mol- 

viano, per pure costringerle, avesse fallo appiccare il fuoco alle case, 
«io fu troppo tardi, perchè già il nemico era arrivato di qua daL 
fiume. Rosmini: Storta di Milano, voi. Ili, pag. 309. 
(1) Rodigini: Historia, lib. V. 



100 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

titudine fuor di chiesa; ed essendo il luogo e la per- 
sona sacrata, ciò fece senza punto temere le infinite 
maledizioni dategli dalle altre suore e da' religiosi 
che v' erano, e senza avere pietà delle lagrime e di- 
sperazione, ch'ella stessa ed altre donne presenti fa- 
cevano, vedendola così contro sua voglia e con tanta 
empietà strascinata in balia di un soldato incognito 
ed inimico : il che è gran pericolo che Iddio in breve 
non vendichi. » (1) 

Il re di Francia, che era già arrivato a Milano, 
appena seppe che i Veneziani avean posto V assedio 
a Treviglio « pensando che la perdita di quella 
piazza, a così dir sotto i suoi occhi, sarebbe stata 
a lui di disdoro, colla massima sollecitudine si mosse 
per soccorrerla. » (2) Arrivò dunque il re al fiume 
Adda il giorno stesso in cui i Veneziani erano en- 
trati in Treviglio, e subito ne ordinò il passaggio, 
malgrado che i suoi capitani, e specialmente il Mare- 
sciallo Trivulzio, contrariassero tale impresa come 
pericolosa, imperocché i Veneziani colle loro forze su- 
periori non avrebbero mancato d'assaltarlo, e così re- 
care gravissimo danno all'esercito. Ma la meraviglia 
fu grande, allorquando, arrivati all'opposta riva del 
fiume, non incontrarono alcun soldato veneziano. (3) 

(1) Da Porto Luigi: Lettere storiche dall'anno 1509 al 1528. Fi- 
renze, Le Monnier, 1857. Soavi altri autiri che fanno la descrizione 
dello strazio della terra trevigliese, e fra questi il Prato nella sua 
Sfona Milanese, ed il Grumello nella sua Cronaca Pavese. Questa del 
Da Porto è però più ampia e conforme al vero. 

(2) Rosmini: Storia di Milano, pag. 308, voi. III. 

(3) Idem : Ibid., voi. III. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO {01 

L'armata francese, tragittato ch'ebbe il fiume, 
tosto si condusse verso Rivolta. (1) « Intendendo l'e- 
sercito nostro (cioè il veneziano, e qui è il Da Porto 
che racconta) quello de' Francesi andare contro Ri- 
volta (nella qual terra erano Jacopo della Sassetta, 
e Gurlotto da Ravenna con seicento fanti de' nostri), 
si mosse per soccorrerla tanto unito con quello, che 
né l'uno nò l'altro campo, per la loro propinquità 
e grossezza, non sarebbesi andando distinto (2). Ma 
essendo stato lenti i nostri, ed essendo espugnata la 
terra per forza, e saccheggiata quasi sotto i loro oc- 
chi (forse in vendetta di Tre viglio), i nemici si al- 
loggiarono sì vicini, che la mattina levandosi, non 
solo le trombe e i tamburi dell'una e l'altra gente 
si udivano e fra loro si vedevano, ma tra soldati si 
favellava. E così dove i Marcheschi speravano di 
sopraggiungere i nemici, che la terra (la quale per 
buono spazio gagliardamente si difese) combattes- 
sero, restarono della loro opinione ingannaci; tanto 

(1) Rivolta, borgo alla sinistra dell'Adda, intersecato dalla strada 
che da Lodi conduce a Bergamo, a breve tratto dalla frontiera. È a 
tìainontana di Pandino (a cui fa parte) quattro miglia, e undici da 
Lodi verso la stessa direzione. 

(2) Qui il Da Porto racconta la cosa in modo differente dagli altri 
scrittori che la copiarono dal Guicciardini (Vili, 2.). Secondo que- 
st'ultimo scrittore, i Veneziani non si sarebbero mossi a soccorrere 
Rivolta ; onde il re vi kce condurre una parte dell' artiglieria contro 
le mura, e in poche ore la prese per forza e vi alloggiò tutta la 
notte. Ho preferito riportare qui l' intera descrizione di questa batta- 
glia della Ghiaradadda del Da Porto, poiché oltre essere bene scritta, 
ti si danno cose non più che toccate leggermente o taciute dagli sto- 
rici, e grande amore al vero. 

8 



102 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

più, che stimavano quel giorno essere andata gran 
quantità de' Francesi per guardia della vittovaglia di 
là d'Adda, come avevano dalle spie: onde con più 
animosità andando a soccorrer Rivolta (la quale in 
gran parte venne meno), intesero la terra perduta, 
e videro gli inimici tutti interi in qualche vantag- 
gio aspettarli. » 

« Era F esercito viniziano diviso in tre parti quasi 
egualmente; la prima che si chiama antiguardia, la 
seconda che chiamano battaglia, e la terza rediguar- 
dia o retroguardia. L' antiguardia dell' Al viano verso 
Rivolta era composta di 500 lancie, di 9000 fanti e 
7 pezzi di artiglieria; i quali fra questa e la bat- 
taglia un poco per fianco andavano. In questa squa- 
dra erano 100 uomini d'arme di Pandolfo Malatesta, 
50 di Brunoro da Sarego, 50 di Francesco Borro- 
meo, ed alcune altre compagnie valorose; e sopra 
tutti v'erano 200 uomini d'arme del governatore, 
tutti gentiluomini divisi sotto due stendardi: l'uno 
bianco portato da Antonio Santa Croce romano, e 
l'altro rosso portato dal marchese Orlando Mala- 
spina. Di questa banda era capo per una metà Bai- 
classare Scipione, uomo di altissima virtù, di nazione 
senese, e losco d'un occhio, ch'egli perdette combat- 
tendo giovinetto in duello: l'altra guidava Giovanni 
Battista da Fano, uomo molto amato dall' Al viano; 
la liberalità del quale, e la vivacità insieme, pare 
che inviti ogni gentiluomo alle sue bandiere, piut- 
tosto che a quelle di alcun altro di questi capi dei 
Viniziani. Seguiva la battaglia sotto lo stendardo 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 103 

generale, e sotto il governo del general capitano; poi 
il re di guardia con i provveditori messer Antonio 
de' Pii e messer Jacopo Secco, ed altri capi dell' ul- 
timo colonnello. De' cavalli leggieri erano molte squa- 
dre, le quali scorrendo or qua or là riportavano ai ca- 
pitani ciò che si faceva nel paese d' intorno. Adunque 
volendo Timo e l'altro esercito andare a Pandino (1), 
cavalcavano lungo un fosso grande e lunghissimo, 
che si trovò essere tra loro, ragionando, come dissi, 
insieme, e quasi toccandosi. Ma intendendo i Fran- 
cesi l'alloggiamento di Pandino essere stato occu- 
pato per l'Alviano, il quale con i cavalli leggieri 
già era con molta celerità andato a prenderlo, fe- 
cero una lunga girata, e tornando addietro con gran- 
dissimo impeto vennero ad assalire il re di guardia 
de' marcheschi, ch'era il colonnello dell' Alviano: 
perciocché nel levare del campo per andar da Ri- 
volta a Pandino, era venuto a farsi d' antiguardia 
re di guardia. Gli uomini d'arme di questo colonnello, 
ciò sentendo, si posero gli elmi in testa, e raddop- 
piarono le loro file, che di venti in venti cavalieri 
prima andavano; e fecersi in due schiere per poter 
trarre più frutto dalle loro lance, le quali sopra le 
loro cosce si recarono di presente. De' fanti aVevano 
fatte quasi tre battaglie. La prima di quelli delle 
divise; come gli avessero voluti dare per cibo al- 
l'affamata artiglieria de' nemici: la seconda era gui- 

(1) Capoluogo del distretto di questo nome, giace alla sinistra del 
canale Muzza, alla distanza di 3 miglia dall' Adda, cinto da vecchie 
mura. 



1 04 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

data dal signor Pietro del Monte, di fanti eletti: la 
terza teneva Saccoccio da Spoleti, famoso tra i fanti 
a piedi. L' artiglieria fu trascinata innanzi con più 
prestezza che si potè sopra un poco di altura che 
v'era; ma fu ancor tarda, per ciò che i capitani 
delle ordinanze paesane, come valorosi, si erano sì 
fattamente spinti avanti, che la nostra artiglieria 
volendo tirare contro a' Francesi, faceva danno a 
nostri; laonde poco frutto se n'ebhe. 

« I Francesi avevano posto innanzi a tutto il loro 
esercito V artiglieria, e fermatala sopra il fosso lun- 
ghissimo e diritto, ch'io dissi; la quale veniva a ti- 
rare dirittamente nella fronte a' fanti nostri, i quali, 
comechè si vedessero da quella aspramente offendere, 
andarono non ostante sempre animosamente contro di 
essa. Per la qual cosa fu fatta di loro grandissima ucci- 
sione; che non prima erano in faccia all' artiglieria ne- 
mica, che erano mezzo dissipati. Dietro quest'artiglieria 
stava una gran banda di fanti Guasconi, che addosso 
ai nostri si avventarono; i quali, ancorché fossero 
quasi distrutti dall'artiglieria, si difesero valente- 
mente, e combatterono con molta forza; avvenga 
che ciò, facessero oltre la mente di ciascuno, per es- 
sere mandati sforzatamele alla guerra. Ma facen- 
dosi avanti la squadra del signor Pietro del Monte, 
fu combattuto con incredibile valore; e già essendo 
mal battuti i Guasconi, furono soccorsi dalla molti- 
tudine dell'esercito loro, il quale veniva solamente 
in due parti diviso; cioè nella vanguardia e nel re- 
troimardo, che così chiamano i Francesi l' antiguar- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 105 

dia e il re guardia loro; nel quale ultimo era il re 
stipato da tutta la nobiltà di Francia e di Lom- 
bardia insieme, con una guardia intorno di lanze- 
chenecchi nobilmente armata. E così tutta la van- 
guardia francese con furore grandissimo e con ru- 
more inaudito percoteva il nostro re di guardia con 
molto vantaggio; essendoché il numero de' soldati 
era maggiore, ed operava con tutta l'artiglieria, 
mentre la nostra tirava nulla o di rado. Non dirò 
già, che la nostra gente del primo colonnello non 
combattesse; che in vero quei fanti hanno fatto gran 
cose, e il segno n' è stato che ne sono morti as- 
sai (1). E a me per Lattanzio da Bergamo capo 
delle ordinanze veronesi venne detto , che la bat- 
taglia delle cernide avea tanto valorosamente com- 
battuto, quanto egli mai vedesse altri fanti combat- 
tere, per esercitati che fossero. Ma combatteva poscia 
con minor forza la cavalleria, la quale, cedendo alla 
pugna, pose in disordine ogni cosa. Ben fecero l'Al- 
viano (che da Pandino vi giunse) e gl'altri capitani ogni 
sforzo per ritenere gli smarriti e fuggitivi soldati, 
ricordando loro, i Francesi dopo il primo assalto es- 
sere assai meno che uomini; ed ora pregando, ora 
minacciando, ora confortando, non lasciavano addie- 
tro (insieme coi Provveditori, che s' erano già tratti 
innanzi) di fare ogni operazione, per la quale cre- 

(1) Rimase ucciso Pietro dei marchesi del Monte Santa Maria di 
Toscana, celebrato dal Bembo (ìib. VII) e dal Mocenigo (lib. 1) come 
nno dei più esercitati condottieri di fanti nelle guerre di Pisa e della 
Repubblica Veneta. 



106 PATITE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

dessero poter dar animo agli atterriti soldati, e trat- 
tenerli dalla fuga. Ma ciò era nulla; che avea di- 
sposto il Cielo, che uno esercito possente a vincere, 
e combattendo anche con gran valore, fosse dall'ini- 
mico così tosto e compitamente battuto. » 

« Così restò rotto il campo nostro il dì 14 cor- 
rente (1509). Disperso per le città di Lombardia, 
parte n'è fuggito a Brescia, parte a Crema, parte 
a Caravaggio, parte a Cremona, e per molte altre 
terre. I Provveditori si sono salvati in Brescia con 
gran fuga; che non osarono fermarsi in alcun luogo 
di Ghiaradadda, per essere quella gente a lor poco 
amica; e così pure ritirossi in Brescia il conte di 
Pitigliano. L'AI viano è prigione con gran parte dei 
suoi gentiluomini, de' quali fu valorosamente combat- 
tuto. Dopo ch'egli ritornò da Pandino, scorrendo 
qua e là, quando ordinando, quando confortando, e 
quando a diverse cose provvedendo (per quanto dalla 
confusione della pugna gli era concesso), trovandosi 
avere slenato il cavallo per la fatica, e incontrato 
un suo paggio con un ginetto, essendo smontato per 
cambiar cavallo, fu sopraggiunto da alcuni arcieri 
francesi, e prima che risalisse, aspramente assalito e 
ferito nel volto. Per lo che difendendosi fra alcuni 
alberi stava in proposito di non rendersi, massima- 
mente a sì vii gente, quando ivi giunse un fratello 
di monsignor Palissa (1), nominato Vandóme, con 

(1) Giacomo II di Chabannes signore de la Palissa (Palici), com- 
pagno di Carlo Vili alla conquista di Napoli, e di Lnigi XII alla 
conquista della Lombardia. Nel 1503, morto Giacomo conte di Àr- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 107 

un compagno; a' quali egli, dicendo il nome suo, si 
die prigione, e fu di subito condotto al re. Contro 
il quale avea molto per b addietro sparlato, van- 
tandosi di esser un giorno (che poco di poi avvenne) 
a Milano; e così vi fu, ma prigione; il che egli nel 
vantar suo non avea inteso, ne detto. Il re lo ri- 
cevette con volto assai benigno, e gli disse: Capi- 
tano, voi siete nostro prigione: secondo le parole 
che poco tempo fa ci furono riferite che da voi ve- 
rnano, ben lo contrario voi credevate. Ma per no- 
stra Donna! voi non ci uscirete di mano mai più, 
per doverci essere così fiero nemico quanto per lo 
passato. L'Alviano inchinevolmente rispose: Non 
aver mai fatto cosa alcuna per offendere la Cristia- 
nissima Corona sua; ma aver agito come, fedel sol- 
dato ed uomo desideroso di onore. » (1) 

« La cagione di questa sconfitta raccontasi diver- 
samente: e molti la vogliono attribuire ad un tra- 
dimento, dicendo che messer Jacopo Secco, l'uno 
de' gran capi che fossero neh' esercito nostro, stando 
per attaccarsi il fatto d'arme, passò (presente cia- 
scuno) nel campo de' Francesi, gridando con alta 
voce: « Noi siamo rotti; chiunque vuol essere salvo, 
meco ne venga: » il perchè da molti fu seguitato, o 



magnac, fu eletto luogotenente nel regno di Napoli, e nel 1507 si 
segnalò nella spedizione contro i Genovesi. Francesco I lo innalzò 
alla dignità di maresciallo di Francia (1515), e la giornata di Pavia 
pose termine alla sua vita (1525). 

(1) Da Porto Luigi: Lettere storiche. Le Mounier, 1857, pig. 53-57, 
leu. XIV. 



108 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

almeno da molta parte della compagnia sua; lo che 
fu un cosiffatto veleno a tutto quel colonnello, che 
non vi fu quasi uomo che più combattesse. Ma io 
questo tanto tradimento di messer Jacopo non af- 
fermo. Ben è vero lui essere a Caravaggio, sua pa- 
tria o suo soggiorno, ed i Francesi averla presa con 
la ròcca insieme, eh' è assai forte; e questo, si dice, 
esser loro venuto fatto per consiglio di messer Ja- 
copo, al quale i Francesi non hanno dato molestia 
alcuna. Ma ciò potè essere avvenuto per diverse 
cagioni. » (1) 

Tale fu l'esito di questa celebre battaglia varia- 
mente chiamata di Àgnadello, di Vailate, di Cassa- 
no, ecc., e che noi col Da Porto chiameremo della 
Ghiara d'Adda. Nel sito medesimo ove fu data, che 
tuttavia si denomina i" morti della vittoria, il re fran- 
cese fece innalzare una cappella chiamata Santa 
Maria delia Vittoria, del quale edilìzio rimane 
ancora qualche vestigio. 

Tolta la Ghiara d'Adda ai Veneziani, Treviglio fu 
occupato in nome del sire francese, dal quale ot- 
tenne la conferma de' suoi privilegi, e promesse. di 
soccorsi di denaro e biade, che non furono mante- 
nute, a motivo che il re subito se ne partì alla 
volta di Francia. Non per tanto la Comunità, il 12 
di novembre mandò a Milano Gerolamo Donato, affin- 
chè si raccomandasse al grande maestro ed ammi- 
raglio di Francia « d'avere i denari della sovven- 

(1) Da Porto: Lettere storiche, pag 59, lett. XV. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 109 

zione assegnati a questa terra dal re di Francia» (1); 
ma egli sembra che la domanda rimanesse senza 
risposta, onde la Comunità si decise inviare a Parigi 
un suo oratore nella persona di Stefano Ferrando, 
al quale furono sborsati ducati centosessanta pel 
viaggio, affine d'ottenere i soccorsi di denaro stati 
promessi dal sovrano; ma anche questo tentativo 
andò a vuoto. 

« Né qui è a tacere siccome in questi medesimi 
giorni i Conservatori della sanità di tutto lo Stato 
di Milano, compassionevoli delle miserie e calamità 
di questa terra, per le infermità cagionate dal pati- 
mento e dalla guerra, e dell' istesso saccheggiamento, 
diedero in prestito alla Comunità gratis ducati due- 
cento. » (2) Bergamo altresì mandò ai Trevigliesi 
lire mille imperiali. 

Finalmente la Comunità, vedendo che i soccorsi di 
Francia non giungevano mai, pensò provvedere da 
se stessa ai bisogni della terra, e ordinò che si 
riedificasse il molino fuori porta Torre, il palagio 
del podestà, le botteghe che erano sotto il portico 
del sale, le case dei prestini, non che la porta Torre, 
quella del Filagno e quasi tutto il muro di cinta 
tra l'ima e l'altra delle suddette porte, le torri e 
il campanile di S. Martino; e comandò pure che si 
facessero provvigioni di biade necessarie pel so- 
stentamento della popolazione. Gli stenti però che 



(1^ Lodi: Opera manoscritta, pag. 732. 
(2) Idem: lbid., pag. 736. 



110 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Il popolo aveva sofferto, sparsero ben presto in 
Treviglio febbri epidemiche, le quali degenerarono 
in contagio , che durò fino all'anno 1513, mo- 
rendo più di mille e cento persone; (1) e, come se 
ciò non bastasse, il 4 di luglio dello stesso anno 
venne una tempesta tanto impetuosa, che levò tutti 
i frutti della campagna del territorio di Trevi- 
glio. (2) 

Mentre i Trevigliesi erano tutti intenti a risanare 
le ferite toccate nella trascorsa guerra, nuovi av- 
venimenti vennero a perturbare lo stato abbastanza 
precario di questa povera terra. 

Per opera di papa Giulio II, si strinse nel 1511 
la così detta lega santa coi Veneziani, col re di 
Spagna e col re d' Inghilterra, per iscacciaro d'Italia 
i Francesi, e restituire Massimiliano Sforza sul trono 
paterno. 

La lega in sul principio si trovò a fronte un ter- 
ribile nemico nel valoroso duca di Nemours, Gastone 
di Foix, nipote del re di Francia, ch'ebbe la gloria 
di vincere gli eserciti collegati del pontefice e degli 
Spagnuoli. Ma dopo la sgraziata morte di Gastone, 
ucciso nella strepitosa battaglia di Ravenna, le cose 
de' Francesi andarono di male in peggio, non tanto 
pei vigorosi movimenti fatti contro di essi dall'im- 
peratore Massimiliano, dal pontefice Giulio II e dai 
re d'Aragona e d'Inghilterra, quanto per l'odio 



(1) Lodi: Opera man., pag. 781. 

(2) Idem: Ibid. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO HI 

sommo contro di essi concepito da tutti i popoli 
italiani, i quali non potevano più tollerare l'aspro 
governo e l'alterigia loro. Appena pertanto le città 
lombarde intesero che al dominio di questo Stato era 
destinato dall' imperatore Massimiliano il primogenito 
di Lodovico Sforza, l'una dietro l'altra delle città 
lombarde prese partito a favore del novello sovrano, 
cosicché costretti i Francesi ad abbandonare la Lom- 
bardia, non poterono ritenere che il castello di Mi- 
lano, quello di Cremona e qualche altro piccolo 
forte. 

Massimiliano Sforza, arrivato a Milano il 20 eli 
dicembre del 1512, prese il possesso dello Stato. 

Treviglio, seguendo l'esempio delle altre città, o 
meglio la forza degli eventi della guerra, si sotto- 
mise spontaneamente al nuovo signore, e ci consta 
che quivi esercitasse il suo dominio per circa ^tre 
anni. 

Ma la dominazione di questo Sforza non corri- 
spose alle speranze e ai desiderii dei sudditi aggravati 
continuamente di tributi, per cui i popoli dianzi co- 
tanto avversi ai Francesi e fiduciosi d'un miglior 
trattamento sotto lo Sforza, trovatisi delusi, deside- 
ravano il ritorno di quelli. E tale desiderio non 
mancò verificarsi nell'anno 1515, poiché, essendo 
morto il primo di gennaio di quell'anno Luigi XII, 
gli successe Francesco I dei Valois, che tosto pensò 
ricuperare la Lombardia. 

Scese egli senza gran fatica in Italia, sbaragliò 
a Melegnano (14 di settembre del 1515) gli Svizzeri 



112 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

che tenevano per lo Sforza, e venuto a patti con 
questi, ebbe la cessione del Ducato milanese. 

Ecco pertanto Treviglio caduto un' altra volta 
sotto la potenza del re francese, dal quale ottenne 
la sanzione de' suoi privilegi. 

Innanzi procedere nel racconto, è necessario che 
qui noti un fatto, non registrato dai cronisti trevi- 
gliesi, ma rapportato bensì dal Frisi e dal Romani (1), 
ed è, che nell'anno 1516 Francesco I di Francia 
donò ad Arturo Gouffìer, conosciuto sotto il nome 
di signore di Boisi, uno de' più illustri personaggi 
addetti alla sua casa (2), in ricompensa de' suoi ser- 
vigi, la contea e signoria della Ghiara d'Adda (3). 
« È un gran danno per la storia, diremo col Frisi, 



(1) Frisi: Storia di Monza, voi. I, pag. 195 e seg. — Romani: 
Storia di Casalmaggiore, voi. IV, pag. 39. 

(2; Arto o Arturo Goulfier conte d'Estampes, figlio di Guglielmo 
signore (ji Boisy, fu onorato dell' amicizia di Carlo Vili, presso cui 
fu educato e trascelto al di lui seguito nel 1496 per la conquista del 
Reame di Napoli; nel 1499 accompagnò Luigi XII nel suo viaggio 
d'Italia, e fu governatore, o diremo ajo di Francesco 1 durante la 
di lui minore età. Non è quindi maraviglia che questo monarca si 
facesse uq piacere di colmarlo di b^nefieecze e di onori, subliman- 
dolo nel 1515 alla carica di gran maestro di Francia, ed a lui con- 
fidando l'amminislrazione de' suoi principali affari. Nel 1516 ottenne 
pure il governo del Delfinato, e sostenne l'ambasceria ai principi 
d'Allemagna, presso i quali la di lui saggezza e prudenza seppe 
conch udere un trattato tra il re suo padrone e Carlo d'Austria re di 
Spagna: trattato che non ebbe il suo effetto, atteso che nel maggio 
del 151*9 fu rapito da una febbre. Frisi: Storia di Monza, voi. I, 
pag. 196. — Moreri: Dizionario storico. 

(3) Compresa quella di Monza, Caravaggio, Soncino, Casalmaggiore 
e Valenza. Frisi: Storia di Monza. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 113 

l'essere noi mancanti dell'interessantissimo reale 
Diploma della concessione di una tale signoria, 
mentre in esso vedremmo gli amplissimi titoli e. 
privilegi accordati a sì distinta persona per questo 
dominio. Fortuna, a dir vero, che l'Archivio di 
Monza non ci abbandona, somministrandoci quattro 
lettere originali scritte da Arturo al giusdicente di 
Monza. » 

La intitolazione di queste lettere (1) date da Mi- 
lano, è così esposta: Arturus Gouffier Magnus 
Magister France Domini Boysi Glaree Abdue Co- 
mes , etc. 

La signoria di Arturo Gouffier sulla Ghiara d'Adda 
durò sino al 1519, in cui morì; passò quindi nel di 
lui figlio Claudio che la tenne sino al 17 di luglio 
del 1522, citando il Frisi un'altra lettera eli quel- 
l'anno colla seguente intitolazione: Claudius Gouf- 
fier Dominus de Boysi Clave Abdue Comes, etc. 

Ripigliando il racconto, debbo registrare che sotto 
l'anno 1516 il territorio trevigliese fu rapidamente 
devastato dalle truppe dell' imperatore Massimiliano, 
che, non contento della cessione del Ducato milanese 
fatta dallo Sforza in favore di Francia, venne per 
la strada di Trento in Italia con numeroso esercito, 
composto la maggior parte di Svizzeri, e si spinse 
fin sotto le mura di Milano per aver denaro, ma 
senza riescirvi. Quando d'un tratto insospettitosi 
della fedeltà degli Svizzeri, e sovvenendosi della fine 

(1) Vedi Frisi: Storia di Monza, voi. II, p^g. 217. 



114 PARTE lì NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

di Lodovico Sforza a Novara, che fu dagli Svizzeri 
consegnato a suoi nemici, con improvvisa risoluzione 
si partì, facendo credere che sarebbe in breve ri- 
tornato. Il suo allontanamento fu il segnale della 
dissoluzione di queir esercito , che parte tornò in 
patria e parte si ritrasse in Verona. Nell'anno -1517 
Massimiliano fece pace con Francia, che continuò 
nel possesso del Milanesee della terra di Treviglio 
fino all'anno 1521, quando sorsero nuovi guai a 
turbare la pace, che i Trevigliesi andavan sospi- 
rando senza però mai poterla ottenere. 

L'anno 1519 saliva sul trono di Germania Carlo V 
nipote di Massimiliano re dei Romani. Questi, consi- 
derando, al pari de' suoi antecessori, l'occupazione 
del Milanese per parte dei Francesi come un'usur- 
pazione all'impero, strinse lega col papa Leone X, 
che da parte sua s'era proposto di scacciare gli 
stranieri, ricuperare Parma e Piacenza, conquistare 
il Ducato di Ferrara e parte eziandio del Regno di 
Napoli, ed abbattere coll'appoggio imperiale le agi- 
tazioni religiose che allora scompigliavano la Ger- 
mania per opera di Lutero. Scopo della lega fu 
dunque d' iscacciare dall' Italia i Francesi e rimettere 
nel dominio dello Stato Francesco II Sforza, figlio 
minore di Lodovico il Moro, che viveva esule in 
Tirolo dopo l'abdicazione di suo fratello Massi- 
miliano. 

Francesco I, appena ebbe avviso della lega con- 
chiusa, pensò seriamente a difendere la Lombardia. 
Ordinò quindi a Lautrec, che era governatore di 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 115 

quella provincia, e allora trovavasi alla Corte, di 
ritornare in Italia con sei mila avventurieri, d'as- 
soldare dieci mila Svizzeri, che in virtù del trattato 
colla Repubblica Elvetica non poteano esser negati, 
sollecitò l'armamento di seicento uomini d'armi e 
sei mila fanti promessigli dai Veneziani, onde con 
queste forze o tentare un fatto d'armi decisivo, o 
almeno porre la Lombardia in tale stato di difesa 
da non temere un improvviso assalto. (1) 

Non meno sollecite furono le disposizioni prese 
dall'imperatore Carlo V e dal pontefice Leone X: im- 
perocché assoldarono col mezzo del cardinale di Sion 
dodici mila Svizzeri, si mandarono ordini a Napoli e 
in Germania affinchè si affrettassero le squadre de- 
stinate a marciare in Italia, e il comando dell'eser- 
cito imperiale fu dato a Prospero Colonna, uno dei 
più valorosi ed esperimentati capitani di quel tempo, 
quello del pontificio a Federico Gonzaga marchese 
di Mantova, che doveva però essere subordinato al 
Colonna. (2) 

Frattanto, giunto il Lautrec in Lombardia, subito 
e per sopperire alle spese della guerra prossima a 
sostenersi, ripartì gravose contribuzioni a tutte le 
terre del Milanese. Oltre a gran copia di vettova- 
glie per l'esercito, Treviglio dovette pagare una 
tassa di lire mila imperiali, e il 19 dello stesso mese 
un'altra di scudi cento d'oro. 



(1) Rosmini: Storia di Milano, voi. III. 

(2) Idem: Jhid. 



116 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Le ostilità incominciarono col mese d'agosto elei 
1521, e la prima spedizione intrapresa dal Colonna 
fu l'assedio della città di Parma. Espugnata dagli 
Imperiali una parte di quella città, il Colonna stimò 
meglio lasciare quella impresa, e portare il grosso 
della guerra in Lombardia. Tragittato il Po a Ca- 
salmaggiore per stiano, venne agli Orzivecchi in- 
sieme cogli Svizzeri guidati dal cardinale di Sion, 
passò FOglio e se ne venne in Ghiara d'Adda. 

Il Lautrec, viste le mosse del nemico, andava ten- 
tando qua e là il terreno, ma cominciando a diffi- 
dare del suo esercito, e persuaso di non poter più 
sostenere Parma, Piacenza e gli altri paesi di qua 
dell'Adda, ritirò le sue genti al di là di quel fiume 
ritirandosi a Milano , e lasciando in potere de' suoi 
nemici il resto della Lombardia. 

Gli Imperiali, giunti nella Ghiara d'Adda, nel bujo 
della notte venuti a Vaprio, sbaragliarono Ugo 
Pepoli che ivi stava a guardia con una compagnia 
d'uomini d'arme, fabbricarono un ponte di barche, 
passarono il fiume e' se ne vennero alla volta di 
Milano, ove entrarono il 19 di novembre del 1521 
senza incontrare alcuna resistenza, imperocché il 
Lautrec con parte del suo esercito s'era ritirato a 
Como, ove si trattenne un sol giorno, lasciandovi 
una guarnigione di 50 uomini d'arme e 600 fanti, e 
nel seguente partì per la pieve d'Incino alia volta 
di Lecco, indi sul Bergamasco e di là si diresse a 
Cremona. 

La notizia dell'entrata degli Imperiali in Milano 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO U7 

mise sossopra le terre prima soggette ai Francesi, 
che tosto fecero omaggio ai nuovi arrivati. Trevi- 
glio senza difficoltà ne seguì l'esempio, e al 10 del 
mese di novembre Gerolamo Morone vi mandava 
per podestà ducale Filippo Baldo, il quale, pigliato 
possesso della sua carica, partiva tosto per Milano 
lasciando in Treviglio per suo luogotenente Giovanni 
Francesco Landriano, uomo interamente ligio alla 
causa degli Imperiali, che seppe così bene adescarsi 
l'animo della gioventù trevigliese (giacche scorgeva 
più guardinghi i vecchi per la cognizione dei pericoli), 
ed aumentare in essi lo sprezzo pei Francesi, che 
non tardò manifestarsi in varie occasioni. 

Il presidio francese che trovavasi in Como, dovette 
il 1.° di dicembre ritirarsi da quella città ch'era 
stata assediata e presa dagli Imperiali, e porsi in 
cammino alla volta di Cremona per raggiungere 
colà il Lautrec. « Ora avvenne che passando questo 
corpo di truppe da Trevi e non sapendo che questo 
castello s'era sottratto all'obbedienza dei Francesi, 
volle quivi entrare per riposarsi del viaggio, ma fu 
respinto dai terrieri che facevan la guardia alle 
porte. » (1) 

« In questo mese gli Imperiali avean presa la 
determinazione d'assediare Trezzo, ove stava rin- 
chiuso un presidio francese. A tal uopo il conte di 
Villa Chiara mandò ordine che Treviglio provvedesse 
il corpo di truppe destinate all'assedio di quel ca- 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 8Ì6. 



118 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

stello d'alcuni schioppettieri e guastatori. » (1) Il 
Consiglio mandò alcune squadre colla mercede di 
soldi dieci al giorno. 

Questi fatti che potevano recare grave danno a 
Treviglio, non passarono inosservati al trevigliese 
Bartolomeo Rozzone, allora residente in Milano, che 
fu segretario dei due ultimi Sforza; uomo stimato e 
tenuto in gran pregio, non solo pel valore e virtù 
sua neh' ufficio di segretario, ma anche per la sua 
lunga esperienza nelle cose di Stato. Prevedendo 
egli ciò che alla sua patria poteva occorrere in tali 
casi, scrisse alla Comunità una lettera piena d'ottimi 
consigli. 

« Magnifico Consiglio, • Il mio amore alla patria 
» bastantemente vi è noto. Questo mi obbliga ad 
» impiegare a vostro utile ogni dì i miei pensieri, 
» ed ora i miei consigli. Bisogna che acceleriate a 
» procacciarvi la grazia de' principi di cui risorge la 
» fortuna. Che però manderete con tutta segretezza 
» a Milano alcuni uomini a far omaggio in vostro 
» nome al duca. Astenetevi di chiedere alcuna guar- 
» nigione, che apertamente dinoti la vostra propen- 
» sione, mentre le forze francesi son rintuzzate, non 
» battute. Sopratutto non fate alcun oltraggio a 
» niuno delle parti nemiche e ricevete tutti entro 
» le mura, come si deve a genti di principi sì 
» grandi. » (2) 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 817. 

(2) Barizaldi: Istoria della Vergine delle lacrime di Trevi. Milano, 
1721 (raro). 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 119 

Furono questi consigli accettati premurosamente 
dalla Comunità, ed i sessanta del Consiglio ordina- 
rono alle guardie delle porte che, venendo occasione, 
si- concedesse libera Y entrata nella terra tanto ai 
Francesi quanto agli Imperiali. (1) 

Eccoci ora giunti col nostro racconto al tempo in 
cui la storia trevigliese registra la pia tradizione 
della Vergine delle lacrime. Nel rapportare tal fatto, 
noi ci atterremo fedelmente alle memorie lasciateci 
dal Lodi e dal Barizaldi. 

In sul principio dell'anno 1522 un corpo di truppe 
francesi presentossi improvvisamente alle porte di 
Treviglio, chiedendo l'entrata per rifocillarsi. I sol- 
dati che stavan di guardia alle porte, la maggior 
parte giovani trevigliesi, messa da un canto la sa- 
lute propria e quella della patria, rotti gli ordini e 
comandamenti dei loro maggiori, rifiutarono l'in- 
gresso a quel corpo. Anzi, come riferiscono alcuni, 
gli assalirono con archibugiate. (2) Il Consiglio ap- 
preso l'insulto, che certamente erasi fatto ad isti- 
gazione del luogotenente Landriano, lo biasimò, e 
prese determinazione d'inviare a Lautrec suoi rap- 
presentanti che lo informassero e del caso , e delle 
arti del luogotenente, e dell'innocenza del pubblico in 
tale faccenda. Ma furono prevenuti da Lautrec stesso. 



(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 851. 

(2) Idem : Opera man., pag. 852-853. Il Barizaldi dice « che a 
moschettate li cacciarono fino al ponte della Nunziata, luogo dalie 
porte discosto mezzo miglio. » Memoria del Santuario di Nostra. 
Signora delle lacrime in Trevi. Ediz. 1822, pag. 19. 



120 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Egli aveva in concetto i Trevigliesi di somma- 
mente fedeli al suo partito. L'usata ubbidienza che 
avevano avuta antecedentemente a' suoi ordini , ed 
i favori che la Francia aveva contribuiti a questo 
popolo nella rovina della terra, seguita pochi anni 
avanti, lo teneano fermo in quel concetto. Quindi 
benché egli fosse stato esattamente informato del 
trattamento usato alle sue soldatesche, pure non 
sapea risolversi a misure di rigore verso quella terra. 
Per accertarsi del vero, ed innanzi usar severità, 
spedì un suo araldo ad indagare la mente de' Tre- 
vigliesi. 

Arrivò il messaggiero alla porta Filagno che ri- 
maneva chiusa, e quivi fattosi conoscere ed esposto 
che veniva con commissione di pace, fu ciato ordine 
a due consiglieri che lo dovessero ricevere con ono- 
rati trattamenti. Volle destino, che i due eletti a 
ricevere l'araldo, fossero del partito del luogotenente, 
che premurosi lo condussero a lui. Giunto l'araldo 
alla presenza del luogotenente, è fama che così 
parlasse: « Dovreste alfin intenderla che questa terra 
» è di Cesare. Egli ed il duca di Milano essere i 
» nostri padroni. Senza loro consenso voi non en- 
» trerete qua dentro. Se ciò voi chiamate ribellione, 
» noi ci faremo gloria d'essere ribelli. Sì, in questa 
» guisa saremo sempre ribelli alla Francia. Partite 
» tosto, altrimenti non vi gioverà se più indugiate 
» il carattere che sostenete di messaggiero di pace. » 
Partissi l'araldo, riportando a Lautrec le parole 
astiose del luogotenente. Tale procedere accese l' ira 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 121 

del generale, e tosto deliberò che l'eccidio di Tre- 
viglio fosse la prima delle imprese onde incomin- 
ciare la guerra all'aprirsi della stagione. (1) Frat- 
tanto i consoli trevigliesi, prevedendo le conseguenze 
e l' irreparabile rovina cui andava incontro la patria, 
memori degli avvisi dati dal Rozzone, cercavano 
allontanare ogni occasione che potesse essere pre- 
giudizievole alla medesima. In fatti essendo ve- 
nuto a svernare in Treviglio una compagnia di Spa- 
gnuoli, adoperaronsi con efficacia che fosse richiamata. 
Tuttavia però non s'abbandonavano le misure di pre- 
cauzione; si provvide polvere da guerra, si aumentò 
il numero delle squadre composte di giovani trevigliesi, 
si chiusero tre delle quattro porte della terra, te- 
nendosi aperta se non quella della Torre, ove furono 
raddoppiate le sentinelle. (2) 

Mentre i Trevigliesi se ne stavano così dubbiosi 
e timorosi, la mattina del giorno 27 di febbraio 
giunse per la terra la notizia che Lautrec con tutto 
l'esercito s'era mosso da Cremona alla volta di Mi- 
lano, e veniva per alloggio in Ghiara d'Adda. 

Ci vorrebbe altra penna che la mia per descri- 
vere l'angoscia e lo spavento da cui fu presa la 
popolazione a quella notizia. 

Uomini, donne, scompagnati, a coppie, a famiglie 
intere si riversarono nelle contrade. Era un conti- 
nuo scendere di gente dalle case nella strada ca- 

(1 ) Barizaldi : Istoria della Vergine delle lacrime di Trevi. Edizione 
1*721 (raro). 
(2) Lodi: Opera manoscritta. 



122 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

richi di robe che portavano nei conventi, nelle chiese 
e perfino nel mezzo dei boschi, come luoghi stimati 
più sicuri. Le donne coi bambini al collo percorre- 
vano le vie piangendo in traccia del marito, del 
fratello, del figlio o dell'amante che dovevano com- 
battere o morire, e raggiuntili, si gettavano loro al 
collo, favellando e baciandoli con tutto il trasporto 
d'un ultimo bacio, e d'un ultimo addio. I giovani si 
affaticavano a trasportar sacchi di terra alle mura 
e alle porte, e con puntoni a sconnettere, a scavar 
pietre per formar trincee. 

Una gran parte degli abitanti portando via quel 
che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le be- 
stie, s' allontanavano dalla terra, per trovar ricovero 
in altre terre che sapevano essere ancora a divo- 
zione della Corona di Francia. 

Fra tanto scompiglio rimanevano imperterriti ì 
consoli, privi del loro capo (giacché il Landriano, 
temendo l'ira del nemico, era scomparso, né si sa- 
peva il luogo ove si fosse rifugiato), i quali imme- 
diatamente impartirono ordini per la difesa e che si 
portassero le robe di maggior valore nelle chiese 
di S. Martino e di Sant'Agostino. 

Il rumore di sì triste novella giunse anche nei 
luoghi circonvicini. Monsignor Bartolomeo Melzo, 
allora preposto alla Collegiata di S. Giovanni Evan- 
gelista di Pontirolo vecchio (Canonica), mandò a 
Treviglio il suo vicario generale Andrea Serpellone 
con due suoi canonici dei più vecchi, l'uno dei quali 
si addimandava Leonardo Renuzio, e l'altro Nic- 






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DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 123 

colò , ove giunsero la sera di quello stesso 

giorno, e subito concertarono col reverendo prete 
Antonio De-Capitani d'Arsago, come il più vecchio, 
e con altri curati, di provvedere d'aiuto spirituale 
quell'afflitto e sconsolato popolo. (1) 

Mandossi anche a Brignano a supplicare Bernabò 
Visconti, cavaliere dell'ordine di S. Michele, molto 
caro al re Francesco I, dal quale aveva ottenuta 
la carica di maresciallo di campo, che si recasse 
a Treviglio, affine di proteggerlo colla sua auto- 
rità. (2) 

Sorse il giorno 28 di febbrajo, che fu il venerdì gras- 
so, ma molto magro ed infausto pel popolo di Trevi, 
come dice il Lodi (3), quando le guardie alle porte 
annunciarono che per la via di Casirate veniva alla 
volta di Treviglio, a bandiere spiegate, l'esercito 
francese con alla testa il Lautrec. 

Parte del popolo ritirossi ne' tempj sacri, ove già 
stavano le donne, solo i consoli Sebastiano Batta- 
glia, Pietro Cattaneo, Martino Agazza, e Nicolò 
Zanda, preceduti dal Visconti, uscirono della terra ad 
incontrare il Lautrec. Giunti alla sua presenza, e 
dopo avergli offerte le chiavi, il Battaglia e il 
Visconti con dignitose parole si fecero animo ad 
implorare misericordia pel popolo di Treviglio, nel 
quale non si trovava colpa alcuna di tradimento. 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 863-864. 

(2) Baiizaldi: Memorie del Santuario di Nostra Signora, ecc. Tre- 
Tiglio, 1822. 

(3) Lodi: Opera manoscritta, pag. 859. 



124 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Lautrec, interrotto il discorso, rispose, che ai ribelli 
con onore del suo re non così facilmente poteva per- 
donare. Dato quindi ordine alle sue truppe di cir- 
condare la terra , accompagnato da' suoi capi e dai 
consoli, alle tredici ore della mattina vi entrò e venne 
sulla piazza maggiore. 

Il Lautrec era già consapevole, che il luogotenente 
Landriano era stato l'autore e degli insulti fatti alle 
truppe francesi, e della risposta temeraria data al- 
l'araldo contro il volere del Consiglio. Essersi il 
popolo trovato nelle mani di quest'uomo che avea 
e dignità per obbligarlo, e forza per costringerlo 
all'obbedienza. Lautrec volea sul Landriano sfogare 
il suo sdegno. Minacciava quindi fìerissima vendetta 
se quell'uomo non venivagli dato nelle mani; e 
comandò alle sue genti di ricercarlo in ogni angolo. 
Non andò molto che lo si rinvenne appiattato sotto 
un'antica trave che sosteneva il tetto della chiesa 
di S. Pietro. 

Trascinato avanti il generale: Tu sei, gli disse, che 
osi ingiuriare la sacra corona del mio re? Contro il 
volere di questo popolo dichiari Treviglio ribelle di 
Francia, e ti fai gloria di sostenerlo. Or non ri- 
spondi? — Taceva e tremava pel terrore il luogote- 
nente, quando Lautrec comandò ai soldati che gli 
strappassero la lingua, e lo recassero a morte. Con 
furore fu eseguito il comando, e tratto il miserabile 
alle catene, nella pubblica piazza ove pesavasi il 
fieno , ivi sospeso, a gara con archibugiate dopo varj 
stenti l'uccisero. Poscia, per iscorno maggiore, ne 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 125 

trassero per le contrade il cadavere trascinato e 
calpestato dai cavalli. (1) 

Frattanto usciva del tempio di S. Martino il vi- 
cario Andrea Serpelloni, accompagnato da due suoi 
canonici, e dagli altri sacerdoti di Treviglio, per 
ossequiare il generale. Lautrec, visto il prelato , e 
conoscendo ch'egli era uomo d'autorità, smontò da 
cavallo, accogliendolo benignamente. Fatto animoso 
il Serpelloni per questa amorevolezza, con umili parole 
cercò destare nell'animo del Lautrec compassione per 
le estreme miserie dei Trevigiiesi, ma egli rispose, 
che lasciare impuniti i delinquenti allettava i delitti, 
pur soggiunse che la chiesa non era delinquente. 

Il buon prelato vedendo che l'opera sua poco o 
nulla giovava, presa licenza dal generale, stava per 
ritornare nella chiesa di S. Martino; quando all'im- 
provviso s'odono voci confuse non solo di terrieri, 
ma ancora di soldati francesi che venivano in fretta 
dalla parte di porta della Torre gridando: Miracolo! 
Miracolo ! l'immagine della vergine dipinta in S. Ago- 
stino lacrima e suda. (2) 

Nella via che conduce a porta Torre trovavasi 
a quei tempi il monastero di S. Agostino, al quale 
era unita una piccola chiesa con atrio, che vedesi 
ancora al giorno d'oggi. In questa chiesa, appena 
corse la notizia dell'arrivo in Treviglio dell'esercito 
francese, s'era ricoverato un gran numero di persone 
sì che per la folla era angusto il luogo. A maggior 

(1) Barizm.dk Istoria della Vergine delle lacrime di Trevi. Milano, 1721. 

(2) Lodi: Op. man., pag. 868 e seg. — Barizaldi: opera citata. 



126 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

precauzione tenevansi chiuse le porte e le finestre, 
e in quelle tenebre se ne stava pregando la timo- 
rosa popolazione. Erano circa due ore di giorno, 
quando alcune donne, che s'eran collocate sotto un 
immagine della Vergine che stava dipinta sul muro 
a sinistra dell'altare, sentirono come bagnarsi il capo 
d'abbondanti gocciole. Fecero subito istanza a chi era 
più vicino alle finestre di guardare se piovesse; si 
aprì, e trovatosi il cielo sereno, giudicossi che quelle 
donne avessero preso abbaglio. Persistendo però la 
copia delle gocce, fu forza aprire una finestra per 
vedere da che parte tal acqua avesse origine per 
rimediarvi; ed ecco che, dopo fatta qualche diligenza, 
s'accorsero che tutto il corpo dell'immagine della 
Vergine era coperto d'abbondante sudore. Sorpreso a 
quella vista il popolo, a gran voci proroppe a gri- 
dare: Miracolo! Miracolo! (1) 

Il Lautrec, appena ne ebbe la notizia, accompa- 
gnato da' suoi capitani si recò alla chiesa di San- 
t'Agostino, ed entrato nel tempio, ponendosi ginoc- 
chioni innanzi all'immagine, levatosi l'elmo, e di- 
scintasi la spada, li offrì alla Vergine; e così fecero 
gli altri comandanti deponendo elmi, spade, tar- 
ghe, corsaletti, ricche sopravveste, stendardi, ves- 
silli (2), monete d'oro e d'argento. Allora i capitani, 
rivoltisi alla gente che quivi s' era rifugiata , la 

(!) Barizaldi: Op. man. — Lodi: Op. man., pag. 873 e seg. 

(2) t Fu sconsigliato pensiero de' nestri avi, ne'principj del secolo 
trascorso, il vendere quelle armi per convertirne il denaro in appa- 
rati di chiesa. Erano esse tante in numero , che potevansi addobbare 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 127 

confortavano, assicurando che il generale aveva 
loro perdonato. A queste parole vi fu subito alcuno 
che corse al tèmpio di S. Martino, ove s'era rifu- 
giato il maggior numero della popolazione , per 
recarvi la notizia non meno del miracolo che della 
mutata volontà del Lautrec. Ma i rifugiati nel 
tempio di S. Martino, nel sentire le campane di 
Sant'Agostino che suonavano alla distesa, pen- 
sando che colà fosse incominciato il saccheggio e 
s'esercitasse violenza, e le monache così facessero 
per implorare soccorso, non aprirono le porte a 
quelli che venivano da Sant'Agostino. Ma persi- 
stendo quest'ultimi a gridare ch'eran salvi e liberi 
per miracolo della Vergine, alcuni dei rinchiusi, fat- 
tosi animo, uscirono sulla piazza, ed accertatosi che 
ciò che raccontavasi era il vero, ne informarono il 
Serpelloni, che ordinò al decano ed agli altri curati 
che si radunasse il popolo per andare processionai- 
mente a Sant'Agostino. 

Quivi giunti, compiuti che ebbe il vicario i divini 
ufficj in rendimento di grazie, volle che alla presenza 
del Lautrec e degli uffiziali, nonché di tutte le mi- 
gliori persone del clero e del popolo, il notajo e can- 
celliere della Comunità Eugenio Daiberto, con atto- 
pubblico tramandasse ai posteri memoria del fatto. (1) 

tutte le parti del tempio, il quale più glorioso ornamento non potea 
avere. Pure nella vendita ebbesi cura di conservare la spada di Lau- 
trec e il suo cimiero ». Barizaldi: Memorie del Santuario, ecc. Tre- 
viglio, 1822. 
(1) Barizaldi: Opera citata. Lobi: — Op. man., pag. 886. 



128 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Dopo di che il Lautrec, radunato l'esercito, si partì 
da Tre viglio alla volta di Milano per tentarne il 
riacquisto; ma inutilmente, poiché i Milanesi avean 
concepito tant'odio contro di lui, che eran pronti a 
sostenere ogni fatica e privazione per liberarsene; e 
questi sentimenti presero maggior forza quando il 
duca Francesco II Sforza, venuto da Trento con 6000 
Tedeschi, riesci, coll'ajuto del Colonna, ad entrare in 
Milano (4 d'aprile, 1522) con trecento cavalli e due 
mila fanti. 

Allora il Lautrec volle tentare la sorte con una 
battaglia tra Monza e Milano, presso un cascinale 
detto la Bicocca (27 d'aprile, 1522), ove rimase com- 
piutamente battuto. Con tale giornata i francesi per- 
dettero il Milanese. Tornarono però a disputarlo, 
imperocché nel 1523 fu assalito dal Bonnivet, ma 
l'impresa andò fallita, poi nel 1524 Francesco I di 
Francia se ne impadronì, e lo tenne per quattro 
mesi. Ma nel 1525 sconfitto e fatto prigioniero nella 
famosa battaglia di Pavia, vi perde lutto fuorché 
l'onore. Dopo la qual vittoria l'imperatore Carlo V 
investì del Ducato di Milano Francesco Sforza; in- 
vestitura che fu data a dure condizioni, poiché il 
duca veniva ad essere, anziché vassallo dell'Impero, 
suddito di Carlo V. Lo Sforza tenne il Ducato sino 
al 1535 in cui morì, spegnendosi con lui la dinastia 
dei duca Sforza, e il Milanese passò sotto il domi- 
nio spagnuolo. 

Treviglio, nelle tempestose vicende che travaglia- 
rono il Milanese, dal 1523 sino alla fine di questo 
secolo, ebbe a soffrire gravi danni. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 129 

Dal 1523 al 1527 fu costretto a continue guardie, 
ad alloggi di soldati ora spagnuoli ora francesi, a 
somministrazioni di carri e guastatori, ed a continui 
sborsi di denari, tanto che si giunse perfino a pagare 
1500 scudi ad un tratto. Per colmo di disgrazia vi si 
aggiunse la peste. 

Nel 1528, il 4 di dicembre, vi entrarono i Veneziani 
che s'eran collegati con papa Clemente VII, Enrico 
d'Inghilterra e i Francesi, a' danno dell'imperatore 
Carlo V, e in quell'anno venivano in soccorso dello 
Sforza. Stettero in Treviglio cinque mesi continui. 

Nel 1529 ridestossi la peste, ed infierì in tal modo, 
che nel susseguente anno 1530 il Consiglio prese, il 
29 di giugno, la determinazione che, siccome « la terra 
di Trevi per le grandissime guerre e per l'orribile 
peste era ridotta a grande povertà e bisogno parti- 
colarmente di persone utili, le quali si potessero eser- 
citare in qualche arte utile », si ordinò « che chiun- 
que avesse voluto venire ad abitare Trevi con la 
sua famiglia, purché esercitasse qualche arte utile, 
fosse egli o massaro, o lavoratore, o coltivatore, era 
esente per cinque anni immediatamente dopo la ve- 
nuta da tutti i carichi tanto reali, quanto personali, 
i quali in qualsivoglia modo potessero essere imposti 
dalla Comunità, o che per sorte accadesse esser im- 
posti dal duca di Milano nel tempo di detti cinque 
anni. » (1) 

Oltre di ciò, nello stesso anno fuvvi nel territorio 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 974 e seg. 



130 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

trevigliese un'invasione di lupi, contro i quali fu 
necessario bandire una caccia a premi. 

Nel volgere dell'anno 1538 una inaspettata novità 
mise nell'imbarazzo il Comune trevigliese. 11 16 del 
mese di settembre fu esposto in Consiglio, che il giorno 
innanzi era giunto in Treviglio Gerolamo Rozzone, 
uno dei segretarj cesarei, ad avvisare la Comunità 
come gli agenti della Camera cesarea volevano alie- 
nare i redditi od entrate dell' annuo censo o tasse 
ordinarie che pagavansi ogni anno dalla Comunità 
alla detta Camera, e nello stesso tempo vendere la 
giurisdizione o podestà della terra, e che a tal uopo 
s'eran già presentati compratori. (1) 

Quando ai Trevigliesi giunse l'annunzio di tale 
risoluzione, non frapposero indugi per impedirla. Ra- 
dunatosi il Consiglio, « fece opportuna provvisione 
acciocché Trevi non andasse sotto la giurisdizione 
di altri che della cesarea Maestà, stando che dagli 
antichi ed anche moderni privilegi si vedeva che essa 
terra non era stata mai soggetta ad altri fuori che 
immediatamente ai principi. » A questa proposta, ben 
considerato il negozio, fu ordinato che s'inviassero 
a Milano quattro oratori, i quali provvedessero in 
quella maniera che avessero potuto. A quest'effetto 
furono eletti: Giovanni Maria Buttinone, Gerolamo 
Barbarossa, Ersilio Agostano, e Giovanni Stefano 

(1) Tale misura, oltremodo bisognosa, fu presa per provvedere di 
denari l'imperatore Carlo V nelle guerre che sosteneva in Germania. 
Questa infeudazione venne praticata non solo con Treviglio, ma anche 
con altre terre. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 131 

Ferrando. Il 19 dello stesso mese ritornarono gli ora- 
tori, e dai medesimi fu riferito in Consiglio che non 
si era potuto operare cosa alcuna, ma che gli agenti 
della cesarea Maestà avevano di certo ricevuto l'or- 
dine di alienare l'entrate e giurisdizione della terra 
di Treviglio, non esservi quindi altro rimedio per le 
urgenti necessità che il denaro, e che perciò s'avesse 
a scegliere una delle due, o che essa Comunità si 
riscuotesse e liberasse da questa vendita, o permet- 
tesse che esse entrate e giurisdizione fossero vendute 
ad altri. 

« Quei del Consiglio, sentita la proposta, determi- 
narono che molto meglio era che la Comunità di 
Trevi si riscuotesse con denari, anziché comportare 
che fosse venduta ed alienata ad altre persone, tanto 
più che erano avvisati per mezzo d' amici che gli 
agenti d'essa Camera cesarea avrebbero sempre fatte 
migliori condizioni alla stessa Comunità che ad altri. 
Laonde fu conchiuso che la Comunità si riscuotesse, 
comperando lei i redditi e le entrate delle tasse or- 
dinarie con quel minor prezzo che fosse stato possi- 
bile. E che in quanto alla giurisdizione della terra, 
si rimettesse quella all' arbitrio dell' Eccell. Senato 
di Milano, con questo però che gli agenti della Ca- 
mera cesarea non potessero trasferire ad altri detta 
giurisdizione. A tal uopo furono rieletti i suindicati 
quattro oratori affinchè si recassero di nuovo a Mi- 
lano e trattassero una composizione coi detti agenti 
per redimersi, riducendosi a quel minor prezzo si 
fosse potuto, ma però non conchiudessero cosa al- 



132 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

cuna prima di riferire il negoziato in Consiglio. » (!) 
Nel 1539, in occasione della festa di S. Gottardo, 
che si celebra in Calvenzano, luogo discosto da Tre- 
viglio più che un miglio e mezzo, nacque una seria 
rissa tra molti giovani di Caravaggio e Treviglio; 
sì che fu necessario che da Milano venisse un fiscale 
del capitano di giustizia per accomodar la lite. (2) 
Nel 1540 fu afflitto ancora dalla peste, poi nel 
1542 dalle locuste. 

Nel 1550, dietro ordine della Camera cesarea, i Tre- 
vigliesi dovettero pagare lire imperiali 1430, soldi 14 
e denari 3 per la fabbrica delle fortificazioni di Milano. 
Tale taglia venne compartita in due parti sull'estimo 
dei beni, e l'altra terza parte sopra i carichi perso- 
nali. Negli anni susseguenti i Trevigliesi sperarono 
invano un po' di tregua ai loro malanni, perchè ri- 
destatesi le pretese di Francia sul Milanese, a Tre- 
viglio toccarono al solito nuovi balzelli ed alloggi 
di soldati. Pel suo peggio, nel 1566 rinnovaronsi le 
intestine discordie, che furono composte da S. Carlo 
che in quell'anno s'era recato a visitare la chiesa di 
Trevi « e comandò, elice il Lodi, agli agenti della 
Comunità che s'eleggessero alcuni uomini de' principali 
della terra, i quali attendessero a comporre le di- 
fi) Lodi: Opera man., pag. 995 e seg. 

(2) Ho qui riferito questo fatto, almeno per provare che anche qui 
la Gatta non c'entra per nul'à. Se nacquero alcune discordie tra Ca- 
ravaggini e Trevigliesi lo fu o per altre cause, o in occasi* ne di feste, 
(che per disgrazia son troppe in itala) nelle quali quasi sempre si 
agitano nelle taverne e fra i prefumi del vino le questioni da cam- 
panile. 






DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 133 

scordie de' Terrazzani. Per tanto nel Consiglio l'8 di 
dicembre fu ordinato che per l'osservanza dell'ordi- 
nazione fatta dal cardinale arcivescovo s'elegessero 
tre, i quali si chiamassero i Paci f ci di quella Comu- 
nità, e questi dovessero terminare, definire e acquie- 
tare tutte e qualsivoglia differenza e controversia 
presente e futura in detta terra e territorio, e per 
questo effetto furono rieletti Gerolamo Federici ve- 
scovo di Martorana, Cesare Daiberto, e il dottore 
Gerolamo Rozzone, con autorità di terminare esse 
differenze come meglio loro fosse parso per il bene 
della pace, utilità e comodo universale, e che questo. 
ufficio durasse a beneplacito d'essa Comunità. » (1) 
Nel 1569 i Trevigliesi patirono grandi angustie 
per la penuria dei viveri, stati distrutti dalle intem- 
perie celesti , e consunti dall' eccessivo numero di 
truppe belligeranti che furon di passaggio sul terri- 
torio trevigliese, dimodoché il 20 di novembre « ve- 
dendosi nella terra di giorno in giorno crescere i fo- 
restieri, fu fatto Consiglio per provvedere alle cala- 
mità del tempo, nel quale fu ordinato che tutti i 
forestieri venuti ad abitare in Trevi dopo la festa di 
S. Michele, o che fossero per venire, dovessero nel 
termine di tre giorni partirsi colle loro famiglie, sotto 
pena di cinque scudi d'oro d'applicarsi metà al po- 
destà, e metà alla Comunità, nella qual pena si in- 
tendesse essere incorsi di fatto tutti quelli che non 
gli avessero licenziati dalle case date loro in affitto 

(1) Lodi: Opera man. succitata, pag. 1062 e seg, 

10 



134 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

o in altro modo. Oltre di ciò, in altro Consiglio 
fatto il 4 di dicembre per l'istesso motivo, fu dato 
ordine che fossero fatte le guardie alle porte della 
terra, acciocché non si portasse via il pane né di 
frumento, né di mistura, e che ogni giorno si depu- 
tassero a vicenda le persone più idonee. » (1) 

Da quest' anno sino alla fine del secolo ci riman- 
gono poche interessanti memorie di Tre viglio, che 
ebbe a patire le consuete traversie; onde, togliendoci 
da quelle miserie, ci faremo ad indagare le memorie 
religiose. 

La prima notizia ecclesiastica che incontriamo sul 
principio del XVI secolo, è una questione sorta tra 
la Comunità di Treviglio ed il preposto di S. Gio- 
vanni Evangelista di Pontirolo Vecchio (Canonica), 
dal quale dipendeva Treviglio per lo spirituale, pel 
conferimento d' alcuni benefìcj curati eh' eran ri- 
masti vacanti nella chiesa di S. Martino, e pei quali 
spettava il diritto di elezione alla Comunità, in 
forza dei capitoli fatti coi Veneziani. Fu posto fine 
alla lite dal Governo veneto , cui era soggetto in 
allora Treviglio, che spedì due lettere, una il 2 di 
settembre del 1506 allo stesso preposto di Pontirolo 
Vecchio, in cui ordinavasi « debent vacantibus be- 
neficiis Curatis vel Clerìcatu Ecclesia Sancii Mar- 
tini castri Trìvillij conferre ipsa electis et approbatis 
ab ipsa fideli Communitate Trivillij », e l'altra in 
data 4 di settembre del 1506, diretta al podestà di 

(1) Lodi: Opera manoscritta succitata, pag. 1070 e seguenti. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 1 35 

Tre viglio, al quale ordinavasi « che quando l'occorre 
che a' eletti in li benefìzj de questo loco per essa 
Comunità, per l'ordinario sia fatta la collazioni vui 
debiate quelli tali electi, e che avrà la loro colla- 
zion, metterli in possessione, e quelli posti in quella 
conservare. Et così exequire per esser questa firma 
intenzion nostra. » (1) 

Quando Tre viglio nel 1509 fu saccheggiata ed 
incendiata, dai Veneziani, gli edifìcj sacri ed i con- 
venti patirono la maggior rovina. La sola chiesa di 
S. Martino restò salva; fu però spogliata del suo 
dovizioso arredo, e la perdita maggiore, perchè ir- 
reparabile, fu quella di moltissimi documenti ch'eran 
nel suo Archivio, nei quali contenevansi i suoi pri- 
vilegi. Rimasero distrutti il monastero degli Umi- 
liati, e la chiesa di S. Giacomo, ch'era stata edificata 
nel 1229, non che il suo monastero, il qual luogo 
fu poi dal volgo chiamato con corrotto vocabolo 
Mur acche di S. Giacomo. (2) Nel tempo in cui av- 
venne questa calamità, s'eran pure allontanati dalla 
terra molti sacerdoti, senza farvi ritorno, onde al 15 
di novembre il Consiglio ordinò che Giacomo Cor- 
reggio, uno dei consoli della terra, procurasse con 
tutte le forze possibili « perchè i sacerdoti tanto 
cappellani, quanto curati, ancorché assenti, facessero 
il laro debito circa al celebrare le messe ed altri 
•divini ufficj, erche niuno d'essi avesse ardire d'as- 

(1) Lodi: Opera manoscritta succitata, pag. 653 e seguenti. 
(*2) Lodi: Breve storia delle cose memorabili di Trevi. Milano, 1647, 
pag. 39. 



136 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

sentarsi dalla chiesa, e a questo fine andasse dal 
vicario generale dell' arcivescovo di Milano , e da 
quello ottenesse un ordine in buona forma. » (1) 

Nel 1513 Bartolomeo Bolzone istituisce nella chiesa 
di San Martino una cappellania sotto il titolo di 
Santa Caterina della Ruota. 

Sotto Tanno 1522, nel mese di giugno, il Consi- 
glio delibera di offrire, in commemorazione della pia 
tradizione della Vergine delle lacrime, ogni anno 
alla chiesa di S. Agostino lire sedici imperiali. (2) 

« Nel 1529, dice il Lodi, i Trevigliesi determi- 
narono fabbricare una chiesa in onore dei SS. Rocca 
e Sebastiano, la quale poi non ebbe effetto, ma sì 
bene poco dopo ne fabbricarono una in onore di 
S. Rocco, come ora si vede fuori di porta Filagno; 
non ho potuto sapere, dice ancora lo stesso Lodi, 
perchè si mutasse luogo, e questa fu fabbricata im- 
mediatamente dopo la peste. » 

In questo stesso anno (1529) Simone Della Piazza, 
con. suo testamento del 29 d'agosto, rogato dal no- 
taj o di Treviglio Antonio De-Capitani d'Arsago, 



(1) Lodi: Opera man. succitata, pag. 732. 

(2) Eco il contenuto del decreto od ordine della Cornuta: « Or- 
dinatum fuit quod attento, quod die ultimo mentis fehruarij proxime 
preteriti Imago, seu figura Beatissimce Virginis nunc d pietà in Ecclesia 
Sancti Augustini castri Trivillij, videlicet Ula, qua? est in medio San- 
ctoram Auguslini et Nicolai, fecit miraculum, videlicet in effundendo 
lacrimas ab oculìs proni notorium est. Quod omni anno Ula dies fe- 
stetur usque in perpetuum. Et quod ficee Communitas Ula die teneatur 
ofjerre libras sexdecim Imperiales omni anno, usque ad beneplacitum 
dictos Communitalis. Lodi: Opera man. succitata, pag. 910 e seg. 






DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 137 

fondava nella sua casa un ospitale pei poveri pel- 
legrini che transitavano per Tre viglio, provveden- 
doli così delle cose necessarie al vivere. Volle pure 
che in quello stesso ospitale vi si fabbricasse una 
cappella o chiesa sotto il titolo di S. Gioseffo suo 
protettore. Il governo di quest'ospitale era prima 
affidato per disposizione del testatore ad alcuni suoi 
amici, quali erano Ettore Maria Ferrando, prete 
Bernardino Berlendo, Giovanni Martino San Pere- 
grino, Giovanni Agostino Carminati, e Ambrogio 
Canzolo, e doveva in seguito passare nei loro figli 
legittimi in linea mascolina, in perpetuo « colla con- 
dizione che tutte le entrate e redditi dei suoi beni, 
che ogni anno si cavassero, fossero distribuiti ai 
poveri di Trevi. Fu poi l'amministrazione di questo 
ospitale, di consenso dell' eminentissimo cardinale 
del titolo di S. Clemente, trasferito con bolle apo- 
stoliche nella Confraternita del Sacratissimo Corpo di 
"Nostro Signore, eretto in Treviglio. » (1) 

Nel 1537 fu rifabbricata la chiesa vecchia delle 
monache di S. Pietro che minacciava rovina. A pro- 
posito di questa chiesa, il Lodi dice che « nella 
restaurazione di essa, nell'altare maggiore fu trovata 
una memoria, che provava come erano 500 anni 
che era stata fabbricata. » (2) 

In virtù d'un breve apostolico concesso l'anno 
1539 da Paolo III, si ottenne la facoltà di stabilire- 



(4) Lodi: Op. man., pag. 961 e seg. 
(1) Idem: lbid., pag. 995. 



138 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

nella chiesa di S. Martino la scuola del Santissimo 
Sacramento. « Questa scuola nel principio , non 
avendo luogo , si riuniva nella sacristia di detta 
chiesa, con licenza de' sacerdoti padroni di quella. 
Coll'andar del tempo poi, per maggior comodità, pi- 
gliarono a fitto l'anno 1542 il 2 di maggio dai 
secolari di Santa Maria, una camera detta la Co- 
lombara, che anticamente era una delle torri del 
castello. » (1) 

Il 20 d'agosto del 1568 venne posta dal prete 
Bernardino Buttinone, in allora il più antico dei 
curati e vicario foraneo, la prima pietra fondamen- 
tale della chiesa di S. Gioseffo dell'ospitale de' Pel- 
legrini, che dal volgo fu chiamata la Pellegrina, 
conforme alla disposizione testamentaria del Della 
Piazza. 

Non mi resta ora che registrare alcuni fatti im- 
portanti avvenuti nelle cose ecclesiastiche di Trevi- 
glio al tempo dell'arcivescovo S. Carlo Borromeo. 

Nel corso di questa storia vedemmo che la chiesa 
di Treviglio, perchè soggetta da antichissimo tempo 
alla prepositurale di San Giovanni Evangelista in 
Pontirolo Vecchio (Canonica), il cui preposto mitrato 
stendeva la sua giurisdizione in questa pieve, se- 
guiva anche il rito dell'antica matrice che era il 
romano. 

Ora l'anno 1578 venne in pensiero all'arcivescovo 



(I) Lodi: Op. man., pag. 1000 e seg. — Cameronk: Opera mano- 
scritta citata. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 139 

Carlo Borromeo di sostituire nella chiesa trevigliese 
al romano il rito ambrosiano. A questo cambiamento 
non annuì la Comunità di Trevigiio, anzi, tanto vi 
si oppose, che giunse persino ad ordinare « che 
niuno andasse alla chiesa parrocchiale né a messa, 
né a prediche, nò a lezioni, facendoli andare alla 
chiesa de' Padri Riformati. » (1) 

Allora il Borromeo mise mano alle censure ec- 
clesiastiche, e il 22 di giugno del 1578 fece intimare a 
quei di Trevigiio la scomunica (2). Ciò non pertanto 
la Comunità persistette nel rifiuto, protestando con 
atti pubblici, e inviando persino suoi procuratori al 
papa Gregorio XIII, acciocché, esaminate le loro an- 
tiche ragioni, impedisse l'introduzione del rito am- 
brosiano nella loro chiesa. 

Gregorio XIII, che non vedeva di buon occhio 
siffatta mutazione, accordò che i Trevigliesi conti- 
nuassero ad osservarne l'antico rito romano» 

Nel 1585 ebbe luogo la rigenerazione del Ca- 
pitolo, poiché il giorno 8 di novembre Carlo Bor- 
romeo eresse la chiesa di S. Martino in collegiata. 
« Avendo egli ritrovato nella chiesa di San Mar- 
tino di Trevi nove residenti che cantavano le ore 
canoniche -secondo la disposizione del testamento 
del fu dottore Stefano Maldotto, già restituita fin 
dall'anno 1476 tanto per autorità del Concilio di 
Trento, quanto per autorità apostolica e ordinaria^ 



(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 1091, 

(2) Vedi documenti. 



140 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

con il consenso d'essi curati e beneficiati eresse e 
creò la suddetta chiesa parrocchiale di S. Martino 
in prepositurale e collegiata colle solite insegne, pri- 
vilegi, prerogative, onori e preeminenze come hanno 
le altre collegiate della diocesi, assegnando ad essa 
prepositura una delle dette sei porzioni curate di mag- 
gior reddito: e alla prebenda teologale assegnò una 
delle altre cinque porzioni. In oltre eresse in Cano- 
nicato la cappellania dell'Assunzione della Vergine, 
quelle di S. Rocco, di S. Antonio di Padova, di 
S. Antonio Abate, di S. Cristoforo, e alcune altre in 
detta chiesa, le quali però non ebbero il loro effetto, 
di modo che oltre il prevosto restano solo dieci ca- 
nonici » (1). E con questa istituzione Treviglio tornò 
ad avere canonici, e da membro divenne capo di 
pieve. La Comunità in tale occasione fece subito fab- 
bricare vicino al coro le case pei canonici. 

Nel 1584 alcuni principali della terra vennero in 
pensiero d'introdurre in Treviglio i Padri Cappuccini. 
I fautori dei Padri Riformati (che da antico tempo 
avevano già stabilito un loro convento in questa 
terra), dubitando che coli' introduzione di quei Padri 
si avesse a diminuire la divozione, ma più ancora 
l'elemosina a favore dei loro protetti, provocarono 
fazioni e scandali, onde fu necessario che si ponesse 
di mezzo il Consiglio, che accordò ai Padri Cappuc- 



(1) Lodi: Opera 'man. succitata, pag. 1110 e seg. — Ora non 
esiste più la Collegiata. Vi sono però il prevosto, il teologo e quattro 
curati. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLI© 141 

cini di « fabbricare il convento ove era già prima una 
chiesa della Vergine Assunta. » Il giorno 7 del mese 
di luglio dell'anno 1585 si pose da Giovanni Paolo 
Visdomini, primo preposto della Collegiata di Tre- 
viglio, la prima pietra fondamentale del convento e 
chiesa di questi Padri Cappuccini. (1) 

Nel 1594, il 25 del mese di marzo, fu messa da 
Massimo Pellegrino, allora prevosto della Collegiata 
di S. Martino, la prima pietra fondamentale della 
chiesa dedicata alla Vergine delle lacrime. 



(1) Lodi: Opera manoscritta succitata, pag. 1115 e S3g. 



CAPITOLO VI. 



La storia di Treviglio sterilissima di avvenimenti nei secoli XVII e 
XVIII — Treviglio sul principio del secolo XVII si unisce con 
altre terre per conservare la propria autonomia amministrativa — 
Ritorna agli antichi disastri — Peste in Treviglio — Tentativo del 
Governo spagnuolo per infeudarlo — I Francesi condotti dal duca 
di Modena Francesco I invadono la Ghiara d'Adda — I Trevi- 
gliesi si preparano a respingerli — Atti di valore d'alcuni Trevi- 
gliesi — Vicende di Treviglio nel secol© XVIII — Memorie reli- 
giose di Treviglio in questi due secoli. 



La storia di Treviglio, sì copiosa di avvenimenti 
nel secolo scorso, è al contrario sterile nei due se- 
coli che veniamo a trattare. 

In sul principio del secolo XVII la prima notizia 
che abbiamo è, che i consoli trevigliesi uniti ai de- 
putati di Castelleone, Fontanella, Pizzighettone e 
Soncino, a stornare l'idea del governatore di Milano 
don Pietro Enrico Acevedo, conte di Fuentes, che 
voleva aggregare alle principali città le minori terre 
e i contadi aventi separata amministrazione , allo 
scopo d'ottenere maggior speditezza ed economia 
nell'azienda dei Comuni e dello Stato, presentarono 
allo stesso governatore una supplica colle ragioni ? 



144 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

la quale ottenne esito ' favorevole e completo. Sem- 
bra che da quel tempo Treviglio sia stato obbligato 
a mantenere in Milano un suo rappresentante, chia- 
mato col nome (['Oratore, col quale il Governo, il 
Senato e gli altri magistrati si concertavano, o da- 
vano gli opportuni provvedimenti: egli poi teneva 
corrispondenza col Comune (1). Del resto Treviglio, 
anche nei secoli scorsi, ebbe i suoi oratori, ma non 
erano rivestiti di quella autorità che ottennero di poi. 

Nel 1617 ricominciarono in Treviglio gli antichi 
disastri. 

I Veneziani eransi impegnati neh' assedio di Gra- 
disca contro Ferdinando d'Austria. Non rimaneva 
altro partito per soccorrere Gradisca che tentare di 
costringere le forze veneziane ad una diversione; 
quindi il duca d'Ossuna, o dietro istigazione di Fer- 
dinando, o di suo arbitrio, colle galere di Spagna 
li molestava per mare, suscitando contro la Repub- 
blica gli Uscocchi; e Pietro di Toledo, governatore 
di Milano, finse di assaltarla dal lato di terra ferma. 
L'ottobre del 1617 il Toledo inviò il suo esercito 
nella Ghiara d'Adda confinante ai Veneziani, e al- 
lora Treviglio fu costretto per alcuni mesi a dare 
alloggi ai soldati ed a sborsare denari. 

Nell'anno 1628, essendo morto Vincenzo Gonzaga 
duca di Mantova, scoppiò in Italia la guerra fra i 
pretendenti a quel Ducato, che fu fatale pei disastri 



\\) Archivio storico in Milano. Sezione feudi. — Galantino: Storta 
di Sonano, voi. II. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 145 

che recò, fra i quali il più orrendo fu il contagio di 
nuovo portatoci dai pestiferi lanzichenecchi guidati 
dal Collalto, e diretti all'assedio di Mantova. 

Treviglio non schivò il terribile flagello, non ostante 
gli opportuni provvedimenti presi dalla Comunità. 
Il Lodi, con altri particolari, così racconta come si 
propagasse la pestilenza in Treviglio: 

« Scesero dunque questi soldati (i lanzichenecchi) 
nella valle eli Chiavenna, quindi pel Lago di Como 
pervenuti a Lecco passarono più oltre, e nel mese 
di ottobre si vennero alla volta di Ghiara d'Adda, 
passando pei porti di Vaprio, di Cassano e di Ri- 
volta, alloggiando la notte per il più in campagna 
per la tappa, nelle baracche fatte a questo effetto, 
sì per esser copioso il numero dei soldati, come 
anco perchè era fama che essi portassero il male 
del contagio, come si vide in effetto; imperciocché 
alloggiando essi nelle ville e terre di Ghiara d'Adda, 
dove si fermavano alla notte coricati parte sotto 
il coperto , e parte all' aria sopra la paglia , dove 
passavano lasciamo imbrattato tutto il paese di 
detto male. In Trevi la peste cominciò si può dire 
nella casa paterna del presente scrittore al fine 
quasi del mese d'ottobre, che fu alli 26; diedero 
di ciò evidente segno di sì triste augurio i spa- 
ventevoli tuoni con la caduta della saetta poco 
prima, che fu alli 22 dell'antecedente agosto alle 18 
ore, la quale diede nella cima dell'aguglia del cam- 
panile di S. Martino e la fracassò, poi scorse giù di 
dentro e scaricò sopra quello che suonava le cani- 



146 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

pane per il temporale, e lasciollo morto ili piedi, non 
ritrovandosi in esso lesione alcuna in veruna parte 
del corpo; solamente si trovò nella scarsella di lui 
un denaro d'argento veneto che noi chiamiamo giu- 
stina, tutto nero e mal condizionato. Tuttoché essa 
saetta cadesse sopra Faguglia del campanile, ad ogni 
modo fu il splendore e forza d'essa tali, che pareva 
abbruciasse tutto Trevi, e in me, essendo ad una 
finestra della mia casa paterna, benché distante dalla 
piazza e dal campanile, in vedendoli partorì siffatto 
spavento, che restai stordito per il grande splendore 
che mi diede nella faccia. Infausto presagio forse di 
quello doveva in breve occorrere, poiché nel pas- 
sar da Trevi questa gente Alemanna così infetta, il 
contagio s'attaccò, non si sa di certo in che ma- 
niera (1), restando d'un mese o poco più estinta la 
famiglia. » (2) E si propagò con tanta veemenza, 
che poco più di 4000 persone morirono in Trevi- 
glio. Dopo la peste venne di nuovo la carestia. 

Nel 1647 tornò in campo la questione dell' infeu- 
dazione della terra di Tre viglio, stata già discussa 
nel 1538. Il Milanese trovavasi a quei tempi nella 
condizione la più compassionevole, per i danni e gli 
eccessivi dispendi cagionati dalla guerra che la 



(1) Il Barizaldi vuole che il fiero morbo sia stato introdotto in 
Treviglio da una donna, che, andata a Cassano a visitare una sorella, 
cui da molti anni non aveva veduta, fu dalle guardie improvvida- 
mente nel ritorno lasciata rientrare in patria. Memorie del Santua- 
rio, ecc., cap. VII, pag. 71. Ediz. 1822. 

(2) Lodi: Opera manoscritta, pag. 1297-1298. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 147 

Francia aveva mossa sin dall'anno 1635 alla Spa- 
gna, allo scopo di riprendergli il Ducato di Milano 
e deprimerne l'ambiziosa politica. « Il più semplice 
e naturai rimedio, dice il Verri, a sì estreme an- 
gustie, era il metter fine ad una guerra che durava 
da tanti anni più o men viva, regolata dal solo 
capriccio, senza piano o stabile condotta, in cui 
erano sì rari i tratti di valore e di perizia militare 
nei capi, e nella quale nuli' altro v'era di certo se 
non che la distruzione degli averi e delle vite dei 
sudditi. Ma questo pensiero troppo ripugnava ai fini 
personali dei governatori di questo Stato, ai quali 
premeva di perpetuarsi (come dice opportunamente 
il Muratori) nel lucroso mestiere di comandare un'ar- 
mata. » (1) 

Perciò il Governo, avendo esaurito ogni mezzo di 
far denari, e sopraccaricato di debiti, al di cui sod- 
disfacimento non bastavano le continue vendite delle 
regalie, prese determinazione di vendere qualunque 
fondo camerale, estendendosi questa facoltà anche 
alla concessione de' feudi. Laonde Fernandez Velasco, 
in allora governatore di Milano, con suo editto del 
12 di febbrajo del 1@47 ordinava « a fine di rimet- 
tere l'esercito di S. M. col parere del Senato, magi- 
strati; s'infeudassero e vendessero tutte quelle terre 
e luoghi di questo Stato che troveranno a vendere, 
ancorché non siano mai stati infeudati. » (2) 

(1) Storia di Milano, voi. IV, cap. XXXI, pag. 186. 

(2) Archivio di Stato in Milano. Sezione feudi. Cedola per la ven- 
dita di feudi e titoli. 



148 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Ecco pertanto Treviglio posto di nuovo all'in- 
canto. E sembra che anche questa volta gli oblatori 
non mancassero, giacché dalle carte esaminate presso 
l'Archivio di Stato in Milano, mi risultò che il conte 
Galeazzo Trotti, tenente generale ciella cavalleria di 
S. M. Cesarea in questo Stato, fece offerta di com- 
perare la terra eli Treviglio nella Ghiara d'Adda pel 
prezzo di lire mille per ogni cento fuochi (1), e del tre 
per cento per le vendite camerali aderenti al feudo. 

Treviglio, a stornare anche per questa volta tanta 
sciagura, faceva tosto presentare per mezzo eie' suoi 
procuratori Giacomo Battaglia, Cesare Grasso, Fran- 
cesco Cattaneo e Peraclito Isacco, al Magistrato 
straordinario, una particolareggiata relazione (2) sulla 
condizione della terra a quei tempi, nonché il libro 
de' suoi privilegi , a fine di provare che Trevi- 
glio non si poteva infeudare, e si offriva di sbor- 
sare alla Regia Camera scudi mille, da lire sei cia- 
scuno, nel termine di mesi quattro « con che però, 
dice la relazione, inerendo alle suddette ragioni, patti, 
promesse, convenzioni, privilegi, si prometta in va- 
lida forma di nuovo, che mai in alcun tempo né per 
qualsivoglia causa ancorché pubblica , o necessità 
benché estrema, né per interesse di Stato o qualsi- 
voglia altro rispetto che si possa giammai immagi- 
nare, sua Maestà non darà né concederà detto Co- 

(1) Con questa parola si piglia talora una intera famiglia, e si 
dice: La tal città, o villa, fa tanti fuochi, cioè tanti focolari, contando 
un focolare per famiglia. 

(2) Vedi documenti. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 149 

mime ed uomini per via di feudo, o qualsivoglia 
altro contratto ad altro padrone, ma lo tenera sem- 
pre in se e sotto al suo dominio immediato e regio 
Demanio. » (1) 

Il Magistrato straordinario, sulla domanda dei Tre- 
vigliesi, pronunciava il seguente parere « che la con- 
troversia si potesse componere, con che dal Borgo 
si pagasse alla Regia Camera dodeci o quattordeci 
mille lire per esimersi dalla infeudazione, e che in 
considerazione delli fondamenti della convenienza tanto 
della parte, quanto dell'i stesso Regio Fisco, dedotti 
li privilegi concessegli da Francesco II e altri prin- 
cipi e ancora dalli postumi re di Spagna nostri si- 
gnori, se gli potessero confermare in via di transa- 
zione e contratto oneroso, dimodoché per l'avvenire 
più non si possa detta Comunità infeudare, ma sem- 
pre si abbi a ritenere sotto la sola ed immediata 
giurisdizione e Demanio di S. M. e suoi successori 
in questo Ducato, dandogli anche qualche comodità 
di pagar detta somma per li gran debiti che tiene, 
cagionati dalli alloggiamenti de' soldati e [altri ca- 
richi sopportati in servizio di S. M. » (2) 

Finalmente il 5 di maggio del 1664, con istro- 
mento rogato dal notajo della Regia Camera, Fran- 
cesco Mercantoli, si accordava a Treviglio la propria 
redenzione, collo sborso però di lire dieci mila. (3) 

(1) Archivio di Stato in Milano. Sezione feudi. 

(2) Parere pronunciato dal presidente e maestro delle R. ducali 
entrate straordinarie, ecc. Archivio di Stato in Milana. Sez. feudi. 

(3) Archivio di Stato. Sezione feudi. 

11 



150 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Tre viglio, dall'anno 1648 sino a tutto Tanno 1657, 
fu in continue angustie, prevedendo pur troppo che 

pericoli della guerra^che, come vedemmo s'era ac- 
icesa in Piemonte nel 1635 tra Francia e Spagna 
avrebbero ben presto minacciato tutto quanto il Mi- 
lanese. Né furono infondati i suoi timori. Nel 1658 
l'audace ed accorto Francesco I duca di Modena, che 
s'era collegato con Francia a danno degli Spagnuoli, 
e sul finir del 1657 ridusse le sue truppe, che prima 
trovavansi in Piemonte, sul Reggiano, e in sul prin- 
cipio del 1658 con un'armata forte di sette mila fanti 
e cinque mila ed ottocento cavalli, senza alcun con- 
trasto passò il Po prendendo i quartieri d'inverno 
nel Mantovano, poi sul fine di giugno, dopo ch'ebbe 
rinforzato l'esercito con altre sue truppe, e con quelle 
che gli furon spedite da Francia dal Casalasco, at- 
traversò il Cremonese, se ne venne in Ghiara d'Adda, 
minacciando così di penetrare nel cuore della Lom- 
bardia col passaggio dell'Adda. 

Tosto che i Trevigliesi ebbero avviso che l'inimico 
s'era recato sul suo territorio, col consenso del Go- 
verno di Milano provvidero alla difesa della terra, 
dandone il comando a due egregi loro compatrioti 
che trovavansi in Tre viglio: il nobile Federico Roz- 
zone ed il maestro di campo Giovanni Battista Cat- 
taneo, degno nipote del tenente generale di questo 
nome, che aveva già sostenuti varj impieghi militari 
nell'armi del Re cattolico. Con solerzia e sollecitu- 
dine riescirono essi a raccogliere un discreto numero 
di gente, quasi tutti trevigliesi, abbastanza provetti 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 151 

nell'esercizio e maneggio dell'armi, che affidarono al 
comando di Carlo Aj berti o Daiberti e Bartolomeo 
Rota onorati col titolo di capitani, ai quali aggiun- 
sero come alfieri Giovanni Battista Isacco e Giu- 
seppe Barizaldi. 

Fatti adunque animosi i Trevigliesi pei saggi prov- 
vedimenti ch'eran stati presi dai loro capi, tosto che 
seppero che il nemico s'avvicinava a Treviglio per 
la strada di Cassano, chiamata dal Bosco, vollero 
arrischiare una ricognizione. Una banda quindi di Tre- 
vigliesi, sotto il comando dell' Ajberti o Daiberti e del 
Barizaldi, fu mandata su quella strada. Riconosciuto 
essere i Francesi in numero maggiore, cautamente si 
ritrassero, ma non abbastanza da non esser veduti 
dal nemico, che, accortosi, cominciò a fulminarli con 
una scarica di moschettate. L'Ajberti, ardente e co- 
raggioso, arrivato alle case esteriori dei borghi, fece 
volger faccia alla sua gente che rispose al fuoco col 
fuoco, uccidendo alcuni Francesi. Ma l'Ajberti com- 
batteva per prender tempo alla ritirata e non per 
vincere, onde, facendo sfilare al coperto delle case i 
terrieri, a poco a poco riesci porli al sicuro nel re- 
cinto delle mura. Al mancar del fuoco, i Francesi 
s'accorsero della debolezza del nemico, laonde distac- 
cata una truppa di cavalli, assalirono i pochi che 
proseguivano nella pugna, ma, datisi essi pure alla 
fuga, riescirono tutti a salvamento. Solo il Barizaldi 
fu sorpreso da alcuni nemici che maggiormente si 
erano avanzati alle mura, ma egli difendendosi bra- 
vamente, ed ajutato da un suo uomo, chiamato il 



152 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Mammario, e da quei che stavan sull'alto delle torri, 
riesci a ritirarsi fra le mura. 

Sull'imbrunire del giorno essendosi i Francesi 
alquanto discostati dalla terra, il governatore Roz- 
zone, col podestà Barili e col Cattaneo, tennero Con- 
siglio e determinarono, che mentre il popolo erasi 
mostrato sì pronto nel combattere, si dovesse, an- 
che per rendere un maggior servigio al sovrano, 
tentare la scoperta del grosso dell'armata nemica, 
e così trasmetterne notizia a Milano. Comandatosi 
adunque che la cavalleria terriera si ponesse al- 
l'armi, il Cattaneo la volle egli stesso comandare. 
È fama che il medesimo adoprasse in questa occa- 
sione il seguente ingegnoso stratagemma. Avanza- 
tosi egli fino alla calata della campagna, la quale 
è una riva che scende verso Cassano, fece ivi far 
alto alla sua gente, distribuendo per la costiera al- 
cuni tamburini che sapevano batter la cassa alla 
italiana, altri alla spagnuola, altri alla tedesca; 
quindi staccata una truppa di trenta uomini sotto 
il comando dell'Isacco, ordinò loro che si avanzas- 
sero sino a Cassano per iscoprire l'inimico. Porta- 
ronsi essi con tanta sagacità, che sebbene non sor- 
prendessero alcun francese, giunsero a vedere che 
il nemico adopera vasi di gettare un ponte sull'Adda. 
Senza avvedersene, avevan però trascorse le senti- 
nelle avanzate dell'esercito che tosto diedero l'al- 
larme, onde in un baleno uscì loro incontro una 
moltitudine di cavalleria nemica. Presero essi la fuga, 
conservando al possibile l'ordine, e giunti che furono 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 153 

alla calata della campagna, il Cattaneo fece loro 
voltar la faccia, e ordinò a quei tamburini ch'eran 
sparsi sulla costiera di batter la cassa in quel modo 
ch'era stato loro comandato. In sul principio ristet- 
tero i Francesi, temendo d'esser caduti in un' im- 
boscata, ma poi accortosi dello stratagemma, avan- 
zaronsi contro i Trevigliesi. Il Cattaneo, considerando 
che facilmente sarebbe stato fatto prigioniero, rico- 
vrossi sul Bergamasco e con lui ritirossi il podestà. 
Non così vollero fare né l'Ajberti, né il Rota, né il 
Barizaldi. 

Il giorno susseguente poi una gran schiera di 
Francesi si avanzò verso Treviglio, chiedendone 
l'entrata, che fu loro negata dall' Ajberti. Allora i 
Francesi si diedero al saccheggio del borgo di porta 
Torre. I pochi ch'eran rimasti a difesa della patria, 
eccitati dal capo-popolo Nicolò Cattaneo, persiste- 
vano a non arrendersi senza patti. Maggiormente 
irritati i Francesi, con subito assalto gettaronsi nelle 
fosse, e varcandole assalirono il recinto, che mal 
difeso fu subito espugnato. Gettate quindi a terra 
le porte, furiosi entrarono in Treviglio. Allora l'ar- 
dito e generoso popolano Cattaneo, sfidando il pe- 
ricolo, rivoltosi a' suoi amici che gli stavano d'in- 
torno, disse loro: « Se non possiamo difendere tutto 
un recinto, difendiamo la nostra patria dalla torre. » 
Ebbro di furore, giunse sulla piazza seguitato dai 
suoi, entrò nella torre di S. Martino, e salendovi 
sopra, tirando all' insù le scale a mano, cominciò 
dall'alto a far fuoco ovunque scoprisse Francesi. 



154 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Questi, lasciando che quei pochi si sbizzarrissero nella 
loro impresa, poiché presto sarebber mancate loro 
le munizioni, dieronsi a saccheggiare le case, il Monte 
di Pietà (1), e la chiesa di S. Martino, e se ne 
partirono senz'altro disordine, conducendó prigioni a 
Cassano trenta trevigliesi, che ad uno ad uno poi, 
come pratici del paese, se ne fuggirono. 

Allora essendosi discostato 1' esercito da Cassano 
per recarsi all'assedio di Mortara in Piemonte, quei 
pochi ch'erano usciti da Treviglio tornarono a ripa- 
triare. (2) 

Dopo quest'anno, sino alla fine del secolo XVI, 
una grande lacuna esiste nelle memorie di Treviglio, 
nò per quante ricerche siensi fatte negli archivi ab- 
biam potuto riparare a tal vuoto. Deplorando quindi 
tale perdita, verremo a raccontare le sue vicende, 
che sono pure scarsissime, nel secolo XVIII. 

Con funesti auspicj incominciò questo secolo. 

Avvenuta il primo novembre del 1700 la morte 
di Carlo II re di Spagna, privo di prole, lasciò erede 
della sua corona Filippo di Francia duca d'Angiò. 
Per tal fatto fu occasione che si accendesse quella 
sanguinosa guerra detta della successione di Spagna 
tra Austria e Francia. Principale competitore di Fi- 

(1) È certo dunque che prima del 1658 esisteva in Treviglio un 
Monte di Pietà, e la notizia è confermata anche dal Sacerdote Gian- 
maria Camerone nella sua opera manoscritta: Memorie della chiesa 
di S. 3fartino, ecc. Dopo il saccheggio che patì in quell'anno l'Isti- 
tuto di Beneficenza non risorse più, ed anche al giorno d'oggi i Tre- 
vigliesi ricorrono a quello di Caravaggio, che fu fondato nel 1572. 

(2) Barizaldi: Bistoria della Vergine delle lacrime di Trevi, ediz. 1721. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGL10 155 

lippo fu l'arciduca d'Austria Carlo, quello che fu poi 
imperatore, VI eli questo nome; e a suo favore mi- 
litò anche Vittorio Amedeo II duca di Savoja. A ca- 
gione di questa guerra, il Ducato di Milano fu invaso 
un' altra volta da truppe straniere. 

Incominciarono le ostilità a mezzo del 1701. Nel 
maggio, il generale Catinat, alla testa dei Gallo- 
Ispani scese in Lombardia, recandosi tosto sul Cre- 
monese per chiudere ? il passo a' Tedeschi. Questi , 
sbucati improvvisamente dai monti di Verona, get- 
tati i ponti', respinsero gli avversari al Mincio , 
poi fino ad Urago sulla sinistra dell'Oglio. Quivi Ca- 
tinat fermossi attendendo i rinforzi che gli venivano 
dalla Francia condotti dallo spavaldo Villaroy, il 
quale appena giunse in Urago, volle tosto tentare 
di respingere da Chiari gli Austriaci, ove s'eran trin- 
cerati. Ma fallì l'impresa, laonde il Villaroy scornato, 
prese il savio partito di ricoverarsi di nuovo ad 
Urago, ove stette a campo tre giorni in guardia, 
se mai il nemico fatto ardito della vittoria, lo inse- 
guisse. In seguito mise la sua gente a quartiere sino 
al 12 di novembre, senza tentare altra impresa. 
Sopraggiunto un rigido inverno sloggiò anche di là ? 
e passando l'Oglio con tutto l'esercito, venne a sver- 
nare sul piano Cremonese. 

Eugenio tentò nel 1702 sorprendere Cremona, ma 
non riuscì che a far prigioniero il Villaroy, al quale 
successe nel comando generale delle truppe fran- 
cesi, il duca di Vendóme, uno dei più esperti capi- 
tani di quel tempo e degno emulo al principe di 



156 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Savoja. Poscia Eugenio partiva alla volta di Vienna 
(chiamato colà dall'imperatore Leopoldo, che gli com- 
mise la guerra di Germania), lasciando al governo 
dell'esercito in Lombardia sino al 1704, lo Starem- 
berg, che non fu troppo fortunato nelle sue vicende 
guerresche. Per il che Eugenio ritornava in Italia 
nel 1705, a rialzare le sorti dell'armi imperiali. 

Entrò in Lombardia dalla parte del Bresciano, 
prese nell'agosto dopo tre giorni d'assedio, Soncino. 
Fermossi un breve tratto a Romanengo (1), quindi 
ingannando il nemico, spingendosi all' insù dell'Adda, 
oon marcie raddoppiate pervenne agli ultimi confini 
di Bergamo, al borgo di Brembate, e quivi condusse 
sulla ripa del fiume l'esercito, incontro al Paradiso. 

Rimase stordito il Vendòme quando intese che 
l'inimico era. già sulle rive dell'Adda. Con sorpren- 
dente velocità, da Ombriano corse a Cassano per con- 
trastare ad Eugenio il passaggio di quel fiume, e al 
16 di agosto i due eserciti si incontrarono, sotto il 
comando di due fra i primi capitani d'Europa. 

La battaglia che qui ebbe luogo, incominciò ed 
ebbe fine sul territorio Trevigliese. Essa è conosciuta 
nella storia col nome di battaglia di Cassano, ed è 
abbastanza celebre nei fasti militari, per il che tengo 
che al lettore riescirà gradevole, se qui gli rapporto 
per intero la poco conosciuta descrizione, che lasciò 

(1) « Il 10 agosto uscì da Romanengo, marciando su tre colonne, 
con tutta la diligenza possibile sull'Adda, giunse il 12 a Brembate d. 
àrneth: Il Principe Eugenio di Savoja. Traduz, di Augusto Cossilla. 
Firenze, Le-Monnier, 1872. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 157 

scritta in buon latino il gesuita novarese Padre 
Guido Ferrari, volgarizzata con eleganza dal suo 
compagno Pietro Savj. 

Come si è detto, il principe Eugenio di Savoja 
nello spingersi all' insù della riva destra del fiume 
Adda, per tentarne il guado in un luogo che non 
fosse molestato dal nemico, pervenne di contro al 
Paradiso. « Il Paradiso, se di sapere ciò ad alcuno 
diletta, egli è una villa assai grande nella opposita 
ripa, la quale è dei gesuiti di Milano; i quali là nelle 
ferie autunnali si vanno a villeggiare. L'abituro po- 
sto è sulla sommità di un declive rialto di una valle, 
che vi forma il fiume. Ha ragguardo all' Adda; e 
soprastà ad una selva, la quale a destra assai in 
lungo estendesi. Ma la contrapposta ripa, la quale 
termina il territorio Bergamasco, è a maniera pres- 
soché di teatro, ed è altissima; ma a destra la china 
vien tosto dolcemente ridotta, ed ammollita in una 
piccioletta pianura intorniata da folto bosco: ed essa 
da uno elevatissimo, e scosceso ciglio sta sopra il 
fiume, e formavi quasi un arco, le cui estremità chiude 
l'Adda. Tutta la ripa poi di altezza sopravvanza il 
Paradiso; e, siccome detto è, appiè vi discorre l'Adda. 

« Broglio (generale francese) teneasi nel Paradiso; 
avendovi a presidio un battaglione, e tre bande di 
cavalleria. 1 Cesariani, occupata la riva, gittavanvi 
un ponte, senzadio i nimici o arditi fossero, o forze 
avessero di far loro contrasto. Ma un caso guastò 
la buona ventura. Su carri annodati traeansi le bar- 
che. Ora intervenne, che dovendosi condurre per 



158 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

trarupate, e strette vie, alcuno dei carri riappesi, e 
v'incagliò per modo, che non si potè rilevare, che 
a dì alto assai. 

« In questo interponimento di tempo ebhe agio 
Vandomo (Vandóme) di giungere al Paradiso; il quale 
di presente menò nella valle sue truppe; sforzandosi 
di cacciar coloro, che vi tiravano il ponte. I grana- 
tieri Cesariani, appiattatisi ne' boschi, pigliarono tutta 
l'opposta ripa: ed avvengaci! è essi dall'alto signo- 
reggiassero que' luoghi chinati, e declivi, così facen- 
dosi un gran continuato fuoco, risospinsero il nimico, 
oòstrignendolo a togliersi via della valle. Nel mede- 
simo tempo, fattavi dirizzar l'artiglieria contro al 
Paradiso, cominciarono a recare grave danno. Onde 
spauritosi Vandomo, fece suo padiglion traportare 
in altro luogo. Intrattanto, compiuto il ponte, i Ce- 
sariani occuparono la selva, la quale, siccome è detto, 
a destra del Paradiso allungasi; e vi si afforzarono. 

« Così procedeano le cose; quando si fu accorto 
Vandomo, che assai gioverebbegli a ben riparare sua 
gente, se per lo lungo della china della valle si stec- 
casse. Al che un grandissimo agio e dal luogo me- 
desimo acconcio, e da un foltissimo bosco gliene ve- 
niva; dei cui legni tagliati potea di leggieri farne 
riparo contro al nimico. Di una grandissima dili- 
genza, e celerità usando, fu in fra pochi giorni per 
un grandissimo spazio tirato uno assai fermo stec- 
cato. Il che fu fatto, addì 16 di agosto, in sull' al- 
beggiare ciascuno si avvide, non più apparirvi il 
ponte, che erasi gittato sul fiume, ed essere state 



DELLA CITTA DI TREVIGLIO 15$ 

abbandonate nella ripa di là le fortificazioni, nò più 
esservi sentinelle. All'ultimo a sole già alto videsi 
chiaro, essersi i Cesariani levati dal campo; la cui 
partenza ne per voce, né per messi, nò per alcuno 
indizio potè esser saputa; si fu grande la prestezza 
con la quale inaspettatamente, fatti trasportare tutti 
gli arnesi da guerra, eransi partiti. Ma pressoché 
di quell'ora venuto al Paradiso un cotal uomo fore- 
stiero sconosciuto, ne recò novelle. 

« Questi era di professione religioso, il quale sfor- 
matamente aderiva alla fazion de'Franzesi. Appena 
eransi dipartiti i Cesariani, che egli al dì lungo andò 
a Vandomo. Giù per lo scoscendimento, e per l'al- 
tissima ripa disceso, e messosi a nuoto per lo fiume, 
afferrato avea all'alta ripa; e così, qual era della 
persona tutto grondante ancora di sudore, e di acqua, 
tratto innanzi a Vandomo, sì dissegli, come i Cesa- 
riani sul cominciar della notte eransi partiti; e che 
avviati si erano verso di Rivolta, per vi passare il 
fiume: e tutto ciò a intendimento di occupare i ter- 
ritori di Cremona, e di Mantova: ciò aver egli sa- 
puto da' soldati, co' quali cotidianamente usava. 

« Vandomo donolli danaro, e sì il lasciò andare 
con Dio. La venuta di costui parmi acconcio il qui 
raccontare. Conciossiachè, recatasi a loro signoria i 
Cesariani la Lombardia, e avuto costui nelle lor forze, 
e messolo prigione nel castello di Milano, lo vi ten- 
nero sì lungamente, che presso a quattro anni fa 
solamente, egli cessandosi di vivere uscì di affanno. 
E comecché in questi ultimi anni trascorsi pigliata 



160 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

avessero i Franzesi, guerreggiando, la Lombardia, 
pure non ebbe egli miglior ventura: e ritornan- 
dosi poscia in Lombardia i Tedeschi, fu in lor balìa 
lasciato: a insegnamento di tutti, che agli uomini 
religiosi si appartiene lo attendere a' fatti loro: e che, 
se commettono slealtà, sono in dispregio, ed in odio 
avuti appo di coloro, a' quali intesero di giovare. 

« Vandomo, avute cotali notizie, fece tosto avvi- 
sato il fratello Filippo delle intenzioni di Eugenio. 
Filippo erasi accampato al borgo di Cassano; ed avea 
vie più fatto inforzare il ponte, che vi era. Ricevute 
le lettere di Luigi Generale, giudicò, di non doversi 
abbandonar Cassano. A ciò movealo la natura del 
luogo; imperciocché il fiume Adda, quivi spartito in 
canali, rendeagli opportuna la situazione, e pareagli 
per lo migliore doversi guardare il ponte. Ma, co- 
mecché Eugenio rivolti avesse i pensieri a Cassano, 
pure la maniera del suo cammino era al tutto con- 
traria alla sua deliberazione, facendo un grandissimo 
giro. Adunque dava vista d'indirizzarsi a Rivolta, 
che borgo è posto all'Adda, pressoché a sette (4, e 
non 7) miglia da Cassano. 

« Per le quali cose Vandomo nuovamente mandò 
messi per suo fratello Filippo; ammonendolo di me- 
nare di presente sue truppe a Rivolta, ed occupata 
la contraria riva dell'Adda, di là mettendosi a campo, 
e di steccarsi. Filippo pensandosi, siccome era, che 
Eugenio riguardasse a Cassano, ristettesi nel pri- 
miero campo. Alla fin fine, per la terza volta Luigi 
Vandomo rampognatolo, perchè non facesse i suoi 






DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 161 

ordinamenti, mandò egli innanzi l'artiglieria, e mise 
in cammino l'esercito. 

« Erasi egli di Cassano, e dal ponte allontanato: 
ed ecco fa Eugenio a destra dar volta all'esercito. 
Fuvvi, a cui parve, che, se Eugenio avesse per- 
cosso nelle truppe di Filippo, le quali interchiuse 
da' carriaggi, e dalla salmeria, né usare celerità, nò 
servare poteano il militare reggimento, di leggieri 
avrebbe sconfìtto il nimico. Ma per assai ragioni non 
volle usare di quella opportunità; eziandio perchè 
bastavagli il passar l'Adda: fatto il qual tragitto, 
avrebbe agevolmente potuto occupare la Lombardia. 
In oltre giudicava di dovere usare prestezza, e di- 
ligenza, a menare intero il suo esercito in Piemonte; 
la cui difesa parea quasi dipendere dall'avventuroso 
esito eli Torino; al cui assedio già apparecchiavasi 
Fogliada (Feuillade generale francese) espugnatone 
Chivasso. Ma, siccome è detto, fatto dar volta alle 
truppe avvicinossi a Cassano. 

« fc Cassano, borgo assai frequentato, riguarda quasi 
ad oriente, e posto è sopra l'Adda; la quale poco 
lungi dal borgo corre in guisa, che dall'una e dal- 
l'altra ripa, derivatine due canali, gittasi in essi 
una gran parte del fiume. Il canale della Muzza 
discorre a piò del rialto, sul quale locato è il bor- 
go; e, facendo un grandissimo giro, corre sul piano 
di Lodi, ed ha forma di fiume; e, didotto in rivi, 
rendevi fertilissimo il terreno. Ma il canale, che 
il Ritorto appellasi, esce dall'altra ripa; il quale, 
tirato sul piano, va quasi a diritto sul contacio Cre- 



162 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

masco; ed all'ultimo gittasi nel Serio. Intra l'Adda 
ed il Ritorto, a destra di Cassano giacevi una pia- 
nura di una mezzana lunghezza, la quale assai per 
lo lungo stendesi a terreno quasi sempre aggua- 
gliato; eccetto che alquanto lungi da Cassano dal 
Ritorto derivasi un altro canaletto , che detto è il 
Ritortello , ad inafflamento de' campi ; il quale tra- 
sversalmente va a rigittarsi neh' Adda. Dal Ritor- 
tello poi, quasi in sul mezzo, esce fuori un altro 
rivo, detto Pandina, il quale per un lunghissimo 
spazio va quasi sempre a diritto corso. Adunque il 
Ritorto, ed il Ritortello figurano il piano a forma 
di triangolo; la cui base estrema è l'Adda: sulla 
quale i Franzesi, quasi nel mezzo dell'uno e dell'altro 
lato, aveanvi tirato un ponte, afforzato da un sal- 
dissimo fortino. 

« Da questo campo erasi levato Filippo; e già, 
passato il Ritortello lunghesso la Pandina con il più 
delle truppe giunto era a Rivolta. Il retroguardo 
non era ancora ito innanzi; quando in Cassano vi 
pervenne Luigi Vandomo. Quivi egli si fu accorto 
del cammino degli Imperiali verso Cassano; e tosto 
mise nel campo di Filippo le truppe, che con seco 
avea menati; e mandò per Filippo, ammonendolo di 
sì ritornare il più tosto addietro con grandissima 
diligenza, ed a ricondurre sua gente. Ma essendo 
state sue lettere da Cesariani intercette, così quegli 
non si mosse di luogo. Ma sì la retroguardia si 
fermò. 

« Assai ragioni poteano .dissuadere Eugenio da 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 163 

un fatto d'armi: il trapasso dell'Adda su per male- 
gevolissime ripe, il guarnimento del ponte, la gran- 
dezza dell'alveo del Ritorto, l'arrivo di Vandomo, 
la vicinità di Filippo. Ma non ostante tutto ciò, non 
disperavasi egli della vittoria, e del tragitto: che 
avea a combattere con un esercito pressoché dimez- 
zato: e Filippo era assente; e già a timore dichi- 
navano i nimici. Per tutte questa ragioni, e da suoi 
pure a così fare confortatone, proposesi di volere 
attaccare la zuffa. Ma volle in guisa ordinare la 
battaglia, che, se i nimici rimaneano vincitori, non 
fosse sconfìtto il suo esercito; e che, se egli vincea, 
fosse al tutto disfatto il nimico. 

« Adunque aringate , e tirate per lunghissima 
schiera sue genti, dal fiume Adda, donde esce il Ri- 
torto, insino al Ritortello tutto lo spazio occuppovvi; 
ed a picciol passo cominciò a far muovere l'eser- 
cito. Poco infra il capo del Ritorto eravi un ponte 
di pietra; cui afforzavano di là dal Ridotto due edi- 
fìcj camperecci: alla cui guardia eravi Guerchois, 
uomo prodissimo in arme, colonnello del veterano 
reggimento della Marina. Quivi da' Cesariani fu fatto 
il primo assalimento. Facevaiivi fuoco otto compa- 
gnie di granatieri: ma soperchiandoli di numero i 
Cesariani, diedero volta; e con chiusura di tronchi 
d'arbori vi abbarrarono il ponte, vietando loro i Ce- 
sariani di poterlo abbattere. 

« Ma Vandomo, reggendosi in troppo stretto campo, 
e picciol numero avendo di fanteria, fece una gran 
quantità de' carri, e delle bagaglie, che ingombra- 



164 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

vano il campo, gittare nell'Acida; e, fatte stare appiè 
parte della gente a cavallo, occupò la ripa; cosicché 
l'ala sinistra guardava il Ritorto, e la destra locata 
era di là dal Ritortello dietro la Pandina. Vi avea 
disugguaglianza di combattimento. I Cesariani erano 
difesi da altissime ripe assiepate d'arbori, e di virgulti: 
e per lo contrario pugnavano i Franzesi a schiera 
aperta. Il perchè ninno colpo falliva a' Tedeschi; ri- 
manendovi in grande moltitudine feriti i Franzesi. 
« Là, donde ha cominciamento il Ritorto, aveavi 
delle saracinesche a ritenere l'altezza delle acque. 
Comandò Eugenio, che quelle giù fossero tirate, co- 
sicché l'acqua del fiume non vi sboccasse. E saputo 
a un tempo, che non era stato rotto il ponte; così 
fece una schiera di fanteria, la quale per la somi- 
glianza che ha con la colonna, da essa piglia il nome: 
e fattala guidare da Linange (1), mandolla a occu- 
pare il ponte. A ferma schiera i soldati vi fanno 
l'assalto con gran forza. Il Guerchois reggeasi con- 
tro fortissimamente; e confortava i suoi 3, sostenere 
fermi l'affrontata del nimico. Ma i Cesariani con ro- 
vinoso scorrimento abbattono e sbarattano tutte cose 
dinanzi. I Franzesi danno volta; e via vi è portato 
a forza Guerchois dall'impeto de' fuggitivi soldati; 
cui per nulla sforzavasi egli di ritenere. 

(1) Il nome di questo generala è Leiningen e non Linange: così 
l'Arneth nella sua opera: Il Principe Eugenio di Savoja, traduzione 
di Augusto Gossilia. Firenze, Le-Monnier, 1872', voi. II], ove dico 
« L'ala diritta era guidala dal generale Leiningen, che rimase ucciso 
da un colpo di fuoco. » 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO i (35 

« Fattasi da' Cesarismi invasione insin quasi alla 
fortificazione del ponte la quale aggiugnea all'Adda, 
corsero eglino innanzi, e cominciarono a schierarsi. 
Veduto il rischio, i capitani de' primi ordini ne rin- 
francano i soldati, riordinano le schiere, ed eglino 
mettonsi a fronte di esse. Reintegrata la battaglia, 
vanno i Franzesi a percuotere incontro a' Cesariani; 
e con quell'impeto, e vivezza, che innata è ne' Fran- 
zesi, incalciando nel piegare il nimico, ninno spazio 
davangli di si ricogliere; e, con uno smisurato in- 
fìammamento correndogli addosso, non si ristettero, 
che non lo ebbono discacciato da tutto il campo. E 
così nuovamente fu cominciato dalle due parti a com- 
battere al di lungi, con alquanto più di mortalità 
ne' Franzesi; perciocché feriti erano a petto aperto. 

« Ma Eugenio, veggendo che per sì fatta maniera 
combattendosi, non si recava a fine la battaglia, 
comandò a Linange di assalire nuovamente il ponte, 
ed ai soldati di mettersi giù a destra ed a sinistra 
per l' alveo del Ritorto, e passarlo. Siccome fu loro 
comandato, così fecero i soldati. Per alquanto di 
tempo si cessano dal fare"|raoco , ricevendo solo i 
colpi dell' armi nemiche. Di poi, datosi il segno, get- 
taronsi nel Ritorto; e vi presero il ponte. Intra gli 
altri fuvvi morto Linange, ferito di palla d' archi- 
buso per lo viso; della cui morte accortosi Eugenio, 
accorse egli tosto. In veduta del loro generale, il 
quale metteasi a rischio, inforzaronsi gli animi dei 
soldati; e con tanto ardore corsero sopra i nimici, 
che ninno di essi si ritenne alla percossa; ed in un 

12 



16$ PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

solo impeto pressoché tutta la fanteria a destra fece 
impressione nel campo ostile, rompendo le schiere 
nimiche. 

« Poiché Vandomo vide i nemici gittarsi sopra il 
suo campo; e veduto il turbamento de' suoi soldati, 
ammoniti i colonnelli, ed i generali luogotenenti di 
ciò, che si avessero a fare, comandò a tutti quanti 
i battaglioni, e reggimenti di si ritrarre, e di vol- 
tarsi verso le alzate bandiere, e di aringarsi in una 
sola continuantesi schiera. Gli ordini furono tosto 
trasmutati. L'ala manca guardava a sinistra la for- 
tificazione del ponte, sotto alla quale era locata. 
La destra allungavasi insino al Ritorto. Nella se- 
conda schiera dietro al fortino tennesi la cavalleria 
nel medesimo ordine. 

« I Cesariani espugnatone il rimanente del campo, 
e fatta correria insino all'Adda, pigliarono un cotale 
edificio, che loro si parò dinanzi, ed accortisi del 
nuovo schieramento de'nimici, così eglino pure esper- 
tissimi divenuti nelle preterite battaglie, mutati di 
presente tutti gli ordini, in doppia schiera si stettero 
contro il nimico, pigliando tutto lo spazio, che giace 
intra l'Adda, ed il Ritorto. Funne sì allora com- 
mendabile la maestria de' due eserciti; i quali quasi 
in istanti, rivoltate le insegne riordinarono le schiere: 
e tutte cose fecero con una maravigliosa prestezza. 

« Così essendo schierati, ristatisi costringendo 
l'impeto, e miratisi gli uni gli altri, come se dato 
si fosse il segno, corsero ad affrontarsi i Cesariani; 
il cui impeto i Franzesi forte sostennero. Eugenio 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 167 

non meno riguardava alla fortificazione del ponte, 
che al fatto d'armi; la quale s'egli avesse espugnata 
sarebbegliene stato compiuto acquisto: conciossiachè 
interchiusi i nimici dall'Adda, e dal Ritorto, mala- 
gevolmente si sarebbon potuti ritirare. 

« E squisita era la munizione del ponte, ed aveanvi 
per entro assai ridotti; cosicché agevolmente si potea 
difendere: e fu in quel giorno assai avuto in pregio 
lo ingegno, e la scienzia di guerra di Massonio (1) 
italiano, il quale aveala construtta: conciossiachè 
prima di quel dì aveano li più giudicato siccome 
inutile quel guarnimento, e mal fortificato, e Filippo 
Vandomo presso fu a farlo abbattere. Oltre a ciò 
eravisi colà tirato un carino (2), da non vi si poter 
accostare al corno sinistro de Franzesi; il quale, 
siccome detto abbiamo, infin là protendeasi. La for- 
tificazione poi era guardata da una grande molti- 
tudine di soldati; i quali da principio, gittata via 
ogni speranza, eransi, fuggendo, colà riparati. 

« Adunque a pieno esercito combattendosi, il mag- 
giore impeto di Eugenio fu contro il fortino. Dei 
dragoni Franzesi coloro, i quali erano smontati di 
cavallo, combatteano a sinistra. Or questi non so- 
lamente abbandonarono il campo; ma, voltisi impe- 
tuosamente in fuga, chi al ponte, e chi all'Adda 

(1) Il Massonio (che il volgarizzatore così chiama) sembra sia il 
Mazzoni, così indicato da altri scrittori, ed era un valente ingegnere 
italiano di quei tempi. 

(2) Carrino, Trincea o riparo di carri o di carrette. Grassi: Dìzìq~ 
natio Militare ItalianOy voi. I, pag. 3"i9 # 



168 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

corse, procacciandosi a nuoto lo scampo: ma li più 
di essi vi affogarono soperchiati dal fiume. Discac- 
ciatine questi corrono i Cesariani contro al fortino; 
vi rompono, e squarciano il terrapieno, ed il para- 
petto; ed, a forze congiunte urtando, vi sagliono 
sopra. Vandomo, accortosi del rischio, trasse tosto. 
« Lui veduto, e fattosi un grande schiamazzio da 
soldati pretoriani (1), i quali seguitavano il gene- 
rale, rigridato fu da coloro, che erano nello steccato. 
Rinfiammasi la battaglia : l'impeto de' soprastanti 
Cesariani vien rintuzzato: Eugenio su destriero aggi- 
randosi tra le file, confortane i soldati ; e da per tutto 
presto è al rischio, alla fatica, al consiglio. Si fa una 
grande uccisione: e uomini fortissimi de' pretoriani 
Franzesi cadonvi morti. Cotron capitano fu morto di- 
nanzi a Vandomo; ed altri allato pur gli caddero: ed 
egli medesimo fu a rischio di essere ferito di palla di 
archibuso, contro alla quale il guardò l'usbergo; ma 
funnegli sì morto il cavallo. Su un altro rimontato, 
regge i soldati, e ricongiugne gli ordini, e le ban- 
diere. I soldati, commossisi al rischio del generale^ 
fanno impeto, percotendo ne' contrastanti nimici; re- 
canvi tre cannoni: e fannovi uno sformato fuoco so- 
pra i Cesariani. Eugenio veggendo, troppo grande 
noja, e danno quindi venirne a suoi: Su, disse, tol- 
gasi da voi, soldati, l'artiglieria al nimico. Dalla 
voce di lor generale infiammati, afiòltansi contro a 

(1) Il volgarizzatore chiama colla parola latina dì Pretoriani quei 
soldati scelti che onche al giorno d'oggi formano un corpo speciale, 
che sta a guardia di un generale o d'un principe. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 169 

ìiimici, uccidono coloro, che a guardia erano dell'ar- 
tiglieria, e la pigliano. Tutta la schiera francese 
sta sul, dare piega. 

« Mentrechè queste cose avvenivano al destro 
corno de' Cesarei, al sinistro, il quale, siccome detto 
è, allungavasi insinò al capo del Ritortello, da lungi 
si combatteva. Là eravi Anhalt comandante; cui 
avendo confortato Eugenio ad assalire e valicare il 
rivo, egli, accesine con parole i soldati alla zuffa, dato 
dello sprone nel cavallo, gittossi nel Ritorto; cui tutti 
seguitarono da desiderio di battagliare incitati. A 
pieni spari faceano fuoco contro ad essi i Franzesi 
con grande spandimento di sangue degli assalitori. 
Ma essi di nulla spauriti, trapassano, mettono in 
volta il nimico, travalicano la Pandina, e da per 
tutto discacciano via i Franzesi. 

« Quivi la retroguardia dell'esercito di Filippo 
trassesi a soccorso; e contro a Cesariani sospinse 
l'armi. Questi volendo risospignere il nimico, furonsi 
avveduti, che lor falliva la polvere da guerra. Noi 
dicemmo, essere state a capo del Ritorto giù tirate 
le saracinesche. Ma, o non fossero bene state ca- 
late; o che da qualche fessura nella estrema parte 
fosse vi potuto scorrer l'acqua ritenuta; tanto di 
acqua eravi rimaso nel fondo dell'alveo, che, in 
guadandolo i Cesariani, disavvedutamente corruppesi 
loro nell'acqua la polvere da guerra. Dal che un 
grandissimo danno loro ne seguitò al guerreggiare. 
In quel mentre pure Virtemberg, il quale guidava 
la schiera di mezzo, passato il Ritorto, fatta impres- 
sione nei nimici, aveanegli lungi discacciati. 



170 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

« Il che avvenuto, Eugenio pigliando il destro, 
comandò che si gettassero de' ponti sul Ritorto; se 
mai a sì ritirare necessità lo strignesse ; siccome ad- 
divenne. Conciossiachè, avvedutosi poco stante i Fran- 
zesi, che i soldati di Anhalt non poteano far fuoco, 
contro ad essi vennero a percuotere da tutte parti; 
e vi fu ferito il medesimo Anhalt; il quale presso 
essendo ad esser fatto prigione, fatto alla distesa 
correr il destriero, giù messosi per lo canale, tra- 
gittossi; cui seguitarono tutti, ritraendosi dalla bat- 
taglia, alla quale più reggere non si poteano. I 
Franzesi diedero loro la caccia oltre a cencinquanta 
passi. Ma per comandamento di Vandomo tosto si 
ritornarono al loro campo: e mossesi a recare soc- 
corso una gran parte della schiera di mezzo; ove, 
essendovi stato Virtemberg gravemente ferito, poco 
stante i Cesariani ritraendosi misersi a riparo. 

« Ma dal corno destro parea riuscir bene la bat- 
taglia; essendone scompigliate tutte le schiere dei 
nimici. Pure il reggimento veterano della Marina, 
al quale alquanto altri battaglioni eransi aggiunti, 
facea tuttavia delle meravigliosissime prove. Che se 
ciò non era, rimaneano sì vincitori i Cesariani. Non 
ostante ciò per poco erano ad avere piena sconfitta 
i Franzesi: imperciocché il loro esercito erasi assais- 
simo assottigliato; ed il medesimo Vandomo presso 
era a disperar della battaglia. Ma un caso recò loro 
la buona ventura: ciò fu, che Eugenio fu ferito nella 
gola : pure non si ritraea egli dalla mischia ; 
che troppo bene accorgeasi, come dalla presenza di 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 17! 

sua persona, e dal suo consiglio clipendeane la vit- 
toria di quel dì. Ma non guari dopo, nell'atto di 
confortare tutte sue genti alla zuffa, fu più grave- 
mente in un ginocchio ferito, per modo che né appiè 
regger si potea, nò a cavallo. Donde fu, eh' egli ri- 
trassesi dalla battaglia. 

« Al partire del generale furono abbassati gli 
animi eie Cesariani; ed i Franzesi pigliarono cuore. 
Successe ad Eugenio Reventlau. Bibra, e Giuseppe 
Lorena vanno innanzi nella zuffa. All'aspetto di 
quest' ultimo , onorabile e per la reale schiatta, e 
per la guerresca indole, accrebbesi il cuore a' soldati. 
A fitta schiera fanno impeto nel nimico, il priemono 
fortissimamente; e, da per tutto scompigliandone gli 
ordini de' soldati, gli mettono in volta: Albergotti, 
e San Pater isforzavansi di ritenere i soldati; e, ran- 
nodate, così come lor vennero scontrate le ordinanze, 
combatteano. Ma ne la virtù de' pochi compensar 
potea lo scarso numero, nò eravi speranza di soc- 
corso; imperciocché Filippo Vandomo, il quale erasi 
fermato a Rivolta, non avea ricevute novelle della 
zuffa, né il romore de' battagliatori potè esser udito, 
traendo vento contrario; siccome di poi si ebbe sa- 
puto. Adunque i Franzesi, a stormo traendosi al 
ponte fuggivano a ripararsi nel borgo. 

« In quel punto si potè conoscere quanto alla vit- 
toria giovar possa il presto consiglio di un generale. 
Veduto che ebbe Vandòmò, fuggirsi quegli nel borgo, 
punto il destriero, corre a distesa verso la fortifi- 
cazione; e, su per lo ponte messosi, entra in Cas- 



172 PARTE 1. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

sano. Quivi con viso alto, e brioso parlando a' sol- 
dati; e, come se novità fosse vi intervenuta, o buone 
novelle gli si fossero recate, lietamente salutandoli: 
Abbiamo vinto, lor disse, seguitatemi; e rattamente 
entrò nel castello di Cassano. 

« Questo castello posto è sopra la ripa; e sopra- 
stava quasi al campo della battaglia. Quivi fatte dai 
soldati occupare le finestre, e fattovi da per tutto 
traforar le mura, comandò di star presti, datone il 
segno, a far fuoco sopra il nimico. Disposte le quali 
cose, fa trarre su un luogo rilevato cinque cannoni, 
che in disparte erano rimasi,- ed indirizzali contra il 
nimico; e ritornasi prestissimamente all'esercito. Fa 
stare di buon cuore i soldati, confortali a sperare la 
vittoria con ciò solo, che per alquanto di tempo si 
reggano. — • 

« Quegli, siccome loro era stato comandato, nuo- 
vamente raccesi gli animi, come il più delle volte 
interviene nella speranza di vittoria, cominciarono 
più rigorosamente a guerreggiare: e ad un tempo, 
e l'artiglieria dal borgo, e dal castello i soldati fe- 
cero un infinito fuoco sopra i Cesariani. Furonvi fe- 
riti tutti que' comandanti, dal cui valore special- 
mente reggeasi lo esercito. Trasmutasi la fortuna: 
da fronte, da' lati, a tergo sono percossi i soldati. 
Eugenio, saputo quanto danno erasi recato all'eser- 
cito dopo il suo allontanamento, e fatto consapevole 
del grave rischio, fece suonar alla ritirata. 

« Coloro, i quali erano vicini al Ritorto, tosta- 
mente il passarono sui ponti: e coloro, i quali presso 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 173 

al fortino combatteano, ritrattisi, a schiere spiegate 
si ricolsero. Vandomo avea comandato, che ninno 
fosse ardito d' incacciare i Cesariani; temendo, che, se 
i suoi passavano il Ritorto, fossero costretti a rat- 
taccare la mischia in luogo svantaggioso. Fu com- 
battuto per ore quattro con grande strage di tutti e 
due gli eserciti. De' Franzesi maggiore fu il numero 
de' soldati stati morti: e de' Cesariani fu vvi maggior 
perdita di ufficiali, o morti, o feriti. Bibra, e Giu- 
seppe di Lorena infra pochi dì morironvi delle ferite 
ricevute. Gli uni, e gli altri si credettero di uscir 
vincitori della battaglia. I Cesariani, perchè aveano 
fatta invasione nel campo de' nemici, ed aveangli 
smossi di luogo;, ed il loro campo lungamente aveano 
occupato, ed eransi a schiera ritirati; senzachè fos- 
sersi attentati i minici di seguitarli. I Franzesi, per- 
ciocché aveano frastornati i consigli de' Cesariani; 
ed aveano loro contrastato il trapasso dell'Adda; 
per lo quale erasi data battaglia. 

« Ma Eugenio giudicò di avere un troppo grande 
frutto da quel fatto d'armi ricolto: ciò fu, lo avere 
infievoliti i nimici a guerreggiare in Piemonte. Con- 
ciossiachè, essendosi egli accampato nel borgo di 
Treviglio, che di lungi è da Cassano a sei (son tre 
miglia, e non sei) miglia; senzachè per lo spazio di 
due mesi si fossero mai attentati i Franzesi di as- 
salirlo, e facendo al continuo rimutare nuovi corpi 
di guardia per riconfermare la voce, che vi era, di 
nuova battaglia, Vandomo temendo de' suoi, avea 
fatto venir di Piemonte nuovi reggimenti, toglien- 



174 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

doli al Fogliada. Del che ne avvenne che non fu 
assediato Torino: il cui assedio avea con gravissime 
parole comandato il re Luigi, che si facesse in quel- 
T anno. Quindi sapea Eugenio , che , comecché non 
avesse potuto menare a Vittorio Amedeo l'esercito, 
pure a fatti di lui erasi troppo ben riparato con la 
battaglia di Cassano. » (1) 

Il principe Eugenio, dopo la battaglia si accampò 
in Tre viglio, e vi si fermò sino addi 9 di ottobre. 
Il Barizaldi racconta « che nel tempo del soggiorno 
dell'esercito in Treviglio nessuno del popolo si ritirò, 
ne patì oltraggio. Il principe Eugenio di Savoja di- 
morava in casa Silva, e suo diporto era la caccia 
ne' nostri campi. Il principe di Anhalt stanziava in 
casa Rozzoni. Il principe di Lorena morì in casa 
Federici e le sue spoglie giacciono sepolte nell'Ora- 
torio di S. Giuseppe alla salita del coro. Il mare- 
sciallo Visconti aveva il suo quartiere in casa Ba- 
rizaldi. Sul principio dell'accampamento, essendovi 
bisogno di luoghi capaci per ricoverarvi i feriti nel 
fatto d'armi di Cassano, la gran chiesa di S. Mar- 
tino divenne Ospitale e si cessò da' divini ufficj. La 
chiesa di Santa Marta e S. Giuseppe stettero chiuse, 
solo la chiesa della Vergine rimase aperta, e in essa 

(1) Guido Ferrari: De rebus gestis Eugenii Principis a Sabaudia, 
bello Italico. Lib. IV. Mediol. Marello, 1752-8.° volgarizzato da Pietro 
Savj. Torino. — Martin, 1767. L'Arneth Alfredo nel suo libro in- 
titolato Il Principe Eugenio di Savoja, recentemente tradotto dal te- 
desco da Cossilla e pubblicato dal Le-Monnier, Firenze, 1872, voi. II, 
dice « cbe la battaglia di Gassano fu la più micidiale: che avesse 
avuto luogo fino allora in Italia durante la guerra di successione. » 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 175 

il principe Eugenio fece cantare il Te Deum per la 
giornata gloriosa di Cassano. » (1) 

Il 9 di ottobre Eugenio fatto stendare F esercito, 
di notte tempo si mise in cammino alla volta di 
Crema, per condurre Fesercito sul distretto di Cre- 
mona, e tentare di passare il Serio. 

Questa guerra durò per tutto quell'anno e nel 
successivo ancora. Finalmente avendo Eugenio il 7 
di settembre del 1706 vinta una giornata più splen- 
dida e decisiva sotto Torino, la Lombardia cadeva 
in potere dell'Austria. In tal modo gli Spagnuoli, 
che avevano per quasi due secoli signoreggiata una 
gran parte d'Italia, ne furono spogliati affatto. 

Ritornando alle poche memorie che abbiamo di 
Treviglio nel secolo XVIII, diremo che nel 1733, 
quando si riaccese di nuovo la guerra tra Francia 
e Austria, Treviglio dovette nell'inverno dare al- 
loggio ed alimentare un reggimento del re di Fran- 
cia, appena questi riacquistò Milano. Sullo scorcio 
del secolo ebbe momenti di felice condizione, crebbe 
e si triplicò la popolazione; rifiorirono il commercio 
e l'agricoltura; e dall'imperatrice Maria Teresa fu 
innalzato al grado di città; ma il Comune aggravato 
di debiti per le continue vicende di guerra che aveva 
sostenute ne' tempi trascorsi, dovette nel 1760, 
alienare i suoi beni dette le Vicinanze. 

Nel 1796 Treviglio temette che il suo territorio 
venisse di nuovo invaso dall'esercito repubblicano 

(1) Barizaldi: Storia dtlla Vergine delle lacrime in Trevi. Ediz. 1721. 



176 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

francese condotto da Bonaparte, ma fortunatamente 
non isperimentò il ferro e il fuoco che rovinarono 
Pavia e Binasco. 

Nel 1799 campeggiò in Treviglio la retroguardia 
francese forte di diciotto mila uomini tra fanteria e 
cavalleria, e poscia vi si installò l'ala sinistra del- 
l'esercito Austro-Russo condotto dal generalissimo 
austriaco Melas. (1) Dopo la battaglia di Marengo, 
ridivenne stazione militare dei Francesi: i soldati 
ne occuparono le case, e le estorsioni di denaro non 
si fecero attendere. Al grado di città fu conservata 
dalla Repubblica Cisalpina, e mandò quale suo rap- 
presentante ai Comizj di Lione, il conte Giovanni 
Mulazzani. Sotto il Regno d' Italia fu pur compreso 
fra le quarantadue città del Regno. 

Passeremo ora alle notizie religiose trevigliesi del 
secolo XVII. 

La prima notizia che ci si offre è la venuta in 
Treviglio dell'arcivescovo cardinale Federico Borro- 
meo. Fece la sua entrata solenne il 30 del mese di 
luglio dell'anno 1605. Vi si fermò tre giorni e prese 
alloggio nel palazzo Federici. 

Nel 1608 si diede principio alla fabbrica della 
chiesa dell'Ospitale degli infermi sotto il titolo della 
Presentazione della Madonna, e dei SS. Antonio 
Abate e Carlo. 

(1) Sotto quest'anno venne data nelle vicinanze di Cassano, preci- 
samente sul terreno in cui successe l'altra del 1705, una battaglia, 
che chiamossi parimenti di Cassano, nella] quale rimasero vincitori 
gli Imperiali. 



t DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 177 

Si demolì nel 1614 la piccola chiesa di S. Fran- 
sco, per fabbricarne una nuova sotto il titolo d'esso 
santo nel medesimo luogo. Massimo Pellegrino, pre- 
posto della Collegiata di S. Martino, pose la pietra 
fondamentale sulla quale stava incisa la seguente 
iscrizione : 

D. 0. M. Beatwque V. M. Paulo V Pontifico se- 
dente, Philippo III Rege Cattolico. Ad augendum 
devotionem hcec Aedes Sanctis Francisco et Catha- 
rince dicata renovatur populum Trivilliensium, qui 
hunc lapidem fundamentalem ritu per Maximum 
Peregrinum ponendum curavit die XXXI Augusti 
1614. 

Nel 1619 si condusse quasi a perfezione la più 
volte nominata chiesa della Vergine delle lacrime. 
Ed in quell'anno si effettuò pure, coli' intervento 
dell' arcivescovo Federico Borromeo , la solenne 
traslazione dell' immagine di quella Vergine nel nuovo 
tempio. 

Nel 1622 e nel 1624 vennero spedite da Roma 
a Trevigiio e poste con solennità nella chiesa di 
S. Martino alcune ossa di santi e sante ch'eran 
state donate a Gerolamo Federici trevigliese, ve- 
scovo di Marturana. 

Vogliamo poi ricordare che in questo secolo, in 
seguito alla erezione della chiesa di S. Martino in 
Collegiata, si moltiplicarono in modo straordinario 
le istituzioni dei benefìzj, fra i quali, merita spe- 
ciale menzione il pingue benefìcio dell'Immacolata 
Concezione, istituito dal canonico Gian Francesco 
Scagliapesce. 



178 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE, ECC. 

Le cose ecclesiastiche trevigliesi nel secolo XVIII 
andarono soggette a riforma. 

Nel 1770 fu abolito il Convento dei Padri Cap 
puccini che, come vedemmo nel corso di questa storia, 
era stato fondato l'anno 1684. Successivamente, allo 
scopo di stabilire un fondo di cassa di religione, 
circa Fanno 1772 si alienarono le tre antiche chiese 
campestri del Comune, dette dei Santi Zenone, Eu- 
tropio e Maurizio. Allo stesso oggetto furono occu- 
pati i beni delle soppresse quattro Confraternite del 
Rosario, di S. Giuseppe, dei Morti e di Santa Marta. 
Circa T anno 1782 avvenne anche la soppressione 
delle monache Clarisse di S. Pietro, ed alcune pie 
persone ottennero da Giuseppe II, che il Monastero 
fosse convertito in un vasto, comodo e salubre 
Ospitale. 

Qon legge del giorno 10 di luglio del 1798 fu 
soppresso il Capitolo canonicale della chiesa di 
S. Martino, ed avocato al Demanio la massa capi- 
tolare delle sostanze Maldotti e Scagliapesce; e dal- 
l'antico Monastero di Sant'Agostino furono, il giorno 
8 di aprile del 1799, espulse le monache. 

Finalmente al 10 di maggio del 1810, pel de- 
creto di soppressione d'ogni unione religiosa dell'uno 
e dell'altro sesso, dovettero sloggiare da Tre viglio, 
e quindi dal loro Convento della Santa Annunziata, 
i religiosi Riformati. 



CAPITOLO VII. 



Brevi cenni sulla condizione politico-economica di Treviglio ne' tempi 
andati — Incertezza sulla medesima nel Secolo XI — Statuti Tre- 
vigliesi — Loro classificazione — I Podestà — Autonomia del Co- 
mune sempre rispettata — I capitoli; loro sommario, rare le con- 
dizioni gravose , come osservati — Gabelle pagate da' Trevigliesi 
sotto le varie dominazioni. 



Sebbene dai diplomi contenenti i privilegi accor- 
dati dagli imperatori di Germania ai Trevigliesi ci 
consti che questa terra fu soggetta dal secolo XI 
fin quasi al principio del XIV secolo, al Monastero 
di S. Simpliciano di Milano, ci mancano però i dati 
per conoscere con precisione in qual modo fosse go- 
vernata in quell'epoca remota. 

Noi supponiamo che l'alto dominio colla podestà 
legislativa e giudiziaria era tenuto in quel tempo 
dagli abati di quel Monastero, i quali forse gover- 
navano il paese col destinarvi qualche loro vassallo, 
col nome di capitano o castellano. Quali sieno stati 
i primi capitani o castellani di Treviglio, e quali i 
loro obblighi, ci fu impossibile averne notizia. 

Allorquando Treviglio si emancipò dalla dipen- 
denza di quel Monastero, ed ottenne dall'imperatore 



180 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Enrico VII di Germania, nell'anno 1311, il privilegio 
d'esser terra imperiale, la giurisdizione della terra 
yenne confidata non ad un vicario imperiale come 
disse il Giulini nella sua storia, il cui passo abbiamo 
riferito a pag. 48-49; ma bensì ad un vicario, po- 
destà, o rettore (nei primi tempi eletto dall'impera- 
tore, e poi dalla Comunità) il quale di tempo in tempo 
governava nella medesima, vacando o non vacando 
l'Impero. (1) 

Parimenti sembra che prima del 1311 fino a tutto 
il 1386 i Trevigliesi abbiano pubblicate, quantunque 
volte se ne presentava, il caso, alcune leggi; giacché 
nei diplomi di Enrico VII del 1311 , e di Lodovico 
del 1327, già si fa cenno d'alcune consuetudini e 
statuti che reggevano la terra « antiquas et bonas 
consuetudines, ac statuto, ipsorum et justa ». Fu solo 
nel 1389 che i Trevigliesi pensarono (come vedemmo 
nel corso di questa storia), dietro sollecitazione del 
duca Giovanni Galeazzo Visconti, a dar sesto all'in- 
terno reggimento , ampliando ed ordinando le loro 
leggi ed ordinazioni, che furono dappoi nel 1392 
raccolte in un solo volume o Codice, chiamato Statuti. 

Conservansi nell'Archivio comunale di Treviglio, 
in un bel Codice membranaceo del secolo XIV e XV. 

Il volume è in foglio, composto di 150 fogli in carta 
pecora, chiusi fra due assi, coperte di pelle oscura, con 
cinque chiodi nelle due parti esteriori. Gli Statuti son 

(1) Lodi: Delle cose memorabili di Trevi. Milano. 1647, pag. 58 e 
opera manoscritta. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 181 

divisi in quattro parti, che possono classificarsi così: 
l. a parte: Codice Civile; 2. a parte: Codice Penale; 
3. a parte: Regolamento e pianta degli uffiziali del 
Comune; e la 4. a parte si intitola delle disposizioni 
straordinarie. A queste quattro parti tengono dietro: 
l'approvazione degli Statuti fatta dal signore e duca 
di Milano, dell' 8 maggio del 1393; un decreto re- 
lativo all' esazione del denaro dovuto alla Camera 
del duca dì Milano; dieci documenti onde i duchi di 
Milano successivamente confermano o modificano gli 
Statuti; tre nuove leggi deliberate nel Consiglio 
generale di Tre viglio; una conferma di un privilegio 
fatta da Filippo II di Spagna; e infine la tariffa 
degli atti e competenze notarili. 

Era nostra intenzione di qui presentare una mi- 
nuta analisi di questi Statuti, pubblicandone almeno 
il testo, ma i limiti che ci siamo imposti e la man- 
canza di tempo, non ci permisero di mandare ad 
esecuzione il nostro disegno; per il che teniamo, non 
tornerà discaro al lettore se ci limitiamo a riferire 
per intero la pregevole e succosa relazione fatta dal 
chiarissimo professore Stanislao Camuffo. 

« La prima parte consta di trenta rubriche; tra 
le quali basti ricordare quelle sui giudizi, sulla con- 
tumacia, sulla prescrizione, sulle testimonianze e 
sulle prove, sul giuramento, sugli arbitri e arbitra- 
menti, sui ricorsi in appello, sulla esecuzione delle 
•sentenze, sulle successioni ab intestato, sui tutori e 
curatori, sui privilegi di alcune persone, sulle So- 
cietà. Dalla rubrica XX, per esempio, abbiamo che 

13 



18*2 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

il marito lucrava la dote della moglie morta (P. e I, 
cap. 253) ; che alla moglie poteva lasciare la quarta 
parte de' suoi beni (I. a , 250) ; che la moglie non 
aveva però diritto a pretenderla (I.% 251); che « sì 
mulier intravit vel intrabit Religionem, prwsumatur 
idonee esse dotata ut repellatur a successione cujus- 
libet sui ascendentis. » A queste notizie intorno alla 
parte prima aggiungeremo che essa al cap. 28 suona: 
« Si quis abnegaverit propriam scripturam, vel 
manu propria subscriptam, et contrarium fuerit 
ostentum, cogatur de facto per Potestatem sive ejus 
Locumtenentem, corani, quo fuerit ostensum, vel ejus 
sucessorem , ad dandum solvendum nomine pence 
tantum parti, contra quam negaverit, duplum quan- 
titatis sive existimatìonis (leggi cestimationis) rei in 
dieta scriptum comprehensoe, sub pena Potestati vel 
ejus Locumtenenti, qui prcedicta non servaverit, li- 
bram 12 1/2 imperialium, applicanda prò medietate 
Communi Trivilii , et prò alia medietate parti , 
contra quam fuerit negatum. » Ed al cap. 178: 

« si de cetero aliqua lix, causa , queestio, 

seu controversia vertatur vel verti contingat inter 
aliquam personam Civitatis vel Comitatus Mediolani 
ex una parte et aliquam personam de Castro vel 
Territorio Trivilii ex altera, non possit nec debeat 
commuti in Civitate Mediolani, et committatur et 
commuti debeat Pergami (1). Et e converso si aliqua 



(1) Nelle carte antiche Bergamo è sempre chiamato colia parola 
Pergamum anziché Bergomum. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 183 

lix, causa, quaestio seu controversia vertatur aut 
verti contigat inter aliquam persona™, Civitatis vel 
Upiscopatus Pergami ex una parte, et aliquam per- 
sonam de dicto Castro aut ejus Territorio ex al- 
tera, non possiC nec debeat commuti in civitate 
Pergami, et committatur et committi debeat Medio- 
lani. 

« Questi due capitoli noi abbiamo trascelto per- 
chè dimostrano come le leggi trevigliesi si studias- 
sero di prevenire la parzialità nei giudizj. » 

La parte seconda tratta dei delitti e delle pene. 
Il chiarissimo professore Camuffo osserva che in 
questa « la chiarezza e l'ordine si cercano indarno; 
si parla spesso d'armi vietate, e mai non si dico 
quali sieno; né vi ha quasi definizione di reati. Al 
che nella copia che sul catalogo abbiamo contras- 
segnata con la marca E& (1), si tentò talora sup- 
plire con annotazioni in margine. Infatti: « Plagia- 
rius furcis suspendatur, ita quod confestim moria- 
tur » dice il cap. 59, e la nota soggiunge: « Pla- 
giaria est qui furatur alicui filios vel uxorem vel 
alia corpora humana », la quale glossa, del resto, 
nessuno vorrà certo affermare combini troppo esat- 
tamente con gli usi di quella voce fatti da Ulpiano 
(Big. 21, 1, 17, et 47, 2, 49, et 48, 15, 1), i cui 
libri, insieme a quelli di Gajo e di Papiniano, per 
l'insegnamento della giurisprudenza, si ebbero già 
in sì gran pregio ed autorità nella scuola di Co- 
ti) È questa una seconda copia degli Statuti, manoscritto cartaceo. 



184 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

stantinopoli istituita da Teodoro II (a. 425). Né più 
esatta è la seguente definizione dell'assassino, che 
pure io compendio dal testo: Assassino intendesi chi 
fer mercede uccide o percuote altrui con effusione 
di sangue; e chi mercede offre o dà perchè altri 

venga ucciso o percosso con effusione di sangue 

In questa parte trovasi « una lunga enumera- 
zione di casi, non classificati, non disposti neppure 
per analogia, palesa abbastanza chiaramente qual 
tempo abbia ispirato questi Statuti. Sembra quasi 
che si aggiungesse mano mano un nuovo capitolo 
al Coelice, quantunque volte un nuovo reato lo ren- 
deva opportuno, e senza punto curarsi di collocarlo 
a suo luogo. Basti avvertire che si stabiliscono le 
pene prima per gli insulti, poi per le ferite, pei 
graffi, pei morsi; poi per l' omicidio, l'assassinio, il 
•parricidio; poi per lo stupro e per l'adulterio; poi 
per chi recluda alcuno a forza in carcere privato; 
poi per le estorsioni di denaro con miuaccie e vio- 
lenze; poi per chi impedisca la cattura d'un mal- 
fattore, o ne ajuti l'evasione; poi pei furti, le ra- 
pine, i saccheggi; poi pei ratti; poi per gli avvele- 
namenti; poi di nuovo pei ladri e pei complici o ri- 
cettatori di furti; poi pei falsari; poi pei falsi testi- 
moni ; poi per chi tenga giuochi proibiti, pei taver- 
nieri non muniti di licenza, per chi vada in giro di 
notte; poi pei traditori della patria e per gli eretici; 
poi pei violatori di domicilio con abuso di potere; 
poi pei bestemmiatori; poi per chi scagli pietre contro 
alcuno, o gii strappi i capelli, o gli laceri le vesti, 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 185 

o gli prenda ingiuriosamente il cappuccio, poi per 
gli stellionatarj ; poi di nuovo per gli assassini. » 

Un avanzo di leggi barbariche troviamo in que- 
sta parte: si ammetteva la vendetta individuale 
dell'offeso in ragione delle sue ricchezze, a cagione 
d'esempio, « chi fosse presto a pagare lire imperiali 
due e dieci soldi poteva insultare altrui in luoghi 
pubblici; chi cinque, morderlo a sangue, chi venti- 
cinque, impedire la consegna d'un malfattore; chi 
cinquanta, ferire un suo nemico, o tenerlo recluso 
quasi due giorni, o profanargli il talamo; chi cento, 
ferirlo gravemente; chi dugento cinquanta, schiz- 
zargli fuori gli occhi o amputargli qualunque membro. 
Aveavi però delitti, a scontare i quali non bastava 
il denaro. Altri erano puniti ad arbitrio dal podestà 
o dal suo luogotenente; per altri erano sancite le 
seguenti pene: doveva il reo ora essere condotto 
per le vie con la mitra in capo; ora essere posto 
alla berlina o al palo infame; quando venir battuto; 
quando aver forate le orecchie, o incisa la lingua, 
o amputato un piede o una mano o la lingua. Inol- 
tre erano comminati il bando, la confisca, il ta- 
glione, la morte sulla forca (talora trascinatovi il 
condannato a coda di cavallo), la morte sulla ruota, 
la morte nel fuoco innanzi agli occhi della fami- 
glia. 

« Parrà a tutti che in tanta copia di pene si 
potesse di leggieri rinvenirne una adequata per 
ciascun reato. Ma non fu così. 

« Di parecchi crimini neppur parola. La bigamia,. 



186 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

l'incesto, l'aborto, l'infanticidio, la supposizione di 
parto sembrano ignoti a un legislatore che puniva 
di morte delitti affini e meno gravi 



« E qual criterio regolasse poi la sanzione di tali 
pene, non è facile a determinarsi: certo non quello 
che si fonda sul danno arrecato dal reo alla società, 
né quello che s' ispira alla gravità morale del reato. 
Perocché, a tacer d'altre, la stessa pena doveva 
subire chi avesse acciecato alcuno d'un occhio solo 
e chi di entrambi: così qui la morte sulla forca at- 
tendeva l'omicida e lo stupratore d'una rapita, il 
parricida e il complice o il ricettatore di furti. E il 
convinto di sodomia veniva invece arso innanzi agli 
occhi eie' suoi 

« In Treviglio per lo contrario, alla gioventù, il 
commercio tra i due sessi era tutt' altro che vie- 
tato; risulta anzi dagli Statuti medesimi che tolle- 
ravasi fino il concubinato fra celibi, purché non 
desse luogo a violenze. 

« Diremo una parola sulla commutazione delle 
pene. Non essendovi diritto di grazia, la commuta- 
zione propriamente non avveniva che nei rari casi 
determinati dagli Statuti; ed in questi casi correva 
sovente troppo differenza tra la pena minacciata a. 
quella sostituita. I Trevigliesi, ad esempio, imitatori 
di Luigi IX e precursori di Pio V in fatti simi- 
gliami , avevano comminato l' amputazione della 
lingua a chi bestemmiasse la Vergine o Dio. Ma 
più umani poi dei due santi, tentarono mitigare 
l'acerbità di tal pena, statuendo che venisse condo- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 187 

nata a chi in dieci giorni sapesse racimolare e pa- 
gare lire 10 imperiali. Così, alla peggio, con 10 lire 
imperiali il bestemmiatore salvava la lingua. 

« Era comminata la multa di lire 50 imperiali, 
ed il confine a chi tenga giuochi proibiti, e la di- 
struzione delle bettole a chi osi aprirne senza licenza 
dei consoli o senza aver dato cauzione di lire im- 
periali duecento cinquanta. 

« L'adultera a Tre viglio non poteva venire ac- 
cusata che dal marito, dal suocero, dal padre, dal, 
fratello, dal figlio, né era lecito contro di lei pro- 
cedere d'ufficio (parte II, cap. 34). » 

La parte terza di questi Statuti tratta degli uf- 
ficiali del Comune. 

« Il podestà (che era il magistrato supremo) do- 
veva essere soldato o giurisperito; se soldato, abbia 
sempre seco un giurisperito. Giuri di provvedere al 
bene di Treviglio e dell'Ospitale Beatw Mance ; eser- 
citi merum et mixtum imperium ; possa mitigare le 
pene pei minori di oncie, diciotto e pei maggiori di 
settanta; ad istanza di un altro, debba imporre a 
questo di non nuocergli ed esigerne sicurtà in 
lire 250 imperiali « cum bonis fidejussoribus. Abbia 
lire 36 imperiali il mese, con l'obbligo di tenere tre 
servitori non trevigliesi, nò dimoranti in Treviglio; 
dei quali due armati. Tenga inoltre due cavalli suoi: 
se uno « quod Deus avertat » (sic!), gli muoja in 
servizio del Comune, sia compensato con lire 20 
imperiali o meno. 

« Non possa pernottare, senza permesso, più di 



188 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

una notte fuori di Treviglio. Tre volte almeno la 
settimana faccia controllare le bilancie, le misure, il 
pane, la carne, ecc. Resti in carica per sei mesi (1), 
e poi debba trattenersi ancora otto giorni nel ca- 
stello per dar ragione dell'operato suo a due sindaci 
che si eleggeranno all'uopo dal Comune. 

« Presse- il podestà sia sempre un notajo il quale 
abbia a fungere da segretario. 

« Ogni sei mesi si eleggano quattro consoli dal 
'Consiglio generale dei Sessanta, uno per porta: sì 
collettivamente che individualmente abbiano mixtum 
imperium ; si curino del Comune e dell'Ospitale Beatce 
Mance; scelgano i notaj che custodiscano le carte 
pubbliche; ogni cinque anni propongano al Consiglio 
Comunale la rinnovazione degli estimi. Veglino al 
mercato, ed in generale all'annona, all'edilizia, al- 
l' igiene pubblica, all'esazione dei pedaggi, ecc. Eleg- 
gano i banditori ed altri ufficiali subalterni. Ogni 
console con dodici della sua porta nomini anche chi 
per turno faccia ad essa e di giorno e di notte la 
guardia. Chi fu console, per due anni non pó.~,?*i rie- 
leggersi a tale ufficio, né ad altro, per sei mesi. Così 
pure nessuno di sua famiglia possa essere console 
prima che trascorrano due anni, e nessun suo con- 
giunto prima che sei mesi. 

« Appena nominati, i consoli eleggano due pro- 

(1) « Ciò non è espresso; ma puossi argomentare e dall'essere fissato 
lo stipendio solo per un semestre, e dal fatto costante che tutti gli 
altri uffici di maggior momento non si conferivano, come vedremo, 
che per sei mesi. » Camuffo prof. Stanislao. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 189 

curatori del Comune : l'uno di Porta Torre e l'altro 
di Porta Oriana , ovvero l' uno di Porta Filagno e 
l'altro di Porta Zeduro, alternativamente. Durino in 
carica qu^ìrq consoli, e non sieno dei loro congiunti. 
Proveggano all'utile del Comune e dell'Ospitale Beatce 
Mar ice; specialmente alla conservazione dei beni e 
privilegi. Abbiano cura che il podestà tenga i servi 
e i cavalli jr^ scritti; facciano a lui consegna della 
casa d' abitazione e degli utensili , e ne esigano poi 
la restituzione. 

« Dal Consiglio generale si eleggano ogni sei 
mesi tre notaj. Prestino giuramento. Scrivino le 
accuse portate innanzi ai consoli e le costoro sen- 
tenze. 

« I Consoli nei primi otto giorni del loro ufficio 
debbano eleggere sessanta consiglieri che costitui- 
scano il Consiglio Comunale: non più di due della 
stessa famiglia o parentela. Nel Consiglio, presieduto 
dal podestà, o dal suo luogotenente, e dai consoli, 
sia riposta tutta l'autorità del Comune. Valide le 
deliberazioni prese a maggioranza di voti. I consi- 
glieri restino in carica un semestre; serbino il se- 
greto delle cose trattate in Consiglio fino alla pub- 
blicazione ufficiale; non facciano proposte , ma solo 
approvino o combattano quelle fatte dal podestà o 
dai consoli; sieno soggetti ad ammenda dove, senza 
giusta cagione o licenza, non intervengano al Con- 
siglio indetto, o giungano tardi. 

« Ogni tei mesi il podestà, i consoli ed i procu- 
ratori eleggano . dodici, tre per porta, che formino il 



-190 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Consiglio dei XII Savi, e debbano aiutarli di sug- 
gerimenti e d'opera. I provvedimenti approvati dalla 
maggioranza di questo Consiglio siano recati innanzi 
al Consiglio generale per le opportune deliberazioni. 
I Savi non possono spendere da sé del peculio pub- 
blico più di lire 12 imperiali. Intervengano al Con- 
siglio Comunale. Il podestà, i consoli ed i procu- 
ratori abbiano facoltà, bisognando, d'aumentare il 
numero dei Savi fino a ventiquattro. 

« Altri ufficiali poi si deputavano sulle imposte, 
sul sale, sull'annona, sulla polizia stradale, sui pesi 
e misure, sulla custodia delle Porte, sulle entrate e 
sulle spese del Comune, ecc. A quello sopra il sale 
coadiuvava e faceva controlleria un notaio, nominato 
dal Consiglio dei Sessanta e fungente per tre soli 
mesi. Aveva egli pure una chiave del luogo dov'era 
conservato il sale; e teneva un registro da cui ri- 
sultasse quanto ne veniva comperato da ciascuna 
famiglia: così che riuscisse agevole a dedursi se al- 
cuno usava altro sale invece di qii2llo del Co- 
mune. » 

; « Assai numerosi erano adunque gli ufficiali del 
Comune: tra capi e dipendenti, ordinari e straordi- 
nari, potevano giungere oltre a trecento. Ma di tutti 
neppur uno era eletto direttamente dal popolo; pe- 
rocché abbiamo visto che il Consiglio Comunale 
creava i consoli, i consoli a loro volta il Consiglio 
Comunale, e questo e quelli ed altri funzionari da 
loro nominati conferivano tutte le altre cariche: solo 
quella di podestà non sappiam chi, ne come. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 191 

Il podestà era adunque il magistrato supremo. I 
podestà da principio erano giudici che Federico I 
(secondo il diritto attribuitogli nella dieta di Ron- 
caglia) inviava in ciascuna diocesi, facendo che sem- 
pre fossero estranei al luogo ove rendevan ragione. 
Ma venuti tosto a contesa coi consoli delle varie 
città, questi furono mano mano aboliti dagli impe- 
ratori come troppo validi propugnatori delle popolari 
franchigie. E così il glorioso titolo di console, rin- 
novellato dagli Italiani nei primi capi dei loro Co- 
muni, nella nuova civiltà trovò poca fortuna e presto 
scomparve. Rimasero i podestà, ma di imperiali si 
mutarono in magistrati popolari, e come giudici e 
capitani furono supremi capi dei Comuni, dove l'am- 
ministrazione delle finanze o d'altro, ma quella della 
giustizia e delle cose della guerra era la parte prin- 
cipale del Governo. 

Tre viglio ebbe, come vedemmo più sopra, nel 1311 
il primo podestà di nomina imperiale. 

L'esame degli Statuti delle varie città italiane, ne 
fa vedere come per antico nel podestà si cercasse 
un uomo del tutto ignoto delle questioni e delle parti 
che si agitavano nell'interno del Comune, un ma- 
gistrato che venisse di lontano a frenare ed a pu- 
nire con animo imparziale i trascorsi di tutti. Ma 
da questo rigore negli antichi tempi si recedette pian 
piano. E il podestà potè venire da vicini paesi, e 
finalmente essere anche cittadino. 

I Trevigliesi giustamente desideravano che a 
questa carica si trovasse un uomo distinto e pratico 



192 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

negli affari. Nel secolo XV avendo essi presentito 
che la loro podesteria era stata data ad uno inetto 
ed inviso, supplicarono il duca di Milano a volerlo 
mutare, proponendogli tà quella vece il nobile An- 
tonio Suardo di -Bergamo, da lungo tempo bandito, 
e profferendosi per il debito sborso a favore del 
proposto. (1) 

Per ultimo la parte IV contiene le disposizio^* 
straordinarie , delle quali » le più importanti sono le 
seguenti: 

« I. Ciascun capo di famiglia deve dare cau- 
zione per l'obbedienza sua al podestà e pel paga- 
mento delle multe od ammende che venissero àffiitte 
alla famiglia od agli ospiti dimoranti per quindici 
giorni in sua casa. Tuttavia per gli ospiti non po- 
trà mai essere costretto a pagare più di lire 10 im- 
periali. E pagherà nulla, se consegnerà egli stesso 
l'ospite reo (parte IV, cap. 1). 

« IL Treviglio si qualifichi castello (IV, 3). 

« III. Ciascun trevigliese, od almeno uno per 
ciai cuna famiglia, debba intervenire all'arringo al 
richiamo della campana (IV, 15). 

« IV. Nessuno di Treviglio possa affittare né 



(1) La presente notizia ci fa gentilmente comunicata dal chiaris- 
simo dott. Verga. Esso pure l'ebbe dal fu segretario d'Archivio Luigi 
Ferrario , che la ricavò dall' Archivio di Stato. Era nostra intenzione 
produrre nei documenti la supplica presentata dai Trevigliesi ma ci 
fu impossibile rinvenirla. Il Vincenzo Suardo di Bergamo che qui 
vediamo proposto dai Trevigliesi, sembra non sia stato accettato dal 
duca. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 193 

dare da lavorarsi alcun terreno a persona di Cal- 
venzano senza permesso del podestà e dei consoli 
(IV, 32). 

« V. Vietato di alienare in qualsiasi modo al- 
cun immobile a favore di forastieri o stranieri, o di 
chi non sia soggetto al podestà di Treviglio almeno 
da due lustri (IV. 38). 

« VI. A nessun conte, marchese, valvassore od 
altro nobile, benché abitante in Treviglio e pagante 
imposte, sia concesso fare acquisti nel territorio di 
Treviglio (IV, 39). 

« Vili. Regolamento per gli inventari e per 
gli estimi del Comune (IV, 56). 

« Altri capitoli poi di questa parte regolano la 
vendita del pesce e delle carni, la conservazione 
delle piante, dei pascoli, delle fosse e delle mura; 
altri concernano i mugnai, i taglia legna, i forna- 
ciai; altri, quelli che tengono anitre, pecore, capre, 
agnella, suini; altri tutelano la proprietà, vietando 
di passare per gli altri campi, e di tenere alberi, che 
gittino ombra nell'aia altrui; altri proibiscono d'am- 
massare strame o fieno entro Treviglio in luoghi 
non murati da tutte parti, di far fuoco in case non 
murate o non coperte di tegole, di fabbricare case 
di paglia, ecc.; altri vorrebbero venire meglio osser- 
vati anche oggi, come il cap. 44 che prescrive ai 
rivenduglioli di non ingombrare le vie e di non ven- 
■dere fuori delle soglie di lor botteghe. » (1) 

(1) Prof. Stanislao Camuffo: Sulle pergamene e sui Codici esistenti 
nell'Archivio Comunale di Treviglio. — Treviglio, 1870. 



194 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Oltre gli statuti, il prof. Camuffo ricorda che esi- 
stevano altre non poche leggi, le quali o perirono, o 
giacciono polverosi e dimenticati presso qualche pri- 
vato. Tra questi potrebbero per avventura parere 
di maggior momento le seguenti: 

1) Statutum de mercato; 

2) Libri Bannitorum Communis; 

3) Libri cautionum dati et recepti Caneparii 
Communis ; 

4) Liber Roziarum Novoz et Veteris; 

5) Libri pratorum; 

6) Libri ementium et vendentium aquam ; 

7) Liber de securitatibus generalibus; 

8) Libri salis; 

9) Liber de omnibus terris solventibus decimam; 
10) Liber inventariorum et cestimorum; 

Treviglio benché siasi trovato sotto l'alto dominio 
dei Visconti, degli Sforza e sotto quello di Venezia, 
e degli Spagnuoli, conservò sempre la sua autonomia; 
riuscì ad ottenere anche non pochi privilegi che fu- 
rono sempre accordati dai novelli padroni, e li tro- 
viamo a tal uopo presentati a Giovanni Galeazzo 
Visconti nel 1385, a Filippo Maria Visconti nel 1412, 
a Francesco Foscari doge di Venezia nel 1449, a 
Francesco I Sforza nel 1453, nel 1499 a Melchiore 
Trevisan e a Marco Antonio Morosini Provveditori 
per la Repubblica di Venezia, nel 1509 al re di Fran- 
cia, nel 1523 a Francesco II Sforza, nel 1557 a re 
Filippo II di Spagna, e al suo successore Filippo III 
nel 1609. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 195 

I Trevigliesi solevano chiedere in questi capitoli: 
amnistia, e remissione d'ogni debito pubblico. Di- 
pendenza immediata dal capo dello Stato e autono- 
mia interna: merum et mixtum imperium. Promessa 
che Treviglio non verrebbe infeudato, la quale non fu 
mantenuta, poiché Treviglio dal 1404 al 1406 si 
trovò infeudato a Francesco Visconti. Conferma dei 
diritti sulle acque del Brembo. Inoltre, che le muni- 
zioni, esistenti già in Treviglio, vi si lasciassero per 
difesa; che nessun Trevigliese potesse essere man- 
dato in ostaggio, né tenuto ad alloggiare soldati se 
non in tempo di guerra, e mai a mantenerli; che 
ognuno, nato o domiciliato in Treviglio, fosse sog- 
getto a tutti gii oneri reali e personali, ordinari e 
straordinari, senza distinzione di casta o di grado; 
che fosse lasciata al Comune la libera elezione ai 
benefìci della parrocchia di S. Martino, e che il capo 
dello Stato si obbligasse ad adoperarsi per la con- 
ferma presso l'arcivescovo od il papa; che il mer- 
cato si facesse quando una, quando due e quando 
tre volte la settimana , e nulla fosse sottoposto a 
dazio di entrata o di uscita lino alla mezzanotte 
seguente al dì del mercato; che da qualunque luogo 
di Ghiara d' Adda fosse lecito condurre immuni di 
dazio a Treviglio quadrelli, tegole, ecc. per costru- 
zioni, e similmente lecito portare da Treviglio in quel 
di Bergamo lana, cotone, stoppa, lino per farli filare 
e riportarli poi a Treviglio; che esenti di gabelle e 
pedaggi fossero pei Trevigliesi le strade da Trevi- 
glio a Bergamo e a Cassano; che entrando in al- 



496 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

cuna città dello Stato non dovessero i Trevigliesi 
pagare veruna tassa, che venisse fatta loro facoltà 
di regolare i propri dazi e di esigerli e goderli, salvo 
a pagare gli stipendi del podestà e degli altri uffi- 
ciali per la complessiva somma di lire 1280 impe- 
riali. (1) 

Questo capitolo, dice il signor Camuffo, fu sempre 
quello che trovò maggiore opposizione. Dai Vene- 
ziani nel 1499 vi fu aggiunto l'onere di 25 ducati 
d'oro il mese; e Francesco II Sforza, imitato poi da 
Filippo II e Filippo III, decretò in questo barbaro 
latino: « quod datia ab ipsa Comunitate (di Trevi- 
glio) incantentur iuxta solitum tempore illustrissimi 
domini genitoris nostri; et quod tantummodo omni 
anno, incipiendo in Kalendis mensis jaunarii 1523, 
libras duas mille ducentum imperi ales causa census 
et daciorum (i Trevigliesi) solvant, in quibus com- 
putentur librai quinquecentum nonaginta una ac solidi 
quatuor imperiales prò vendictione facta tempore 
prelibati genitoris nostris ipsi Communitati, vel par- 
ticularibus personis super dicto censu, ut apparet in 
libris Camerce nostra: et in quibus etiam compu- 
tentur alice solutiones faciendce causa similium ven- 
ditionum prout nobis ordinatum fuerit. » (2) 

Rare volte si aggiungevano condizioni gravose ai 
capitoli che venivano sporti da' Trevigliesi: le peg- 
giori, dice il prof. Camuffo, vennero imposte dal doge 
Foscari, e furono: 

• (1) Camuffo: lbid. 
(2) Idem: lbid. 



DELLA CITTÀ DI TREYIGLIO 197 

a) Che i Trevigliesi entro quindici giorni pa- 
gassero cinquanta ducati, più dieci ai soldati per la 
difesa, venti a certo Matteo per un cavallo, e lire 
cento imperiali il mese, oltre 400 l'anno e il resto 
delle taglie che dovevano già ai Milanesi , e , come 
solito, gli stipendi del podestà e degli altri ufficiali; 

b) Che, dato salvacondotto ai ribelli contro la 
Repubblica, fra tre giorni dovessero trovarsi fuori 
della terra; 

cj Che restassero sequestrate le armi di fore- 
stieri rinvenute presso i Trevigliesi, perchè armi di 
nemici; 

d) Che il podestà Alvise Bellone non uscisse di 
Treviglio prima che fossero restituiti gli statichi Tre- 
vigliesi, i quali erano a Milano ed altrove. (1) 

Che i privilegi concessi venissero poi anche os- 
servati, dice il più volte nominato signor Camuffo, 
qualche prova non manca. Del 1351 alcuni Trevi- 
gliesi erano stati accusati di avere condotto uva 
dalle loro terre a Treviglio, insoluto dado; ma ciò 
stava nei loro privilegi: onde all'accusatore fu in- 
flitto un castigo , ed era un daziere di Casirate. 
Del 1476 ai 7 di ottobre Galeazzo Maria Sforza 
ingiunse che si deputassero in Treviglio due ufficiali 
per esigere dazi , ma le rimostranze dei Trevigliesi 
non furono lievi, per cui fu ordinato nel 1477 che: 
« a modo in antea.... farete servare, anzi farete, ri- 
mosta ogni contradizione, servare li privilegi, ed 

(1) ^Camuffo: Jbid. 

14 



198 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

rasone degli antedetti uomini (di Treviglio) , come 
iaceno ad litteram, ne contra di quelli patirete sia 
rinovata cosa alcuna, ed in così fare non gli addur- 
rete diffìcultate alcuna. » Del 1487 fu indebitamente 
fatto pagare un ducato di dazio a Gian Luigi Roz- 
zone che trasportava vino da quel di Bergamo a 
Treviglio e fu tosto ordinato: « Commandiamo per 
tenore della presente a voi daziar) della mercanzia 
di Milano, che subito facciate restituire a Giovanni 
Aloysio de' Rozzoni lo ducato li fu tolto per li vo- 
stri traverseri conducendo vino da Bergamo a Tre- 
viglio. » (1) 

Del 1523 i Trevigliesi furono dal duca di Milano 
assolti dalla multa di 1000 ducati « contra eos facto, 
per dominum Guidonem Metelonum Senatorem Gal- 
licum qui mirum in modum Oppidum et Oppidanos 
ipsos odio prosequebatur , et hoc quia nolebant pati 
quod eorum privilegia alterarentur. » 

In quanto alle gabelle di cui furono aggravati i 
Trevigliesi ne' tempi passati , ben poco ci rimane a 
dire a cagione della scarsità di notizie, e queste 
non possiamo desumerle che dagli Statuti o dai 
capitoli che venivan presentati dai Trevigliesi ad 
ogni cambiamento di Signoria. 

Fra i capitoli, quelli che furono confermati dai 
Visconti e dagli Sforza, ci comprovano, che le ga- 
belle e i dazj eran proprie della Comunità di Tre- 
viglio, per le quali pagava alla Camera ducale una 

(1) Litteris Magistralihus, 1487, novembre. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 199 

determinata somma. A quanto ammontasse questa 
somma all'epoca del duca Filippo Maria Visconti 
e del duca Francesco I Sforza, non ci fu dato sa- 
perlo. Tuttavia però ne' capitoli confermati dal duca 
Francesco II Sforza ci sembra, se non cadiamo in 
fallo, che di essa ne sia fatto cenno; imperocché 
scorgiamo che, essendosi in allora trattato d'un 
aumento del censo che dovevasi pagare alla ducal 
Camera (così è detto nei capitoli), la Comunità 
domandò eh' esso fosse ridotto alla somma di 300 
ducati, come era stato concesso e pagato al tempo 
de' Veneziani, alla quale domanda il duca non aderì, 
ma per non respingerla in tutto, e per un riguardo 
alle loro miserie, accordò « . . . . che solamente ogni 
anno paghino due mila e duecento lire imperiali per 
causa del censo e dei dazj. » 

Le tasse si ripartivano sull'estimo dei beni', che 
comprendeva i beni mobili ed immobili, i crediti, le 
ragioni, e fin anco i guadagni personali. Fra i titoli 
d'imposta fìssa, vi vediamo accennato un salario 
mensuale ordinario, che al tempo dei Visconti e degli 
Sforza era di 200 lire imperiali al mese di moneta 
vecchia, l'imbottato del vino (1) a soldi 2 per brenta 
di detta moneta, quella del sale (2), per la quale 

(1) Secondo il Giulini, il duca Giovanni Galeazzo Visconti, il 19 
settembre 1392, fece un editto per l'imbottato, dove si vede che non 
estende vasi ad altro fuorché al vino; ma era così rigoroso che ob- 
bligava a pagarlo lo stesso vino del sovrano. Coli' andar del tempo, 
l'imbottato si estese anche ai grani. 

(2) Il censo del sale ebbe origine da una distribuzione forzata di 
sale, che fu comandata l'anno 1462 dal duca Francesco Sforza, il 



200 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Tre viglio era stato tassato nell'anno 1492 in 1050 
staja, a soldi 40 imperiali di moneta vecchia per 
staro; la tassa de' cavalli (1), per le terre di Ghiara 
d'Adda, era di soldi 32 per cavallo. 

Sotto il Governo Veneto, che per verità fu di 
breve durata, Treviglio ottenne qualche sollievo nel 
pagamento di tributi, e, come vedemmo nel corso di 
questa storia, fu sospesa per un determinato tempo 
la tassa de' cavalli, ed equamente ripartite le spese 
per l'esercito. 

Intorno alla condizione politico-economica di Tre- 
viglio sotto la dominazione spagnuola, ci acconten- 
teremo di qui riferire alcuni brani d'una relazione, 
presentata dalla Comunità stessa a quel Governo 
nell'anno 1647, allorquando trattossi ci' infeudare la 
terra per sopperire ai crescenti bisogni dello Stato. 
Il reggimento interno per nulla differiva da quello 
stabilito nei vecchi Statuti « Vi ha un vicario, che 
crea ogni anno la Comunità, la quale tiene giurisdi- 
zione privativa , ... e li quattro consoli della mede- 
quale obbligò tutti i luogbi del suo Dominio a levarne dalla Camera 
annualmente una certa quantità, la quale restò tassata a luogo per 
luogo sopra la considerazione del maggiore o minore consumo, che 
potevano fare di detto sale. 

Nell'anno ^ 534 fu liberato lo Stato da quest' obbligo forzato di 
levare il sale dalla Camera, con che per altro ciasuhedun Comune 
pagasse in Camera soldi 40 per ogni stajo di sale. 

(1) La tassa dei cavalli fu introdotta nell'anno 1442 dal duca Fi- 
lippo Maria Visconti, il quale fece un riparto per alloggiare il suo 
esercito, consistente in 1*2,500 cavalli, sopra tutt8 le terre del suo 
Dominio, a misura della loro maggiore o minore capacità di soste- 
nere in quel tempo an tale alloggiamento. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 20 f 

sima terra, che si fanno ogni sei mesi dei più quali- 
ficati, hanno giurisdizione cumulativa in molte cose 
col detto podestà, e interpongono decreti in mancanza 
di agnati (sic).... Un Consiglio di 60 decurioni, cioè 
quindici per porta, che hanno per capo quattro 
consoli, uno cioè per porta, che siedono nel detto 
Consiglio a pari col detto podestà ed intervengono 
in molte cose col medesimo, e per le contingenze, e 
i bisogni evvi la Provvisione che consiste di dodici 
■de' più accreditati soggetti del luogo, la quale prov- 
vede in luogo del Consiglio suddetto, che ha poi i 
suoi ministri, proconsoli, anziani, fattori e simili, e 
crea il vicario che jusdice come sopra, giudice delle 
vittovaglie, delle strade, stimatori e simili, e ha sem- 
pre mantenuto in Milano uno de' suoi dottori con 
titolo & Oratore con provvisione corrispondente al 
titolo, trattato anche e riconosciuto dagli eccellen- 
tissimi generali, Senato e Tribunali come tale. 

« Tutto il territorio di detto luogo consiste in 
pertiche 44,694. 3, da' quali, detrattene pertiche 2000, 
e tanto di Castel Rozzone che si separò per rispetto 
ai carichi l'anno 1638 rimanendo nel resto sotto 
la medesima giurisdizione e degli usi vecchi, che sono 
pertiche 5320. 17 oltre i molti acquistati dopo dalli 
medesimi, pei quali vi è contesa di presente, preten- 
dendo l'eminentissimo cardinale Monti che si debbino 
conservare immuni almeno per la metà, alla forma 
delle gride del signor duca di Feria, e ne minaccia 
censure, e li molti posseduti dagli immuni, riman- 
gono in poco più di pertiche 30 mila, sopra quali si 



202 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

pagano tutti li carichi per due terzi, e per l'altro 
sopra il personale alla forma del statuto, e invete- 
rata consuetudine della terra. 

« Detto territorio è di mala qualità, leggero e 
geroso (sic) come situato in Gierra d'Adda. 

« Si aiutta con l'acqua, che estrae dal fiume 
Brembo sul territorio Bergamasco, ma con gran- 
dissima spesa; poiché per le rotture che ben spesso 
fa l'escrescenza del fiume, è necessità spendere gros- 
sissime somme di denari per rifare, e mantenere gli 
argeni, ed edifìzj da sostenere, e far decorrere detta 
acqua, che si cava lontano da Treviglio sette mi- 
glia sul proprio territorio della città di Bergamo 9 
alla quale però paga un annuo reconoscimento di 
cento lire, e ivi vicino, sul tenere (territorio) di 
questo Stato, vi ha la terra una casa forte, e vi 
mantiene persone per custodia delle bocche ed edi- 
fìzj suddetti; e per due rotture fatte ultimamente 
dal fiume, cioè l'anno 1647 e 1648 ha bisognato la 
città spendere, per il rifacimento degli edilij (sic) e 
riparazioni, più di otto mila scudi. 

« Per causa di detta acqua si sono fatte longhe e 
dispendiose liti con la città di Bergamo, e con la terra 
di Brembate di questo territorio, con la quale sono 
seguite sanguinose e memorabili fazioni; l'anno poi 
1602 si terminarono le differenze per via di transa- 
zione, con l'opera e mezzo del sig. senatore Rovida* 

« E con la R. Camera ancora per l'avidità dei 
notificanti ha bisognato avere e sostenere più volte 
liti e travagli per occasione delle annate, convenen- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 203 

dole riportare, con spese gravissime, cento reiterate 
dichiarazioni. 

« È nondimeno detta acqua tanto cruda, e sma- 
grisse fuori di modo li terreni, onde, essendo cessato 
l'ajuto delle grasse, dopo che per le continue ese- 
cuzioni che piombano da ogni parte adosso a questa 
terra, non possono i suoi abitanti tenere le bestie, 
che in grandissima quantità solevano mantenere per 
la comodità delle brughiere e pascoli. 

« Pagava di mensuale (1) L. 4119. 19, de' quali 
essendosene levate per Castel Rozzone L. 167. 7 
restano L. 3956. 2; per sale 662 oltre li numeri 27 di 
Castel Rozzone: paga di tasse ordinarie e dupplicate 
L. 1388. 13 » e per tasso della cavalleria, Treviglio 
dovette pagare nel primo riparto L. 638, nel se- 
condo L. 277. 17. (2) 

« Per il passato sollevava assai Y entrata della 
città, ma essendo stati li beni e ragioni d'essa, parte 
alienate del tutto e parte impegnate per li grossi 
alloggiamenti e carichi sostenuti per servizio di S. M. 9 
sì pagano tutti li carichi per via di imposte che si 
adossano per due terzi ai beni stabili, comprese anco 
le case, e per l'altro alli personali, che di mille che 
erano avanti il contagio, sono restati in 400. 

« Nella terra non vi sono mercanzie, né traffichi 
di rilievo, come si è detto, e non si ricava però cosa 

(1) Questa imposta era chiamata con tal nome perchè pagavasi 
ogni mese. 

(2) Atteggiamento dello àtato di Milano, di Gavazio della Somaglia». 
pag. 216. 



204 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

alcuna dal mercimonio, ma si fanno tutte le spese 
colla sola cavata dei terreni che non basta per il 
vitto degli abitanti, che però, abandonando l'infelice 
patria, se ne vanno nei Stati alieni, ove possono 
almeno sostenere la vita coi proprj sudori, ove in 
Triviglio è necessario pagare un uomo per il solo 
carico personale cento e più lire. 

« Ha inoltre contratti . debiti per la somma di 
cento mille scudi pei quali ne paga annui redotti ai 
censuarj, e per grosse partite anco cambj e recambj 
e per il tenieo (sic, forse vorrà dire prospetto) visto 
e riconosciuto dal Magistrato ordinario appare de- 
bitrice de' decorsi , della somma di L. 171,485 per 
pagare parte de' quali ha bisognato fare un' imposta 
di L. 73,557, e queste oltre l'esatte per il mante- 
nimento della soldatesca, per la quale paga ogni 
anno lire 24 mila e più, che congiunte con li censi 
e cambj suddetti e altre spese straordinarie ascen- 
dono alla somma di 380 mila lire all'anno, che non 
si cavatte (sic) da tutto il territorio. 

« La spesa delle esecuzioni per detti debiti riesce 
non meno molesta che grave, a segno che talvolta 
supera la sorte principale, e il rigore con che si 
praticano non solo contro i beni, ma contro le per- 
sone stesse, cagiona ben spesso l' esterminio delle 
povere famiglie, e la totale desolazione delle case, 
contro quali s' avventa la rabbia de' creditori e la 
barbarie de' birri. » (1) 

(1) Relazione manose, presentata al Magistrato straordinario i'ann» 
1647. Mi fu gentilmente comunicata dal cav. Carlo conte Morbio. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 205 

Uno sguardo per ultimo al secolo XVIII. 

L'imperatore Carlo VI nell'anno 1718 creò la 
Giunta del Censimento, incaricandola della riforma 
dell'estimo antico e di tutti i disordini da esso pro- 
dotti; ma nel 1733, a cagione della guerra, vennero 
interrotte le operazioni della Giunta, ed il nuovo 
Censimento dello Stato di Milano non potè essere 
continuato regolarmente che nell'anno 1749. La 
suddetta Giunta del Censo pronunciò poi la sua 
sentenza dell'estimo nel giorno 20 di dicembre del 
1757, in seguito di che, venuta la sovrana appro- 
vazione, si pubblicò l'editto nel 29 di novembre del 
1759, onde il nuovo sistema dovesse cominciare col 
principio di gennaio del 1760. 

Giusta la sentenza del 20 di dicembre 1757, la 
liquidazione dell'estimo censibile per Treviglio fu di 
scudi 309,213. 3. 2. 16 / 48 a soldi 1 e denari 8 J | 3 circa 
per ogni scudo d'estimo. L'imposta universale e il 
riparto relativo per l'anno 1760 fu: 

Diaria, diaretta e mensuale Mil. L. 26236. 1. 10 
Tassa sulle case d'ordinaria 

abitazione forense , tassa 

personale e tassa merci- 

moniale » 4270. 10. — 



Totale dell'imposta ripartita Mil. L. 30506. 11. 10 



L'imposta suddetta aumentò nell'anno 1779, im- 
perocché da uno specchietto di quell'anno rileviamo 



206 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE, ECC. 

che l'estimo censitale per Treviglio fu di se. 310056 
e l'imposta universale fu così ripartita: 

Diaria, cliaretta e mensuale Mil. L. 26973. 13. 8 

Tassa personale a calcolo so- 
pra teste N. 1303 aL. 3. 10 » 4650. 10. — 

Tassa mercimoniale ... » 150. — . — 

Tassa sopra le case di pro- 
pria abitazione .... » 1328. — . — 



Mil. L. 33101. 23. 8 



Da queste rapide ed incomplete notizie sulle gra- 
vezze che si pagarono da' Trevigliesi nei tempi an- 
dati, e tenuto conto delle varie taglie che furono 
loro imposte allorquando non ' bastavano le scarse 
rendite della Comunità, riepilogando, permettetemi 
che io chiuda il presente capitolo con questa rifles- 
sione; che il cittadino ebbe a sentire in tutti i tempi 
quando più quando meno il peso delle pubbliche im- 
poste, laonde torna manifesto che nil sub sole no- 
vum; e che l' avvenire sarà come il passato e il 
presente finche dureranno i pubblici bisogni. Ma 
come la frugalità e l'operosità bastarono in altri 
tempi a far ciò comportevole, molto meglio dovranno 
bastare oggi, se esse si accoppieranno alle aumen- 
tate industrie , agli estesi commerci , ai mezzi tanto 
accresciuti di produzione. 



CAPITOLO Vili. 



Illustri Trevìgliesi — ■ Barbarossa Paolo Emilio — Barella Cristoforo — 
Barizaldi Gerolamo — Battaglia Aronne — Battaglia Gerolamo — • 
Bicetti de' Buttinoni Giovanni Maria — Bicetti de' Buttinoni Fran- 
cesca — Buttinoni Bernardino — Buttinoni Giovanni Maria — 
Buttinoni Pietro Paolo — Cattaneo Francesco — Cattaneo Giovanni 
Battista — Dellera Giovanni — Federici o Friderici Gerolamo — 
Gallinone Maffeo — Galliari fratelli — Lodi Emanuele — Mulaz- 
zani Giovanni — Bainoni Barizaldi Giovanni — Bainoni Tomaso — 
Bozzoni Bartolomeo, Gerolamo e Pomponio — Francesco da Tre- 
viglio — Zenale Bernardo — Zenale Giovanni Pietro — Conclu- 
sione della parte storica. 



Non è già nostra intenzione il dare un catalogo 
generale degli illustri Trevigliesi che fiorirono in 
ogni tempo; invano ne formerei il disegno, giacché 
per mancanza delle relative Memorie ne sarebbe 
difficile l'esecuzione. Se ci fosse stato possibile rin- 
venire il manoscritto di Cristoforo Barella: Elogia 
Virorum illustrium , qui prò Trivillo patria sua 
anno 1658 pugnaverunt, avremmo anche potuto 
dare maggiori notizie dei Trevigliesi che si segna- 
larono nelle armi, ma le nostre ricerche riuscirono 
vane. 



208 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Laonde questo capitolo non presenterà che il 
complesso di quelle notizie, che ho potuto ricavare 
da noti scrittori, come ad esempio dall'Argelati, dal 
Mazzucchelli ed altri; o che mi furono gentilmente 
somministrate da persone dotte e benemerite della 
patria, in particolare il comm. dottor Verga, li 
avvocati Antonio Redaelli e Pietro Bornaghi. 

A maggior comodo del lettore, i nomi degli illustri 
Trevigliesi saranno qui ordinati per ordine alfabetico. 

Barbarossa (Paolo Emilio), fiorì sulla fine del 
secolo XVI e sul principio del XVII. Agli studj 
gravi congiunse anche gli ameni, e principalmente 
la poesia e la storia. Fu chiaro predicatore, e venne 
adoperato dal cardinal Federico Borromeo in impor- 
tanti affari della sua Diocesi. Dopo varie cariche 
sostenute nella sua religione, e, fra le altre, quella 
di vicario generale, a cui fu eletto in Milano nel 
1612; morì in sua patria ai 14 di dicembre del 1614. 
Ha composte e pubblicate varie opere ascetiche che 
vedonsi indicate nell'Argelati e nel Mazzucchelli 
(Argelati: Bibl. Script. Mediol — Mazzucchelli: 
Scrittori d'Italia). 

Barella (Cristoforo), nacque da genitori d'umile 
condizione, fiorì dopo la metà del secolo XVII. Stu- 
diò in Milano le lettere umane, la filosofìa e la teo- 
logia, in cui ebbe la laurea dottorale. Fu, ancor 
giovane, segretario di Francesco Visconti, vescovo 
di Cremona, da cui col sacerdozio ottenne varj be- 
nefìci ecclesiastici. Dopo la morte di questo, venne 
eletto rettore di S. Martino di Treviglio, teologo, 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 

e poi preposito dal cardinale Federico Visconti, ar- 
civescovo di Milano. Morto questo, permutò il detto 
jenefizio colla prebenda di S. Paolo in Compito di 
Milano, cui cede ad un suo nipote, indi si ritirò a 
Brignano, ove istituì e dotò un Collegio di preti. 
Morì in sua patria, e; fu seppellito nella chiesa 
maggiore. Scrisse: 

I. Panegirici recitati in Santa Maria del Pianto 
di Tr eviglio. Milano, in-4.* 

IL Elogj d'uomini illustri che Vanno 1658 pu- 
gnarono in difesa di Trevi. Manoscritto in foglio 
(Argelati: Bibliot. Script. Mediol. — Mazzucchelli: 
Scrittori d'Italia). 

Barizaxdi (Gerolamo), nacque addì 4 di marzo 
del 1677 da Giuseppe Barizaldi e da Veronica Al- 
berti. Entrato nella Compagnia dei Gesuiti, e in 
questa fattosi sacerdote, fu maestro di rettorica in 
Cremona e in Novara. Uscito poscia dalla medesima 
per poca sua salute, si restituì alla patria al 12 di 
febbrajo del 1713, e quivi si pose a investigare le 
antichità spettanti alla stessa. Dal cardinale Ode- 
scalchi venne promosso l'il d'agosto del 1714 ad 
un Canonicato della chiesa di Santa Maria Podone 
di Milano, in cui nel 1716 fece il suo primo Qua- 
resimale, predicandone in seguito molti altri. Ebbe 
il 29 febbrajo del 1715, per rinunzia, il benefizio di 
Santa Caterina di Tre viglio. Morì in Milano di feb- 
bre maligna in età d'anni 71 , il 29 di marzo del 
1748. Egli fu dotato di acutissimo ingegno, e di 
prodigiosa memoria, la quale continuogli fino all'ul- 



210 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

timo de' suoi giorni. Restò tuttavia in sua vecchiezza 
alquanto offeso nell'udito, e si dice che in tutto il 
corso elei viver suo sia sempre stato privo del senso 
del gusto. Riuscì versatissimo nelle scienze teologiche 
e matematiche, nelle leggi, nella geografia e nella 
storia. Fu ottimo posseditore dell'eloquenza greca e 
Jatina, molto intendente della lingua ebraica, e par- 
lava assai bene pressoché tutte le lingue europee; 
per i quali rarissimi pregi fu carissimo a molti rag- 
guardevoli personaggi, e fra questi, al principe di 
Sassonia, mentre egli fu in Milano; al generale 
Casneda; e al marchese cancelliere don Pirro Vi- 
sconti. Scrisse molte opere, ma di tutte non si può 
dare contezza, per essere egli stato poco diligente 
nel riaverle dalle mani di quelli che ne avevano 
fatta ricerca. Quelle di cui ci rimane notizia sono 
le seguenti: 

I. Parma e Piacenza imperiali. Quest'opera fu 
stampata sotto il nome anagrammatico di Gerolamo 
Baldizari, ma fu ben tosto ritirata, e si dice che 
non ne uscirono che due sole copie, le quali passa- 
rono nelle mani dell'autore, ed ora più non si tro- 
vano. 

IL Vita di S. Gaudenzio proto-pastore di No- 
vara. Novara, per gli eredi Caccia, senz'anno, in-12.° 

III. Voti e feste deW Imperatore e R. Capitolo 
di Santa Maria della Scala di Milano per la na- 
scita di Leopoldo Arciduca d'Austria. Con Vorazione 
in fine recitata dal medesimo Barizaldi. In Milano, 
per Francesco Vignone e fratelli,. 1716, in-4.° 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 211 

IV. Istoria della Vergine delle Lacrime di Trevi. 
In Milano, per Giuseppe Richino Malatesta, 1721, 
in- 12.° Quest'opera, fatta stampare da un capomastro 
di muratori da Treviglio, ha dato motivo al sig. Ar- 
gelati (di tali notizie ci confessiamo debitori alla 
gentilezza del sig. Carlo Antonio Tanzi milanese, il 
quale ce le ha cortesemente somministrate) di ac- 
crescere la Biblioteca degli scrittori milanesi, aven- 
done fatto invece autore Carlo Antonio Camerone 
che si sottoscrisse nella dedicatoria. Fu poscia ac- 
cresciuta dall'autore col titolo di: Memorie del San- 
tuario di Nostra Signora delle Lacrime in Trevi, 
opera postuma, ecc., in Milano, per Carlo Bolzani, 
senz'anno, in-8.°, ma dalla data della dedicatoria al 
cardinale Giuseppe Pozzobenelli, arcivescovo di Mi- 
lano, si ricava che uscì nel 1748 in cui l'autore 
morì. Dalla lettera ai lettori di Gianmaria Bicetti 
de'Buttinoni fabbricere, premessa a questa ultima 
edizione, si possono desumere alcune poche notizie 
intorno alla vita di questo scrittore. 

V. Orazione funebre in morte del Ven. M. Grif- 
foni Sant'Angelo Vescovo di Crema, recitata in quella 
Cattedrale. 

VI. Allegazione nella famosa causa de 1 Cappel- 
lani Regi di Monza contro la Fabbriceria ossia 
Capitolo. 

Scrisse anche le Opere seguenti, alcune delle quali 
si conservano manoscritte presso Giuseppe Sanpel- 
legrino, ed altre si sono smarrite come sopra ab- 
biamo detto. 



'li..-'-^- ~ 



212 PARTI I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

I. Storia critica dell'Impero Romano, rinnovato 
neW Occidente, raccolta dagli antichi monumenti. 
Manoscritto. 

IL Notizie dell'America Settentrionale e Meri- 
dionale. Manoscritto. 

III. Versione delle Lamentazioni di Geremia 
profeta, in versi italiani. Manoscritto. 

IV. Parallelo tra Varese e Trevi, componimento 
faceto in versi. Manoscritto. 

V. Lettera storica latina al Canonico Carlo 
.Francesco Velia, in cui si descrivono le fabbriche 

di Roma intraprese e compiute dal Pontefice Cor- 
sini. Manoscritto. 

VI. Allegazioni, orazioni sacre, tragedie latine 
ed italiane, ed altre poesie che insieme raccolte ba- 
sterebbero a compiere molti volumi. Manoscritto. 

VII. Parallelo tra V Imperatore Leopoldo e 
Luigi XIV Re di Francia. Smarrita. 

VIII. La Storia di Trevi. Smarrita (Mazzuc- 
chelli: Scrittori d'Italia). 

Battaglia (Aronne), patrizio trevigliese, fioriva 
verso la metà del XVI secolo. Fu professore d'elo- 
quenza in Milano, ed ebbe fra' suoi scolari Agostino 
Saturnio , e fra' suoi amici Giovan Battista Corneo. 
Fu anche segretario di Giovanni Angelo de' Medici 
che fu poi pontefice col nome di Pio IV. Ha lasciate 
le seguenti opere: 

I. La Storia dell' immagine della B. V. Maria 
fvella chiesa delle monache di Sant'Agostino di Trevi, 
la quale ai 28 di febbrajo del 1522 spargendo per 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 213 

sei ore lacrime liberò il popolo di Trevi dalla strage, 
ch'era per farne V esercito francese. Questa storia 
consiste in 64 ottave che si leggono impresse nella 
Parte II, cap. XVI della Storia del Lodi a car. 204 
e 209. 

IL Reda interpretatio et dispositio versuum 
aliquot in Heroides Ovidii. Venetiis, 1543. 

III. Filippo Argelati fa menzione altresì d'al- 
cune Epistolce latina? , scritte a Gianbattista Corneo 
e ad Agostino Saturnio nel 1517 e 1518, dalle quali 
si apprende che aveva in pensiero di stampare un'o- 
pera intitolata Mercurio, che forse ora è perduta 
(Mazzucchelli: Scrittori d'Italia). 

Battaglia (Gerolamo) nacque intorno all'anno 
1450, fu della famiglia Grassi, alla quale si aggiunse 
il sopranome di Battaglia per l'ardore con cui li 
ascendenti di Gerolamo si distinguevano ne' combat- 
timenti. Nella sua adolescenza si dedicò alle belle 
lettere, poi al mestiere delle armi, e sostenne varie 
cariche militari. Renduta a patti per sé onorevoli 
la fortezza di Cremona, di cui era governatore a 
nome di Lodovico Sforza duca di Milano, all'armi 
Veneziane (Bembo: Storia Veneziana, lib. IV, p. 57, 
ove si vede chiamato Antonio Battaglione invece di 
Gerolamo Battaglia), si trasferì a Venezia, ove fu 
aggregato colla sua famiglia a quella cittadinanza e 
nobiltà (1), passò il restante della sua vita in quiete. 



(i) Barizaldi: Storio, della Beata Vergine delle lacrime , ecc. Ediz. 
1748, pag. 17. 

15 



214 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Scrisse in uno stile rozzo: Commentariolum rerum 
a Ludovico Sfortia gestarum usque ad an. 1499, 
che si conservava fra i manoscritti della casa Bat- 
taglia di Treviglio (Mazzucchelli: Scrittori d'I- 
talia). Delle suddette notizie siamo debitori, dice il 
Mazzucchelli, alla gentilezza del celebre padre abate 
don Angelo Calogerà Camaldolese, il quale ce le 
ha comunicate (Argelati: Bibliotheca Script. Me- 
diol.) 

Bicetti de' Buttinoni (Giovanni Maria). La fami- 
glia Bicetti de' Buttinoni è una delle famiglie pa- 
trizie di Treviglio. Giovanni Maria fu chiaro lette- 
rato, medico egregio, e fratello alla contessa Bicetti 
Imbonati. Ecco ciò che di lui (dice il Mazzucchelli) 
ei ha comunicato il sig. Carlo Antonio Tanzi il 5 di 
aprile del 1758: « Nacque Giovanni Maria Bicetti 
in Treviglio il 13 di dicembre del 1708, dai genitori 
medesimi della contessa Francesca. Venne a Milano 
nel 1716 ove convisse in casa di don Francesco suo 
prozio paterno, dottore del Collegio Ambrosiano, ed 
attese agli studj dell'umanità e della filosofia sotto 
la disciplina dei Chierici Regolari di S. Paolo. Nel 
1728 venne laureato in filosofìa e medicina nella 
R. Università di Pavia, d'onde ritornato a Milano 
seguitò tuttavia a frequentare come suo maestro il 
dotto medico e filosofo Francesco Palazzi, da cui 
"venne mai sempre amato e distinto. Quantunque 
fosse principalmente applicato intorno alla medica 
professione, non potè tralasciare d'attendere anche 
alla poesia massimamente italiana, a cui sin da gio- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 215 

vinetto si sentì gagliardamente inclinato. Allonta- 
nandosi quindi a cagione de' suoi impieghi per al- 
cuni anni dalla città, ritornò qui nel 1740 per co- 
noscere i migliori poeti, e godere della desiata loro 
conversazione; e vi dimorò pel corso di ben sette 
anni colla dotta e gentile sorella. Ora vive in Tre- 
viglio (così scriveva il Tanzi) sua patria, medico di 
quel luogo, applicato a infondere la propria dottrina 
e l'onorata candidezza dell'animo suo ne' figliuoli che 
ha avuti dalla signora Francesca de' Federici sua 
gentilissima moglie. Per lo addietro, che non era 
tanto distratto da' suoi più geniali studj, molte de- 
gne produzioni sì in versi e sì in prosa gli sono 
uscite dalla penna tanto nello stile grave che nel 
faceto: ma presentemente fa poco più che accrescere 
il numero de'varj suoi medici consulti. Egli è uuo 
dei restitutori dell'Accademia dei Trasformati di 
Milano; è ascritto agli Affidati di Pavia, e, non 
ha molto, è stato proclamato fra gli Eccitati di 
Bergamo. I suoi componimenti sono sorprendenti 
nella invenzione, ed esposti con stile egualmente 
facile che venusto. Molti ne conserva l'Archivio 
dei Trasformati, e molti sono sparsi nelle rac- 
colte, fra i quali merita d'esser ricordato il biz- 
zarro poemetto in ottava rima che sta nelle La- 
crime in morte di un gatto (Màzzucchklli: Scrittori 
d'Italia). 

Fu molto stimato ed amato dal Parini; e quando 
il Bicetti pubblicò il suo famoso trattato sull'innesto 
del vajuolo, il primo di tal materia pubblicatosi fra 



216 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

noi nel 1765, il Parini gli dedicò la bellissima sua 
ode intitolata YInnesto del Vajuolo. (1) Alle st. 16 
e 18: 

« Sempre il novo eh' è grande, appar menzogna, 
Mio Bicetti, al volgar debile ingegno; 
Ma imperturbato il regno 
De' saggi dietro all'utile s'ostina. 
Minaccia, né vergogna 
No '1 frena, no '1 rimove ; 
Prove accumula a prove; 
Del popolare error l'idol rovina, 
E la salute ai posteri destina. 



H ~" « Tu sull'orme di quelli ardito corri 

Tu pur, Bicetti, e di combatter tenta 
La pietà violenta 

Cbe alle Insubriche madri il core implica. 
L' umanità soccorri; 
Spregia l'ingiusto soglio 
Ove s'arman d'orgoglio 
La superstiz'ion del ver nemica, 
E l'ostinata folle scola antica. 

Le opere sue, parte stampate, e parte manoscritte,- 
sono le seguenti: 

I. Il perdono di Davide, poesia d'un Accade- 
mico Affidato. In Milano, per Antonio Frigerio, 1744. 

IL Le ingiurie sostenute da Gesù Cristo nella 
sua passione, e di Maria Tergine, dialoghi per 
musica. In Milano, per Pierfrancesco Malatesta, 1745. 

III. Ester, cantata ad onore della Beata Vergine 

(1) L'ode del Parini incomincia col'e parole « Genovese {Co- 
lombo) ove ne vai »; erroneamente alcuni credettero che il Dott. Gian- 
maria Bicetti fosse di nascita genovese. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 217 

delle Lacrime di Trevi. Milano,, per Federico Agnelli, 
1751. 

IV. Oratorio in onore di S. Vincenzo Ferreri. 

V. Varie satire oraziane in latino e in volgare. 

VI. Liriche poesie di vario metro. 

VII. Traduzione in versi toscani degli epigram- 
mi di Ausonio. Di questa traduzione ha fatto ri- 
cordanza anche l'Argelati nel voi. I, pag. 119, nella 
Biblioteca dei Volgarizzatori. 

Vili. Canzone nel ritorno di S. A. I. France- 
sco ILI duca di Modena ne' suoi Stati. 

IX. Orazione funebre in morte di S. E. il si- 
gnor marchese Annibale Visconti. 

X. Lettera apologetica per un sonetto d 1 un 
amico. 

XI. Dell'efficacia degli anni climaterici, lezione 
accademica. 

XII. Rudimenti di lingua italiana per modo di 
dialogo ad uso dei fanciulli. 

XIII. Osservazioni sopra alcuni innesti di va- 
cuolo, con varie lettere d'uomini illustri. Milano, 1765. 

XIV. Lettera sul risultato delle osservazioni di 
Collin sopra le virtù dell'amica nelle febbri putride 
ed altre malattie. 

Bicetti (Francesca), valorosa poetessa nata il 14 
di luglio del 1712 dalla nobile famiglia trevigliese 
Bicetti de' Buttinoni. I suoi genitori furono Giuseppe 
Bicetti de' Buttinoni e Laura Gambaloita, di fami- 
glia patrizia milanese. ' Ebbe a maestro il canonico 
Gerolamo Barizaldi. Mostrò per tempo una più che 



218 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

ordinaria inclinazione alla poesia italiana, mossa a 
ciò facilmente dal domestico esempio del dott. Gio- 
vanni Maria, suo maggiore fratello, gentilissimo 
poeta; e venne da esso in sì bella facoltà special- 
mente istrutta, sin tanto che, trasferitasi nel 1740 
con esso a Milano, ebbe largo campo di perfezio- 
narsi col trattare quei più colti poeti, che si face- 
vano un singoiar piacere di frequentare la sua con- 
versazione; e vi si è distinta a segno di meritarsi,, 
che molte Accademie desiderassero d'ascriverla nei 
loro ruoli. L'hanno acclamata gli Affidati di Pavia 
e i Filodossi di Milano, e nel 1742 ebbe seggio fra 
le pastorelle arcadi di Roma col nome di Filo cara; 
e finalmente nella ristorazione dell'Accademia dei 
Trasformati seguita in casa, e per opera massima- 
mente del conte Giuseppe Maria Imbonati venne in 
quella tra' primi annoverata. Una tale occasione ac- 
compagnata dalle rare qualità e doti della medesima 
fece sì che il suddetto conte Imbonati, ottimo pro- 
motore e coltivatore delle lettere, la desiderasse per 
sua consorte e la sposasse il 6 di marzo del 1745. 
Molte sono le composizioni che questa gentildonna 
in vario metro ha composte, e tutte mostrano uno 
stile facile, piano e condito d'una singolare dolcezza, 
sì nelle espressioni e sì ne' pensieri, la quale costi- 
tuisce il suo proprio e particolare carattere. Molti 
suoi sonetti e varie canzoni leggonsi sparsamente 
stampati nelle raccolte, cui troppo lungo sarebbe 
l'annoverare. Non pochi de' suoi componimenti reci- 
tati già nella detta Accademia de' Trasformati si 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 219 

serbano manoscritti nell'archivio di essa. In questa 
ha recitata altresì una nobile lezione sul problema: 
Se più giovi air avanzamento delle lettere il sog- 
giorno della città o della villa. Noi pure, dice il 
Mazzucchelli , nel 1754 l'abbiamo udita con nostro 
singolare piacere recitare in detta Accademia varj 
suoi vaghi componimenti, e ne conserviamo alcuni 
presso di noi manoscritti, i quali certamente fareb- 
bero onore a qualunque più colto poeta qualor ne 
fosse l'autore. Non ha lasciato di comporre grazio- 
samente anche in dialetto bergamasco, e ne abbiamo 
per saggio un vago suo sonetto fra le Lagrime in 
morte d'un gatto (1). Ma la più copiosa raccolta di 
sue poesie si serba a penna presso Carlo Antonio 
Tanzi milanese, a cui noi siamo debitori delle prin- 
cipali notizie esposte (Mazzucchelli: Scrittori d'I- 



(i) Ecco il sonetto: 

DE CHECCA BICETT1. 
Cori fo' la mia Zet, incceu i ma digg, 

Ca l'è stringat ©1 Gatt più bel de tugg; 

Intà la zò a Mila iè tat contrigg. 
A ruga tugg i carti, e tugg i scrigg 

01 pari in negu lceugh mai no ghe fugg; 

I so' prodezzi sa boì si de drigg 

Scolte ù falif, e sa podi ste sugg. 
Lu l'era spertaieul, e lest dre ai ragg 

Che tutt quangg i tabus de dì, e de nogg 

Al rugava det, e fò in d'ù tragg. 
z Nos' trova pò che mai de crud, o cogg 

L'abbia robat in cà, tat l'era quagg; 

Ma per lodai schugniraf ess più dogg. 



220 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Buttinone (Bernardino). Fra i pittori della scuola 
lombarda occupa nella storia un posto onorevolissimo 
Bernardino Buttinone da Treviglio. 

Alquanto scarse sono le notizie intorno alla vita 
di questo pittore, che lasciò luminose prove del suo 
ingegno artistico. La maggior parte di quelle che 
esistono, son ricavate dalle opere del Lomazzo o 
da documenti. Il Tassi, che stampò due volumi di 
accurate notizie sui pittori Bergamaschi, trascura 
affatto il Buttinone, e si occupa solo del Zenale. Mi 
limiterò quindi di presentare brevemente quanto ho 
potuto raccapezzare nelP indicate opere o negli ar- 
chivi pubblici e privati. (1) 

Come risulta da documenti, il di lui padre chia 
mavasi Jacopo. Ignorasi l'anno in cui nacque, e 
quello in cui morì, nondimeno sappiamo che fiorì 
nella seconda metà del secolo XV , e morì dopo 
il 1500. 

Fu allievo di Vincenzo Civerchio; e quando il Vinci 
venne a Milano vi godeva fama d'egregio pittore. 

Era d'ingegno svegliato, e profondamente versato 

(1) Alcune notizie intorno ai pittori trevigliesi e caravaggini le ho 
desunte dalla preziosa raccolta *iel Pagave e del Bossi, che esiste ma- 
noscritta nella libreria del nobile Alessandro Melzi, il quale gentil- 
mente la pose a mia disposizione. Egli è necessario che qui faccia 
ammenda d'una ingiustizia che ho inconsideratamente commessa verso 
questo illustre patrizio, riportando in un mio lavoro un' erronea no- 
tizia del Predari, il quale nella sua Bibliografia Milanese disse che « quei 
tesori (cioè le raccolte del Pagave e del Bossi) giacciono sepolti nella 
libreria dell' erede. » Ciò non è vero , giacché il nobile Alessandro 
Melzi, ha sempre cortesemente posta la detta raccolta, a disposizione 
di coloro che sono, intendiamoci bene, studiosi veri deli' arte. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 221 

nelle teorìe dell'arte. Paolo Lomazzo, a pag. 652 del 
suo trattato della pittura, ci riferisce ch'era valente 
anche nel disegnar macchine. « La privata (edifica- 
zione) è di due sorti, l'una urbana che contiene stanze, 
librerie e cubicoli; l'altra rustica che contiene torchj, 
presepi, molini e simili, dei quali Leonardo ne di- 
pinse trenta carte di chiaro oscuro che sono perve- 
nuti nelle mani di Ambrogio Figino, dove si veggono 
alcuni molini che macinano con acqua ed altri senza, 
tutti fra se diversi; ed oltre a lui ne disegnarono il 
Civerchio e il Buttinone, i quali furono da Gauden- 
zio (Ferrari) donati a Cesare Cesariano commenta- 
tore di Vitruvio. » 

Delle opere di questo esimio pittore, poche giun- 
sero sino a noi, altre andarono miseramente perdute. 
Noteremo qui quelle che possono tenersi per eseguite 
dal Buttinone, giacché parecchie a capriccio gli ven- 
gono attribuite. 

Il consigliere Venanzio De Pagave lodato cono- 
scitore e raccoglitore di notizie ed opere d'artisti, 
possedeva una tavola rappresentante una Madonna 
fra alcuni Beati, che fu veduta anche dal Lanzi, 
sulla quale stava l'iscrizione « Bemardinus Butti- 
nonus de Trevilio pixit 1451. » Sembra che questa 
sia stata la prima opera che eseguisse il Buttinone. 

Il Padre Gerolamo Gattico, sindaco e rettore della 
Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che l'anno 1638 
lasciò manoscritta ed inedita una descrizione succinta 
delle cose spettanti in quella chiesa e convento, 
dice « Bernardino Buttinone pinse la pala, che pose il 



222 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

conte (Gaspare Vimercati) al primiero altare maggiore 
da lui fatto, e questa è quella ch'oggidì si vede in coro 
ivi esposta, e dal suddetto altare levata per riporvi 
il nuovo tabernacolo (1), soggiunge poi, senza in- 
dicarci il soggetto delle opere, che « il suddetto pit- 
tore pinse molte cose nella partita verso la chiesa 
del primo claustro, e in chiesa » 

Un prezioso dipinto senza data conservasi presso 
T illustre famiglia Borromeo, all'Isola Bella sul llago 
Maggiore. È un piccolo quadro rappresentante la 
Vergine sedente in trono col bambino in grembo, 
fra S. Giovanni Battista alla destra, e Santa Giustina 
alla sinistra; nel fondo due angioletti che suonano 
istrumenti, e due altri alla sinistra che cantano, il 
tutto in mezzo ad un tempio, d'una finitezza d'e- 
secuzione veramente mirabile, arricchito d'un fregio 
figurato in color d'oro, con capitelli dello stesso 
colore, ornati cogli stemmi della famiglia Borromeo. 
È segnato colla seguente iscrizione: Bemardinus 
Betinonus de Trivilio pixit. 

Nel 1484 il Buttinone dipingeva un icone in legno 
per l'altare d'una cappella della chiesa di S. a Maria 
del Carmine, che rappresentava la Vergine col bam- 
bino, con ai lati S. Francesco, S. Bernardino; S. Pie- 
tro martire con S. Vincenzo; e sopra l'icone, in 

(1) Cronica esistente manoscritta Dell' Archivio Fondo di Religione. 
Questa pala od icone che ora più non esiste, rappresentava un 
S. Giovanni! Battista innanzi al quale stava in ginocchio l'effigie 
del conte Gaspare Vimercati, sopra i di cui poderi venne edificato 
dai duchi la chiesa delle Grazie. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 2*23 

ornamento, v'erano dipinti da un lato l'Annunciata, 
nel mezzo l'Eterno Padre, e dall'altro SS. Elia ed 
Eliseo. Sotto ai piedi della Vergine leggevasi : Ber- 
nardinus Buttinonus de Trivilio pixit 1484. (1) 

Il Buttinone, insieme col compatriota Zenale, re- 
recavasi nel 1485 a Treviglio per eseguire e dipin- 
gere la famosa icone nella chiesa di S. Martino. 
Di quest'opera, e dei lavori che in essa eseguì il 
Buttinone, parleremo estesamente nella vita del 
Zenale. 

Dipinse, in compagnia del Zenale, non si sa pre- 
cisamente in quale anno, ma certo prima del 1493, 
la cappella dedicata a S. Ambrogio nella chiesa di 
S. Pietro in Gessate (2). Fu nel 1862 che si sco- 
prirono parte delle pitture di questa cappella che 
vandalicamente furono nel principio del secolo in- 
teramente imbiancate. Levando adunque una parte 
di bianco dalla parete destra di detta cappella, ove 
già esisteva il monumento della famiglia del Se- 
natore Ambrogio Grifo, apparve un affresco istoriato 
rappresentante S. Ambrogio in veste proconsolare ed 



(1) Fornari: Cronica del Carmine, parte 1, capo Vili, pag. 180. 
Stampata a Milano nel 1685. , 

(2) li Puccinelli nel suo Chronicon Cmnobii de Glaxiate a pag. 351 
a proposito di questa cappella, stroppiando però i nomi dei due pittori 
trevigliesi , lasciò scritto « Monachi curarunt cellam pingendum per 
Bernardinum Butinosum (per Buttinone) Bernardum ftenalium (per 
Zenale) a Trivilio, Altari vero Talulam, sive honam, per Flandros 
expressa Testatons effigie Senatorio habitu induti in ea genuflexi, ela- 
borandovi, ac finissimis colonbus delineandam. » INon fa cenno che i 
pittori trevigliesi abbiano eseguita in detta Chiesa altre pitture. 



Tlk PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

in atto di amministrare la giustizia. Sotto ai piedi 
del Santo legge vasi la epigrafe, oggi affatto ap- 
pannata « Opus Bernardini Buttinoni et Bernardi 
Zenaliis de Trivilio. » » 

Sulla maniera poi del Buttinone, ecco il giudizio 
che dà il Bossi ne' suoi manoscritti esistenti presso 
l'Archivio Melzi. « Il Buttinone non solo è di- 
verso dal Zenale, ma ebbe una maniera che non 
può in alcun modo confondersi con quella del suo 
compatriota. Lo Zenale aveva una gran facilità 
e disinvoltura, agevolezza nelle attitudini, prontezza 
negli scorci, stile largo pel suo tempo, esecuzione 
agevole, senza cura di troppo finire le parti. Il But- 
tinone al contrario era stentato, aspretto e finitis- 
simo. Belle sono le istoriette di piccole figure per 
lo più in oro a chiaro oscuro , eh' egli pone negl 
ornamenti de' suoi quadri, nei troni delle sue ma- 
donne, nei pilastrini, ecc. 

Buttinoci (Giovanni Maria) dottore in amendue le 
leggi, figliuolo di Bernardino, fu prete e fioriva in- 
torno al 1560. Ebbe una cura d'anime nella chiesa 
di S. Martino, e un benefìcio ecclesiastico in Ver- 
dello sul Bergamasco, e fu canonico di Pontirolo. 
Conosciutasi dal cardinale Gian Battista Cicala ge- 
novese la sua capacità e destrezza nel trattare e 
compiere gli affari , fu fatto conte del Sacro Palazzo 
Lateranense, e conseguì per opera di quel cardinale 
il Vescovado di Sagona nell'isola di .Corsica (Ughelli: 
Ita!. Sacra, t. Ili, col. 519). Condottosi a Roma, vi 
fu eletto governatore perpetuo, e sarebbe forse an- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 225 

che stato creato cardinale, se la morte non l'avesse 
rapito dal mondo nel 1550, avendo lasciati gli atti 
del suo governo di Roma, esistenti manoscritti colà 
nell'Archivio di Castel S. Angelo, in due volumi in 
foglio (Mazzucghelli: Scrittori d'Italia. — Argelati: 
Bibliot. Script. MedioLJ 

Buttinoni (Pietro Paolo) figliuolo di Gerolamo 
apprese le umane lettere, e si applicò agli studi le- 
gali. Avendo conseguita la laurea dottorale in Pavia, 
si trasferì a Milano, e quivi vestì la toga d'avvo- 
cato; fu dalla sua patria eletto per difensore de' suoi 
diritti, e delle sue cause, e adoperato in quel Foro da 
parecchie delle più illustri famiglie di Milano. V, 
prese pure in moglie una ricca gentildonna, unica 
erede della facoltà delle sua famiglia. 

Essendo Regio fiscale, Filippo IV di Spagna, con- 
sapevole del suo valore, lo fece senatore di Milano 
nel 1633, e venne di poi scelto come uno dei pub- 
blici deputati alla Sanità. Morì ai 10 d'ottobre 
del 1637. Lasciò diversi consigli, due dei quali sono 
stampati nel voi. l.° della Catena Àurea di Gerolamo 
Gattico a car. 141 e 149; e parecchie allegazioni 
riferite dall' Argelati (Mazzuccbelli: Scrittori d'Ita- 
lia. — Argelati: Bibliot. Script. Mediol.) 

Cattaneo (Francesco) fu eccellente guerriero, d'a- 
nimo audace, ma da prudenza moderato. Fece le sue 
prime armi nel 1602 in Fiandra sotto la condotta 
del celebre marchese Ambrogio Spinola genovese, 
al servizio dell' armi Spagnuole ; e diede colà tali 
prove di valore , che presto raggiunse il grado di 
capitano. 



226 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Ritornato in Italia, fu ben presto creato tenente 
generale elei re cattolico. Sorti alcuni rumori nella 
città di Lucca, il Cattaneo fu mandato colà con 
poderoso esercito; egli seppe condursi in tale diffì- 
cile impresa , con tanta benignità e prudenza , che 
subito fu restituita la pubblica tranquillità. Memori 
i Lucchesi de' suoi benefìzi l' onorarono e colmarono 
di doni. Dopo questa spedizione, tornato in patria 7 
vi morì sorpreso da grave malore. 

Lasciò manoscritte due opere d'arte militare, che 
esistevano nell'Archivio della nobile famiglia de' Cat- 
tanei di Tre viglio e sono: 

I. Rei tacticce Commentarla. 

II. Libellus de Prudentia militari. 
Diede alle stampe altra opera col titolo: 

III. L'ugualità superabile, cioè, come vincere si 
possa con ragione taluno dei due nemici eserciti, 
supposti di forze pari i la giornata d'una battaglia 
campale. Discorsi ed Arte militare de Tenente, di 
Maestro di campo generale Francesco Cattaneo, al- 
l' Emin. Principe Cardinale Trivulzio. Milano, presso 
il Ghisolfi. 

Cattaneo (Giovanni Battista). Figlio del suindicato 
Francesco e di Susanna Carcano. Da fanciullo studiò 
le belle lettere, indi si dedicò al mestiere dell'armi, 
ove fece rapidi progressi, e ottenne ben presto il 
grado di capitano di fanteria. In varie occasioni diede 
prove di fermezza e del suo ingegno militare, sin- 
golarmente nell'anno 1658 nel difendere Tre viglio 
quando fu minacciata da' Francesi , come vedemmo 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 227 

nel corso di questa storia. Ottenne dal re cattolico 
la Prefettura di Mortara. Il duca d'Ossuna governa- 
tore di Milano, l'ebbe in tanta stima, che a lui affidò 
l'incarico di recarsi in Spagna ad accogliere la du- 
chessa sua moglie che doveva recarsi in Milano. Nel 
ritorno dalla Spagna, fu sorpreso presso Lione da 
tale burrasca, che la galea venne sospinta nelle 
secche di Narbona senza alcun danno. Cessata la 
furia del mare, felicemente approdò al Finale. Ab- 
bandonata poi la Prefettura di Mortara, ritornò in 
patria, ove dopo pochi giorni morì il primo di luglio 
dell'anno 1677. Fu sepolto nella chiesa di Santa 
Chiara appartenente alle monache di S. Benedetto , 
soppressa al tempo di Giuseppe II, e che ora più non 
esiste in Treviglio. Nella cappella ove esistevano 
le sue ceneri, era posta una lapide colla seguente 
iscrizione spagnuola: 

AQUI YACE EL MRE DE CAMPO 

YUVAN B. CATTANEO DE CAPITANI 

DE ARZAGO 

NATURAL DE TRIVICO 

SIRVIO A SU MAY XXXVIII ANOS 

ASSI EN ALEMANIA LOMRARDIA 

COMO, EN ESPANA Y NAPOLES 

HAVIENDO OCUPADO LOS PUESTOS 

DE CAP. SARGENTO MAYOR 

Y MRE DE CAMPO 

FALLECIO A XIV YULIO MDCLXXVII 

SIENDO GOV. D'ESTÀ PLAZA DE MORTARA 

DEEDAD LXIV ANOS (1) 

(1) Qui giace il Mastro di Campo Giovanni B. Cattaneo de Capitani 
d'Arzago, nativo di Treviglio, servì sua Maestà per 38 anni in Gernu- 



228 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Lasciò manoscritti vari trattati militari, che con- 
servavansi nell'Archivio degli eredi, delle quali l'Ar- 
gelati né dà nota. 

Dell'Era o Dellera (Giovanni Battista). Il 21 di 
aprile del 1757, nasceva in Treviglio da umili pa- 
renti Giovanni Dell'Era. A cagione della povertà in 
cui versava la famiglia Dell'Era, il fanciulletto Gio- 
vanni che si sentiva destinato all' arte del disegno, 
dovette attendere nei suoi primi anni al lavoro igno- 
bile dell'arte fabbrile esercitata dal padre. 

Nondimeno egli pensava con virile proposito di 
togliersi da quella bassa condizione che gli riusciva 
oltre modo insopportabile , e maturava il disegno 
d'allontanarsi dalla casa paterna, e recarsi a Ber- 
gamo per istudiarvi il disegno, da Francesco Dagiù, 
detto il Cappella di Venezia, scolaro del Piazzetta, 
di cui sentiva sovente discorrere come assai abile 
pittore. 

Non tardò a mandare ad effetto tale suo disegno, 
e una bella mattina fuggì di casa, e pedestre se ne 
venne a Bergamo, ove si stabilì. Scarsi erano i sus- 
sidii che riceveva da casa sua, e sebbene le angustie 
alcune volte lo tormentassero, non iscoraggiossi, ma 
perserverò , infìno a che un Luigi Varisco orefice, 
appassionato per l'arti belle, che s' era arricchito in 
Francia , lo prese a proteggere. Forse per gli aiuti 
di costui , il Dell'Era, lasciato il Cappella , potè re- 

nia, Lombardia, Spagna, e Napoli, in qualità di capitano sergente 
maggiore e di maestro di campo. Morì il li di luglio del 1677, men- 
tre era governatore della piazza di Mortara, nell'età di 64 anni. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 229 

carsi a Milano e porsi alla scuola del Frank, pittore, 
scultore e professore della Accademia di Brera, ove 
non tardò a procacciarsi lodi e menzioni onorevoli. 
« Anzi, dice il chiarissimo D. r Verga (1), essendo 
stati i suoi precettori richiesti di un maestro di pit- 
tura da una famiglia inglese (certo D. Pietro Sales) 
stabilitasi a Chiavenna, essi non dubitarono d'inviare 
loro il giovane Dell' Era. Fu questo il principio di 
ogni sua fortuna , giacché, oltre aver goduto d'un 
trattamento e stipendio ragguardevole per tutto il 
tempo che dimorò in Chiavenna, fu dalla stessa fa- 
miglia incoraggiato e fornito di necessari mezzi per 
recarsi a Roma. 

« Vi si recò infatti all'età di 17 anni. » Quivi 
contrasse amicizia col Battoni e colla Kauffmann 
« e co' suoi ritratti, continua il D. r Verga, e disegni 
salì a tanta rinomanza, da ricevere inviti ed incum- 
benze onorevoli da parecchi stranieri, massime in- 
glesi, dall'imperatrice Caterina, da principi d'Inghil- 
terra e di Spagna, da poter scrivere al suo fratello 
Domenico e al padre, che tra poco sarebbe tornato 
a far chiudere l'officina e gettar via ogni strumento 
fabbrile. Si dice che una sera in Roma si tratte- 
nesse alla porta del teatro Argentina a fare schizzi 
delle maschere che vi accorrevano; iel che sparsasi 
la voce , abbia avuto all' indomani di buon ora la 
visita d'un signore prussiano , che volendo quelle 



(1) Cenni intorno al pittore Giovanni Battista dell'Era. Trevi- 
glio,1840. 

16 



230 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

innumerevoli figurine , ancorché appena abbozzate , 
gliele pagasse più d'uno scudo cadauna. 

« Si maritò con Teresa Reggi, romana, pittrice 
anch'essa non dispregevole, ma che gli fu tolta nel 
travaglio del primo parto. » 

Nel 1789 si stabilì a Firenze. In Toscana aveva 
trovato occasione di lavoro per la cappella della 
Madonna nel Duomo di Arezzo. Ma mentre appa- 
recchiavasi al lavoro, preso da lenta febbre, morì a 
Firenze correndo il detto anno 1789 nella ancor 
fresca età di 32 anni, lasciando ogni cosa all'unico 
suo figlio. « Questo, per nome Raffaele, avea nascendo 
perduta la madre, ed erede del breve filo di vita 
come del talento pittorico dei genitori soccombette 
pure alla fresca età di 22 anni. Così scomparve 
quella famiglinola di valenti artisti, senza che ne 
rimanesse traccia fuorché nell'animo addolorato dei 
nipoti. 

« Fu Dell'Era d'alta statura, di carnagione bianca, 
di lineamenti aggradevole la sua fisionomia, a giu- 
dicarne dal ritratto che ci lasciò di sua mano, trae 
alquanto a quella di Raffaello , ma la fronte è più 
aspra, la capigliatura più ruvida. Il suo carattere, 
conformemente alla fisionomia, era dolce senza man- 
care d' energia^ Tali furono anche le sue opere , in 
cui gli intelligenti riconoscono le grazie d' Appiani 
unite ad u* certo nerbo maggiore. 

« Fu paesista, ritrattista, ma dove spiegò meglio 
il suo ingegno, fu ifei quadri di storia, del che ne sia 
prova il bel quadretto ch'io ebbi il piacere di osser- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 231 

vare nelle sale del premio Curlandese dell'Accademia 
di Bologna. Esso rappresenta Achille vestito di fem- 
mina all'Isola di Stiro, mentre Ulisse viene accorta- 
mente esponendo al re Licomede i preparativi del- 
l'assedio Troiano, ed egli tutto s'infiamma ed è lì lì 
per palesarsi. Per quel quadro egli riportò nel 1787 
il premio Curlandese e fu il primo a cui venisse quel 
premio distribuito. I Lombardi poi conservano un 
monumento più grandioso del valore del Dell'Era 
in questo genere, ed è il quadro del giudizio d'As- 
suero che si ammira nella chiesa di Alzano alla 
cappella del Rosario, quadro che rivaleggia con quello 
di Appiani che gli sta rimpetto e che secondo al- 
cuni anzi lo vince. Nò meno grande fu la perizia 
della sua mano nel ricopiare le opere altrui, giacché 
i cartoni della stanza del Vaticano lo fecero accla- 
mare dalle Accademie di Roma e di Firenze per 
nuovo Raffaello. L'ostinatezza poi nel travaglio con- 
giunta a tanta abilità , spiega come abbia potuta 
lasciarci sì gran copia di lavori, almeno incominciati, 
che a metterli tutti insieme si formerebbe una col- 
lezione abbastanza ricca. 

« Fu dunque il Dell'Era più fortunato dell'Appiani 
durante il suo breve corso di vita, perchè più a lungo 
si trattenne a Roma, dove solo fioriva il gusto delle 
arti , ed ebbe dovizia di lodi e di denari, ma lo fu 
assai meno dopo morto, giacché non ebbe chi ne 
mettesse il nome e le opere nella debita luce. » (1) 

(1) Dott. Verga: Cenni intorno al pittore Giovanni Battista Dell'Era* 



232 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Donato (Gerolamo) fu la vergogna dei Trevi- 
gliesi, imperocché, sebbene quel popolo serbasse sem- 
pre somma fede ai duchi, Donato la ruppe, per in- 
gratitudine d'animo. A lui venne affidata dalla 
duchessa Bona, tutrice e madre di Giovanni Galeazzo, 
la prefettura della Rocca di Tortona; ed egli ivi 
stando, tenne occulti maneggi per richiamare, come 
riuscì, al dominio di Milano Lodovico duca di Bari; 
il quale, ritornato che fu in città, mise sossopra tutta 
T Italia. Gerolamo, sebbene emergesse per senno e 
fortezza , parve nato alla rovina de' suoi padroni e 
dell'Italia. Egli era nato in Tre viglio da una fami- 
glia piuttosto antica che nobile, la quale fin dal 1360 
aveva eretto in patria un tempio a S. Cristoforo 
largamente dotato. Donato non rinvenne in Lodovico 
molta gratitudine, sperimentando così, che il più 
delle volte riesce accetto il tradimento, ma non il 
traditore, per il che finì i suoi giorni nella tristezza 
in odio a' suoi terrazzani (Argelati: Bibliot. Script. 
Mediol) 

Federici (Gerolamo). L'antica e nobile famiglia 
Federici è originaria della Valle Camonica, ove pos- 
sedeva terre e castella. Uno dei Federici chiamato 
Giovannolo, a cagione delle fazioni guelfe e ghibelline 
ch'eran sorte nel 1379 in quella valle, ritirossi e 
stabilissi con un suo figliuolo in Treviglio, dando 
così origine al ramo della famiglia Federici trevi- 
gliese, dalla quale discende il nostro Gerolamo. 

Nacque egli in questa terra l'anno 1516. La 
madre sua chiamavasi Margherita Buttinoni, ed era 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 233 

sorella al vescovo di Sagona, Giovanni Maria But- 
tinomi. Giovinetto fu chiamato dalla zio Giovanni in 
Roma, e da lui indirizzato agli studi ecclesiastici. 
Siccome egli era d'ingegno vivacissimo, rapidi fu- 
rono i progressi che fece nello studio del diritto 
canonico e civile, ottenendone in Roma la laurea 
dottorale. 

Quasi subito (benché molto giovane) fu fatto luo- 
gotenente dell'Auditore della Camera di Roma, posto 
che occupò per undici anni continui. 

Da papa Giulio III fu mandato governatore nella 
provincia del Lazio, poi dallo stesso pontefice pro- 
mosso , per la morte del suo zìo , al Vescovato di 
Sagona. Chiamato dipoi a Roma , fu creato gover- 
natore di quella città, nella quale carica fu parimenti 
confermato dai pontefici Marcello II e Paolo IV. 
Sotto , il governo di quest'ultimo, il Federici condannò 
a morte il cardinale Carlo Caraffa e il duca di Pa- 
liano, amendue nipoti di Paolo IV. Per questa giusti- 
zia, che nel pontificato susseguente di Pio V diventò 
poi ingiustizia, perchè, riveduto il processo, si dichiarò 
dal papa, che il cardinale Carlo era stato ingiusta- 
mente ed iniquamente condannato dal governatore 
di Roma; il Federici dovette per cautela ritirarsi 
nella sua patria. 

Sotto Gregorio XIII ritornò di nuovo in Roma. 
Questo pontefice lo spedì come Nunzio ordinario 
presso il duca di Savoja con potestà di Legato a 
latere, e poi lo creò vescovo di Lodi. Resse poco 
più di due anni questo Vescovato e vi morì, sor- 



234 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

preso da morte repentina ; 1' 8 di novembre del- 
l'anno 1579. 

Nella chiesa di S. Martino fu posta a sua me- 
moria una lapide colla seguente iscrizione: 

D. 0. M. 

HIERONYMO FREDERICK) EPISCOPO 

JURIS AG F RENSJUM RERUM 

PER1TIA INSIGNI 

ECCLESIASTICHE LIBERTATIS 

ACERRIMO DIFENSORI 

LUDOVICUS TABERNA SUCCESS OR 

POSUiT ANNO MOCII 

V1XIT AN. LXilI 

OBHT Vili 1D. NOVEMB. 

MDLXX1X 

Gerolamo Federici ebbe tre fratelli, Giovanni Ma- 
ria, Giovanni, e Giovanni Stefano; da Giovanni nac- 
quero tre figliuoli cioè Giovanni Battista , Carlo ed 
Edoardo che vestirono tutti 1' abito sacerdotale. Da 
Giovanni Stefano nacquero Muzio e Tarquinio. Credo 
che questa famiglia siasi interamente estinta coi due 
figli di Giovanni Stefano. 

Gallinone (Maffeo). Nacque in Treviglio Fanno 
1380. Fu uomo di somma pratica e prudenza negli 
affari diplomatici. Stimato molto dal duca France- 
sco I Sforza, che lo volle a suo segretario. Dopo la 
morte di quel duca, Bianca sua moglie, e poi il figlio 
Galeazzo ebbero del pari in pregio le doti del Gal- 
linone. Fu mandato dal duca Galeazzo in qualità 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 235 

d'ambasciatore presso Federico III a trattar affari 
di sommo rilievo , poi come oratore a Firenze per 
incontrarvi l'imperatore che era giunto in quella 
città. Ritornato dopo questa ambasceria in patria, 
sorpreso da grave malore vi morì, compianto dai 
suoi terrazzani. 

Lasciò manoscritto molte sue relazioni, che con- 
servaci nell'Archivio eli Stato in Milano. 

Galluri (Fratelli). La famiglia Galliari non è 
d'origine trevigliese, ma provenne da Andorno pro- 
vincia di Biella. Tre soli individui di questa famiglia 
assunsero la naturalità trevigliese, e furono Bernar- 
dino, che nacque in Andorno nel 1707, e vi morì 
celibe nel 1794, Fabrizio che nacque in Andorno 
nel 1709 e morì in Treviglio Pll di luglio del 1790, 
e Giovanni Antonio che morì in Milano nel 1783 o 
1784, quantunque avesse domicilio in Treviglio. 
Credesi che si stabilissero in questa terra allorquando 
vennero in Brfgnano a lavorare nel palazzo dei 
marchesi Visconti. 

Questi tre fratelli, rimasti orfani in tenera età, 
furono chiamati a Milano da un loro parente, dot- 
tore in medicina, che prese cura di essi ; e, assecon- 
dando la decisa inclinazione che avevano pel disegno, 
furon posti a studiare l'arte, Bernardino presso il 
Tiepolo pittore figurista, e Fabrizio presso l'architetto 
Mariani. Il terzo dei Galliari fu istruito dal fratello 
Fabrizio. 

Bernardino e Fabrizio cominciarono ad emergere 
nella loro arte in Milano, dipingendo nel 1778 e 1782 



236 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGKSE 

le scene del teatro alla Scala. (1) La perizia che 
dimostrava il primo nella prospettiva e nella figura, 
e l'altro nell'architettura, procurò loro ben presto 
onorevoli incarichi da Governi e da principi. 

Ambedue furono chiamati ad Innsbruck in occa- 
sione degli sponsali di Carlo VI; a Parma in occa- 
sione delle nozze dell'infante con un'arciduchessa 
d'Austria. Giuseppe II volle Bernardino ad Olmiitz, 
in occasione d'una rassegna militare data in onore di 
Federico di Prussia, e gli fece decorare un teatro 
appositamente edificato. Lo stesso Bernardino fu a 
Torino per le nozze di Carlo Emanuele II, e colà 
dipinse la volta della chiesa dei Padri di S. Ber- 
nardo, e nel teatro Regio il sipario rappresentante il 
trionfo di Bacco. Col fratello Fabrizio lavorò a Mi- 
lano per le nozze dell' arciduca Ferdinando con 
Maria Beatrice d'Este. 

Bernardino in ispecial modo godette le grazie di 
Federico II di Prussia, che lo volle a Berlino, chie- 
dendolo al re di Sardegna. Vi andò egli con due suoi 
nipoti, Giovanni figlio di Fabrizio e Bartolomeo figlio 
d'una sua sorella. Ignoransi quali furono i lavori ese- 
guiti colà da Bernardino; solo si sa che il gran 
monarca rimase così soddisfatto dell'opera sua, che, 
oltre averlo generosamente pagato e colmato di doni, 
fece coniare in suo onore una medaglia d'oro, in cui 
sono figurate le tre arti, portanti il ritratto di Ber- 



(1) Il sipario del teatro Filodrammatico rappresentante la facciata 
del medesimo è opera dei Galliari. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 237 

nardino, e le tre Grazie che lo incoronano; ed in 
distanza vi si vede la facciata della chiesa cattolica 
ch'egli dipinse gratuitamente. Raccontasi che Ber- 
nardino nel dipingere in quella chiesa ebbe la disgra- 
zia di cadere da un ponte, per il che fu obbligato a 
rimanere a letto per qualche tempo. Federico, saputo 
il caso, recossi a visitarlo in compagnia di suo fra- 
tello il principe Enrico, e gentilmente trattenen- 
dosi seco lui, gli donò il proprio bastone acciò 
potesse Servirsene per andare a passeggiare nel 
giardino di Sans-souci , ove diede ordine che gli 
si dessero tutte quelle piante che poteva deside- 
rare. 

« Bernardino, dei fratelli il più segnalato, e Fa- 
brizio, furono i primi che giovarono assai alla pit- 
tura prospettica e decorativa dei teatri, inventando 
anche alcuni metodi assai giovevoli alla medesima. 
Di fatto Fabrizio trovò la facilitazione di disegnare 
colle diagonali, semplificando la prospettiva pratica 
in guisa affatto ignota prima di lui; ridusse tutto 
ad una misura le proporzioni architettoniche; fu 
il primo a servirsi nel dipingere di pennelli in 
asta e con lunghe righe e, ciò che è ancor meglio, 
a cercare con ogni sforzo d'imitare le diverse ar- 
chitetture, ed i diversi stili di queste per porre in- 
nanzi l'immagine verosimile del sito, e del paese, 
ove era fìnta l'azione del dramma. Allo stesso Fa- 
brizio è dovuta l'invenzione di macchinismi ri- 
chiesti dalla rappresentazione delle opere, dei balli 
e dei drammi , che , sul gusto delle fiabe del 



238 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Gozzi, attiravano assai la curiosità degli spetta- 
tori. » (1) 

I Galliari lasciarono parimenti varie opere nella 
loro patria d'adozione. Il tempio di S. Martino fu 
dipinto da loro, ed è mirabile per la franchezza e 
l' intonatura del disegno, massime la cappella del 
Crocefisso. Cristo nell'orto di Getsemani, bellissima 
figura che adorna il S. Sepolcro di quella chiesa 
nell'ultimo triduo di quaresima, fu dipinto da Ber- 
nardino Galliari. Altri due dipinti ad olio parimenti 
di Bernardino si conservano: uno nella chiesa di 
Sant'Agostino o B. V. delle Lacrime, e rappresenta 
la Conversione di S. Paolo, ov'è introdotto un S. Ste- 
fano orante; l'altro è appeso al muro sovra gli ar- 
màdj della Penitenzieria o casa del Corpus Domini 
della chiesa maggiore, rappresentante un' Immacolata 
Concezione, eseguita l'anno 1751. Ma se questa è 
trattata in un modo soverchiamente teatrale, a con- 
torni verdastri e freddi; l'altra presenta una compo- 
sizione contorta, un effetto di convenzione, ed un 
colorito interamente falso. 

L'opera che onora maggiormente il genio di Ber- 
nardino è il Presepio che sta sopra il quadro di 
Sant'Apollonia vicino alla sagristia della chiesa mag- 
giore. È dipinto a guazzo di mezze figure sopra 
tela. Si vede in esso un artifizio veramente magico 
di quei toni di tinte che alla luce del giorno appa- 

(1) Locatelli Pasno: Illustri Bergamaschi, pag. £04-43* , voi. II. 
Bergamo, 1861). — Biografia della Famiglia Galliari neiia Gazzetta. 
di Milano, anno 1837. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 239 

jono esagerate e discordi, ma vedute coi lumi sono 
di magnifico effetto , e producono un' illusione per- 
fetta. 

I fratelli Galliari dipinsero anche nei contorni di 
Treviglio. A Brignano nelle sale del palazzo Vi- 
sconti eseguirono, oltre varj ritratti, la morte di 
Alessandro Magno, le vittorie di Eugenio di Savoja, 
e la sconfitta dei giganti. In Calvenzano, nella chiesa 
parrocchiale, un quadro grande per cappella, opera 
di Bernardino, rappresentante la morte eli S. Giu- 
seppe, che ha presenti il Divin Padre e Maria Ver- 
gine, con uno scorcio massime nel letto e nel mo- 
ribondo patriarca di un effetto grandissimo. 

A Caravaggio, nella chiesa di S. Giovanni, altre 
volte appartenente ai Padri Cistercensi, varj dipinti 
a fresco sia nella vòlta, sia nelle parti laterali; e 
nell'altra chiesa di S. Bernardino altra volta dei 
Padri Riformati, la pala dell'altare maggiore, rap- 
presentante S. Bernardino, opere di Bernardino. 

Fabrizio lasciò tre figli maschi ed otto femmine. 
Tra i figli si distinsero Giovanni e Giuseppe. Il 
primo di essi riuscì abilissimo architetto ed eccel- 
lente disegnatore di prospettiva, che dipingeva con 
effetto indicibile; il secondo fu pittore di figura e di 
paesi, architetto, ed era dotato di fecondissima im- 
maginazione. Morto Fabrizio, essi divennero i pittori 
del teatro di Torino; Giuseppe fu chiamato anche 
in Francia. 

Giovanni Antonio ebbe anch'esso più figli, e fra 
questi si segnalarono Fabrizio e Gaspare, il primo 



240 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

riuscì eccellente figurista, e non avrebbe tardato ad 
eguagliare Bernardino se non fosse stato sorpreso 
da morte immatura (morì in Treviglio nell'età di 35 
anni). Gaspare fu impiegato nel corpo del Genio; 
passò a Vienna in servizio di quella Corte, ove ri- 
mase varj anni; quindi dipinse a Milano nel 1801 
al teatro della Canobbiana, nel 1803, 1804 e 1815 al 
teatro Carcano, poi a Genova, indi a Venezia ed in 
altre città. Dappertutto si acquistò gran fama colle 
sue opere, né piccola lode è per lui Tessere stato 
maestro del celebre Migliara. Ammesso quindi, dopo 
il reingresso delle armi austriache, nel corpo degli 
ingegneri geografi, vi compì la sua professione col 
grado di capitano. Morì in Milano nel 1823 o 1824 
nell'età di anni 55. 

Lodi (Emanuele). Nacque in Treviglio il 27 di 
gennaio dell'anno 1585, e vi morì l'anno 1657. Si 
dedicò al sacerdozio, e fece i primi suoi studj nel 
Seminario di Milano. Terminato il corso delle teolo- 
giche speculazioni, ed ottenutane la laurea dottorale, 
fu dal cardinale Federico Borromeo mandato a Meda 
come confessore delle Vergine Benedettine di quella 
terra; poi ottenne il canonicato nell'insigne Collegiata 
di S. Stefano in Brolio di Milano; che occupò per molti 
anni, e dal quale ritirossi per motivi di salute, e 
passò tranquilli gli ultimi suoi anni in Treviglio. 11 
suo genio lo portava a trattenersi di continuo negli 
studj storici. S'invogliò di sapere l'origine di Trevi- 
glio, e ne ricercò con attenta intenzione i progressi 
e le fortunose vicende. Scrisse le seguenti opere: 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 241 

I. De oratione. 

IL De Horis Canonìcis. Milano, presso Giovai! 
Battista Alciati, senz'anno. 

III. Istorie di 31 e da e traslazione dei saneti Mano 
e Ver mondo. Milano, per Giovan Battista Alciati, 
1629. 

IV. Breve storia delle cose memorabili di Trevi. 
Milano, per il Ramellati, 1647. 

V. Breve storia dell'origine e degli avvenimenti 
dell'antico e nobile castello di Trevi. Opera mano- 
scritta (Argelati: Bibliot. Script.). 

Mulazzani (conte Giovanni). Nacque sul finire del 
secolo decimo ottavo , e morì il 12 di maggio del 
1854. Fu uomo molto versato nelle scienze politico - 
legali e d'amministrazione pubblica, per il che nel- 
l'anno 1802 fu mandato rappresentante del diparti- 
mento dell'Adda ai Comizj di Lione. Era pur fornito 
delle più sode e profonde cognizioni nelle vicende 
dell'italica storia, principalmente della numismatica 
milanese, sì che aveva raccolto un cimelio ricchissimo 
di monete patrie in rame, argento ed oro, che andò 
miseramente disperso. Il modesto conte Giovanni 
Mulazzani fu di modi semplici , schietti , ordinati a 
verità e rettitudine; sortì mente elevata, lucido cri- 
terio ; fu buon marito ed ottimo padre, forte e severo 
cittadino, sapiente scrutatore e maestro generoso nella 
numismatica lombarda, intorno alla quale scrisse e 
stampò varie opere: 

I. Della lira milanese dall'anno 1354 al 1778. 
Milano, 1843. 



242 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

II. Sulla Zecca di Milano dal Secolo XIII fino 
ai nostri giorni. Memoria. Milano, 1844. 

III. Su alcuni pienti controversi storico-econo- 
mici intorno la monetazione del dominio spaglinolo 
in Lombardia dall'anno 1534 al 1711. 

IV. E la grandiosa opera manoscritta che sta 
presso l'erede e figlio conte Lodovico Mulazzani, in- 
titolata: Illustrazioni compiute della Zecca di Milano 
dalla pace di Costanza sino a noi. Manoscritto in 
foglio con tavole. 

Rainoni Barizaldi (Giovanni). La famiglia Rai- 
noni è originaria di Vicenza, e credesi siasi stabilita 
in Treviglio nel secolo XI. Nacque Giovanni Tanno 
1588 da Gerolamo e da Maddelena Fenaroli, gentil- 
donna bresciana. A sedici anni entrò nel convento 
dei Francescani, chiamati col nome anche di Osser- 
vanti, che risedevano nella città di Lodi Vecchio, e 
con tanto amore si dedicò allo studio della filosofia e 
della teologia, da emergere sopra tutti i suoi compa- 
gni. Ancora adulto venne promosso alla cattedra di 
filosofìa, ove primeggiò con ammirazione ma anche 
con invidia di molti. Spinto da questi suoi progressi, 
cercò ottenere una cattedra in Milano; ma il suo voto 
non ebbe effetto, per il che cercò d'essere inviato a 
Napoli ove pure fu stimato sì che, per raccomanda- 
zione del re Filippo IV di Spagna, venne presentato 
candidato alla cattedra vescovile di Matera. Mentre 
egli se ne stava nel Cenobio di Avellino, e prima 
ancora che conseguisse l'episcopato, assalito da febbre 
maligna, vi morì nel 38° anno di sua vita. Scrisse: 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 243 

I. Commentarla juxta Scoti mentem in octo prce- 
cipitos theologice tractatus. 

II. Methaphysìcce libros de Beo. 

III. Observationes in S. Francisci Regulam. 
Tutti questi scritti inediti conservavansi presso i suoi 
nipoti (àegelati: Bibliot. Script.). 

Raunoisi (Tommaso). Militò giovinetto nel corpo dei 
corazzieri stato istituito da Galeazzo Maria Sforza, 
ed era composto di giovani tratti da famiglie nobili. 
Appresso ebbe la prefettura del Castello di Rò. Coi 
guadagni che aveva fatti esercitando l'arte militare 
comperò ragguardevoli fondi nella campagna trevi- 
gliese. Ucciso il duca Galeazzo dai congiurati, e 
rimossa la di lui moglie a tutela del figlio, Lodovico 
duca di Bari, impadronitosi del Milanese, ammise il 
Rainoni fra suoi soldati. In seguito il duca Lodo- 
vico, spogliato dai Francesi del Milanese, e condotto 
prigioniero in Francia, essendo caduta la Ghiara 
d'Adda in potere dei Veneti, il nostro Tommaso, com- 
piangendo la sorte della Casa Sforza, abbandonata 
la milizia, se ne venne in Treviglio, ove per solle- 
varsi dal dolore, riprese gli studj letterarj, che aveva 
coltivati anche nella milizia, e credesi sia stato il 
primo ad investigare ne' documenti l'origine della sua 
patria. Morì nell'anno 1507, pochi anni prima che i 
Veneti saccheggiassero Treviglio. Scrisse un accu- 
rato memoriale in lingua italiana, che ora più non 
si trova, intitolato: Dell'origine di Trevi (Argelati: 
Bibliot. Script.). 

Rozzoni (Bartolomeo). Credesi che i nobili Roz- 



£44 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

zoni si stabilissero in Treviglio, allorché Milano fu 
distrutta da Federico Barbarossa. È fama che questi 
Bozzoni, possessori di grandi ricchezze, fondassero a 
quei tempi un castello sui confini del bergamasco, 
per difendere la campagna trevigliese dalle incur- 
sioni guelfe della città. Di questo castello al giorno 
d'oggi non esistono più che le rovine, ora egli è un 
ragguardevole borgo col nome di Castel Rozzone. 
Nei tempi passati i Rozzoni seguirono nella Ghiara 
d'Adda la parte ghibellina e ne furono i capi; gli 
Annali bergamaschi raccontano che Tanno 1398, « il 
4 di maggio, alcuni ghibellini di Bergamo uniti ad 
altri di Ulginate, Galbiate, Treviglio e della Valle 
Camonica andarono a Ghisalba, e vi abbruciarono la 
terra. Si ingrossarono al sopravvenire de' Secchi di 
Caravaggio, e de' Rozzoni di Treviglio coi loro se- 
guaci, e fatto alto sopra Fara Luvana vi posero il 
fuoco per abbruciarvi molti guelfi ivi rifugiati, ma 
sopravvenuto Vincenzo Marliani con molte lancie, per 
ordine del generale del duca, furono liberati gli asse- 
diati, e dato loro salvocondotto ; dopo di che i ghi- 
bellini derubarono quanto vi era, ed atterrarono il 
castello. Nel medesimo giorno affacciatosi ad una 
porta di Urgnano Gerardo Rozzoni di Treviglio con 
alcuni de' suoi, fu ucciso da certo Zanino di Francia 
e da alcuni di Urgnano. Il dì seguente per pren- 
derne vendetta, un figlio di Gottino Rozzoni fu alla 
medesima porta con due piccoli figli di Zanino, e 
gridando: Traditore vien fuori, trucidò ivi barbara- 
mente quei due innocenti figliuoletti. Volgendo i loro 



DELLA CITTÀ DI TRÉVTGLIO 245 

passi verso la Valle Camonica, abbruciarono le terre 
di Albano, di Rozzone, e di Matulone. In quella 
valle Giovanni Rozzoni di Treviglio si ribellò al 
duca, il quale dovette mandare un esercito contro 
di lui, ma noi potè avere nelle mani. » (1). 

Da questa famiglia adunque nacque il nostro Bar- 
tolomeo, figlio di Martino, de'signori di Castel Roz- 
zone; ebbe per fratello un Stefano Rozzoni, che nel 
1493 era cameriere ducale del duca Giovanni Ga- 
leazzo Maria Sforza. Bartolomeo da giovinetto ap- 
plicossi agli studj letterari; nel 1453 fu mandato dai 
Trevigliesi come legato presso il' duca Francesco I 
Sforza. Venuto in potere di Lodovico Sforza il Mi- 
lanese, Rozzone fu ammesso alla Corte di Lodovico 
in qualità di segretario. Fatto prigioniero Lodovico 
dai Francesi in Novara, e condotto dai medesimi in 
Francia, Bartolomeo, serbando la fede agli Sforza, 
seguì in esiglio nella Germania i figli del duca, Mas- 
similiano e Francesco, assistendoli coll'opera sua. Ri- 
tornò in patria allorquando dall'armi svizzere fu ri- 
stabilito nel dominio milanese Massimiliano Sforza. 
Ma riconquistato di nuovo il ducato dal re Fran- 
cesco I di Francia, lo Sforza rinunciando, mediante 
correspettivo, ad ogni di lui pretensione, il Rozzoni 
si ritirò in Treviglio, e non ritornò più in Milano che 
al tempo in cui i Francesi furono cacciati dall'armi 
dell'imperatore Carlo V, quando esso Rozzoni vi morì. 
Fu seppellito nella chiesa di Santa Maria detta del 

(1) Roncbetti: Storia della città e chiesa di Bergamo, voi. V. 

17 



246 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Giardino in Milano , ove eragli stato innalzato un 
monumento colla seguente iscrizione: 

BARTHOLOMEO ROZZONO 

PATRICIO MEDIOLANENSI 

APUD JOH. GALEATIUM ET LUDOVICUM 

DUCES MEDIOLANl 

PR^ECLARISSIMIS MUNERIBUS PERFUNCTO 

ATQUE A FRANCISCO II 

IN PRIMARIUM A SECRETIS ADSERTO 

CUIUS CINERES HUC PIE TRANSIGATI SUNT 

FRIDERICUS ROZZONUS 

FREQUENTIBUS SACRIFICIIS ET ASSIDUIS ORATIONIBUS 

R. R. PATRUM REFORMATORUM D. FRANCISCI 

SACELLUM HOC 

EXCITANDUM ET MONUM. EXTRUENDUM 

PATRUO DILECTISSIMO 

SIBI POSTERIORE 

YIVENS CURAVIT MDCXII 

Avevamo di lui: 

I. Litteras de rebus occurrentibus ad Maximilia- 
num Mediolani Ducem, cura responsis ejus Principis ; 
manoscritto che possedeva Innocente Rozzoni della 
Compagnia di Gesù (Argelati: Bibliol. Script., etc). 

Rozzoni (Gerolamo). Figlio di Francesco, uno dei 60 
decurioni e segretario del duca Francesco II Sforza, 
al quale era affezionatissimo. Seguì la sorte dei suoi 
principi. Accusato da Antonio di Leyva di ribellione 
contro Cesare, Gerolamo si ritirò in Tre viglio. Ebbe 
però dal duca Sforza > che si era ritirato in Lodi, 
ajuto di denaro e consigli. Ma Treviglio continua- 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 247 

mente vessata dai soldati che vi aveva mandati il 
Ley va, alcuni abitanti ad evitar le ingiurie di quella 
soldatesca emigrarono nei vicini paesi della Repub- 
blica Veneta, e Gerolamo Rozzoni del pari ritirossi 
nella sua villa del Gernetto a Monza non molto 
lontana dal Lambro, accogliendo colà i molti Tre- 
vigliesi, profughi dalla patria. Quando però T im- 
peratore Carlo V rinvestì nel 1529 Francesco II 
Sforza nel diritto e possesso del ducato di Milano, 
il Rozzoni ritornò a servire il duca, ed a tutelare 
i diritti dei Trevigliesi; ma per poco tempo, impe- 
rocché dopo cinque anni morto il duca senza lasciar 
prole, la Lombardia cadde in potere di Cesare. Il 
Rozzoni fli però nominato segretario dell'imperatore. 
Morì Gerolamo in Milano Tanno 1555, e fu seppel- 
lito nella chiesa di S. Angelo in Milano, in una 
cappella ove fu posto il seguente epitaffio: 

D. HIERONYMO 

GELLAM GLATHRATAM ARAM TABULAM PICTAM 

V1VENS HYPPODTA BOSSA FACIEBAT 

SEPULCHRUM LAPIDEMQOE LITERATUM 

S1BI ET 

HYEIONIMO ROZZONO CONIUGI 

VIRO OPTINO 

PRINGiPUM MEDIOLANENSIUM AB EPISTOLIS 

QUO CUM VIXIT ANNOS XXV 

COLLEGII MISERICORDLE SODALES 

EX EIUS TESTAMENTO ABSOLVERUNT 

ANNO MDLXV. XVII KAL. OCTOBRIS 

Lasciò manoscritto: Epitome litterarum suarum ad 



248 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Franciscum Mariam Sfortiam Mediolani Ducerti : che 
conservavasi presso il padre Innocenzo Rozzoni della 
Compagnia di Gesù (Argelati: Bibliot. Script., etc.) 

Rozzoni (Pomponio). Figlio di Martinolo, e nipote 
di Bartolomeo e Giovanni Stefano Rozzoni; fece i 
primi suoi studi nella città di Bergamo, indi si ri- 
tirò nel Monastero di S. Agostino. Fu uomo di somma 
dottrina. Morì in tarda età nell'anno 1597. 

Francesco da (Treviglio). Ignorasi il vero nome 
di famiglia di questo Padre Francesco dei Minori 
Riformati. L' Argelati cercò indarno da chi nascesse 
e l'età in cui morì. 

Zenale (Bernardo). Questo pittore ed architetto 
di molta lode è la maggior gloria artistica di Tre- 
viglio. Nacque egli nel 1436 (1), ed ebbe a genitore, 
come scorgesi da documenti, certo Martino. Giovi- 
netto fu inviato a Milano a studiare la pittura e la 
prospettiva sotto la direzione di Vincenzo Civerohio 
cremasco. 

Progredì tanto nell'esercizio di esse, che in breve 
tempo arrivò ad esserne maestro perfetto. Che si 
facesse Bernardo in questi primi anni della vita pit- 
torica, è assai incerto. Ma se scarse notizie abbiamo 
della di lui vita, i pochi lavori che son rimasti, ben 



(1) 11 Zenale ebbe al sacro fonte il nome di Bernardo , ed il But- 
tinoni, al contrario, quello di Bernardino, nome assai comune in Tre- 
viglio e nelle terre vicine , per esservi in venerazione il culto di 
S. Bernardino di Siena; per ciò quando nelle opere vi si leggesse 
solo l'iscrizione Bernardus Triviliensis dovrà intendersi il primo; al- 
l'incontro Bernardinus Triviliensis il secondo. 



DELLA CITTÀ »I TREYIGLIO 24$ 

largamente ci compensano della mancanza, giacché 
quelle opere formano un elogio che infinitamente 
supera ogni lode del più eloquente scrittore. 

Il nome del Zenale non va disgiunto da quello del 
Buttinoni; compaesani e condiscepoli, dovea facil- 
mente contrarsi fra di loro una stretta e lunga re- 
lazione. 

Sulle opere che il Zenale ebbe ad eseguire nella 
sua giovinezza, non ci è rimasta alcuna esatta in- 
formazione, noi quindi toccheremo di quelle che ci ha 
lasciato memoria il Lomazzo, e di quelle che, più o 
meno rispettate dal tempo e dagli uomini, giunsero 
sino a noi. 

I primi saggi pubblici ch'egli diede del suo pen- 
nello, furono alcune dipinture fatte nel convento della 
chiesa delle Grazie in Milano, intorno alle quali il 
Lomazzo nel suo Trattato della Pittura , là dove 
tratta dei lumi, così discorre: «essendo sparsi tutti 
i lumi perfetti e proporzionati sopra un corpo, il 
mal disegnato e senza muscoli porge maggior diletto 
a riguardanti eccitando in loro un certo desiderio di 
vedere anco in quel corpo i muscoli e Y altre sue 
parti necessarie, come nelle pitture di Bernardo Ze- 
nale trivigliano , qual' è la bellissima Resurrezione 
di Cristo dipinta nel convento della chiesa delle Gra- 
zie in Milano di sopra una porta, e molte altre sue 
istorie colorite e di chiaro oscuro nell'istesso luogo, 
nelle quali si veggono figure fatte senza muscoli e 
non ricercate, come dovrebbero; ma però ben col- 
locate e coi lumi a suoi luoghi, con artifìcio disposti 



250 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

sì che paiono di rilievo; tanta forza e furia tengono 
da sé stesse. E così vi si scorgono maravigliosi 
scorci, tutto effetto della regolata disposizione dei 
lumi.... » (1) Lo stesso Lomazzo ci riferisce che 
Zenale dipingesse nella chiesa di San Simpliciano, 
due portelle dell'organo rappresentanti un' Annun- 
ziata, (2) che ora inutilmente si cercano in quella 
chiesa. 

Nel 1484 circa, dipinse nella chiesa di S. Maria, 
del Carmine « una cappella della vita della Madda- 
lena.... ed ha molti santi assisi sopra i cornicioni » (3) 
e questi il Lomazzo li dice fatti di mano di Agostino 
milanese. 

Nella chiesa di San Francesco di Milano dipinse, 
non si sa in qual anno, una cappella dei SS. Pietro 
e Paolo. (4) 

Queste cose levarono in sì grande riputazione il 
Zenale, che nei conterranei nacque il desiderio di pos- 
sedere qualche opera di lui e del Buttinone, pari- 
menti salito in fama. Infatti nel 1485, il 26 di maggio, 
i deputati o presidenti della chiesa di S. Martino, 
specialmente pel desiderio del rettore di quella chiesa 
Simone di San Pellegrino, diedero incarico, come ri- 
sulta dall' istromento rogato da Giovanni Antonio 
Daiberto addì suddetto di quel medesimo anno (5) r 



(1) Lib. IV, pag. 2!1 e 212. 

(2) Idem : Ibid., pag. 271. 

(3) Idem : Ibid., pag. 270. 
(*) Idem: Jbid. t pag. 271. 

(5) Vedi Documenti, anno 1485. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 251 

a Bernardo Zenale e Bernardino Buttinone di dipin- 
gere un icone da eseguirsi in luogo, e collocarsi 
nella detta chiesa, il cui importo doveva salire circa 
a lire mille imperiali. 

Questa ancona stata fatta pel maggiore altare, 
ora collocata dietro di esso, nel portico che gli gira 
intorno, è un vero monumento d'arte, col quale 
il Zenale e il Buttinone hanno tramandato ai posteri 
la loro memoria. 

È dipinta a tempera ed assai macchinosa, come 
era 1' ordinazione, di braccia dieci di altezza e sei 
di larghezza; chiusa con cornice dell'epoca, ricchis- 
sima d'intagli e dorature, di bramantesca architet- 
tura, e che si lega con quella di grafito nel fondo 
dorato del dipinto. 

È divisa in sei principali scompartimenti. In alto, 
nello spazio di mezzo, vedesi la Vergine col Figlio, 
con due angioletti ai piedi, che toccano le corde di 
un liuto, e due altri, più in alto, che tengono una 
corona (Vedi la qui unita fotografia); a sinistra della 
Vergine sonvi tre sante: Santa Caterina, Santa Ma- 
ria Maddalena, ed una Santa Apollonia o una 
Santa Marta; alla sua destra, un S. Giovanni Bat- 
tista, un S. Stefano, ed una Santa Martire. 

Inferiormente, pure nello spazio di mezzo, vedesi 
S. Martino a cavallo (1) che dà parte del proprio 
mantello al povero, e sei Santi a' suoi lati, cioè a 
sinistrai Ambrogio, Alessandro e Pietro; a destra 

(i) Fra mezzo alle gamba del cavallo, vedesi in lontananza Tre- 
viglio, circondato dalle sue antiche mura. 



252 PARTI I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Antonio, Paolo e Sebastiano (Vedi l'unita fotografia). 
In cima sopra la Madonna, a compimento della gran 
tavola, un Ecce Homo; a piedi una predella su cui 
sta dipinta la nascita del Bambino, nel mezzo la 
crocifissione, e la risurrezione; finalmente su quattro 
sporti della base della gran cornice, a piccole di- 
mensioni, le mezze figure di S. Gerolamo, S. Gre- 
gorio, S. Ambrogio e Sant'Agostino coi loro em- 
blemi. Sui fondi, veggonsi stupende architetture se- 
gnate in oro grafito. 

Il pittore Bossi, nella sua raccolta esistente presso 
il nobile Alessandro Melzi, giudica, per le sue ac- 
curate osservazioni fatte sulle diverse opere di questi 
due pittori, che « lavoro del Zenale siano le figure 
dei grandi compartimenti, e del Buttinone quelle dei 
piccoli. » La parte architettonica dei fondi non si 
può attribuire per certo che al Zenale, il quale sap- 
piamo era valentissimo in architettura ed in pro- 
spettiva. 

Questo gran lavoro è uno dei più interessanti che 
possonsi ammirare non solo nella provincia berga- 
masca, ma anco delle circonvicine. (1) 

Intorno al lavoro di queir opera , sorse tra la 
fabbriceria della chiesa parrocchiale di Treviglio e 
i due pittori una disputa sul prezzo, assai ridicola 
e curiosa, giacche il Lodi nella sua storia mano- 
scritta (2) ci riferisce che il 28 del mese di ottobre 
dell'anno 1507 « fu mandato un precetto ai presi- 

{1) Locatslli : Illustri Bergamaschi, voi. II. 

(2) Lodi: Opera manoscritta più volte citata, pag. 661 eseguenti. 



LIBRARY 
OF THE 
UNIVERSITY OF ILLÌ 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 253 

tenti della fabbrica della chiesa maggiore di S. Mar- 
tino ad istanza di Bernardo Zenale e Bernardino 
Buttinone di Trevi, ambedue pittori in quel tempo 
eccellenti, dal vicario generale della Curia arcive- 
scovile di Milano; che sotto pena di scomunica, per- 
chè dal Comune fosse data soddisfazione a detti 
pittori di quello che essi pretendevano andar credi- 
tori per causa dell'icona posta in cr>ro dopo l'aitar 
maggiore da loro dipinta. Furono, per terminare 
detta lite, fatte molte parole, e dopo varj discorsi, 
finalmente fu conchiuso che entrasse in Consiglio il 
suddetto Bernardino Buttinone, il quale qui venuto, 
dopo aver detto che esso e Bernardino Zenale erano 
veri creditori della somma del denaro conteauto in 
detto precetto, alla fine si offerse di' stare al libro 
di. detti presidenti o fabbricieri; veduto in conformità 
il libro, fu giudicato doversi loro risponderei che 
quando fu data ad essi l'icona da dipingere, essi 
promisero di lasciare del prezzo in dono alla Comu- 
nità cento fiorini, e che perciò donando essi, come 
avevano promesso, venivano ad esser soddisfatti, e 
d'avvantaggio. Al che esso Bernardino rispondendo 
che detta icona altre volte di comune consenso fu 
stimata da certo frate Vittore da Vigevano del- 
l'ordine di S. Francesco, e che in detta stima essi 
avevano lasciati i cento e sessanta fiorini; final- 
mente così accontentandosi il detto Buttinone, fu 
ordinato di stare ancora per allora al giudizio e 
parere del suddetto frate Vittore da Vigevano. » 
Ritornarono poscia i due amici a Milano, ove di- 



254 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

pinsero insieme nel castello di Porta Giovia, poi 
nella chiesa di S. Pietro in Gessate come vedemmo 
più sopra. Nel 1502 il Zenale venne incaricato dai 
fabbricieri della chiesa di S. a Maria presso S. Celso, 
d'eseguire alcuni lavori per ornare l'interno della 
cupola (1) colle figure dei dodici Apostoli, ma la 
pittura non fu proseguita. 

Né l'ingegno ^el Zenale si fermò nella sola pit- 
tura; egli fu ancora aróhitetto; e in tale qualità fu 
assunto nell'arco 1514, dai fabbriceri della chiesa di 
Santa Maria /li S. Celso, come risulta dal libro delle 
ordinazioni /in cui sotto quell'anno fu stabilita una 
mercede a 7 Bernardo Zenale per l'opera da lui pre- 
stata, e da pattuirsi secolùi per l'avvenire; e nel 
1522, /er la morte dell'Omodeo, il Zenale fu pre- 
scelto ad architetto del Duomo. (2) 

In quanta stima fosse egli tenuto, lo provano i 
due seguenti fatti; il primo dei quali così ci vien 
riferito dal Lomazzo: « Leonardo da Vinci, dipin- 
gendo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in 

(1) Nel Liber deliherationum et conclusionum scole Sancte Marie y 
che esiste presso la chiesa di Santa Maria presso S. Celso, soavi le 
seguenti ordinazioni: 

Sotto l'anno 1502, il 7 di Dovembre : Itm ordinaverunt quod den- 
tur Magistre Johanni Angelo pretori apud Sanctum Sebastianum du- 
cati tres et tolidem Magistre Bernardo de Trivdio prò eorum mercede,e\c. 

Sotto l'anno 1506, il 17 d'agosto: Ctnclusum est quod Magister 
Bernardus de Trivilio faciat seu depingat et perfìciat justa uburium 
ceplwn unum ex duodecim Apostolis existentem juxta seu infra dictum 
ùburium. 

(2) Nella Regia Pinacoteca di Brera e presso il conte Giberto Bor- 
romeo, conservansi altri lavori de! Zenale. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 255 

Milano una Cena di Cristo con gli Apostoli, e avendo 
dipinto tutti gli Apostoli, fece Giacomo maggiore e 
il minore di tanta bellezza e maestà, che volendo 
poi far Cristo, mai non potè dar compimento e per- 
fezione a quella santa faccia, con tutto che egli fosse 
singolarissimo: onde così disperato, non vi potendo 
far altro, andò a consigliarsi con Bernardo Zenale 
(che in quel tempo stava dipingendo nel contiguo 
convento di quella chiesa), il quale per confortarlo 
gli disse: — Leonardo, è tanto e tale questo errore 
che hai commesso, che altri che Iddio non lo può 
levare: perocché non è in potestà tua né d'altri di 
dar maggior divinità e bellezza ad alcuna figura, di 
quella che hai dato a Giacomo maggiore e minore, 
sicché sta di buona voglia e lascia Cristo così im- 
perfetto, perchè non lo farai essere .Cristo appresso 
a quegli Apostoli. — E così Leonardo fece. (1) » 

L'altro fatto ci è riferito dal Tassi: « L'anno 1520, 
i presidenti della Misericordia per maggior orna- 
mento della chiesa di Santa Maria , avendo sta- 
bilite due famose opere, cioè la fabbrica del coro e 
d'un' ancona in rame (che fu poi eseguita da mae- 
stro Giovanni Belli, ed ora più non sussiste), vol- 
lero sentire il parere e l'approvazione di Bernardo. » 

A tal uopo inviarono a Milano il maestro Gio- 
vanni di Ponteranica e Francesco da Lovere col 
modello , che ben esaminato dal Zenale , lo rifor- 
mava. (2) 

(1) Lomazzo: Trattato delia 'pittura, lib. I, pag. 50 e 51. 

(2) Tassi : Le vite dei pittori, scultori ed architetti bergamaschi. Ber- 



256 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Negli ultimi anni della sua vita, logoro dalle fa- 
tiche ed aggravato da malattia, non potendo più 
trattare il pennello, volle raccogliere in un libro le 
regole tutte della prospettiva ch'egli sapeva con 
tanta maestria trattare ne' suoi dipinti; ed intorno 
a questo trattato il Lomazzo ci informa che il Ze- 
nale « lo compilò e scrisse di sua mano nell'anno 
della gran peste (forse quella del 1518 o del 1520) r 
e l'intitolò a un suo figliuolo (che fu di nome Ge- 
rolamo e morì di peste), il quale io tengo presso di 
me » (1) che non fu poi pubblicato dal Lomazzo, 
sebbene ne avesse l' intenzione, ed andò miseramente 
perduto. 

Dopo tante prove d'ingegno il Zenale chiuse i 
suoi giorni il 10 di gennajo dell'anno 1526, nella 
tardissima età di 90 anni. Il suo corpo fu deposto 
presso quello del figlio nella chiesa di Santa Maria 
delle Grazie in Milano. 

Zenale (Giovanni Pietro). Nessuna sicura me- 
moria si ha nò dell'anno della nascita, né di quello 
della morte di questo dotto sacerdote. Altro non si 



gamo, 1793, voi. 11. Lo stesso Tassi poi ci riferisce che fu inviato a 
Milano uq Francesco De Boneri a prendervi il Zenale e condurlo a 
Bergamo, ove infatti vi arrivò, risultando dal 1 bro delle spese che 
furono date al Zinale lire imperiali 29, quod venti Medtolano Ber- 
gomum ad tractandum, et consukndum super fabrica predìdce anchoncc. 
Nel libro, i) Zenale è chiamato: Bernardus Trivilius Medioluni residens 
pictor, et architectus non vulgaris. « Fu poi, continua il Tassi, di 
nuovo condotto in qoesta città nel 1525 come si comprende in altro 
foglio del libro medesimo. » 

(1) Lomazzo: Trattato della pittura, pag. 275. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 257 

sa, che di suo genio dedicossi alla vita eeclesiastica, 
fece i suoi primi studj nell'Accademia ecclesiastica 
di Brera, in cui emerse con lode, e poi fu creato 
rettore della chiesa di Trecella. 

Possiamo dire d'aver qui discorso di tutti i più 
chiari cittadini che fiorirono in Tre viglio: tuttavia 
non ometteremo di ricordare i nomi d'altri, che 
parimenti sorsero per opere di ingegno, ma ci fu 
impossibile rinvenire particolareggiate notizie intorno 
alla loro vita. 

Un Matteo Ferrandi che fu pretore ducale nel- 
l'anno 1392. Fra guerrieri: un Ferrando Ferrandi 
che fii condottiero d'una compagnia di fanti nel 1551, 
ed un Ercole Bernardo Battaglia che militò negli 
eserciti del re di Spagna, e morì in Crescentino nel 
Piemonte. Fra religiosi: un Giovanni da Treviglio 
che viveva del 1478 e si consacrò alla religione 
francescana; il Padre Teofìlo Gallinone che nacque 
il 1512 e morì in Casale nel 1575 , più conosciuto 
sotto il nome di Teofilo Lombardo, parente di Maffeo 
Gallinone; Aurelio Basso generale dei Padri Agosti- 
niani; il Padre Gerolamo Scagliapesce, Francescano 
Riformato, che lasciò manoscritta una Cronaca delia 
riformata provincia di Milano; il Padre Isidoro Cor- 
neliano, Minore Osservante, uomo di gran merito e 
stima; il Padre Cristoforo Mandati Minore Riformato, 
prefetto alle Missioni dell'alto e basso Egitto, morto 
nel Cairo; il Padre Giacomo Manetti, già France- 
scano Riformato; fra i pittori nomineremo i fratelli 
Montalti, cioè Giuseppe, nato circa il 1600 e Gio- 



1258 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

vanni Stefano, nato il 1609. Il vero loro cognome 
era quello di Danedi; furono allievi di Pier Fran- 
cesco Mazzucchelli, detto il Morazzone: il primo 
scostassi da questi per seguire il Reni, V altro fu 
fedele al maestro. I Montalti fecero dieci tavole per 
la prepositurale , ed eseguirono quattordici dipinti 
per la chiesa di Santa Maria delle Lacrime. Un 
Stefano Manetta che visse nel secolo XVII ; un Gia- 
como Bolzone, che fiorì nel XVI secolo, e fu valen- 
tissimo architetto; e per ultimo: il distinto avvocato 
Ersilio Lodi, figlio di Alfonso e Teresa de Federici, 
che l'Argelati (t. II, parte I) dice uomo di tenacis- 
sima memoria, e molto versato nelle scienze legali, 
il quale morì in Treviglio Tanno 1737; e un Fran- 
cesco Bernardino Foresti, morto il 29 d' agosto del- 
l' anno 1748, detto dal Sangiorgio (1) il più celebre 
speziale di Milano a' suoi tempi. 



E qui pongo fine alla parte storica del- mio la- 
voro. 

Ho cercato, o Trevigliesi, per quanto lo permet- 
tevano le mie deboli forze, di narrarvi le vicende 
e i politici rivolgimenti cui andò soggetta la vostra 
terra, più diffusamente che si poteva e colla mag- 

(1) Sangiorgio Paolo : Cenni storici sulle Università di Pavia e di 
Milano e notizie intorno ai più celebri medici, ecc. Milano, 1851, 
pag. 374-376. II Sangiorgio ci dice che questo famoso speziale aveva 
la sua spezieria in Porta Ticinese di contro alla chiesa di S. Eu- 
storgio. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 25£ 

giore verità, fedele alla sentenza di Cicerone che 
disse: « Non ardisca la Storia di dire cosa falsa, né 
resti di dire cosa vera acciocché sospetto non vi 
sia, scrivendo, né di grazia, né di malevolenza. » Ora 
tocca a voi l'adoperarvi perchè divenga proficua 
l'opera mia. Vi risovvenga, che la storia ha per 
iscopo l'ammaestramento dell'uomo; meditate queste 
memorie del passato, non per alimentare la va- 
nità delle glorie degli avi, bensì per trarne preziosi 
frutti d'esperienza, ed inspirazioni a nobilmente 
operare. 



Serie dei Podestà di Tr eviglio 
e de' quali si è potuto trovare il nome» (1) 

1313. — Guglielmo Pusterla. 

1392. — Matteo Ferado o Ferrando di Pisa. 

1434. — Giacomo De Canobio. 

1440 (circa). — Alvise Bellone. 

1453. — Jacobo Venerio, Provveditore e Podestà. 

1489. — Antonio Bonsignore. 

1494. — Ottaviano Porro. 

1495. — Carlo Premenulco o Premenulfo. 
1499. — Gerolamo Duchi, bresciano. 

(1) La presente serie fu compilata sulla Storia mss. del Lodi. 



260 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 



1499. 


— Francesco De Castello, bresciano, 


1500. 


— Michele Basadonna. 


1501. 


— Daniele Canali. 


1502. 


— Filippo Trevisano. 


1503. 


— Andrea Barbadico. 


1504. 


— Filippo Salomone. 


1506. 


— Marco Garzoni. 


1507. 


— Paolo Basadonna. 


1509. 


— Nicolò Memo. 


Id. 


— Gaspare Foliano. 


Id. 


— Pietro Orobono. 


1511. 


— Giovanni Francesco Cesareno. 


1514. 


— Alessandro Giussano. 


1518. 


— Giovanni Stefano Brugazio. 


1521. 


— Giorgio Floro. 


Id. 


— Filippo Baldo. 


1523. 


— Gabriele Calvo. 


1525. 


— Giovanni Giacomo Badagio. 



1528. — Francesco Scanciano. 

1531. — Giovanni Battista Rubino. 

1544. — Gerolamo Stoppa. 

1546. — Giovanni Giacomo Badagio. 

1570. — Alvigi Turate. 

1585. — Cesare Colla. 

1640 (circa). — Don Rodrigo Pennarojas. 

1658. — . . . . Barni. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 261 

Elenco de' Notaj che risiedevano in Treviglio 
e de' quali si è potuto trovare il nome (1). 

1316. — Albertino Pavere. 

1318.. — Cristiano Ardigno. 

1333. — Antoniolo Dolzone. 

1408. — Marco Marliani. 

1420. — Antonio De Donati. 

1429. — Guidotto De Boldi e Lorenzo Donati. 

1434. — Bertono De 1 Caroti. 

1440. — Marco De Andrei. 

1441. — Antonio Donato. 
1453. — Eugenio Daiberto. 

1463 al 1506. — Giovanni Antonio Daiberto. 

1483 al 1510. — Giovanni Martino Daiberto. 

1490 al 1528. — Giovanni Maria Compagnoni. 

1495 al 1522. — Orfeo Daiberto. 

1505 al 1562. — Antonio P. De Capitani d'Arsago. 

1508 al 1524. — Filippo De Capitani d'Arsago. 

1510 al 1529. — Giovanni Maria Cremaschi. 

1512 al 1563. — Ettore Ferrandi. 

1514 al 1560. — Giovanni Antonio Cristiani. 

1527 al 1529. — Stefano Compagnoni^ 

1531 al 1571. — Giovanni Stefano Compagnoni. 

(1) Il presente Elenco fu conferito anche col Registro dei Notaj 
nell'Archivio Notarile di Milano. Di alcuni abbiamo indicato solo 
Vanno in cui rogarono, di altri l'anno in cui furono nominati e ces- 
sarono dal notariato. 

18 



^i PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

1532 al 1572. — Gabriele Aliardi. 

1538 al 1569: : — Giovanni Agostino Racca. 

1540 al 1584. ,— Bartolomeo Cremaschl 

1547 al 1591. — Giovanni Battista Battaglia. 

1559 al 1600. — N. De Capitani d'Arsago. 

1563 al 1621. — Giovanni Stefano Ferrandi. 

1567 al 1607. — Luca Ferrandi. 

1575 al 1595. — Giovanni Maria Cremascki. 

1585 al 1626. — Gerolamo Compagnoni. 

1606 al 1619. — Achille Buttinomi. 

1606 al 1611. — Ferrando Ferrandi. 

1614 al 1619. — Benedetto Buttinone. 

1621 al 1663. — Francesco Ferrandi. 

1626 al 1630. — Francesco Compagnoni. 

1633 al 1653. — Luca Ferrandi. 

1666 al 1695; — Luigi Canzoli. 

1668 al 170& — Giuseppe Barizaldi. 

1677 al 16931 — Bartolomeo Bicetti Buttinone 

1685 al 1740. — Giacinto Porta. 

1702 al 1741. — Giuseppe Bicetti Buttinone 

1727 al 1779. — Giovanni Battista Compagnoni. 

1727 al 1740. — Odoardo Compagnoni. 

1742 al 1787. — Luigi Canzoli. 

1742 al 1780. — Francesco Cucca. 

1743 al 176 à — Giuseppe Maria Compagnoni. 
1752 al 1774. — Francesco Bicetti Buttinone 
1767 al 1805. — Paolo Gerolamo Castiglione 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 263 

Carati, Rettori della Chiesa di S. Martino di Tre- 
viglio quando dipendeva dalla Chiesa di Pon- 
tirolo Vecchio (Canonica) , che si son potuti 
trovare. 

Anno 1485. — Simone di S. Pellegrino. 

» 1514. — Prete Antonio Cattaneo di Arsago, 
P. Agostino Compagnoni, P. Calisto 
Daiberto, P. Gerolamo Compagnoni. 

» 1535. — Giammaria Buttinone e poi Gerolamo 
Federici ed altri dei quali non si 
conoscono i nomi. 

» 1570. — Bernardino Buttinone, Sermone Roz- 
zone, Paolo Rona e Giovanni Batti- 
sta Racca. 

» 1576. — Bernardino Buttinone, Paolo Rona, 
Giorgio Daiberto, Alfonso Carpano, 
e Giovanni Battista Federici. 

» 1580. — Alfonso Carpano ed altri, dei quali 
non si conoscono i nomi. 



Da che S. Carlo Borromeo eresse in collegiata nel- 
V anno 1583 questa Chiesa, presiedettero i se- 
guenti Preposti: 

Anno 1583. — Vis Domini eletto da S. Carlo Bor- 
romeo. 



264 PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE 

Anno 1594. — Massimo Pellegrino oblato che ri- 
nunciò nel 1620 e morì di peste 
nel 1630. 

» 1621. — Silvio Pellegrino. 

» — Federico Federici. 

» — Cristoforo Barella che morì nel 1707. 

» — Gian Stefano Lodi che morì nel 1710. 

» 1713. — Abbate Carlantonio Rozzoni che morì 
al 1728. 

» — Gian Pietro Franchetti morto nel- 

l'anno 1790. 

» — Carlo Ercole Giani morto nel 1834. 

» 1835. — - Carlo Pedrazzi attuale preposto. 



BIBLIOGRAFIA TREVIGLIESE 



Barella Cristoforo. — Panegirici per V immagine 
della B. V. delle Lacrime di Trevi. Mi- 
lano, 1696 in 8.° 

Barìzaldi Gerolamo. — Istoria della Vergine delle 
lacrime di Trevi. Milano, 1721. 

È questa la prima edizione , ed è rara. 
Successivamente nel 1784 e 1822 fu ri- 
stampata. 

Bonalumi Serafino. — Cenni Statistico-Economici 
sull'Industria e sul Commercio di Tr evi- 
glio. Treviglio, Messaggi, 1841. 



DELLA CITTÀ DI TREVIGLIO 265 

Camuffo Stanislao. — Sulle Pergamene e sui Co- 
dici esistenti nelV Archivio Comunale di 
Treviglio. Treviglio, 1870. 

Compagnone Giovanni Battista , Cancelliere della 
Comunità. — Ingresso e visita nel Ca- 
stello e Pieve di Trevillio, dell' Em. si- 
gnor Cardinale Pozzobonelli Arcivescovo 
di Milano. Stampato in Milano, 1744/ 

Comuni trionfi ed allegrezze del Castello di Trevi 
per le ottenute reliquie di S. Felice Papa, 
ed altri santi trasferiti li 5 maggio 1624. 
Milano, 1645, in 4.° (raro). 

Indulgenze della scuola di S. Giuseppe di Trevi. 
Milano, 1584, in 8.° 

Lodi Emanuele. — Breve storia delle cose memora- 
bili di Trevi. Milano, 1647. 

È assai rara. Compendio della sua storia 
manoscritta. Sebbene essa storia sia abba- 
stanza gretta, è però migliore di quella del 
Barizaldi. 

Mendrisio (Da) Giov. Alfonso. — Orazione in lode 
di N. Signora delle Lagrime di Trevi con 
note istoriche. Bergamo, 1783, in 8.° 

Orazione Apologetica di Nostra Signora delle La- 
crime in Trevillio recitata dal molto reve- 
rendo Padre Bartolomeo di Bolzano de fini- 
tore attuale nei Minori Riformati, nel corso 
Quaresimale delV anno 1803, V ultimo di 
febhrajo. Stampato in Varallo presso la 
stamperia Galletti (raro). 



H()(> PARTE I. NOTIZIE STORICHE E RELIGIOSE, ECC. 

(Nell'opera Illustrazione del Lombardo-Veneto, ove 
parlasi di Treviglio, voi. V, pag. 1034, in 
nota, è indicato un Azzoni, Prime Notizie 
di Treviglio. È un grosso errore, poiché 
il trivigiano Azzoni non scrisse altro che 
l'opera intitolata Prime Notizie Storiche di 
Treviso, 1840). 



MANOSCRITTI ESISTENTI 



Lodi Emanuele. — Breve storia dell'origine e degli 
avvenimenti dell'antico e nobile Castello di 
Trevi, ecc. 

Di questo manoscritto ne esistono vari 
esemplari. Si era incominciata la pubbli- 
cazione nella Gazzetta Trevigliese per cura 
del Prof. Caironi. 

Camerone Sacerdote Gian Maria. — Memorie della 
Chiesa di S. Martino matrice del Castello 
di Trevi diocesi di Milano. 

Manoscritto esistente presso 1' attuale 
preposto parroco Carlo Pedrazzi. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 



ALLA 



PAETE FJ^LIM-A. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI O 



Segolo XI. 

Anno 1081. — Diploma Henrici Regis quo eximuntur a 
publicis oneribus familim ilice de Trivilio Grasso , 
quce se Monasterio Mediolanensi Sancii Simpliciani 
subjecerunt. (Ex Registro antiquissimo Chartanim 
Communitatis Trivillii; ediderunt Mini, Memorie, ecc., 
et Lupi, Codex Biplomaticus). 

In nomine Sancte, et Individue Trinitatis. Henricus di- 
vina favente crementia quartus Rex. Gum salus Regum ex 
divino adjutorio et intercessione Sanctorum Deo placen- 

(*) A proposito di questi documenti, e di quelli che verranno ap- 
presso nella parte IT e IIl a debbo avvertire che i latini furon tratti 
dalle copie od originali esistenti nell'Archivio della Comunità di Tre- 
viglio, o presso la Biblioteca Ambrosiana od altri Archivii; gli ita- 
liani parte sono originali, p irte fedeli traduzioni (avendoli scrupolosa- 
mente riscontrati cogli originali) fatte dal Lodi, e trovansi a corredo 
della sua opera manoscritta. Era mio pensiero presentare la tradu- 
zione anche dei latini , ma non potei mandarlo ad effetto , a cagione 
che la stampa era già avanzata. Debbo poi aggiungere che a voler 
pubblicare tutti i documenti trevigliesi non basterebbe un volume, 
laonde d'alcuni ho dato un transunto, d'altri, come sarebbero a cagion 
d'esempio i capitoli o privilegi che i Trevigliesi facevano di continue' 



^70 PARTE PRIMA 

tium pendeat, oportet nos Deum, Sanctosque ejus, in suis 
largitiooibus, quantum prevalent, sive in Ecclesia, sive 
in famulis sibi famulantibus piacere. Hinc ergo divino 
amore, et timore inducti, prò salute anime, viteque no- 
strse , Monasterio Sanctorum Gervasii , et Protasii , seu 
Simpliciani, et ejusdem Monasterii Abbati per nostram 
Regalerà aoctoritatem concedimus, ut omnes in loco Tri- 
villio, qui dicitur Grasso, habitantes qui se, suasque pos- 
sessiones sub potestate ejusdem Monasterii obligaverunt 
nullam deinceps ipsi, vel eorum filli aut nepotes ab eis 
descendentes publicam functionem vel angariar», seu ullum 
servitium, aut ullam districtionem cuiquam hominum fa- 
ciant, vel usque in perpetuum persolvant, sed sub potestate 
pretaxati Monasterii perenniter permaneant, preter nostrum 
Regale fodrum, quando in Regnum istud devenerimus et 
sculdassiam quam Cornitibus suis singulis annis debent. 
Prgeceptionem autem istam sive concessionem si quis non 
observaverit, videlicet si super boc in aliquo predictos 
homines contrislaverit, noscat se cenlum libras auri com- 
positurum, medietatem nostre camere, medietatem vero ei- 
dem Monasterio cui injuria illata fuerit, cujus vero conces- 
sionis seu preceptionis liane cartam inde scribi jussimus, 
quam nostri sigilli impressione insignitam credendam obser- 
vandamque omnium Ghristi nostrique fidelium tam prae- 
sentium quam futurorum notitiae relinquimus. — Burchar- 
dus Episcopus et Gancellarius recognovit. — Datum XVII 
Kal. Maii, Indict. quarta anno ab Iocarnatione Dni mille- 

confermare dai principi, ho trascritto per intero i più importanti, dei 
meno ho riportato solamente l'intitolazione; ho avuto cura d'indicare 
il luogo ove conservansi , e ciò a comodo di chi amasse vederne il 
completo originale e farne studio. Per ultimo avverto che !e lacune e 
scorrezioni grammaticali che s'incontreranno, sono quelle che trovansi 
negli stessi originali. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 271 

simo LXXXI, anno autem Domini Henrici XXVII, Regni 
vero XXV, MedioJani feliciter. Amen, Amen. 



Secolo XII. 

Anno i 137. — Diploma Lothariì Imperatorù prò Tri- 
villiensibus. (Ex Reg. antiquissimo Ghart. Communi- 
tatis Trivillii; edidit Julini). 

In nomine Domini nostri Jesu Christi Domini seterni. 
Lotharius divina ordinante clementia lmperator Augustus. 
Dignum est ut eorum petitiones hi studiose obaudire, et 
sffectuosa deliberatione procurare decertent qui divina ma- 
jesiate Imperiali sunt dignitate prelati, quorum studio, et 
benevolenza in iis decertare cognoscant, quae ad obsequia 
DivÌD33 Msjestatis pertinent, solatium et tutamen su33 feii- 
citatis, et aeternaB remunerationis compendium. Igitur cun- 
ctorum fìdelium sancisti Dei Ecclesia} nostrorumque cognoscat 
solertia quod Henricus Divse memorise Rex concessit Nos 
prò salute animse vita3que nostrse Monasterio SS. Mar- 
tyrum Protasii, et Gervasii seu Beatissimi Antistitis Sim- 
pliciani ejusdem Monasterii Abbati per nostrani Imperialem 
auctoritatem concedimus , atque corroboramus ; ut omnes 
homines in loco Trivìllio qui dicitur Grasso habitantes 
nullam deinceps, (ut in Diplomate Henrici a 1081) regale 
fodrum quando in regnum Lombardia} venerimus et scu- 
dassia (ut supra usque ad fìnem) relinquimus. Anno ab 
incarnatone Domini nostri Jesu Christi miìl. cent, trige- 
simo septimo, indictione quinta decima, regnante Lothario 
Imperatore. Data fuit Firmo quinto Idus Aprilis — Bruna 
Archiepiscopi et Gaoceilarius recognovit. 



272 PARTE PRIMA 

Anno 1147. — Diploma Conradi Rom. Regis IH (dicti 
secundi) prò Hominibus de Trivillio. (Ex Registro 
Antiq. Chart. Communitatis Trivillii — Sormaaus in 
schedis manus. in Bibl. Ambrosiana; edidit Julini). 

In nomine sanclse et Individua Trinitatis Conradus 
divina favente clementia Rom. Rex secundus. Notum sit 
omnibus tam pnesentibus, quam faturis Regni nostri fide- 
libus, quod Nos Hommibus de Trivillio Grasso prò ser- 
vi tio scilicet Fodro, quod nobis nostrisque successoribus 
Regibus seu Imperatoribus in adventu nostro in Italiam 
persolvere debebant, bunc modum statuimus, ut sex mar- 
chas prò fodro nobis nostrisque successoribus seu Impe- 
ratoribus in adventu nostro persolvant, et ne aliquis suc- 
cessorum nostrorum hunc modum augere aut inveneficare 
praesumat hujus nostrae concessionis statutum Regia aucto- 
ritate et Privilegii nostri contestatone firmUer et indisso- 
lubiliter confirmamus. Testes quoque in quorum praesentia 
hsec acta et firmata suat subtus annotari fecimus, quorum 
nomina sunt haac: Bugeo Vormatiensis Episcopus — Bur- 
chardus Argentinensis Ep. — Grutherus Spirensis Ep. 

— Sigefredus Yirzeburgensis Ep. — Anselmus Havel- 
bergensis Ep. — Federicus Dux Svevorum — Conradus 
Dux Burgundiorum — Hermanus Paliatinus comes de Reno 

— Conradus Marchio de Saxonìa — Adelbergus Marchio 
de Saxonia — Comes Uldericus de Lezenburch — Comes 
Varenberus de Baden et alii quam plures. — Signum Con- 
radi Regis Secundi. 

Ego Cancellarius Arnaldus vice Henrici Magontini Ar- 
chiepiscopi et Archicancellarii recognovi. — Dat. decimo 
Kal. Aprilis, Indictione decima, anno Dominicse Incar- 
nationis millesimo centesimo quadragesimo septimo, Re- 
gnante Conrado Rom. Rege secundo: anno Regni ejus 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 273 

nono. Actum Franchenefurt in curia eellebri, in qua Hen- 
ricus filius Conradi Regis in Regem electus est. 



Anno 1147. — Privilegium Oberti Archiepiscopi Medio- 
lanensis concessum Guìllielmo Monasterii Sancii Sim- 
pliciani Abbati ejusque fratribus (Ex Archi v. Mona- 
sterii S. Simpliciani; edidit Julini). 

Obertus Dei gratia Sanctae Mediolanensis Ecclesia^ Ar- 
chiepiscopo*. Dilecto in Ghristo filio Fratri Guilìielmo 
Monasteri! S. Simpliciani Abbati, ejusque fratribus in per- 
petuum. Suscepta pastoraìis offici! cura , etc. Statuentes 
siquidem ut, quascumque possessiones, qucBCumque bona idem 
Monasterium in praesentiarum juste, et canonica possidot, 
aut in futurum concessione Pontificum, largitione Piegum 
vel Principum, oblatione Fidelium, seu aliis justis modis, 
Beo propitio poteri! adi pisci firma vobis vestrisque succes- 
soribus , et illibata permaneant , in quibus haec propriis 
nominibus duximus exprimenda, etc. Possessiones quoque 
quas habetis in Trivijiio Grasso com Castro et Villa et 
districto, et albergariis sicut continetur in Privilegiis Do- 
minorum Henrici et Lotarii 'Imperatomi» et cartulis do- 
nationum, etc, vobis vestrisque successoribus ad regendum, 
ordinandum, disponendum, concedendo coofirmamus, etc. 
Actum est hoc anno Dominicae Incarnationis millesimo 
centesimo quadragesimo septimo, mensa Januarii, Indictione 
decima. — Ego Obertus Archiep. subscripsi. — Ego Te- 
daldus Archipresbyter SS. — Ego Guìfredus Presbyter SS. 

— Ego Landulfus Presbyter SS. — Ego Wido Presbyter SS. 

— Ego Obitius Diaconus et Cimiliarcha SS. — Ego Gai- 
dinas Diac. et Cancell. a me dictato SS. — Ego Adelardus 
Diac. SS. — Ego Jordanus Diac. SS. — Ego Nazarius Presb. 
et Primicerius SS. -— Ego Martinus Pres. et Prsepositus 



274 PARTE PRIMA 

Sancti Ambrosii SS. — Ego Azo Pres. et Prep. Sancii© 
Teglae et Prim. Lectorum SS. — Ego Stepbanus Archi- 
pires. SS. — Ego Joannes Saocti Victoris Abbas SS. — 
Ego Arialdus Sancti Dioaisii indignus Abbas SS. — Ego 
Yilielmus Abbas Monasteri! Sancii Vincentii SS. 

Anno 1152. — Fridericus JEnobarbus con firmai Trivil- 

liensìbus utrumque privilegium. Conradi et Lotharii 

Ex Reg.° Antiq. Chart. Coni. Trivillii. — Ex schedis 

Sormani in Bibliot. Ambrosiana). 

In nomine Sanctae et Individua Trinitatis Fredericus 

Dei gratia Rom. Rex Augustus. Notum sit omnibus (ut in 

diplomate Gonradi) indissolubiliter comn'rmamus (ut supra) 

Testes quoque hi sunt: Hermanus Constantiensis Episcopus 

— Orteloabo Basiliensis Ep. — Ardicio Comanus Ep ; — 
Conradus Wormasiensis Ep. — Adelgatus Curiensis Ep. — 
Ulfìo Dux — Bertoldus Dux Burgundise — Fredericus 
Comes pallatinus de Tuguinge — Odoacre Marchio de Stirie 

— Ulricus comes de Lezenburch — Verneherus comes de 
Bade, et alii quamplures. — Signura Domini Frederici 
Rom. Regis invictissimi. Ego Arnaldus Cancell. vice Henrici 
Moguntini Archiep. et Archicancell. recognovi. — Dat. 
apud Uimam quinto Kal. Augusti, anno dominieae Incar- 
nationis millesimo centesimo quinquagesimo secundo, in- 
dictione quinta decima, Regnante Frederico Rom. Rege 
glorioso, anno vero regni ejus primo. 

Anno 1152. — Diploma Frederici Rom. Regis prò Tri- 

villio, ut in Diplomate Henrici an. 1081, et altero 

Lotharit an. 1 1 37. (Ex Reg.° Antiq. Com. Trivillii. 

In schedis Sormani, etc.) 

In nomine Sanctae et Individuie Trinitatis Fredericus 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 275 

Dei gratia Rom. Rex semper Auguslus. Dignum est ut 
eorum petitlone, etc. Igitur cunctorum, étc, solerlia quoti 
omnia quae Henricus et Lolharius Divse memorise Impera- 
tores concesserunt Mooasterio SS. Gervasii, etc. Regia au- 
€toritate concedimus, atque corroborami, ut omnes homi- 
nes in loco Trivillio qui dicitur Grasso, etc, notitiiB re- 
linquimus. Testes fuerunt prsesentes: Otto Palatinus comes 
de Witelispach — Rueiolfus comes de Ramesperch — Hen- 
ricus Marescalus noster, et alii multi — Ego Arnoldus Gan- 
cell. vice Henrici Moguntini Archiep. et Archic. recognovi. 
Dat. Nuarimberch pridie Kal. Novembris anno Dominicse 
Incarnationis millesimo centesimo quinquagesimo secundo, 
Indictione quintadecima. Regnante domino Frederico Rego 
Rom. glorioso, anno vero Regni ejus primo. 

Anno 1178. — Bulla Pontificia Papce Alexandri IH quo 
con firmai Privilegium Oberti Archiep. Mediolani con- 
cessimi an. 1147 Abbati ejusque fratribus Monasterii 
Sancii Simpliciani. (Edidit Placido Puccinelli in Vita 
di S. Simpliciano. — Milano^ 1650). 

Anno 1194. — Decretum Bruschi Sacri Impera' in Italia 
legati favore Abbatis, Congregationis ac ommium 
hominum de Trivillio Grasso (Ex Archiv. Gom. Tri- 
villiensis — in Codex Diplom. Della Croce, in Bib. 
Amb.: edidit Julini). 
Druschus Sacri Legalus Imperii in Italia. Universis Im- 
pedì Fidelibus in Lombardia salutem et sinceram dile- 
ctionem. Scire volumus universos Fideles Imperii ad quos 
hec pagina pervenerit, quod nos ex privilegio Serenissimi 
Domini Imperatoris Henrici ceterisque Antecessorum suo- 
rum Divorum Imperatorum privilegiis, solemniter et ma- 



276 PARTE PRIMA 

nifeste cognovimus Abbatem , Congregationem , et omnes 
homijles de Trivillio Grasso speciali jure ad Cameram Do- 
mini Irnperatoris, pertinere et Fodrum Domino Imperatori, 
Tel Nuntiis Legatis suis debere persolvere. Ita quod ipse 
Serenissima Dominus Imperator Henricus auctoritate privi- 
legii sui ab omnibus aliis personis, quantum ad Fodrum 
pertinet, eos absolvit. Gum igitur ipsi tanta privilegiorum 
auctoritate gaudeant, ut nemo in eos aliquam Fodri exactio- 
nem exercere debeat preter solam auctoritatem Imperialem, 
cui servire tenentur, mandamus Imperiali qua fungimur 
auctoritate districte precipientes, ut nulla Civitas, nullum 
Commune, nulla Potestas, nulla denique Persona alta, vel 
humilis in eos vel in bona eorum exactiones, vel angarias 
presumat exercere, nisi prius veniat ad presenti m Impe- 
rialis Excellentie, vel nostram, aul aliorum Legatorum Im- 
perialium, et convenientibus probet rationibus quicumqua 
habere se credit in eos Jurisdictionem. Interea autem in 
pace, et tranquillifate , et absque gravamine dimittatur. 
Qood si qua Civitas, vel Comune , Potestas , vel Persona 
contra predicta privilegia, et contra hoc nostrum manda- 
tum Imperialis precepti venire attemptaverit , Imperialem 
se noverit indi: nationem incurrere , et banno Imperiali 
subjacere. — Datum Papiae. Anno Dominice Iacarnationis 
millesimo centesimo nonagesimoquarto, quintodecimo did 
mensis Martii. 



Secolo XIII. 
Anno 1:210. — Diploma Ottonis IV Irnperatoris, quo 
confirmai Trivilliensibus privilegium Conradi. (Ex Ar- 
chiv. Com. Trivillii — et in Codex Diplomai. Della 
Croce, manus. in Bibliot. Amb.) 

Otto quartus Dei gratia Rom. Imp. et semper Augu- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 277 

stus. Volentes ea qua? a Prse lecessoribus nostris legitimo 
statuta sunt, rata babere, notum facimus universis prasen- 
tem paginaui intuentibus quod nos hominibus de Trioillio 
Grasso prò servilio et fodro, quod nobis nostrisque succes- 
soribus Regibus seu Imperatoribus in adventu nostro in 
Italiana perso! vere debent, hiinc modum statuimus, ut sex 
marcha, etc, indissolubiìiter coofinnamus (Suppl. ex diplo- 
mate Conradi superius relato ad an. 1137). 

Testes quoque in quorum prsesentia fasec acta sunt et con- 
fìrmata: Lotharius Archiep. Pisanus — Henricus Mantua- 
nus Ep. — Guiiielmus Cumanus Ep. — Gulelmus Mara- 
scopa — Rolinus de Noarra et alii quamplnres. Dat. Papise, 
Ad. Dominici locar, millesimo ducentesimo decimo, octavo 
die ante Kal. Mali, Indict. decima tertia. 



Anno 1279. — Privilegium Trivillio datum a Gulielmo, 
Marchiane Montis ferrati, Medioìani Domino. (Ex Ar- 
chiv. Com. Tnviìlii — et in Codex Diplomai., ma- 
nus. Della Croce, in BlblioL Amb.) 

In nomine Domini. Anno a Nativitate Dui millesimo 
ducentesimo septuagesimo dodo, mensis octobris, Indictione 
octava. Cum parte ex Pesealis Fregabracii Cocsulis loci de 
Trivillio, et Donati de Dooatis procuratori^ Communis dicti 
loci porrcela fuerit Diìo Lottarlo Ruscbse potestati Medio- 
ìani et Dm) Jooanni Pogio Capitaoeo Populi Medioìani, et 
duodecim sapientibus viris praBsidentibus provisioni Comu- 
nis Medioìani supplicalo, in qua continebatur, quod Com- 
mune et homines dicti loci de Trivillio semper fuennt iideles 
et amici communis Medioìani, et ob manutenendum faonores, 
et bonum statum Dni Marcbionis, et communis Medioìani 
sustinuerint quamplura incommoda et detrimenta in per- 
soiiis et rebus ab inimicis Communis Medioìani, maxime 

19 



278 PARTE PRIMA 

vero in festo S. Martini tuin proxime preteriti citra pro- 
pter guasta eis illata ab ijsdem inimicis damnifieati fuerint 
in libris quafuor millibus terticlorum, et plus; et quod ab 
eo tempore citra eroga verint de proprio sere libras mille 
tertiolorum et plus prò soldatarijs tenendk; ideoque, prae- 
dictis aitentis, dignarentur prosati Potesias et Capìtaneus 
cum Consilio ociocentum Virorum Mediolanensium statuere 
et ordinare quod commune, et homines dicti loci de Tri- 
vilio declarentur Burgenses, et privilegiis Burgensium po- 
tiri et gaudere debeant et quod Locus de Trivillio Burgus 
debeat nuncupari. Item quod commune et homines de 
Trivillio de coetero possint exercere mercatum quolibet die 
Lunce cuiuslibet hebdomadce siculi soliti erant facere ab 
antiquo tempore, licet nuper propter guerram fuisset ia- 
terruptum, et ad illud mercatum homines locorum circum- 
stantium prout inde retro soliti erant convenire possent tt 
deberent. Dominus Guilielmus de Guilizono judex et as- 
sessor preefati Domini Lotterij Potestatis in Consilio octi- 
gentorum ad sonum campanai more solito congregato in 
palatio communis Mediolani praèdictse supplicationis tenorem. 
legi fecit, et super ea sibi consuli poslulavit. Tum Domi- 
nus Maphdeus Aperioculus surgens in eo Consilio consuluit, 
quod, cum Commune et homines de Trivillio steterint 
fideiissimi Communis Mediolani, et multa damna et sti- 
pendia et labores tolera verint in servitio Mediolani; in 
recompensatione fidelitatis et damnorum huiusmodi pr<BÌicta 
eorum petitio adimpleatur, et auctoritate illius Consilii con- 
fìrmetur. In reformatione cujus consilii, nemine discrepante, 
concordaverunt in Consilio Guilielmus judex et assessor 
ut supra statuii et ordinavit, ut ita fierel prout supra- 
dieta supplicatio continebat. Àctum in dicto palatio Com. 
Mediolani. Interfuere ibi testes Maphaeus de Magezaoe (sic) 
et Petracius Miracaput, et Rubey de Caurono omnes civitalis 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 279 

Mediolani — Ambrosius de la Turre de Duvirago — Vice- 
comes de Raixana — Obizo Ferrario de Dugniano et Ja- 
oobus Moronus omnes Notarli Camerae palatij Com. Me- 
diolani instrumentum istud subscripserunt. 

In presentia Dominorum Jacobi de Modoetia Judicis et 
Pagani de Petrasancta et Henrici de Modoetia Illustrissimus 
Dominus Guilielmus Marchio Montisferrati Dominus Civitatis 
et Comiiatus Mediolani auctoritate sua dominationis prae- 
dieta omnia approbavit, et in perpetuum valere debere 
decrevit — Ubertus de Guidono dicti Domini Marchionis 
ejusque Gurise No tari us suo mandato scripsi. 

Secolo XIV. 

Anno 1311. — Diploma Henrici VII prò Trivilliensibus. 

(Ex Archiv. Com. Triviìlii — Sormanus in Schedis 

manus. — Codex Diplom., manus. Della Croce in 

Bibliot. Amb.) 

Henricus Dei gratia Rom. Rex semper Augustus universis 

sacri Romani Impedì fidelibus praesentes litteras inspecturis 

gratiam suam et omne bonum. Dum justis petentium votis 

aurem accomodamus benevolam et devotorum Imperli com- 

modis salubriter providemus, commissi nobis officij debitum 

rationabiliter cognoscimus adimplere. Volentes igitur di- 

lectos nostros Imperii fideles Gommune et homines Terree 

de Trivillio Grasso Glarece Abduw ab universis gravami- 

nibus quorum libet prestare et salvos consti tuere a mole- 

stationibus aliorum privilegia juste sibi concessa per Divos 

Imperatores vel Reges Romanorum nostros Prsedecessores 

ratifìcamus, et praesentis scripti patrocinio confirmamus. 

Nulli ergo hominum liceat hanc nostrae ratifìcationis et 

concessionis paginam infringere, vel ei in aliquo ausu 

temerario contrajre; quod qui facere pra3sumpserit gravenx 



280 PARTE PRIMA 

nostrae majestàtis offensam se noverit incurrisse. In cuius 
rei testi moni um prsesentes Litteras scribi, et sigilli nostri 
monimine jussimus roborari. 

Dat. in Mediolano, quarto Kal. Februarii. Anno Domini 
millesimo trecentesimo undecimo, regni vero nostri anno 
tertio. 

Ego Frater Henricus Tridentimus Episcopus sacrae Impe- 
rialis Aulae Cancell. vice domini Henrici Coloniensis Ar- 
chiep. per Italiani Archicancell. recognovi. 



Anno 1311. — Charta Confessioni^ de fodro seu pecunia 
vectigale depensa a Trivilliensibus prò ingressu Hen- 
rici VII in Italiani (Ex Archiv. Trivillii — in Codex 
Diplom., Della Croce, Bibliot. Amb.) 

Fra. Henricus Dei et apostolica} sedis gra. Tridentina} 
Ecclesia) epus. sacra; Imper, Aulas Cancell. providis viris 
Consilio et Communi de TriviUio Grasso salutem in Domino. 
Recognovimus in his scriptis , nos sex marchas argenti 
nomine Serenissimi dui nostri Henrici Rom. Regis , in 
quibus eidem occasione introitus sui in Italiani debitores 
fuistis, a vobis integraliter recepisse, dantes vobis sub no- 
stro sigillo pjscsentes litteras in testimonium super eo. 

Dat. in Mediolano, quarto Kal. Martij, anno Dni mille- 
lesimo tn centesimo undecimo, regni vero ejusdem Diu re^is 
Henrici anno tertio. 

Anno 1311. — Privilegium ab Henrico VII datum Tri- 
villio oppido (Ex Archiv. Com. Trivillii — Sormanus 
in suìs Schedis et in Codex Diplom., Della Croce, in 
Bibliot, Ambrosiana; edidit Julinus, Memorie, ecc.) 

Henricus Dei gratia Romanoium Rex semper Augustus 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 2Sf 

universis Sacri Romani Imperli fìdelibus presentes lilteras 
inspecturis gratiam suam, et omne bonum. Ad hoc in solio 
Regiae dignitatis constituti sumus divinitus ut cuactis sab- 
ditis et fìdelibus Imperii ad augumenium honoris et com- 
modi sui Regalis munificpntice benivolenfiam prsebeamus. 
Tunc quoque salubriter et juste presiderò credimus, dum 
quod jusium et honestum existit devote postulantibus lar- 
gimur, et eosdem in suis juribus favorabiliter confirmamus. 
Prudentes igitur viros, Gommone et homines de Trìvillio 
Grasso Giarem Abduce in nostram, et Imperli protectioncm 
recipimus, et prò nostra Camera Terram illam servamus, 
alque tenemus. Ita quod de costerò in perpetuum Terra 
eadem (illa) nulli praeler quam Romano Imperio subsit. 
Quamlibet quoque empliònem , seu permutationem per 
dictcs Commune et homines de Trìvillio factam, et obten- 
tam cum Monasterio Sanclornm Gervasij et Protasij , seu 
Simpliciani Mediolani, omnemque liberationem et absolu- 
tionem per ipsum Monasteri um et per alios quorum inter- 
est factas Communi et Terre Trivilli supradicte , prout 
rite, et provide sunt factae, ratas habentes appri.bamus, et 
confirmamus easdem, dantes et concedentes predictis Com- 
muni et Terra3 Trivilli honorem, districhilo et jurisdictio- 
nem, ac merum et mixtum Imperium , exercendum per 
Vicarium qui per tempora Imperiali auotoriiate rexerit in 
eadem. Omnes quoque predicia3 terrse Trivilli antiquas et 
bonas consuetudines, ac statuta ipsorum justa , nec non 
quorumcumque privilegia Regum, seu Imperatorum prae- 
decessorum nostrorum predicias Terree, Communi et homi- 
nibus de Trìvillio juste concessa, vel indulta confirmamus. 
Yolumus insuper et jubemus quod h mìnes dictae Terrse 
Trivillij cum eorum victualibus, mercimoniis, rebus suis^ 
et negotiationibus quibuscumque secure ire, stare, transire, 
ac redire possint per tolum Romanum Imperium, et ea liber- 



282 PARTE PRIMA 

tate gaudeant, et gaudere ac potiri possint, et debeant, qua 
homines et Fideles aliarum terrarum Imperiali Camerae sub- 
jectarum gaudent, et potiuatur. Praelerea Seriolam, et aquam 
quam Comune et homines pracdictae Terree Trivillii defluere 
faciunt a flumine Brembii, ac derivare Trivillium per ter- 
ritorium ejus, quam aquam se asserunt acquisisse justo 
titulo emptionis, quamque presentialiter pacifice possident, 
et quiete, prout ipsam aquam juste, et pacifice tenent et 
possident, eam sic confirmamus eis et Communi praedicta 
Trivillii et praesentis scripti patrocinio (testimonio) com- 
munimus. Nulla ergo Civitas, nullus Baro, nullum Castrum* 
nulla Universitas, nuilave Persona Ecclesiastica vel Secu- 
laris cujuscumque conditionis, vel preheminentiae, sive status 
existat, diclae Terree Trlvilljj, Communi et habitatoribus eius 
de cetero onus, vel condicium, vel gravamen aliquod, an- 
gariane, vel perangariam imponere audeat, vel praesumat, 
nec fodrum, seu collectam aliquam eis impositam hinc 
retro exigere audeat ab eysdem, neque eis aut praedictas 
Terrae in futurum imponere Fodra, vel gravamina aliqua 
quoquomodo presumat , praeterquam Romanorum Rex, vel 
Imperator, cui praedicti immediate subsint. Omnia vero 
gravamina eis vel eorum Communi et Terrae, seu homini- 
Lus imposita, seu inflicta predictis per quodcumque Com- 
mune, vel Offìcialem aliquem, cassamus, irritamus, et sint 
cassa et irrita auctoritate nostrae Regiae Majestatis. Si quis 
autem hoc violare praesumpserit, centum libras puri auri 
componat, medietalem Camerae nostrae, reliquam medietatem 
passis iDJuriam persolvat. 

Hujus rei testes: Venerabiles Balduinus Archiep. Tre- 
verensis germanus noster — Theobaldu? Leodiensis — 
Aymo Gebeniensis — Gerlius Basiliensis, Ecclesiarum Epi- 
scopi et Spectabilis Vir Valramus de Luzelemburg frater 
noster, et alii quamplures. In cujus rei testimonium prae- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 283 

sentes lileras scribi, et Majestatis nostrse sigillo jussimus 
communiri. 

Signum D. Henrici Rom. Regis invictissimi. Datum 
Mediolani, secundo Kalendarum aprilis, anno Domini mil- 
lesimo trecentesimo undecimo, Regni vero nostri anno tertio. 

Ego Frater Henricus Tridentinus Ep. Sacree Imperialis 
Aulse Cancell. vice dni Henrici Coloniensis Archiep. et per 
Italiana Archicancell. recognovi. 



Anno 1311. — Mandati litterce Henrici VII ad Trìvil- 
lienses (Ex Archiv. Com. Trivillii — Sormanus in 
schedis, et in Codex Diplom., Della Croce, Biblioteca 
Ambrosiana). 
Henricus Dei gratia Roca. Rex semper Augustus pru- 
dentibus Viris, Vicario, Consilio et Communi Trivillij fìde- 
libus suis dilectis gratiam suam et omne bonuna. Scribere 
vobis cogimur, quod nobis existentibus in Cremona, Vica- 
rium nostrum Brixiensem transmissimus in Brixiam ad 
significandum eis, quod ad ipsos venire vellcmus et tra- 
ctare de bono statu ipsorum et terrai, et quod non inten- 
debamus alicui inferre incomodum aut gravamen. Ipsi vero, 
habito Consilio suo, temere responderunt, quod non placeret 
eis, ne« vellent quod ad Civitatem Brixiensem aliquo modo 
veniremus. Quo responso Nobis , Principibus , Baronibus , 
Nobilibus, et Civitalibus Lombardia^ prsesentibus, publicato 
de Consilio eorundem , cum prsemissa sub dissimulatone 
pertransiro non possemus , deliberavimus cum exercitu 
nostro valido statim procedere contra eosdem. Uode fide- 
litati vestrae sub obtentu nostrae gratiae districte praeci— 
piendo mandamus, quatenus peditum armatorum de ferro 
centum, nec non Vastatores, Lathomos, Machinas et Magi- 
stros machinarum cum ayframentis, chordis, lapidibus et 



284 PARTE PRIMA 

aliis instromentis ad hoc necessariis, quos babere poteritis, 
ad i[sum exercitiìm quantocius transmiltatis. Ad base vobis 
sub paaaa nostro arbitrio iniìigenda iniungimus et nian- 
damus, quatenus victualia prò gente vestra necessaria , et 
ultra prò exercitu nostro ad vendendam prò qualibet die, 
quamdiu durabit exercitus, tres carraturas biadi, et unam 
carraturam panis cuoi prsefatis armalis transrnittere nul- 
ìatenus omittatis. Ubi autem speltam vel avenam habere 
non potestis, ibi tertiam parti m ejus in frumento quod in 
spelta impositum est, nobis imponimus transmittendam. 

Dat. Cremonse, quarto Idus Mali, Regni nostri vero anno 
tertio. 

Anco 1311. — Balanini TreverensisArchie piscopi lìllerce 
patenks prò Trivilliensibus (Ex Arcbiv. Com. Trivilli 
— Sormanus in sehedis suis, mss. et in Codtx Diplom., 
Della Croce, in Biblici. Amb.) 

Nos Balduinus Dei gratia Treverensis Archlepiscopus 
Sacri Imperii per Regnum ArSathense Archicanceilarius , 
notum facimus universis prsesentes fitteras iospecturis, quod 
Commune et homines Burgi Triviìlii Grassi ìn personis, et 
rebus et omnibus vicìualibus eoruodem , durante exercitu 
Serenissimi Domini nostri Romanorum Regis, in veniendo, 
stando, ac etiam redeundo in nostrani protectionem re. epi- 
mus, et recipimus per prassentes. Quare vos omnes, et sin- 
gulos', iam oliìciales super exercitu constiiutos, quam alios 
quosque rogamus, quatenus prsediclos Commune et homioes 
de Trivillio Grasso absque éonscièntia nostra non offendatis, 
nec perturbetis nec molestetis eosdem; prsesentes sigillo 
nostro secreto signatas eisdem in testimonium concedentes. 

Dat in Exercitu supra Brixiam, die vigesimo Mensis 
Maij, Nonse Indìctionis. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 285 

Addo 1311. — Querela Ilenrici VII: litterce ad Trivil- 
lienses. (Ex Archiv. Com. Triviiìii — in sehedis Sor- 
mani mss. et in Codex Dìplom., Della Croce, in Bi- 
blioteca Ambrosiana). 

Henricus Dei gratia R .Ex sééiper Augustus. Pru- 
dentibus Yiris Vicario, Coi silio et Communi de Trivillio 
Fidelibus suis dilectis gratiam suam et omne bonum. Ob 
defectum victualium, quem noster ad prsesens exercitus 
sustinet, vos redarguere merito possumus, et vestra exi- 
genti negligenza, corrigere vos tenemur. Qua propter Fi- 
deli tatem Vestram requirendam duximus et monendam , 
qualenus* saliem adone victualia vobis imposi ta ad nostrum 
exercitum transmitlatis, alioquin prò certo pcenas et eoo- 
demnationes desuper imposi tas a vobis irremissibililer exe- 
qui volumus, et majores eliam, si dufp'à vestra exegerit, 
vobis nihilominos infligemus. 

Dat. in castris ante Brixiam Idibus Septem., Regni no- 
stri aono teriio. 



Anno 1322. — Litterce fiduciaria Frederici Austriw tribus 
suis legatis date. (Ex Arcbiv. Com. Trivi! Sii — edidit 
JuIìdus). 

Omissis Et omni modo, et jure quibus melius 

possumus, nomine rjusdem Domini nostri, et prò eo ad 
supplicationem Communis Castri de Trivillio Grasso, debito 
tractatu , et deliberatione prsemissis promittimus per bec 
scripta, quod idem dominus noster omoìa et siagula pri- 
vilegia, et gratias eidem Comuni a Divis Imperatoribus, 
et Regibus Romanorum rite, et rationabììiter concessa, et 
concessas confirmabit, et suo Regali sigillo comaaunibit, ad 
instar Dive Recordationis Domini ilenrici Romanorum 



§ 



286 PARTE PRIMA 

Regis immediate Predecessoris prefati Domini nostri. In 
quorum testimonium presentes fieri fecimus et nostrorum 
sigillorum appensione muniri. Àcta, et data in dicto Ca- 
stro de Trivillio Grasso in platea ejusdem Comunis. Anno 
Domini millesimo trecentesimo vigesimo secundo , Indi- 
zione sexta , die Martis quartodecimo Septembris. Pre- 
sentibus, etc. 



Anno 1327. — Privilegium prò Trivilliensibus Ludovici 
Regis Romanorum. (Ex Archiv. Com. Trivillii — et 
in Codex Diplom., Della Casa, Bibliot. Amb.) 

Ludovicus Dei gratia Rom. Rex semper Auguslus. Uni- 
versis sacri Imperli Romani fidelibus, etc. Ad hoc nos Ille 
qui ccelum, terramque regit sua omnipotenti ordinatone 
constituit, ut inter coeferas nostras sollecitudines haec sit 
quasi praecipua , quod his qui semper erga Sacrum Rom. 
Imo. ipsiusque Divos Principes , Imperatores et Romano- 
rum Reges prceJecessores nostros suis fidelibus , et devo- 
tissimis obsequiis perseveranter, et incunctanler claruerunt 
nobisque omni promptitudine fidei et devotionis non de- 
fìciunt, aliqualiter adhserere, sua jura, libertates, et gratias, 
seu immunitates suìs quascumque conservemus , mante- 
neamus et defensemus, imo etiam semper gratiosius augea- 
mus. Ex parta igitur fidelium nostrorum et Sacri Imperii 
Communis, et hominum Castri de Trivillio Grasso sereni- 
tati nostrse regise extitit multipliciter exoratum, quatenus 
de solida nostra Augustali clementia omnia Privilegia, quae 
a Serenissimis principibus Romanorum Imperatoribus et 
Regibus Predecessoribus nostris et speciali ter Lotario, Fe- 
derico , Henrico , Conrado, Ottone et Hrnrico ultimo eis 
gratiose indulta sunt et concessa, ipsis , ac dicto Castro 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 287 

Trivillio dignaremur de benigniate nostra confirmare. Nos 
vero ipsorum inslantissimis supplicationibus tamquam justis 
favorabiliter annuere cupientes , ipsis Comuni et Castro 
Trivillij omnia Privilegia prout per Illustrissimos Roma- 
norum Imperatores et Reges Praedecessores nostros, et no- 
minatim per superius expressos rite et rationabiliter indotta 
sunt, tradita et concessa, ratifìcamus, approbamus, et prae- 
sentis scripti patrocinio confirmamus; recipientes terram, 
territorium, et districtum, Commune et homines dicti Castri 
Trivillii in nostram et Sacri Imperii protectionem specia- 
lem, ac tenentes et servantes eandem terram, territorium 
et districtum prò nostra Camera Imperiali, sic quod de 
coetero in perpetuum ipsa terra nulli, prseterquam Romano 
Imperio, subsit, nec debeat aliqualiter subjacere. Contractus 
etiam emptionis seu permutationis per prsedictos Commune, 
et homines de Trivillio celebratos , et factos cum Mona- 
sterio SS. Gervasii et Protasi seu Simpliciani Mediolani, 
omnemque liberationem et absolutionem per ipsum Mona- 
sterium, et per alios, quorum intererat, factas Communi et 
Terrss Trivillii supradictis, prout provide factse sunt ratas 
habentes, approbamus, et etiam cum universis antiquis et 
bonis consuetudinibus et statutis ipsorum justis ex certa 
scientia confirmamus eisdem ; adjicientes et concedente^ 
dictis Communi et Terrse Trivillii honorem, districtum et 
jurisdictionem, et merum et mistum imperium, exercendum 
per Yicarium , seu Potestatem vel Rectorem per ipsum 
Commune electum vel eligendum, qui per tempora Impe- 
riali aucloritate, Imperio vacante, vel non vacante, rexerit 
in eadem. Ad bsec volumus , quod homines dictse Terrae 
seu Castri de Trivillio cum eorum mercimoniis, victua- 
iibus, rebus suis et negotiationibus quibuscumque secure 
ire, stare, transire et redire possint per totum Rom. Imp. 
prò libito suse voluntatis; quodque generaliter omni gratia 



288 PARTE PRIMA 

et liberiate gaudeant, et gaudere possint et debeant, qui- 
bus alia loca, sive Terree et homiaes Imperiali Camera} 
subjecta, vel subjecti, dignoscuntur perfrui et gaudere. 
Postremo coofirmamus et etiam concedimus ipsis Com- 
muni et homioibus de Trivillio facuìtatem accipiendi de 
ilumine Brembi dìstrictus Bergomensis Seriolam, et aquam, 
et eam defluere facieudi ad ipsam Terram Triviìlii , et 
ejus Territorium et ea utendi ad eorum voluntatem, prout 
ipsam aquam de dicto flumine aceeperiyit et defluere fe- 
cerunt, et usi sunt per longum tempus. Nulli ergo Ci- 
vitaii, Baroni, Castro, Universitali, nullive personae eccìe- 
siasticae vel seculari, cujuscumque condkionis sive status 
existat, liceat diclse Terrae Triviìlii, Communi, et habiìa- 
toribus ejus de celerò onus aut condì lium aut gravamen, 
;-ngariam, vel perangariam, nec fodrum , nec collectam 
aliquam , paelerquarn Romanus Rex vel Imperator cui 
praedicli immediate subsunt, imponere, petere , et inipo- 
sitam bine retro ab eisdem exigere quoquo modo, nec prce- 
sumant liane nosirae approbatiouis, ralifìoationis, seu coufir- 
mationis, ac coucessionis pagina*» infrangere, vel ei aclu 
(;.usu) aìiquo temerario contrajre. Si quis ergo prsesum- 
pluose hoc facere praesumpseril., poeaam quingentam iib as 
auri, quarum medietatem Fisco nostro, aìiam vero niedieta- 
tem Commu-ii et Terrae Triviìlii ipso facto et totiens quo- 
tiens con ira fé ce ri t irremissibiìiter solvere teneatur, et ultra 
hoc nostrani indigaationem et gravem nostrae Majestatis 
offensam se noverit procul dubio incurrisse. In cujus rei 
testimonium praesentes litteras conscribi, et sigilli Majestatis 
nostree munimine jussimus roborari. 

Dat. Medioìani, vigesimonono die mensis Julii, decima 
Iadictit ne. Anno Dai millesimo trecentesimo vigesimo se- 
ptimo, regni vero nostri tertiodecimo. 

Et ego Hermanus de Licblemberg Imperialis Aulas Can- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 289 

celi, vice Bùi Henrici Colloniensis Archiep. per Italiani 
Archicancell. recognovi et manu mea subscripsi. 



Anno 1331. — Johannis Bohemice ac Polonice Regis Pri- 
vilegium favore Trìvilliensium. (Ex Archiv. Com. Tri- 
villii, et in Codex Diplom., manus., Della Croce, in 
Biblioteca Ambrosiana : edidit Julinus). 

Johannes Dei gratia Rohemiaa et Poloniaa Rex, Lucem- 
burgensis Comes , Brixia3, etc, Dominus. Providis Viris , 
Vicario, Consulibus, Consilio et Comuni de TrivilSio sa- 
lutem siiiceram. Volentes vobis facere gratiam specialeni 
intuitu spectabilis Viri Ludovici de Sabaudia Domini Vaudi 
Affinis nostri dilecti , et Nobilis Viri Guilielmi de Castro- 
barcho nostri Vicarii Pergamensis , qui prò vobis ipsam 
gratiam a Nobis cum instantia postularunt; concèdimus et 
decf-rnimus,ut possitis ducere et decurrere facere a Flamine 
Brembii de nostro Territorio Pergameosi ad Terram da 
Trivillio, et per ipsum Territorium aquam, seu Seriolam 
quam et sicut estis hactenus ducere consueti. Volentes et 
vobis etiam pollicent.es, quod nullus subdìtus aut officialis 
Doster vos in aquseductu praedicto de cetero turbare, y< 1 
molestare debeat, seu aliqualiter impedire. Mandamus igi- 
tur Vicariis, seu Officialibus nostris prsesentibus et futuris, 
Communi et hominibus Pergami, et aliis quibuscumque 
subditis et Gdelibus nostris quatemus praedictam nost?am 
gratiam vobis debeaot ioviolabiliter observare , et facere 
cbservari; indigna tionem nostrani et poenam quam prò 
mota Regio imponere voluerimus incursuri, si secus prae- 
sumpserint attero ptare. In cuius rei testimoni um preesentes 
conscribi et sigillo nostro Regio iussimus commuoiri. 

Dat. Parmae, anno a Nati vita te Domini millesimo tre- 
centesimo trìgesimoprimo, die prima inensis Juoii. 



590 PARTE PRIMA 

Anno 1343. — Privilegio di Giovanni e Luchino fra- 
telli Visconti, signori di Milano, di Bergamo, ecc., col quale 
concedono alla Communità di Treviglio , uomini e consoli 
presenti e futuri piena giurisdizione, potestà, balia, misto 
e mero imperio da esercitarsi in quella stessa maniera che 
«ra solito e consueto d'esser esercitato dalli stessi , Trevi- 
£Ìiesi prima che si sottoponessero ai signori Visconti. — 
Dato in Milano, il 16 di gennaio, 1343 (Nell'Archivio Com- 
munale di Treviglio). 



Anno 1344. — Privilegio di Luchino e Giovanni fra- 
telli Visconti, signori, ecc., col quale si concede a' Trevi- 
gliesi che tutte le liti state portate avanti il Podestà di 
Treviglio e suo Vicario, sieno da essi interamente e libe- 
ramente terminate, eccettuate le liti che pendevano avanti 
il suo esgravatore, e, in caso d'appellazione, avanti il Tri- 
bunale supremo. Concesso in Milano il 21 di marzo del 
1344 (Nell'Archivio di Treviglio). 



Anno 1349. — Attestato di Paganolo Panigarola a favore 
de Trevigliesi. (Neil Archivio Comunale di Treviglio, 
e publicato dal Giulini nelle sue Memorie, ecc.) 

MCCCXLIX. Indictione secunda, die Sabbati, duodecimo 
Julii. Sapiens Viro D. Simon de Pontremulo Vicarius D. Me- 
diotani, et Exgravator D. et Comunis Medioìani , cui hoc 
negotium specialiler est commissum per prefatum D. Me- 
dioìani precepit et imposuit mihi Paganolo Paoigayrolaa, 
Notario ad Statuta Comunis Medioìani ac Sapientum qui 
cum eo D. Simone super prefuerunt ad correctionem et 
exarationem Statutorum Comunis Medioìani nondum publi- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 20! 

catorum, quatenus de libris, et capiiularibus Statutorum 
nuper factorum, et nondum publicatorum deberein toilere, 
et cancellare, et sic cancellavi, Statutum et notulaai Sta- 
tuti, in quo, vel qua nominatum sit Comune Trivillii, in 
quantum tangit illud Comune Trivilii. Et hoc quoniam sic 
habet in mandatis a Reverendissimo in Christo Patre et 
Domino, Domino Johanne Dei gralia Sancte Mediolanensis 
Ecclesie Archiepiscopo, ac Civitatis Mediolani Domino, etc, 
vigore literarum prefati Domini, quarum literarum ejus 
sigillo signatarum tenor talis est. — Johannes Dei gratia 
Archiepisc, et generalis Dominus Mediolani, etc, Sapienti 
Viro Domino Simoni de Pontremulo Vicario, et Exgrava- 
tori nostro salutem in Domino. Volumus et mandamus, 
ac tenore presentium inhibimus Vobis, ne per Statutarios 
Comunis Mediolani conti a Fideles nostros Subditos, Co- 
mune, et homines de Trivillio aìiqua statuere, seu statuta 
facere permittatis, vel quodlibet innovare; et hoc quoniam 
constai JNobis ipsos de Trivillio esse privilegiatos, etjuris- 
dictionem habere per se. Cum et intendamus ipsos , et 
alios nostros Subditos in suis jurisdictionibus confo vere, et 
totaliler gubernare. Et, si qua novitas esset facta, faciatis 
revocari. In quorum testimonium presentes fieri iussimus, 
et nostri sigilli munimine roborari. Datum Mediolani mi- 
lesimo trecentesimo quadragesimo nono, die undecimo Julii. 
Indictione secunda. Ego Paganolus Panigayrola Notarius 
ut supra subscripsi, et registravi, et ad scribendum infra- 
scripto Beltramoio Crivello Notario dedi. Ego Beltramolus 
Crivellus Notarius Comunis Mediolani Porte Vercelline Pa- 
rochie Sancte Marie ad Portam iussu, et mandato supra- 
scripti Paganoli Notarii scripsi, et gloxavi ubi legitur : Et 
sic cancellavi: et me subscripsi. 



292 PARTE PRIMA 

Anno 1367. — - Istromento di fondazione della chiesa 
di S. Cristoforo nel borgo di Treviglio, rogato dal notajo 
Ambrosolo Aresi. (Nell'Archivio Communale di Treviglio), 

Anno 1385. — Capitoli presentati dalla Coaimunità di 
Treviglio a Giovanni Galeazzo Visconti Signore di Milano il 
17 d'agosto. (Nell'Archivio della Communità di Treviglio). 
Coi quali chiedono la conferma di tutti i loro privilegi , 
ragioni, onori, giurisdizioni, grazie e concessioni loro con- 
ceduti dagli Imperatori Romani , e dai predetti Signori 
Visconti; non che di tutte le ragioni, giurisdizioni e con- 
cessioni state accordate tanto dagl'Imperatori Romani quanto 
dai Mag. Signori Visconti nelle loro roggie, e nelle ragioni 
che avevano di condur le acque per le dette roggie dal 
territorio di Brembate, giurisdizione di Bergamo, dal fiume 
Brembo a Treviglio e nel suo territorio. 



Anno 1389. — Lettere di Giovanni Galeazzo Visconti 
Signore di Milano colle quali domanda al Podestà e 
ai Consoli di Treviglio copia degli Statuti, e ne com- 
manda l' esame. (Nell'Archivio Communale di Trevi- 
glio. Traduzione del Lodi). 

Giovanni Galeazzo Signore di Milano, ecc., Conte di 
Virtù e Vicario Imperiale. Vogliamo e commandiamo, che 
mandiate copia degli Statuti della nostra Terra di Treviglio 
bene ed ordinatamente scritta e poi corretta e sottoscritta 
di mano propria di uno o due Notaj publici della detta 
Terra nostra di Treviglio, per il Cancelliere o altro proprio 
messo mandandola. 

Data in Milano, il 10 di maggio del 1389. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 293 

Anno 1389. — Al Podestà e Vicarj nostri di Treviglia. 
Yi abbiamo commandato in questi giorni prossimi passati, 
che dovreste mandare la copia degli Statuti della nostra 
terra di Treviglio ; perciò ancora vogliamo, e vi comman- 
diamo che voi Savj con l'assistenza dei Dottori di legge, 
o d'altre persone intelligenti che a voi parerà , dobbiate 
veder bene ed esaminare i suddetti Statuti , e , se a voi 
sembrerà, e agli assistenti, che vi sia qualche dichiarazione 
da mutare o da correggere, ovvero da aggiungere o levare, 
vogliamo che lo facciate. Di maniera cha le predette di- 
chiarazioni, mutazioni , aggiunte o diminuzioni sieno fatte 
particolarmente e specificatamente conforme agli Statuti che 
vi sembreranno da dichiarare, mutare e correggere, ovvero 
a quelli che giudicherete d'aggiungere o diminuire, i quali 
poi a noi li manderete. E questo con quella prestezza pos- 
sibile, acciò il desiderio che abbiamo d'apportare utilità al 
Commune della nostra Terra si possa effettuare come desi- 
deriamo. 

Data in Milano, il 5 di giugno del 1389. 



Secolo XV. 

Anno 1404. — Ordini ducali, con cui il borgo di Tre- 
viglio è concesso in feudo a Francesco Visconte 
(Nell'Archìvio della Communità di Treviglio. — Tratti 
dal Lodi, sua opera manoscritta). 

Giovanni Maria Anglo Duca di Milano , ecc. Havendo 
noi riconosciuti in qualche parte i meriti del Mag. Fran- 
cesco Visconte, soldato, consigliere, e nostro capitano ge- 
nerale , il quale per rimettere il Stato nostro per tanto 
tempo rovinato non ha risparmiato, nò risparmia sorte al- 
cuna di fatiche, e senza ritegno ha messo in pericolo ma- 

20 



294 PARTE PRIMA 

BÌfesto, e alla fortuna più volte la persona sua, acciò ab- 
bia animo di dare compimento alle imprese da lui tentate, 
e messe a mano, l'abbiamo investito del feudo di Trevi e 
di Ripalta con le rocche, fortezze, giurisdizioni, territorj , 
e qualsivoglia pertinenze , entrate , e ragioni delle terre 
predette. E abbiamo dato ordine a Francescolo del Maino 
cittadino nostro milanese , procuratore e commissario no- 
stro diletto, che dil il possesso al detto Francesco Visconte 
o al suo procuratore delle terre saddette, rocche, fortezze, 
ragioni, pertinenze e entrate, e eseguisca quanto in ciò 
faccia di mestiero. Commandiamo per tenore della presente 
alli Podestà, Vicari, Castellani, Nobili, Savij, Consoli, Con- 
silij, Comuni e uomini delle terre e rocche nostre predette 
e pertinenze, e di più alli uomini di quelle terre, le quali 
sono soggette alla giurisdizione di Trevi, che obediscano, 
riconoscano il detto Franciscolo da noi primamente infor- 
mato della nostra intenzione, siano pronti ad obedirlo 
come fariano a noi medesimi, e questo senza replica al- 
cuna in tutto quello che egli giudicherà doversi fare. E 
questo sempre colla riserva che facciamo della fedeltà e 
predominio. E questo non ostante qualsivoglia giuramento 
per delti uomini, o alcuno di loro all'Ili, nostro padre, e 
a noi, né ancora qualsivoglia contrasegno che sia in con- 
trario, dalli quali tutti assolviamo li suddetti in tutto, e 
per tutto, promettendo d'aver rato e fermo e per ben fatto 
tutto quello che egli farà, come noi stessi l'avessimo fatto, 
e che il tutto si abbia ad osservare puntualmente. In fede 
delle quali cose abbiamo fatto fare la presente e firmata col 
nostro sigillo. Dato in Milano, il 9 di dicembre del 1404. 



Anno 1406. — // feudo di Tr eviglio vien ritolto a 
Francesco Visconti pe' suoi demeriti. — Giovanni Maria, 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 295 

ÀDglo Duca di Milano, ecc. Se bene la Communità, uomini 
e ciascuna persona della nostra terra di Trevi, e sue 
pertinenze non sieno obligati, nò tenuti ad alcun giura- 
mento, quale avessero fatto nelle mani del signor Fran- 
cesco Visconti , quale pei suoi demeriti si sa chiaramente 
esser caduto da ogni giurisdizione feudale: nondimeno a 
maggior cautela e sicurezza in virtù della presente di certa 
scienza assolviamo, e del tutto liberiamo essa Communità, 
uòmini e ciascuna persona da ogni giuramento antidetto, 
e da qual si voglia promessa che avessero fatta all'istesso 
signor Francesco, o vero ad altra persona a suo nome. In 
fede delle quali abbiamo fatto fare la presente, registrare e 
sigillare col nostro sigillo. 

Dato in Milano, il U di luglio del 1406. 



Anno 1412. — Capitoli presentati dai Trevigliesi al duca 
Filippo Maria Visconti il 1 9 di giugno (Nell'Archivio 
Communale di Trevigìio). 

Con questi capitoli i Trevigliesi chiedono: 1.° La con- 
ferma dei loro privilegi; 2.° Dipendenza immediata dal 
capo dello Stato, e promessa di non essere infeudati; 
3.° Renrssione per cinque anni d'ogni debito pubblico; 
L° Che non siano tenuti ad alloggiare se non una de- 
terminata quantità di soldati ; 5.° Conferma dei diritti sulle 
acque del Brembo; 6.° Che il duca si degni donare agli 
uomini di Trevigìio il castello di Brembate inferiore, gua- 
dagnato dagli uomini di detta terra, essendo che esso 
castello è la custodia e difesa dell'acqua ed acquedotti che 
usano detti uomini di Trevigìio. 



296 PARTE PRfMi 

Anno 1441. — Capitoli sporti dai Trevigliesi al duca 
Filippo Maria Visconti, a mezzo del generale Nicola 
Piccinino (Nell'Archivio Comunale di Tre viglio). 

Con questi capitoli i Trevigliesi domandano: 1.° Di- 
pendenza immediata dal duca; %.° Salvezza e sicurezza 
per gli abitanti; 3.° Conferma dei loro privilegi; 4.° Re- 
missione per sette anni dal mensuale ordinario e da tutti 
gli oneri reali e personali, ordinarj e straordinarj ; 5.° E- 
senzione dal dazio del ferro; 6.° Che il sale si darà e 
consegnerà dalia Camera ducale al Comune; gli sia dato 
in credenza ogni sei mesi, e gli sia messo a ragione dì 
soldi 40 imperiali di moneta vecchia per staro sino al 
termine dei detti sette anni, e non per maggior prezzo; 
7.° Che sia lecito condurre immuni di dazio a Treviglio 
da qualsivoglia terra e territorio di Chiara d'Adda qua- 
drelli, tegole, legnami, ecc.; 8° Che il salario ordinaria 
mensuale, trascorsi i sette anni, ritorni a lire duecento 
imperiali al mese di moneta vecchia, e l'imbottato del 
vino a soldi due per brenta di detta moneta; 9.° Che il 
podestà della terra sia dottore in legge, come dispongono 
i Statuti; IO. Che si possa far mercato di bestiami, biada 
ed altra mercanzia due giorni alla settimana, cioè al lu- 
nedì e mercoledì, e che ciascuna persona negli stessi due 
giorni possa venire al mercato colle sue mercanzie, senza 
alcun pagamento di dazio, pedaggio o gabella tanto nel- 
l'andare quanto nel ritornare; il. Che la Comunità possa 
avere da Bergamo, da Morengo e da Bettino da Calcinate 
capitani di gente a piedi della signoria di Venezia, i quali 
sono stati alloggiati in detta terra nell'invernata passata, 
una quantità di denari che ascendono circa a 500 fiorini 
per frumento, vino, drappo imprestato, ed altre cose a 
]oro date per sé e suoi e si dia licenza ad esso Comune 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 297 

« uomini di poter pigliare in pagamento suoi beni mobili 
ed immobili, in qualunque luogo si trovino, sin alla quan- 
tità del sopra detto debito, e spese, e ciò sommariamente 
e di propria autorità, non ostante che essi capitani o al- 
cun di loro apparesse debitore della ducal Camera ; ed an- 
cora non ostante che essi beni fossero applicati o donati 
alla ducal Camera, o si dovessero a qualche persona. 

Anno 1416. — Capitoli presentali dai Trevigliesi a Gia- 
como Loredano provveditore dell'esercito veneziano in 
Lombardia, confermati poi 'dal doge Francesco Fo- 
scari il 15 di maggio del 1499 (Nell'Archivio Co- 
munale di Treviglio). 

Anno 1453» — Capitoli presentati al duca Francesco I 
Sforza e da lui confermati il 29 di novembre (Nel- 
l'Archivio Comunale di Treviglio). 

Anno 1485. — Istromento originale risguardante l'icona 
o ancona di Buttinone e Zenale, pittori trevigliesi ', 
nella chiesa di S. Martino di Treviglio (Dalle abbre- 
viature di Giovanni Antonio Daiberto, notajo di Tre- 
viglio, esistenti nell'Archivio notarile di Milano). 

In nomine Domini anno a nativitate ejusdem millesimo 
quadringentesimo octuagesimo quinto, indictione tertia, die 
Jovis vigesimo sexto Mensis Maij. Venerabilis Dominus 
Simon de Sancto Piligrino Rector parochialis Ecclesia 
Sancti Martini de Trevillio, nec non Dominus Antonius 
Batallius fìlius quondam Domini Johannis et Laurentius 
de Lemene fìlius quondam Ardighieri ambo rectores et 
prsesidentes fabricse sancti Martini de Trivillio, nomine et 



298 PART W PRIMA 

"vice diete fabrice parte una, et magister Bernardinus Bu- 
tinonus fìlius quondam Jacobi et magister Bernardus de 
Zenallijs fìlius Martini, ambo pictores parte altera, omnes 
de Castro Triviliio voluntarie, sponte et ex certa scientia 
et non per aìiquem errorem juris vel facti et omnibus 
modo, jure, via et fo' ma quibus melius potuerit et possit 
esse, devenenmt et deveniunt ad instrumenta, pacta, con- 
venticnes et accordia, per et intra ipsas partes inviolabiliter 
attendenda et observanda et attendere, età, videlicet. 

P.° Quod dicti pictores teneantur et debeant facere An- 
conam unam ad aitare sancti Martini diclse ecclesia, alti- 
tudinis brachiorum sex de bonis ligoaminibus, hinc com- 
positam et pictam et laboratam auro fino, azuro fino, et co- 
loribus finis, et cum iilis fìguris de quibus videbitur dicto 
presbitero dno Simon i et dictis fabricerijs, que Ancona 
sii valoris et precii librarum mille imperialiutn vel 
eirca. 

Et ipsam anconam debeant ipsi pictores facere et pin- 
gere in hac terra Trivillij. Et de presenti dare debeant 
principium ad fabricationem ipsius Ancone et persequi ut 
in ipso opere faciant ipsam Anconam bene compositam, or- 
natam et pulcram, et, facta ipsa Ancona, debeat per ma- 
gistros expertos laudari et apreciari et secundura precium 
quod tctxabilur per ipsos magistros per partes eligeados, 
debeat solvi ipsis pictoribus precium ipsius Ancone: item 
quod dictus dominus presbiter Simon debeat solvere oc- 
caxione ipsius Ancone dictis pictoribus (pretium) librarum 
quatuor centum imperialium de suis propriis denariis, quas 
ipse dominus presbiter Simon sua sponte obtulit velie solvere 
amore Dei: residuum vero solvere tineanlur rectores diete 
fabrice: et ex inde dicti magisiri Bernardinus et Bernardus 
profissi fuerunt babuisse ibidem presentialiter a prefato do- 
mino presbitero Simone libras qu r idragintatres imperialium 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 299 

prò parte solutionis dictarum librarum quatuor centum 
imperialium, età, renuntiando diete partes exceptioni nu- 
mera taa pecunise (Omissis). 



Anno 1494. — Lettera di Lodovico Sforza, colla quale 
partecipa alla Comunità di Tremolio la sua nomina 
a duca di Milano (Nell'Archivio della Comunità di 
Tre viglio). 

Al podestà e uomini di Trevi. Ludovicus Maria Sforila 
Dux, etc. Dilecti eostri. Essendo occorso il caso (1) del- 
l' illustrissimo signor duca nostro nepole, se trasferiremo 
ieri qui per provedere ad quanto se expectava da noi : da 
poi questa mattina li consiglieri, magistrati della Corte, e 
li primarii cittadini di questa città, e anche assai nu- 
mero de le altre, testificando el grande amore, e affectiòné 
sua verso noi, ed hanno pregati instantemente ad volere 
pigliare el dominio di questo Stato. E così unitamente, e 
cum grande contentezza ne cercano, e consalutarno si- 
gnore, j a qual cosa non dubitamo che ad tutti li subditi, 
ed spezialmente ad voi sij per portare grande letizia, 
possendovi persuadere, che niente ne sarà più ad core, 
che l'utilità ed quiete pubblica. E che non solo averete 
un buono principe, ma ancora un buon patre. E però 
volemo se ordini, che per quella terra si facciano trei dì 
continui publici demonstrazioni cum soni de campani, e 
falodij dove è consueto farsi. 

Mediolaai, XXII octobris, 1494. 

Signat. B. Calchus, 



(1) Cioè la morte del duca Gio. Galeazzo. 



300 PARTE PRIMA 

Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza colla 
quale ordina ai Trevigliesi d'inviare a Milano am- 
basciatori a prestare il loro giuramento di fedeltà 
(Nell'Archivio della Comunità di Treviglio). 

Ludovicus Maria Sfortia Anglus Dux Mini, etc. Dilecti 
nostri. Ve scripsimo li giorni passati, che dovendo noi 
mandare li vostri Ambasciatori ad prestarne la fedeltà, li 
facesti soprasedere sin che vi avisassimo del tempo che 
dovessino venire. Hora per queste ve significamo che 
mandate epsi vostri Ambasciatori, quali in nome vostro, 
e de quella Comunità vegnino ad jurare fedeltà ed obe- 
dienza in mane nostre, e de la Ill.ma Madona Beatrice 
nostra carissima consorte, per noi, li figli, ed successori 
nostri nel modo che altre volte fu facto ali' Ul.mo signor 
duca Galeazzo nostro fratello. Ed così gli darete oppor- 
tuno mandato per fare questo iuramento. 
Mediolani, XXV januarij, 1495. 

Signal. B. Calchus. 

(A tergo): Nobili et Prudentib. Viris, etc, Potestati , 
Communi et Hominibus Trivillij nostris dilectis. 



Anno 1495. — Lettera di Lodovico Sforza al Capitano 
di Giustizia di Milano, perchè non proceda contro 
quei di Treviglio per esser Terra che aveva il mero 
e misto imperio (Dall' Archivio della Gommunità di 
Treviglio). 

Capitaneo Justitise. Trivilienses inter alias petitiones, 
quas nobis porrexerunt in fidelitate prestanda, petierunt 
quod, cum eorum Terra habeai merum et mixtum impe- 
rami, provideamus, ut officiales ac etiam Magistratus eorum 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 301 

Jurisdictioni non se intromiltant: quibus respondimus nos 
eis concedere, ut eorum Terrse separatio servetur: quod 
libi signifieandum duximus. Volentes ut in posterum con- 
tra eos vel aliquem iiloruoi qua vis causa non procedas, 
nisi tibi per subdelegationes conimiUeretur. 

Mediolani, X feb., 1495. 

Signat. B. CUlchus. 

Anno 1495. — Lettera di Lodovico Sforza ai Trevigliesi, 
colla quale partecipa loro d'avere assunto le insegne 
ducali (Idem). 

Dux Mediolani, etc. Dilecti nostri. Li reverendissimi e 
magnifici ambasciatori del serenissimo re de' Romani 
mandati da la Maestà sua per darne li ornamenti ed actuale 
possessione di questo nostro Ducato, domani mattina ese- 
guiranno la commissione sua pubblicamente, la quale cosa 
essendone dei honore e piacere che è , volemo per render 
grazie a Dio autore di questo bene, e per declarare la 
letizia nostra, faciale sonare campane da festa, e fare fa- 
lodij per trei dì in li loci consueti di quella nostra terra. 
Mediolani, XXIV maij, 1495. 

Signat. B. Calchus. 

Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza alla 
Comunità di Trevi, colla quale domanda alcuni gua- 
statori (Idem). 

Dux Mediolani, etc. Dilecte noster. Per el bisogno quale 
ne occorre al presente de guastatori in campo, volemo che, 
ricevuta questa, facci comandamento a quella nostra Co- 
munità, che in termine di doi giorni debbiano mandare 
in campo guastatori cento, imponendoli pena de ducati 



302 PARTE PRIMA 

cinquecento, applicandoli alla Camera nostra. Dandone 
aviso del effecto che farai. Quali guastatori drizarai ad 
M. r Galeaz col modo de vivere per octo giorni. 
Mediolani, die 19 augusti, 1495. 

S'ignat. B. Calghus. 
(A tergo) : Prudenti Tiro, e te, Poiestati T rimili) nostro 
diketo. 

Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza alla 
Comunità, con cui ordina il pagamento d' una sov- 
venzione di ducati mille (Idem). 

Dux Mediolani, etc. Dilecte noster. Li messi di quella 
Comniunità, quali erano qua per li denari rechiedemo a 
quella nostra Communità in subventione sono parliti senza 
acceptare la taxa de mille ducati imposta, corno etiam essa 
Communità ne sub venete l'anno 1484 e senza nostra li- 
cenza. Per tanto disponendo nui totali ter avere dieta sub- 
venzione senza star più in pratica, volemo abbi subito da 
te li agenti per essa Communità. E in nome nostro li 
admonirai che mettino l'ordine suo per el pagamento de 
questi mille ducoti, in modo che si abbiano, sine sia 
exborsati in theseauraria nostra generale adì 20 di set- 
tembre proximo ad tardius, e li sarà facto i'assignazione, 
o vendita corno li è facto intendere, ed ne rescriverai 
statim de quello sarà exequito circa ciò: e casa che infra 
doi dì non accentano la taxa predieta, e mettono l'ordine 
predicto farai commandamento a quatro de meliori di 
quella terra, che subito si trasferiscano qua da nui a la 
pena de ducati mille per cadauno applicandoli alla Camera 
nostra. 

Dai. Mediolani, die XXV augusti, 1495. 

Signat. Albertus. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 303 

(A tergo): Prudenti Viro, Potestali Trivillij nostro 
dilecto. 



Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza alla 
Comunità di Treviglio, colla quale domanda guasta- 
tori (Idem). 

Dux Mediolani, etc. Dilecte noster. Volemo che al avuta 
di questa tu facci commaodamento alli nomini di quella 
tua jurisdictione, che subito, subito facciano provvisione 
a XXV boni guastatori che abbino parte zappe, e parte 
badili, e qualchi pochi zette (sic) con falce, quali abbino 
da mattina proxima ad ritrovarsi ad Viglevano, dove sarà 
uno de li nostri camareri che li drizerà in campo. Ricor- 
dandoli che haranno a stare in campo uno mese: e noi 
zouti li siano gli faremo dare ad rasone de ducati dui al 
mese, si che dicti bomini gli haveranno ad dar dicti pochi 
dinari per la provisione gli facemo noi, come dicto. Com- 
mandando tu ad epsi guastatori da esser electi per li no- 
mini predicti, che sotto pena della forcha se debiano ri- 
trovare da matina ad Viglevano secondo bavemo dicto: 
E de tutti epsi guastatori che siranno commandati ne 
mandarai una nota a homo per homo con avvisarne de 
quanto sarà exequito. Ed se alcuni de epsi guastatori non 
andasseno, o ritornasseno in dreto, subito li punirai, ed 
farai l'exequzione de la pena. 

Dat. Mediolani, die Vili septembris, 1495. 

Signat. Albertus. 

(A tergo) : Prudenti Tiro, etc, Potestali Trivillij n$stro 
dilecto. 



304 parte prima 

Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza alla 
Comunità di Treviglio, con cui domanda alcuni nior- 
tari o moschetti da mandarsi all'assedio di Novara 
(Idem). 

• Dux Mediolani, etc. Dilecti nostri. Essendone per le 
presenti occurenzie bisogno li odo mortari quali sono in 
quella nostra terra, desideramo grandemente de averli qui 
per posserli poi mandare dove il bisogno ricercare, però 
mandamo lì el portatore de li presenti per levarli e farli 
condure in qua. Al quale ve confortamo, stringemo, e 
quanto più possemo, caricamo, che senza dimora gli fac- 
ciate consignare dicti octo mortari, acciò se ne possiamo 
valere in campo. 

Dat. Mediolani, X seplembris, 1495. 

Signat. B. Calchus. 
(A tergo): Prudente. Viris Communitati, et Hominìbus 
Trivillij nostris dileclis. 

Anno 1495. — Dux Mediolani, etc. Potestà. Mandandoli 
el portatore de queste che è jo: Antonio da Vailate per le- 
vare li odo mortari, che sono in quella Terra nostra per 
valersene in le presente occurenzie, volemo che tu ancora 
te trovi con li presidenti di quella Communità, e in con- 
formità del scrivere nostro li conforti, e operi che senza 
dimora li siano consegnati, e tu per condurli li provederai 
di tutte quelle carré, instrumenti, ed homini che li biso- 
gneranno. 

Dat. Mediolani, X septembris, 1495. 

Signat. B. Calchus. 

(A tergo) : Prudenti Viro, ecc., Potestati Trivillij nostro 
dilecto. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 305 

Anno 1495. — Lettera del duca Lodovico Sforza al po- 
destà di Trevìglio, colla ridomanda della sovvenzione 
di ducati mille (Idem). 

Dux Mediolani. Dilecte noster. Inteso quanto ce hai 
scripto circa la tassa particolare imposta a quelli nomini, 
perchè li bisogni nostri non recercano più dilazione, ne 
de star più in pratica, te dicemo debij commandare su- 
bito a quatro de li meliori di quella terra a la pena de 
cento ducali per uno applicando alla Camera nostra, che 
infra doi dì siano a Milano da li consiglieri e deputati 
nostri dol dinaro, con resoluzione ferma de acceptare la 
tassa de ducati mille in commune, aut essere tassati in 
particularità. Rescrivendone de quelli a chi averai com- 
mandata subbilo. Ex felicibus Gastris sanctissimse Ligse, 
die VII octobris 1495. 

Signat. Albertus. 



Anno 1497. — Lettera del duca Lodovico Sforza al po- 
destà di 1 V 'eviglio , con cui domanda sovvenzione di 
denaro (Idem). 

Dux Mediolani. Dilecte noster. Così corno li cittadini, 
e sudditi nostri, alli quali abbiamo richieste subvenziooe 
de denari , se sono exhibiti prompti a subvenirne : et in 
dies ne subvengono, così non dubitamo se prestaranno 
facili li nomini nostri de Trivillio per la divozione soa 
verso noi, fra li quali havemo voluto de presente recer- 
care li infrascripti, alli quali in nome nostro confortarai 
a volere cadmio de loro mandare a pagare la taxa soa 
in thexauraria nostra generale, dove gli faremo dare ven- 
dita de tanta nostra intrata a rasone di cinque per cento 
l'anno, corno se facto alli altri che ne hanno subvenuto. 



306 PARTE PRIMA 

E quando se prestassero difficili (che non credenio), li 
advertirai, che se fral termine di octo dì non haveranno 
mandato a pagare la loro taxa, se li manderà la spexa a 
casa. E del receputo di questa, e del commandamento gli 
averai fatto, ne darai aviso. 

Mediolani, XIX augusti, 1497. 

Nota degli taxati : Bartolomeo e nepoti de Battaglii, 
iib. 200 — Bartolomeo Barbarossa, 1. 200 — M.° Fran- 
cesco Ferrando, 1. 100 — Fioli di Jacomo Marengo, 1. 100 
— Zo. Antonio Dalberto, 1. 200 — Prete Berlendo 1. 100. 

SignaL Jo: Ja: Fer. 

(A tergo): Prudenti Viro, Polestati Trivillij nostro 
dileclo. 

Anno 1499. — Capitoli presentati da Trevigliesi ai provve- 
ditori veneziani Marco Antonio Mauroceno e Mel- 
chiorre Trevisano (Nell'Archivio della Comunità di 
Treviglio). 



Secolo XVI. 

Armo 1509. — Scrittura colla quale Nicolò Memo pode- 
stà, Giustiniano Morosini provveditore veneziano, 
cedono a patti la terra di Treviglio ai Francesi 
(Nell'Archivio di Treviglio — Dal Lodi, Opera stam- 
pata e manoscritta). 

1509. Indictione 12, die Dominico, 15 mensis aprilis. 
Retrovandosi lo Esercito francese grandissimo cerco a la 
terra di Trivi Ilio, e essendo essa terra senza munizione, 
gente e armi; e avendo essi Francesi piantato grande ar- 
tiglieria cerco a la terra, e dato principio a voler cavar 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 307 

l'acqua fuora del fosso della terra, e tuttavia crescendo 
le genti, e artiglierie, e non aspettando essi uomini di 
avere alcuna munizione, quantunque più volte, e massime 
per messi, e ambasciatori suoi mandati dalia illustrissima 
signoria, e li signori provveditori di campo, e dalli ma- 
gnifici rettori di Bergamo e di Cremona, offerendoli la 
fedeltà sua, e li cuori (sic) sii ricercatole averne per 
defenderse, e sempre gli è stato, massime per lettere dal- 
l'illustrissimo ducal Dominio. Dat. a Venezia, alli 5 aprile 
che dovessero reposare sopra loro, che li manderiano mu- 
nizione, e che sariano date per li magnifici signori prov- 
veditori generali di campo, del che mai s'è veduto effetto 
alcuno insino a quest'ora, ita che la terra è senza ogni 
suffragio e soccorso da ogni banda, e speranza di potersi 
diffóndere dagli nemici, massime etiam che li Stradiotti 
tutti quanti sono fuggiti fuori della terra e andati via 
abbandonandola in tutto. Si sono condotti nel pubblico 
Palazzo li magnifici Dno Nicolao Memo podestà de dieta 
terra, Dno Justiniano Morosino provisore, lo signore Vi- 
tello capo de ballestrieri , Dno Vincenzo Naldo capo di 
mille fanti, e lo signore Brazo de Fortebrazi, e tra loro 
avendo consultato le cose predicte, hanno fatto intendere 
il tutto alli uomini di essa terra, quali hanno risposta 
essere pronti, e apparecchiati per dover esponere la pro- 
pria vita, moglie e figliuoli, e facoltà loro per diffondersi 
con tutta la possibilità sua se il modo ci sarà, il che si 
vede da nessun canto. Imo si dubita in tutto del pericolo 
e ruina universale della terra, se Dio onnipotente non 
gli provede, e loro signori, alli quali esso popolo in tutta 
si rimette, offerendosi in tutto ad obbedire e fare quanta 
gli sarà commandato per quelli, ma che vogliono prove- 
dere da poter salvare, e essere contenti di non lasciar 
andar la terra a saccomanno, e perder la vita e la roba, 



308 PARTE PRIMA 

© minar insieme colle signorie sue, offerendosi essi uo- 
mini toglier ogni diffesa possibile al numero per far quanto 
per loro gli sarà ordinato. Quibus attentis avuto parla- 
mento insieme li prefati magnifici signori; e ben consul- 
tato il tutto circa i predetti parlamenti hinc inde facti, e 
visto la impossibilità di potersi mantener per le rason 
preditte, e considerato dei doi mali aversi ad elegger li 
minore, a tutti è parso meglio prender partilo di poter 
salvare la terra, e gente d'arme se sarà possibile, e non 
lasciar in tanto pencolo, il quale si vede ad occhio per 
essere il campo cerca la terra grosso, e tuttavia ingros- 
sandosi senza alcuna speranza di soccorso, massime avendo 
li predetti nemici richiesto di venir a parlamento, sono 
stati contenti essi magnifici podestà, provisore, e capitani 
di venir a parlamento. E per far detto effetto, hanno 
eletto i prefati signori Vitello, e Brazo una cum M. Ste- 
fano Ferrando dottore e cavaliere, e M. Nicolò Giozzo 
Dottore, i quali simul et semel, e unitamente vadano, e 
cercano de intendere tutto quello e quanto domanderanno, 
e esporanno essi nemici, e inteso il tutto, non facendo 
conclusione alcuna, debbano ritornare e riferire tutto quello 
che sarà detto, a ciò super inde si possa deliberare quello 
sarà per il meglio. I quali signori e dottori avendo avuto 
parlamento con i signori Francesi accampati cerco la terra, 
ritornarono indietro cum far la relazione. Che omnino vo- 
levano essi Francesi aver la terra predetta cum tutta la 
gente d'arme e uomini a discrezione delia vita, e della 
roba e non altrimenti, e circa questo non gli era reden- 
zione, né più oltre si dovesse parlare. E inter cetera vo- 
levano le loro forza, e a discrezione li prefati magnifici 
podestà , provisore e capitani con la gente d' arme. Le 
quali relazioni udite, intesa e ben ruminate, buttandosi 
nelle braccia dell'Onnipotente Dio, sperando che miseri- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 309 

cordia avesse loro e non crudeltà, essi magnifici podestà, 
provisore, e capitani di campo e detti uomini accettarono 
di andar a presentarsi avanti li predetti signori Francesi, 
e domandargli grazia e misericordia cum salvamento delle 
persone loro, e tutta la gente d'arme simul cum el dicto 
popolo e così li andarono. De le quali cose li prefati ma- 
gnifici signori hanno commandato a me Orfeo Daiberto 
notajo pubblico, e ditti uomini mi hanno pregato che ne 
dovessi rogar pubblico istromento per onor di sue signorie 
e di uomini, acciò sempre apparisse; che per loro era 
usato ogni diligenza circa le predette occorrenze. E questo 
presenti Bettino de Salvetti, Johanne de Monzii e M. Johan 
Petro Angostano, e molti e molti altri. Ego Orpheus Dai- 
bertus fil, q. Antonii habit. diete' Terree Trivillij publicus 
Imperiali auctoritate Notarius hoc Instrumentum jussus, et 
rogatus ut supra tradidi et subscripsi. 



Anno 1509. — Capitoli presentati da' Trevigliesi al re 
di Francia Luigi XII, confermali il giorno M luglio 
(Nell'Archivio della Comunità di Treviglio). 



Anno 1523. — Capitoli presentati da' Trevigliesi al duca 
Francesco II Sforza e confermati il 20 gennaio (Nel- 
l'Archivio della Comunità di Treviglio). 



Anno 1557/ — Capitoli presentati da' Trevigliesi al re 
di Spagna Filippo II (Nell'Archivio Comunale di 
Treviglio). 



21 



310 PARTE PRIMA 

Anno 1578. — Editto di censura ecclesiastica intimata 
dall' arcivescovo Carlo Borromeo a* Trevigliesi (Dal 
Lodi , Opera manoscritta). 

Comandiamo dunque per questo nostro Editto alla Com- 
munità, Consiglio, e persone particolari di Trevi di qual si 
voglia stato e condizione che sia, che non ardiscano fare 
officj, e opere di qual si voglia modo per impedire e proi- 
bire tacitamente o espressamente, diretta o indirettamente 
in qual si voglia modo e via per sé stessi, o per altri 
uomini, o donne di qual si voglia stato o condizione, di 
andare e stare in detta chiesa, o prediche, lezioni, messe, 
vespri e altri divini officj, orazioni, scuole della dottrina 
cristiana, e alle sante comunioni, e a ricevere altri sacra- 
menti sotto pena dell'interdetto quanto all'università, e di 
escomunicazione quanto alle persone particolari, d'incor- 
rere ipso facto, dalla quale non possono essere assoluti se 
non da noi, o da altri nostri deputati spezialmente per 
questo, eccetto in articolo di morte. A quelli poi che hanno 
già fatto simili officj e impedimenti, comandiamo sotto el 
medesime pene, che le revochino espressamente e levino. 
A quelli anco che sanno, ed hanno notizia di chi per ad- 
dietro ha fatto simili proibizioni, impedimenti e officj, cioè 
di far partire, o che non andassero uomini o donne alla 
detta chiesa, particolarmente la domenica di mattina delli 22 
del presente, comandiamo sotto pena di escomunicazione 
da incorrersi ipso facto, che fra tre giorni lo rivelare e 
darne notizia al reverendissimo monsignore Porro proto- 
notario apostolico nostro visitatore e deputato da noi in 
questa causa, e passato detto termine si dichiareranno e 
pubblicheranno scomunicati tutti quelli che ne avranno 
avuta notizia, se non avranno notificato in detto termine 
come di sopra; senza altra ammonizione. Di Trivillio il 22 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 311 

t 

giugno 1578. E il presente Editto non si abbia da levare 
da alcuna persona sotto la medesima pena della scomu- 
nica. Jo: Baptista Bonacina de mandato. 



Secolo XVII. 

Anno 1609. — Capìtoli presentati da' Trevigliesi al re 
di Spagna Filippo III (Nell'Archivio Comunale di 
Treviglio). 



FINE DELLA. PARTE PRIMA. 



PABTE SECONDA 
NOTIZIE TOPOGRAFIGHE-STATISTIOHE 



TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 



PARTE II. 

NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STATISTICHE 
DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 

CAPITOLO I. 



Topografia antica di Treviglio in varie epoche — Sua condizione 
materiale moderna — Sua popolazione — Innalzato al grado di 
città. 

Il porgere un'esatta descrizione topografica del- 
l'antico Treviglio è cosa assai malagevole, a cagione 
che alcuni de'suoi più vetusti monumenti, quali erano 
le fortificazioni, ed il castello di cui era guernito, 
andarono fatalmente distrutti nelle rovinose vicende 
dei secoli scorsi, altri furono atterrati ne' tempi pre- 
senti per dar luogo a moderne abitazioni, di modo 
che ben poche tracce rimangono della sua antica 
condizione. Tuttavia però co' documenti, colle me- 
morie manoscritte lasciateci dal Lodi, e con alcune 
pitture, state eseguite da mano maestra in epoca in 
cui Treviglio aveva ancora non pochi avanzi di forti- 
ficazioni, e che ho fatte riprodurre in fotografia r 



316 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE STATISTICHE 

illustrandone la presente opera, potrò presentare un 
semplice abbozzo di Treviglio antico, il quale, seb- 
bene incompleto , nondimeno soddisferà in parte la 
curiosità degli amatori di cose patrie. 

Che Treviglio avesse un castello prima del secolo 
decimo terzo, ce ne porge un incontrastabile argo- 
mento il privilegio conceduto nel mese di gennaio 
dell'anno 1147 dall'arcivescovo milanese Oberto al- 
l'abate del Monastero di S. Simpliciano, in cui ve- 
diamo nominata la possessione di Trivillio Crasso, 
cum Castro. 

È certo che in sul principio il circuito di questa 
terra e del castello sarà stato assai limitato; in 
appresso per le immigrazioni e per le continue 
guerre avrà avuto maggiore ampiezza. Infatti il 
Lodi nella sua opera manoscritta così discorre degli 
incrementi che Treviglio ebbe nelle successive epoche. 

Nel libro I.° ove parla della sua origine, narra 
che « questa terra in processo eli tempo fu fortifi- 
cata, cinta con tre fossi, con i suoi terrapieni, e 
vennero aperte quattro Porte che furono addiman- 
date con nome proprio per loro differenza , imper- 
ciocché quella verso Milano la chiamarono Porta 
Torre, perchè guidava ad una torre lontana da Trevi 
quasi un miglio, se pur con altri non volessimo dire 
che si chiamasse così, perchè in quella contrada abi- 
tarono per qualche tempo i Torriani; quella verso 
Bergamo vien addimandata Porta del Zenurio per 
una chiesa fuori della terra fabbricata in onore di 
S. Zenone vescovo, come si ricava da alcune anti-, 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 317 

che scritture, contro l'opinione di alcuni, che dicono 
chiamarsi del ledano (Zeduro) , quasi che la gente 
di quella villa in questa parte edificata, come gente 
dura, fosse stata l'ultima ad acconsentire di concor- 
rere a fabbricare la terra; quella verso Brescia si 
addimandava Porta d' Orlano, perchè conduceva ad 
Oriano villa del Bresciano, ora dal volgo nominata 
Porta Stoppa, stata chiusa, e fabbricatane un' altra 
dopo, con miglior architettura per corrispondenza 
dell'altra, detta Porta Nuova. Quella finalmente 
verso Crema Porta del Filagno vien nominata, pel 
grande numero di donne filatrici di lana che in quella 
parte della terra abitavano più che altrove, imper- 
ciocché in questi tempi ivi si trovavano molti lavo- 
reri di lana. » 

Nel 1405 la Comunità di Tre viglio, a maggior 
sicurezza della terra, faceva fabbricare nei boschi 
confinanti a Treviglio « a vista di Trezzo, una Torre 
di pietre cotte molto alta, dal volgo chiamata Guar- 
dato cca, per essere nei boschi. Questa fu fabbricata 
in quel luogo per mettervi sopra la guardia per av- 
visare in tempo di scorrerie i terrazzani; e trova- 
vasi fuori di Porta Torre; oltre alla detta Torre, 
quest' anno medesimo si circondò da quella parte 
quasi tutta la terra di Trevi , con un fosso molto 
largo, non lungi dalla stessa terra più che un mi-, 
glio, detto il fossato vecchio, sebbene dal volgo con 
vocabolo corrotto è chiamato fossato vcdrio. » (1) 

(1) Lodi: opera manos., pag. 2*28 e seguenti. 



318 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

I Veneziani poi, nell'anno 1451 « facendo essi non 
picciol conto della terra di Trevi, sì per la sua gran- 
dezza, e sì per la moltitudine del popolo, come anche 
per esser quasi la chiave della Cera d'Adda e luogo 
più insigne che in queste parti verso lo Stato eli 
Milano possedessero, non lasciarono qualsivoglia arte 
per renderlo più forte, e più sicuro, fortificandolo 
in modo che a guisa di ben munita città la ri- 
dussero. 

« Essi procurarono che, invece di quei tre fossi che 
la circondavano, formato ne fosse e profondato uno 
solo, ampio e di quella grandezza che ora si vede,, 
aggiungendovi congegni mediante i quali rimanesse 
copioso d'acqua.... 

« Inoltre per maggiormente abbellirla e fortificarla 
la fecero cingere di mura con sedici torricelle a suo 
luogo ben compartite, per mantenervi le guardie in 
tempo di guerra. Di più le mura furono abbellite 
co' suoi merli intorno, con eguale distanza fra loro, 
architettura in quel tempo assai ragguardevole. Di- 
cesi che in quest' occasione fosse trasportato il ^Ci- 
mitero, e questo per guadagnare luogo alla piazza, 
perchè si trovava dalla parte della chiesa antica 
verso mezzogiorno. » (1) 

In quanto agli edifìci interni, di cui era decorato 
Tre viglio , il • Lodi e' informa che neh' anno 1506 
« il 18 del mese di novembre, essendosi più volte 
trattato nel Consiglio di far il mercato e mantenerlo 

(1) Lodi: opera manos., pag. 348 e seguenti. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 319 

con ogni comodità, vennero in parere di riformare, 
anzi fabbricare in miglior forma il portico del sale, 
il quale era avanti la porta dell' Osteria del Castello, 
e avanti le botteghe de' macellari, dirimpetto alla 
chiesa maggiore di S. Martino, e che ivi si fabbri- 
casse un bello, eminente ed ornato palagio, che sa- 
rebbe stato grande ornamento della terra e della 
piazza, e sotto a quello si sarebbe comodamente fatto 
il mercato delle biade ed altre cose , sopra la qual 
proposta fatta la debita considerazione intorno alla 
spesa che si sarebbe fatta; finalmente fu conchiuso 
che i consoli e i procuratori della Comunità, con 
ogni prestezza, provvedessero di colonne, e di tutta 
quello che faceva bisogno, per dar principio quanto 
prima ad essa fabbrica. E perchè così di subito 
non si sarebbero trovate le colonne di pietra, fu 
data imposizione a Pietro Mandati console, che per 
allora facesse coprire esso portico, allungandolo verso 
mezzogiorno sino alla pietra posta per confine della 
piazza, facendo fare questo con minor spesa fosse 
stato possibile, per aversi a distruggere poi, quando 
si fosse fatto il detto nuovo Palagio, il che ser- 
visse per allora a forestieri per mettere al coperto 
le biade, persone e loro bagagli. » (1) 

Tutti questi edifici furono distrutti, o rimasero 
incompiuti nell'infausto anno 1509, quando Tre viglio 
fu saccheggiato ed abbruciato dai Veneziani. 
Però nel successivo mese di agosto di quel me- 
li) Lodi: opera manoscritta, pag. 650 e seguenti. 



320 PARTE -II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE- STATISTICHE 

desimo anno i consoli della terra « ordinarono di 
riedificare il Molino fuori Porta Torre, il Palagio 
della Comunità, le botteghe ch'erano sotto il portico 
del sale (che si ergeva innanzi la porta del Castello, 
e delle botteghe dei macellai) e le case dei prestini 
per poterle abitare e affittare conforme al solito. » 
E nel susseguente anno 1510 ripararonsi le mura 
.e Porte della terra , state rovinate dall' artiglieria 
dell' esercito Veneto , al quale effetto fu spesa la 
somma di mille ducati imperiali. Nel 1592 final- 
mente diedesi principio nel mese di settembre al 
Palazzo nuovo della Comunità. (1) Intorno a questo 
palazzo della Comunità che è l'attuale che sorge al 
lato settentrionale della piazza di S. Martino, sti- 
miamo necessario il qui esporre per intero una 
preziosa memoria manoscritta ed inedita , composta 
dal fu consigliere Gerolamo Compagnoni, indefesso 
studioso e raccoglitore di cose antiche, gentilmente 
comunicataci dal reverendo sacerdote Luigi Compa- 
gnoni. 

« Egli è fuori di dubbio, che verso la metà del 
terzo decimo secolo, fu fabbricato il palazzo del 
Comune ossia Pretorio, nel quale, a norma degli 
Statuti, doveva risiedervi l'autorità per ammini- 
strare la giustizia civile e criminale, e convocarsi il 
popolo. 

« Nello svolgere gli antichi documenti, avvegnaché 
molti sieno andati perduti, mi è riuscito rinvenire 

(1) Lodi: opera manoscritta, pag. 650, 774 e 1124. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 321 

tre pezze nel- prezioso codice degli Statuti, che met- 
tono in chiaro il padronato ed il possesso della con- 
troversa proprietà- (1), e ; portano in fronte la rispet- 
tabilissima data di cento e più anni. Eccone la prima: 

— Nell'anno' 1486 in giorno di martedì del mese 
di marzo. Convocato il popolo di Trevi nella piazza 
al suono del Rengo (2) fu pubblicata e letta in vol- 
gare la prefata lettera ducale di parola in parola 
come sta scritta per me Giovanni Antonio Ayberti, 
Notaro della Comunità di detto Castello stantem super 
Lobi a (3) del palazzo novo di detto Comune alla 
presenza di grandissima moltitudine di popolo. '— 

" « Altro documentò giustificante' la proprietà è il 
seguente:- 

— Nell'anno 1490 in giorno di domenica 17 di 
gennaio.- Convocato il popolo di Trevi nella piazza 
pubblica di detto Castello col suono del Rengo. Io 
Giovanni Antonio De Ayberti, Notaro della detta 
Comunità, stando super lohia palatii novi, ho letto 
e pubblicato e : volgarizzato per' piena intelligenza 
agli astanti le lettere' ducali...., ecc. — 

« Finalmente nello stèsso 1 codice, a foglio 146, 
al titolo — De Vicario — si ordina , che debba lo 
stesso Vicario esercitare il suo uffìzio — super pa* 
latto novo di eli Comuni* uhi celebrantur Consilia... -* 



(1) Sembra che nell'anno in cui il Compagnoni^ orapìlò la presene 
memoria, che fu l'anno 1805, fosse sorta una controversia fra il Gp- 
mune ed il Governo intorno alla proprietà del Palazzi. 

(2) Cioè al suono della campana con cui convocava si il popo'o. 

(3) Balcone, chiamato anche Parlerà. 



322 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STATISTICHE 

« Nell'anno fatale a Trevi, 1509, quando l'esercito 
Veneto lo saccheggiò, che per levare l'ingorde sol- 
datesche fu d'uopo consegnarlo alle fiamme nel giorno 
dieci di maggio, in cui perirono le abbreviature di 
24 Notari, venne rovinato il Palazzo, che sempre 
col nome di Novo venne chiamato , e come pure 
quasi tutti i pubblici edifizi. Nel seguente agosto 
fu ordinato dai consoli che si facessero riedificare il 
Molino fuori porta Torre, e parimenti il Palag io del 
Podestà, ed altri edifici di proprietà comunale. 

« Ma le grandi miserie che afflissero la nostra 
patria ne' susseguenti anni , cagionate dalla peste , 
dalla grandine, dalla fame e guerre continue non lo 
permisero, mentre ritrovo che nell'anno 1517 si fece 
altro decreto in cui si dice che il prodotto di alcune 
multe dovesse essere impiegato per la fabbrica del 
Palazzo del Comune, pel quale nello stesso anno al 
primo di settembre fu ordinato doversi prendere un 
imprestito. 

« Che questo Palazzo d'ordine gotico in allora 
fosse finito , oppure non piacesse a' Trevigliesi, egli 
è incerto , mentre dopo il lasso di 75 anni trovo 
l'annotazione fatta dal nostro storico Lodi, che nel- 
l'anno 1592 nel mese di settembre si diede principio 
al Palazzo novo della Communità, ove si tiene ra- 
gione. 

« La fabbrica riuscì maestosa, ebbe architettura 
romana, e l'edificio è quello che tuttora abbiamo. 
Circa la metà del passato secolo (XVII) fu abbellito 
con pitture: in esso fecero sempre residenza i Regi 



DI TREV1GLI0 E SUO TERRITORIO 323 

Pretori con la loro Corte pagati dal pubblico erario: 
le riparazioni, la manutenzione , e tutte le provvi- 
sioni perfino degli attrezzi di cucina furono sempre 
provveduti da Reggenti o Deputati del nostro Comune, 
uè troverassi mai che sieno stati pagati dal Go- 
verno o dal Magistrato Camerale anche in questi 
ultimi tempi in cui piacque all'Imperatore Giuseppe II 
di fare regi stipendiati il pretore, luogotenente (1) 
•e loro Corte, e di aggregarvi i limitrofi paesi che 
altre volte avevano il podestà feudale; con che però 
dovendosi dare un interno nuovo riattamento, fossero 
obbligati concorrere nelle spese del locale, e mante- 
nimento dei detenuti. Ciò non ostante la nostra Cassa 
comunale dovette ella sempre soccombere, e tuttora 
è la pazientissima creditrice di una quota, parte ar- 
retrata, non meno di altra spettante ai signori baroni 
Giovanetti. 

« Per pagare l'enorme debito di L. 344,714, di 
cui era caricato Trevi, il più contratto pel mante- 
nimento ed alloggi , e fazioni militari, dovette, per 
ordine superiore , alienare la maggior parte de' suoi 
beni, che nel secolo quartodecimo, per lui felicissimo, 
aveva acquistato. Dolente, vide privarsi delle più 
belle sue proprietà, possessioni fruttifere del Forna- 
sotto, Pradaione; i grandi edifìci della Resica, tor- 
chio e macina , tutto il caseggiato dell' osteria , e 
contigue case fronteggianti la piazza, dove altre 
volte erano i tre macelli ed il prestino, e perfino i 

{1) Cioè il podestà e luogotenente del podestà. 



324 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE- STATISTICHE 

boschi dove erano le annose querele che servivano 
per il riattamento della 1 Filar ola, furono venduti, e 
con questi il molino fuori di Porta Torre, ed i su- 
periori luoghi delle enunciate torri, con un quartiere 
militare, ritenutone un altro che è quello ove al 
presente abita la gendarmeria. 

« Se però mai vi poteva essere una proprietà che 1 
desse luogo a* poterne dubitare , certamente quella 
era delle fosse delle mura e bastioni che circondano 
Trevi, che essendo Castello o Fortilizio , si poteva 
presumere che appartenesse alla Regia Camera, o 
al così detto Demanio, ma siccome il Governo au- 
striaco ben sapeva che Trevi era stato in origine' 
Veditizio, che quelle furono scavate nel pròprio suolo, 

questi fabbricati col denaro di Terra facente da 
tè, libera, ed, avente mero e misto imperio, così, non 
die dubitarne della proprietà, approvò l' alienazione 
nell'anno 1794 con Decreto governativo esistente 
nell' Ufficio Censuario di questo Comune 1 sotto il 
giorno 20 di dicembre del detto anno, e le fosse, 
mura, e bastioni furono venduti, ed il ricavo versate 
nella Cassa comunale. » 

Il Lodi poi così descrive la condizione materiale 
di Treviglio nella prima metà del secolo decimo- 
settimo. 

« Stassene la terra di Trevi sopra eminente sito, 
quasi sul giro di due miglia , cinto eli forti ed alte 
mura, quantunque ora per l'antichità in alcuni luoghi 
cadenti, con sedici torricelle in uguale distanza com- 
partite, che a difesa della terra fabbricate si veg- 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 325 

gono.... Ha parimenti quattro Porte coi loro ponti 
levatoi; ed è circondato da larga e profonda fossa.... 
Dalle sopra nominate quattro Porte per diritto calle 
si fa capo alla piazza maggiore, che posta nel cuore 
della terra è molto ampia; per quattro vie lunghe e 
spaziose, oltre alle quali ve ne sono più altre minori, 
parte con capo, e parte no, le quali per ritorti sen- 
tieri a diverse parti della medesima terra condu- 
cono.... Nel mezzo (della piazza) verso Oriente sorge 
il Tempio maggiore dedicato al glorioso San Mar- 
tino.... e vedesi da esso spiccare una torre, o vo- 
gliam dire campanile, il quale, computata l'aguglia, 
ascende all'altezza di 125 braccia. Verso Settentrione 
della piazza, vedesi il palazzo della ragione di non 
mediocre grandezza, e di non ingrata prospettiva; 
il quale non solo serve per alloggiamento del po- 
destà ed altri giudici...., ma da molti anni in qua 
serve anche per la soldatesca regia, ergendovisi il 
corpo militare o vogliam dire di guardia...; verso 
sera evvi il Castello (1), dove di presente s'eserci- 
tano i due prestini, i tre macelli, e l'osteria..., evvi 
di più la macina del grano, la stadera del fieno, al- 
tre botteghe vili, torchio, ed il luogo nel quale si fa 
il pane; e nel medesimo luogo ancora (vi si raduna) 



(1) Ergevasi questo Castello nella contrada Torre, ed occupava 
un' area estesa , cioè dalla Piazza Maggiore sino all' attuale casa di 
proprietà dell' avvocato Redaelli ; il quale ci comunicò , che, avendo 
eseguito alcune riparazioni interne nella sua casa, scoprì muri di tale 
grossezza e durezza, che certo dovevano essere avanzi d'un antico 
fortilizio. 

22 



326 PARTE II. NOTIZIE T0POGRAFICHE-STATISTICHE 

il Consiglio dei dodici sapienti detto la Provvisione, 
ove convengono i Savi per negozi gravi e subitanei. 
Il rimanente del luogo della terra è dovizioso e vago 
per le moltissime case ivi nobilmente fabbricate; né 
è scompagnato dalla veduta di qualche palazzo e 
pel sito, e per l'architettura non ordinario; è ricco 
di molte belle e devote chiese ed ha quattro nobi^ 
lissimi conventi. Le abitazioni numerose, che attorno 
alla terra stanno, sembrano grossi borghi, e sono 
per lo più abitate da persone solite a lavorare alla 
campagna.... nò ivi mancano osterie a comodità dei 
forestieri fabbricate; ravvisonsi molini, ed artifizi di 
acqua per fender travi di qualunque maniera, ed in 
particolare ve n'è uno artificioso per arruotare e 
pulire le armi. » (1) 

La pianta topografica di Treviglio è tale di pre- 
sente, quale ci viene delineata e descritta dal Lodi 
nel secolo XVII; ad eccezione delle fortificazioni, delle 
mura e delle Porte che furono demolite, le fosse 

(1) Lodi : Breve storia delle cose memorabili di Trevi. Milano, presso 
lamellati, pag. 25 e 27. In quanto a molini, sembra che molti ne 
esistessero in Treviglio , poiché nella relazione dell' anno 1647 già 
accennata nella Parte storica, e che conservasi nel prezioso archivio 
storico del cavaliere Morbio, si fa cenno d'altro molino o torcitoio 
per la seta , che era costrutto a similitudine di quelli di Bologna, — 
« con mirabile artificio binava, torceva, (così dice la relazione) e 
puliva per via di ruote , mosse e girate dall' acqua coli' assistenza di 
poche persone tanta quantità di seta, quanta con ben dieci molini 
ordinari coll'opera e ministero di molti artefici non si saria potuto 
fare. Era l'ordigno degno d'ammirazione, come è degno di compati- 
mento la sua demolizione, seguita per pura impressione [sic) dei Da- 
ziari e forza del Regio Fisco. » 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 327 

asciugate e ricolme , e concesse nel 1794 ai pro- 
prietari delle case attigue che le convertirono in 
ortaglie. Ha estesi prolungamenti che potrebbero 
chiamarsi sobborghi, ed è girata da una bella strada 
di circonvallazione. 

In oggidì poi il paese fece i più rapidi progressi, 
in fatto di fabbricazione e di miglior ordine: sono 
ampie e pulite le contrade, belle le case e ve ne 
sono varie di signorili e di recente costruzione. Già 
da due anni si procedette con gran solerzia all' in- 
canalamento delle acque pluviali, il che giova non 
poco a conservare e ad abbellire le case. Alla illu- 
minazione notturna a olio fu sostituita in alcune con- 
trade quella a lucilina. Recentemente venne costrutto 
un bel Teatro, che si apre solo in alcune stagioni 
dell'anno, secondo le circostanze. Ha una biblioteca 
civica ricca di circa cinque mila volumi, la maggior 
parte donati dall'abate cav. Gianmaria Cameroni, 
morto il 15 di marzo del 1862. Ha un ufficio postale 
di 3 a classe, stazione telegrafica e della strada ferrata 
Milano, Treviglio, Venezia; e Treviglio, Cremona. 
Esso dista sulla linea della strada ferrata 32 chilo- 
metri da Milano, 20 da Bergamo, e 16 da Cremona. 

Nel 1860, l'8 di gennaio, per R. Decreto (1) cambiò 

(1) Ecco il Decreto: 

VITTORIO EMANUELE II. 

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME, ECC. 

Sulla proposta del Nostro Ministro segretario di Stato per gli affari 
interni, 



3*28 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STÀTISTICHE 

la sua intitolazione di borgo in quella di città. È 
sede del sotto-prefetto, del Consiglio di sanità del 
circondario; ha ufficio di registro, agenzia delle tasse 
dirette e catasto , pretura di mandamento con un 
sub-economato dei benefici vacanti, magazzino di 

Abbiamo decretato e decretiamo: 

ARTIC0L9 UNICO. 

Al Comune di Treviglio è conferito il titolo di città. 
Il Nostro Ministro predetto è incaricato dell'esecuzione del presente 
Decreto. 

Dato a Torino, addì 8 gennaio 1860. 

VITTORIO EMANUELE 

Contrassegnato : U. Rattazzi. 

Nella parte storica, appoggiandoci a quanto avevano lasciato scritto 
alcuni scrittori, riportammo che Treviglio era stato elevato a? grado dk 
città sotto Maria Teresa. Ora a rettificazione di questo errore in ar- 
gomento e per ulteriori nostre indagini dobbiamo riferire: che Tre- 
viglio sotto Maria Toresa era terra separata dal Ducato di Milano col 
titolo di Comunità, sotto Giuseppe li le fu conferito il t'tolo di Regia 
Comunità. Ai tempi delia Repubblica Cisalpina Treviglio fu capoluogo 
del distretto della Roggia Nuova, dipartimento del Serio, ed il M-jrone 
da Ponte neUe sue Osserva7Àoni su quel Dipartimento riferisce che 
nel 1797 fa Ghiaia d'Adda fu riunita all' ex Provincia Bergamasca. 
Treviglio poi sotto il primo Regno italiano fu in tutto pareggiato alle 
città, e ne ebbe anche il nome; vi risedette un vice prefetto, un 
cancelliere del censo, ed il giudice di pace. Sotto il dominio austriaco 
era capo luogo del distretto X della provincia di Bergamo e compo- 
nevasi di li comuni con 29,63k abitanti. Come capo luogo vi rise- 
deva un commissario distrettuale, e v'e*ra una pretura di 3 a classe. 
Nel 1840 i Trevi'gliesi fecero domanda che il loro comune fosse ele- 
vato al grado di città, ma il Governo austriaco la respinse; a motivo 
che Treviglio non aveva ancora tutte le condizioni necessarie per es- 
sere città. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 329 

generi di privativa, delegazione di pubblica sicu- 
rezza, stazione dei reali carabinieri, e carceri man- 
damentali. 
La sua popolazione variò come segue: 



Nel 1790 . . 


. . Abitanti 5951 


» 1828 , .. 


. . » 8136 


» 1841 . . 


. . » 8528 


» 1845 . . 


. . » 8998 


» 1852 . . 


. . » 9692 



In oggi la sua popolazione di fatto, secondo il 
censimento 1861, conta abitanti 11,051 così costi- 
tuita: 

Maschi ........ 5532 

Femmine 5519 



Della popolazione di fatto, 8,733 appartengono ai 
sobborghi ed al centro; 2,318 abitanti alle cascine 
ed alle case sparse. Ha una superfìcie di 3009,21 
ettari. 

Trevigiio è capo luogo del Circondario II della 
provincia di Bergamo, con una superficie di chilo- 
metri 498,21, ed una popolazione di 97,278 .abitanti. 
Questo Circondario consta di quattro Mandamenti: 
Trevigiio Mand. 1°, Martinengo Mand. II , Romano 
Mand. Ili e Verdello Mand. IV . 



330 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE- STATISTICHE 

Dipendono dal Mandamento di Treviglio i seguenti 
14 Comuni: 



COMUNI 



© 

© 

co 

"o 

CU 

o 

Cu, 


Eiettori politici 

inscritti nelle 

ultime liste 


«S a 5 

C/2 43 "" 

-© 
892,89 


Distanza 
del Capoluogo 
di Circondario 
in Chilometri 


970 


18 


5,50 


2968 


29 


1141,54 


5,50 


1638 


14 


629,58 


3,50 


1484 


9 


446,31 


9,2 


7129 


120 


3166,62 


5,00 


1205 


10 


963,11 


4,00 


800 


2 


153,81 


- 5,25 


1183 


9 


608,84 


7,50 


1013 


19 


652,35 


8,00 


306 


2 


369,55 


5,75 


1022 


17 


579,08 


6,75 


910 


7 


487,08 


7,00 


1535 


23 


1030,83 


7,00 



Arsago 

Brignano. . . . . . 

Calvenzano 

Canonica 

Caravaggio 

Casirate 

Castel-Rozzone .... 
Fara d'Adda .... 
Fornovo S. Giovanni 
Massari Melzi .... 
Misano di Ghiaia d'Adda 

Pagazzano 

Pontirolo Nuovo . . . 



Nella circoscrizione elettorale politica Treviglio è 
11 Collegio 63 con elettori politici inscritti nelle ul- 
time liste N. 364; e, giusta la legge elettorale, manda 
a rappresentarlo al Parlamento Nazionale un depu- 
tato. Nella circoscrizione ecclesiastica dipende dalla 
Diocesi di Milano, ma segue il rito romano. In quanto 
all' istruzione pubblica si è largamente provveduto. 
Nel 1860 veniva decretato e nel 1861 attuato in 
Treviglio un Ginnasio, al quale fu poscia accordato 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 331 

la parificazione, più una scuola tecnica , una scuola 
normale maschile con convitto, le quattro scuole 
elementari comunali sì maschili e sì femminili, un 
asilo infantile e diverse scuole private per la fan- 
ciullezza. 



CAPITOLO IL 



Istituii di pubblica beneficenza — Ospitale di S. Maria — Orfano- 
trofio femminile detto il Conventino — Luogo Pio Elemosiniere 
— Asilo Infantile Carcano. 



La pietà dei maggiori non omise di provvedere al 
sollievo dei poveri con ogni maniera di benefiche 
istituzioni. 

Sono in Tre viglio: 

L' Ospitale di S. Maria. — Fondato da Beltrame 
Buttinone nelP anno 1316 , con suo testamento del 
giorno 14 di novembre in atti dott. Albertino Pavere 
notaio di Treviglio, alle seguenti condizioni: «che fos- 
sero eredi ,de' suoi beni mobili ed immobili e ragioni 
tutti i poveri di Treviglio, con questo però che si 
facesse detto Ospitale pei poveri ed infermi ad onore 
di Nostro Signore e della gloriosa Vergine, e fosse 
chiamato Ospitale di Santa Maria di Treviglio; che 
la Comunità di Treviglio dovesse esserne il diffen- 
sore e reggitore in perpetuo d'esso Ospitale; che 
il Comune dovesse eleggere due uomini di buona 
coscienza, i quali governassero e conservassero i 
beni ed altre cose appartenenti a detto Ospitale, e 



334 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

distribuirli ai poveri per amor di Dio; che due della 
famiglia Buttinoni, i quali fossero suoi parenti, do- 
vessero insieme con altri due della Comunità eletti, 
governare e distribuire detti beni ai poveri e cam- 
biarsi ogni anno (Vedi documento I. Testamento 
Buttinone). 

Ebbe i suoi primordi nella casa stessa del fonda- 
tore, vicino alla porta del Zedurio , avente sbocco 
anche nella via che conserva tuttora la denomina- 
zione: vicolo dell'Ospitale Vecchio; ove rimase sino 
all' anno 1782 , nel qual anno, essendo avvenuta la 
soppressione delle monache Clarisse di S. Pietro, 
alcune persone ottennero dalla generosità di Giu- 
seppe II di convertire il locale di quel Monastero 
in uno dei più ampi, comodi e salubri Ospitali. Così 
infatti esprimeva un'epigrafe che si leggeva sino a 
questi ultimi tempi all' esterno della sala riservata 
agli uomini, che prospetta verso l'interno del paese, 
e che chiude il vicolo che si denomina appunto dello 
Spedale. 

HOC OL1M MONIALUM C.ENOBIUM 

UT IN SALUBERRIMAM .EGRORUM SEDEM 

VERTERETUR 

MUNIFICENTE JOSEPHI II C.ESARIS AUGUSTI 

SOLERTISSIMI LOCORUM CURATORES 

OBTINUERE 

ANNO DOMINI MDCCLXXXII 

Sino ad epoca recente il corpo principale dello 
stabilimento era composto dell' infermeria che pro- 
spetta verso l'interno della città, e dalle altre due 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 335 

traversali alla stessa. Nel 1836 fu eretta un'altra 
sala in prolungazione della prima e che sbocca sulla 
strada di circonvallazione, in guisa che lo spedale 
presenta ora la precisa forma d'una croce , co' suoi 
quattro bracci pressoché aperti, aventi nel centro un 
altare ove celebrasi giornalmente la messa. Due di 
questi bracci sono destinati per gli uomini, gli altri 
due per le donne. 

Il servizio sanitario è disimpegnato da un medico 
chirurgo per gli uomini, e da un altro medico chi- 
rurgo per le donne, suppliti in caso di malattia od 
impedimento da un terzo medico chirurgo e coadiu- 
vato pei servizi più facili da un chirurgo minore. I 
due medici curanti ordinari hanno per maggior co- 
modità la casa d'abitazione di proprietà dello stabi- 
limento e comunicante col medesimo, nessuno però 
è addetto esclusivamente all' Ospitale , ma tutti e 
quattro sono in condotta presso il Comune, dal quale 
anzi ricevono il maggior corrispettivo. 

Vi sono poi tre infermieri per gli uomini, e altri 
tre per le donne; una di queste tre persone per 
turno veglia di notte sugli ammalati delle rispettive 
sale, e nelle ore del giorno seguente, prestati i con- 
sueti servigi, ha la facoltà di lasciare lo stabilimento 
sino a sera per respirare aria più libera e compen- 
sarsi in certo modo del gravoso straordinario ser- 
vizio prestato. 

Per gli obblighi religiosi v' è un assistente spi- 
rituale addetto specialmente all' Ospitale , nel quale 
ha propria abitazione, ma sotto la dipendenza del 
capo della parrocchia, di cui l'Ospitale fa parte. 



PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STÀTISTICHE 

Pei bisogni economici amministrativi evvi un eco- 
nomo con casa esterna, ma vicina allo stabilimento, 
incaricato anche dell'accettazione degli ammalati, e 
ciò per maggior comodo degli ammalati stessi, ai 
quali era troppo incomodo per lo passato il procu- 
rarsi il biglietto d'ingresso dagli Amministratori che- 
in via ordinaria si radunavano una sola volta per 
settimana nell'ufficio dell'Amministrazione. V'è una 
guardarobiera custode della biancheria, una cuciniera 
con inserviente per minuti servigi, un portinaio che 
fa le veci anche di inserviente per l'ufficio dell'Am- 
ministrazione. 

11 numero dei letti giornalmente occupati in questo 
Ospitale fu nello scorso decennio in via adequata di 
circa settanta; nelle epoche però di maggior con- 
corso se ne contavano sino a cento, divisi sopra quat- 
tro infermerie principali per le malattie comuni , oltre 
diverse stanze di sussidio per le malattie speciali, 
e per le straordinarie operazioni chirurgiche. 

Hanno diritto di ricovero nell'Ospitale gli amma- 
lati dei Comuni di Brignano, Calvenzano, Castel-Roz- 
zone, Pontirolo nuovo e Treviglio. 

Varie largizioni di benefattori resero questo Pio 
Luogo possessore di molti beni stabili. 

Una beneficenza speciale disposta dal fondatore 
dell'Ospitale è quella di un pane di once 21 in forma 
di focaccia a ciascun capo famiglia della sua discen- 
denza, nel giorno di S. Antonio Abate, 17 di gennaio. 
In detto giorno distribuivasi pure un pane da once 
sette a cadaun povero di Treviglio; ma pei gravi 



IDI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 337 

isordini cui dava luogo siffatta numerosa distribu- 
zione venne, con Decreto arcivescovile 19 di dicembre 
del 1774, commutata in un pane di circa egual peso 
che si dà a cadaun convalescente del Comune di 
Tre viglio quando sorte dall' Ospitale. 

Altra beneficenza del fondatore stesso è quella di 
un pane da once sei per cadauna persona del Co- 
mune d'Arsago con tripla porzione ai componenti la 
famiglia De-Capitani d'Arsago residente in quel Co- 
mune, e doppia porzione ai membri delle famiglie 
stesse dimoranti fuori del paese, più una porzione di 
ceci sino al consumo di uno staio (ettolitri 00,2141); 
il tutto nel giorno di S. Lorenzo martire, 10 di agosto. 
Nel 1755 e 59 Carlo Alberto Vacis legava gran 
parte delle sue proprietà a favore dei poveri di Tre- 
viglio, lasciando amministratore il Pio Luogo sud- 
detto; e Cassandra Vacis legò la propria sostanza 
allo stesso Pio Luogo a favore dei poveri di Brignano 
e Calvenzano. 

Una beneficenza speciale è quella disposta da Ge- 
rolamo Agostani con atto 25 di aprile del 1763 rogato 
Luigi Canzoli ; dal Canonico Giovanni Battista Ago- 
stani con atto 27 di gennaio del 1761 rogato Francesco 
Bicetti de'Buttinoni ; e da Barbara Eberla con atto 7 di 
gennaio del 1789 rogato Compagnoni, i quali disposero 
che i frutti dei fondi e capitali da essi lasciati fossero 
convertiti in elemosine ai convalescenti del Comune 
di Treviglio, quando sortono dall'Ospitale. A questi 
ammalati, che sommano annualmente a circa 1200, si 
distribuiscono centesimi 40 cadauno. 



338 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE STATISTICHE 

Nei 1775 Alessandro Gavazzi legava i suoi beni 
coll'obbligo di ricevere gli ammalati poveri del Co- 
mune di Pontirolo, oltre quelli della propria discen- 
denza, a qualsiasi Comune appartenessero; e più tardi 
nel 1816 il marchese Antonio Aj mi Visconti vi assegnò 
una sostanza sufficiente perchè vi potessero essere ri- 
coverati due ammalati del Comune di Castel-Rozzone. 
E questi testatori e donatori vollero soggetti i loro 
lasciti alle condizioni stabilite dal primo fondatore. 

Un' altra beneficenza è quella disposta da Marco 
Carminati con atto 28 di febbraio del 1806 rogato Fran- 
cesco Maria Belloli, il quale dispose a favore dell'O- 
spitale alcuni fondi, la rendita netta dei quali (circa 
L. 300) restasse per una metà all' Ospitale a com- 
penso delle spese e retribuzione per T Amministra- 
zione, l'altra parte da erogarsi a vantaggio dei poveri 
di Pagazzano per opera di quel parroco arciprete. 

Martino Seregni del fu Giacomo con atto privato 
fra vivi del giorno 6 di dicembre dell'anno 1860, 
in atti del notaio dott. Luigi Compagnoni, lasciava 
quasi tutta la sua sostanza di circa L. 50,000 in 
capitali, per mantenere col reddito tanti poveri vecchi 
del Comune di Tre viglio, inabili al lavoro. (1) 

(1) il Seregni morì il 21 di giugno del 1870, e vita sua naturai du- 
rante s'era riservato l'usufrutto di detta sostanza nella misura del 4 1[2 
per cento, lasciando il di più all'Ospitale a compenso delle spese d'Am- 
ministrazione. Questa beneficenza verrà attivata appena sieno estinte 
le passività incontrate nello scorso decennio per la tassa di trapasso 
deila sostanza, e per sostenere la validità dell'atto di erezione del Ge- 
•rocomio (ricovero pei decrepiti ed invalidi) , ia confronto d' altro atto 
precedente con scopi religiosi. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 339 

Altra beneficenza è quella disposta da Annoni 
Giambattista morto in Tre viglio il 13 di febbraio del 
1863, con suo testamento olografo 28 di dicembre del 
1854, col quale, previo alcuni tenui legati, e salvo 
l'usufrutto a favore della tuttora superstite, sua mo- 
glie, disponeva del resto della sua sostanza a fa- 
vore della fabbriceria parrocchiale, determinando il 
modo speciale d'erogazione delle rendite, e chiamando 
l'Amministrazione dell'Ospitale a sorvegliare l'esatta 
esecuzione della sua volontà, con sostituzione anche 
di erede qualora la fabbriceria parrocchiale man- 
casse all'adempimento de' suoi obblighi. L'Autorità 
politica rifiutò alla fabbriceria l'autorizzazione d'ac- 
cettare l' eredità , e la accordò invece con Reale 
Decreto del 24 di aprile del 1864 all'Ospitale, al 
quale venne infatti aggiudicata dalla locale Regia 
Pretura con suo Decreto 5 di novembre del 1864, 
N. 6083. La rendita della sostanza Annoni, consi- 
stente in stabili pel valore di L. 23,000, va ero- 
gata nel mantenere nell'Ospitale i poveri ammalati 
del Comune di Treviglio, un giorno di più del con- 
sueto dopo la conseguita guarigione. 

Martinelli Maria Domenica vedova Redaelli, con 
suo testamento del 12 di maggio del 1863, in atti 
del dott. Pietro Agostino Cameroni, legò all'Ospitale 
un capitale di L. 25,000 esente dalla relativa tassa 
di trasmissione, pel ricovero di cronici del Comune 
di Treviglio. 

Il signor Tomaso Crivelli dispose che l'interesse 
del capitale di lire dodici mila, prezzo da lui sborsato 



340 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

per procurare al Comune l'area occorrente per un 
nuovo mercato di bovini, venisse dal Comune stesso 
corrisposto all'Ospitale pel ricovero e mantenimento 
di vecchi impotenti al lavoro. (1) 

Pio Luogo Elemosiniero. — Questo Istituto altre 
volte luogo Pio dell' Assunta , di ignota ma anti- 
chissima origine, ha per iscopo di sussidiare i mise- 
rabili , e di erogare dote a povere spose del paese 
in numero di trentanove. Il suo patrimonio aumen- 
tato da legati pervenutigli, tra i quali da ultimo 
uno di L. 7000 , consiste in beni stabili , capitali e 
livelli, da cui ritrae il reddito annuo di circa L. 6000. 

Orfanotrofio femminile detto il Conventino. — 
Venne istituito dal Canonico Giacomo Coreggio, già 
rettore dell'almo Collegio Borromeo in Pavia, nel- 
l'anno 1836 allo scopo di ricevere dodici povere or- 
fane, ed istruire gratuitamente le fanciulle miserabili.. 
L' Amministrazione dei redditi è tenuta dalle suore di 
Carità, ' tutelata da' patroni nominati dal fondatore, 
cioè Nazari senatore avv. Giovanni Battista (2) e 
suoi discendenti in linea di primogenitura , ed il 
M. R. preposto parroco prò tempore. 

Il suo patrimonio è formato di beni stabili e ca- 
pitali attivi che possono dare un annuo reddito di 
circa lire mille. 

Asilo infantile maschile. — Scopo di questo Pio 

(-1) La maggior parte delle notizie intorno aU'Ospitale di S. a Maria 
mi vennero gentilmente comunicati dal signor ragioniere Bartolomeo 
Ferri. 

(2) Ora defunto. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 341 

Luogo si è la custodia diurna dei bimbi poveri di sesso 
maschile dell'età dai due a circa cinque anni. 

Ne fu fondatore D. Carlo Carcano, che in sua 
morte legò all'uopo la somma di L. 20,000. 

Di presente i redditi di tale istituto vengono in 
parte alimentati dall' ammissione all' asilo dei bimbi 
delle persone agiate, per ognuno dei quali si paga 
una piccola somma mensuale per l'istruzione e cu- 
stodia che hanno comune cogli altri. 

11 locale ove trovasi la scuola infantile è di pro- 
prietà del Luogo Pio Elemosiniero, che dietro supe- 
riore autorizzazione ne ha accordato F uso gratuito* 
sino a che i redditi della recente fondazione possano 
soddisfare 1 ' affitto. 

Luogo Pio Delia-Porta. — È un legato del nobile 
signor Giacinto Delia-Porta, fondato nel secolo pas- 
sato, col quale si assegnano annualmente delle doti 
di milanesi lire quaranta in favore delle novelle spose 
povere del paese che celebrino il loro matrimonio 
nella festa ed all'altare di S. Antonio Abate, nella 
chiesa parrocchiale. 

Il suo patrimonio consiste in una casa colonica con 
annessavi ortaglia e fóndo separato, che in complesso 
dà un reddito annuo di circa settecento lire. 

Per ultimo aggiungeremo più estese notizie (tratte 
da un libro manoscritto intitolato Luoghi Pii , 
lavoro di Gian Alberto Pino, che ci fu cortesemente 
offerto dal sig. rag. Bartolomeo Ferri) intorno a due 
Istituti eli beneficenza che esistevano anticamente 
in Treviglio, e dei quali abbiamo già fatto parola 

23 



342 PARTE II. NOTÌZIE TOPOGRAFICHE -STATISTICHE 

nella parte storica: V Ospitale dei Pellegrini ed il 
Monte di Pietà. 

Il primo fu fondato da Simone della Piazza con 
suo testamento 29 eli agosto dell'anno 1529 in atti 
del notajo di Treviglio De-Capitani d'Arsago; allo 
scopo d'alloggiare in esso ospitale per un giorno ed 
una notte i poveri pellegrini di passaggio per Tre- 
viglio, provvedendoli delle cose necessarie pel vitto. 

A tal uopo lo dotò con tutta l'eredità sua, con- 
sistente in beni situati nel territorio di Treviglio. 
Esecutori di questa sua volontà nominò i suoi amici 
prete Bernardino Berlendi, Ettore Maria Ferrando, 
Giovanni Martino San Pellegrino, Giovanni Agostino 
Carminati ed Ambrogio Canzolo; in mancanza di 
essi, i loro figli legittimi di linea mascolina in per- 
petuo. 

Volle che si ergesse l'ospitale nella sua casa, che 
ohiamossi poi la Pellegrinerà. (1) 

« Passò un tratto di quasi treni' anni, in cui non 
si trova che i deputati scelti dal fondatore eseguis- 
sero cosa alcuna, forse per la calamità dei tempi, 
laonde risiedendo a quei tempi in Trevi Gerolamo 
Federici* vescovo di Marturana, si maneggiò in modo, 
che gli eletti dal Piazza rinunciarono all'amministra- 
zione dell'ospitale, rimettendola alla scuola del San- 
tissimo Sacramento, come consta da pubblico i stro- 
fi) « La via che da uà anno si denomina di Bartolomeo Bozzone, 
fa sempre chiamala Vicolo della Pietà; il che fa credere che il Monta 
di Pietà fosse situato iella casa attigua alia chiesa maggiore, ove la 
fabbriceria tiene tuttora il suo ufficio. » Annotazione del rag. Ferri. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 343 

mento del mese di maggio dell'anno 1561, appro- 
vato poi con autorità pontifìcia tanto dal cardinale 
Giovanni Battista Cicada, del titolo di S. Clemente, 
ospitaliere universale in Roma, quanto dal cardinale 
S. Carlo Borromeo arcivescovo di Milano , delegato 
apostolico, come consta da Bolle autentiche, in virtù 
delle quali avendo il priore e confratelli della scuola 
del Santissimo accettato il carico dell' amministra- 
zione per sé e loro superiori in perpetuo, il giorno 
30 di maggio del 1563 presero essi la residenza nella 
casa dell'ospitale de' Pellegrini. 

« Al tempo dei Francesi che sul principio del cor- 
rente secolo (forse il XVIII) svernarono in Trevi, 
siccome monsù di Bisci (forse per De Boisy) lor 
commandante faceva condurre prigione ogni pelle- 
grino per esaminarlo, e siccome negli anni susse- 
guenti i Tedeschi dopo i Francesi dissiparono le 
suppellettili dell'alloggio, così l'ospitale ne rimase 
privo, né mai più si rifece; laonde i pellegrini ri- 
cevettero, invece di albergo, soccorso di denaro. » (1) 

Monte di Pietà. — Nel 1623 venuto a morte 
Pietro Terni, con suo testamento del giorno 14 di 
ottobre dell'anno suddetto, nominava erede univer- 
sale ed amministratrice della sua sostanza la scuola 
del Santissimo Sacramento, con che si ergesse a 
vantaggio dei poveri un Monte di Pietà,, che dasse 
senza interesse niente più di uno scudo per ogni 
pegno, da chi volesse denari ad imprestito. Dopo la 

(J) Dal libro marcs. di Gian A 'berlo Pino, intitolate: Luoghi Pii. 



344 PARTE IL NOTIZIE TOPOGRAFICH.E-STÀTISTICHE, ECC. 

sua morte r la scuola , accettata l'eredità di lui , ne 
vendette i beni, dal prezzo dei quali ricavò la somma 
di quattordicimila lire. 

« Proseguissi ad esercitare questa j opera pia a 
sollievo dei poveri fino all'anno 1658, nel quale ve- 
nuto in questi contorni di Gera d'Adda l'esercito 
francese, guidato dal duca di Modena, i saccomanni 
di quella gente, scortati da alcuni malnati di Trevi, 
vennero a dar il guasto alle sostanze di questa terra, 
e rubarono singolarmente tutti i pegni, ed il de- 
naro del Monte di Pietà. Così perdutosi il capitale 
del Monte, ne rimase estinto l'esercizio. » (1) 



(1) Dal libro manoscritto del Pino intitolata: Luoghi Pii. 



CAPÌTOLO III. 



Industria e commercio di Treviglio ne' tempi andati e al presente 

Suo mercato — Storia del medesimo — Fiera di S. Martino. 



L'industria ed il commercio non occupano certa- 
mente un posto secondario in Treviglio. 

Se diamo un' occhiata ai temp i passati , in cui 
Treviglio contò fino a dodici mila, abitanti, i quali 
convien credere che si saranno alimentati colPindii- 
- stria ed il commercio, troviamo che sino alla fine 
del secolo XV vi fiorì Y arte della lana , portatavi 
per certo dagli Umiliati che, come vedemmo, vi si 
.erano stabiliti nel 1299, e tanto prosperò, che nella 
più volte citata relazione presentata da' Trevigliesi 
nel 1647 al Governo spaglinolo si fa cenno che 
sino al 1509 esistettero dm grandissimi lavar eri di 
lana, che rimasero distrutti in quell'anno fatale, e 
non sono mai più stati rimessi; di più noi vedemmo 
che un quartiere di questa terra chiamavasi col 
nome di Filagno che tuttora conserva, appunto 
perchè in quella parte Ad avevano molti opifìci di 
lana, e vi abitava gran numero dà donne filatrici. 



346 PARTE II. NOTIZIE TGPOGIUFICKE-STAT1STICHE 

Sembra poi che a quei tempi in Treviglio si co- 
noscesse molto bene anche l'arte di fabbricar tap- 
pezzerie di filo di lino o di lana, chiamate col nome 
di arazzi, che servono ad ornamento dei tempj e 
sui quali trovansi intessuti per lo più fatti desunti 
dalle sacre storie. In fatti il Canapini .Maurizio nella 
sua .Descrizione dell'insigne Basilica di S. Giovanni 
Battista di Monza, che conservasi manoscritta nella 
Biblioteca Ambrosiana, a pag. 20, ove parla degli 
arazzi che si espongono in essa Basilica nel giorno 
del santo titolare, dice, che una certa tradizione 
vuole che sieno stati lavorati in Treviglio. 

Queste industrie, dopo la calamità del 1509, scom- 
parvero, nò più tornarono in fiore. 

Tuttavia anche in oggi Treviglio si mantiene 
florido nell'industria, e nel commercio, e ogni arte 
ha il suo coltivatore. 

Il setificio è ora uno dei rami più importanti del- 
l'attività industriale trevigliese, ed è d'un' assai be- 
nefica influenza sulla popolazione bisognosa, la quale, 
passata la stagione dell'allevamento dei bachi, trova 
mezzo di prossimo lavoro. 

Fra i stabilimenti pel lavoro delle varie qualità 
di sete tanto italiane quanto estere primeggia quello 
condotto dalla ditta Cesare Bozzetti e Compagni. 

La sua origine è antichissima. Nell'anno 1826 era 
diretto dal signor Giovanni Maria Mandelli, il quale 
ne ampliò i lavori, attivando nuove macchine e 
nuovi riordinamenti. Nel 1834 passò nelle mani del 
suo figlio Andrea. In esso sono impiegati circa 300 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 347 

persone eli varia età e vario sesso; e qui si raduna 
un capitale eli lire quarantamila all' incirca per molti- 
plicarsi e ritornare nella via del commercio. Il fila- 
telo è reso attivo da due motori idraulici composto 
di settanta valichi, con altro motore che mette in 
attività l' incannatoio, straccannatojo, binatojo e ri- 
spettive macchine di tour s- compiei. 

Di simili stabilimenti, ma di minor importanza, se 
ne potrebbero contare in Tre viglio buon numero, 
fra i quali primeggiano quelli dei signori Crivelli, 
Bornaghi , Redaelli , De-Gregorj , che in complesso 
terranno occupate più di 800 persone. Ne devesi 
ommettere quello condotto dal signor De-Ponti. 

Sebbene di minor importanza, meritano tuttavia 
una distinta menzione le concerie di pelli, massime 
per la rilevante importazione di valonea e di scorze 
di alberi che annualmente abbisognano per la fab- 
bricazione di questa manifattura. Né insignificante 
per Treviglio è il prodotto delle fabbriche di candele 
di sego, d'aceto e di mostarda. Tutte queste indu- 
strie sono pei Trevigliesi oggetto di considerevoli 
importazioni delle materie prime , e sorgente di 
grandi esportazioni dei loro prodotti. (1) 

« Oltre gli artefici che occorrono alle molte e 
varie officine di Treviglio, vi sono altresì tutti 1 quelli 
che richiedonsi per costrurre qualsiasi macchina ed 
ordigno di filatoio o eli filanda: che peritissimi sono 



(1) Bonalumi: Cenni Statistici-economici sull'industria e commercio 
di Treviglio. 



in quest'industria, e i loro lavori si spediscono non 
solo nelle provinole lombarde, ma nelle venete an- 
cora. (1) 

« Ma ciò che rende più ragguardevole questa 
piccola citta è l'esteso suo commercio, il valore delle 
derrate e delle merci, comprese le proprie manifat- 
ture, die presuntivamente si esitano ogni anno dai 
Traviglieli, viene calcolato in L. 8,012,0(30. Questa 
cifra comprende anche il valore delle esportazioni, le 
quali complessivamente ammontano a L. 4/202,120, 
cioè per Milano L. 2,906,070; per Bergamo L. 840,130; 
per altri luo« hi L. 489,920. ->> ' 

Il mercato che si tiene m Treviglio ogni sabato 
è uno tra i più ragguardevoli dell rdia, 

singolarmente in bestì rosso, e molte volte 

sembra un; I ; 

La stolta di questo mercato è ariti mi Nel 

1 279 j avendo i Trevigìiesì ijui io e col- 

Fopera Guglielmo marchese di i upe- 

rare air rovo Ottone Visconti li Gì- Adda 

già occupata dai Torriani, ot1 citta di 

Milano oltre al privilegio della cittadinanza, anche 
quello di tener mercato ogni lunedì, e ciò che è 
curioso, tutte le Comuni vicine doveand frequentarlo. 

(1) Idem: Ibìd. 

(2) Idem: Ibid. Notisi che >e cifre qui esposte dal BorìsUiini sono 
d'una trentina d'anni or sono, in oggi calcolasi che- il totale com- 
mercio sia di circa 9,900,000 di lire, l'esportazione oltrepassi i quat- 
tro milioni. Visi calcolano circa 280 fra opificj, fabbriche ed officine, 
con 700 macchine e 2500 opeuaj, che abbracciano 70 diversi rami 
d'industrii, e producono pel vasare di circa cinque milioni di lire. 



DI TREV1GLI0 E SUO TERRITORIO 349 

lìeiìi quod Commune et homines de Trivillio de cost- 
iero possint exercere mercatum, quolibet die lunm 
ciihtslibet hebdomadce . . . . , et ad illuni mercatum 
homines locorum circumstanlium convenire possint 
et deberent. (1) Da questo privilegio di cittadinanza 
tuttavia ci risulta che prima del 1279, per tollerata 
consuetudine, e quando Tre viglio era semplice Co- 
munità campestre tenevasi di già un mercato, forse 
poi interrotto per le continue guerre, giacché in esso 
privilegio vi si fa cenno, colle seguenti parole: Si- 
culi soliti etani fu cere ab antiquo tempore licei 
nup r propter guerram fuissei inlerrupluni. (2) 

In progresso di tempo questo mercato crebbe a 
segno che i Trevigliesi nei capitoli che presentarono 
al duca Filippo Maria Visconti domandarono il pri- 
vilegio d'un altro mercato da tenersi al mercoledì; 
poscia nel 1449 coi capitoli presentati a Francesco 
Fo scari doge di Venezia, sotto la cui signoria eran 
caduti , ottennero il privilegio d' altro mercato da 
tenersi al venerdì; infine nell'anno 1453 da Francesco 
Sforza duca di Milano, loro nuovo signore, il privi- 
legio d'un terzo pel sabato. Ma ben presto i Trevi- 
gliesi s'accorsero che d'un grosse aveano fatti tre 
smilzi mercati, per il che in sul finire del secolo XVI 
giudicarono ottimo partito di ridurli di nuovo ad nn 
solo e conservarono il sabato, come giorno più op- 
portuno, essendo la vigilia d'una festa, e non ca- 



li) Vedi Documenti della Parte storica, documento anno 1279. 
(2) Idem: Ibid. 



350 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STATISTICflE 

dendo nello stesso giorno altro mercato fra i molti 
delle terre confinanti. 

Il centro del mercato è nella piazza maggiore ed 
in quella di Santa Marta, che ne è una continua- 
zione, ma la fòlla ivi troppo stipata diviene d'im- 
barazzo a se stessa e rigurgita nelle contrade e 
nella via di circonvallazione, onde direi quasi che 
l'intiera città è teatro del mercato. È inutile de- 
scrivere tutti quei filari di banche, di tende, quella 
schiera molteplice di corbe, di zane, di coltroni e di 
stuoje adagiate sul terreno, quei cumuli di sacchi r 
quelle spalliere portatili, in una parola, i depositi di 
quanto può offrire l'industria agricola, manifattu- 
riera e commerciale della città e di molte terre an- 
che lontane. Ciascuno sa che cosa voglia dire mercato 
e quali ne siano i costitutivi e gli accessori , onci 'io 
m'accontenterò di ripetere che il mercato di Tre vi- 
glio, avuto specialmente riguardo alla varietà delle 
derrate che vi si vendono, è uno dei più floridi mer- 
cati settimanali della Lombardia. Dobbiamo aggiun- 
gere che ad oriente del paese ove la via di circon- 
vallazione, che lo divide dai sobborghi, si allarga in 
una piazza quadrangolare, havvi un altro centro di 
mercato, che è quello del bestiame. Là sono cavalli 
da lavoro, asini, muli, pecore, ma particolarmente 
branchi di vacche e buoi, e mandre di porci. All'e- 
stremità opposta, sulla piazza chiamata da tempo 
immemorabile il R ève li ino, evvi il mercato delle 
piante, che, com'è naturale, si riduce a nulla fuori 
dell'epoca delle piantagioni. 



_..__ ., 

Il trevigliese Bonalumi faceva ascendere a cento 
mila il numero di forestieri che frequentano questo 
mercato, e a due milioni di lire il denaro che an- 
nualmente era posto in commercio. Ma queste no- 
tizie danno, come abbiamo già detto, di trent' anni 
or sono. Attualmente e da ciati raccolti nel 1864 il 
commercio del mercato di Treviglio aumentò di 
molto. In fatti in quell'anno si ebbe uno spaccio di 
trenta ai quarantamila capi di bestiame per un va- 
lore di un milione e novecento lire a due milioni 
all'anno, e vi si smerciano annualmente più di cento- 
trenta mila ettolitri di granaglie pel valore di due 
milioni di lire. 

Sotto il Governo italico e precisamente nel 1809 
Treviglio, sede allora d'una vice-Prefettura, acquistò 
la facoltà di tener ogni anno, al ricorrere della festa 
del patrono S. Martino, istituita, come dice il Lodi, 
nel 1513, una fiera di tre giorni, ma non ardì mai 
giovarsene per tema forse eli pregiudicare al mercato 
del sabato. Nel 1862 circa questa fiera fu riattivata 
e non senza successo. 



CAPITOLO IV. 



Agricoltura nel territorio trévigliesé — Contratti agrari in uso nel 
medesimo — Irrigazione e sua storia. 



Il suolo del territorio trevigliese, quantunque molto 
ghiaioso, nulla ostante coli' irrigazione e con una 
concimazione saggiamente e generalmente diretta, 
lo si è recato a una fertilità che di poco ornai cecie 
allo stesso agro Lodigiano. 

La metà circa del suolo è data alla coltivazione 
del grano turco, che fra i cereali occupa il primo 
posto; dopo di esso il prodotto più copioso è quello 
del frumento, che parimenti vi vegeta mirabilmente. 
Calcolasi che ogni pertica di terreno rende sette staia 
di granoturco e tre staia e mezzo di frumento. Vi 
si coltiva ancora il miglio, la melica rossa, l'avena, 
la segale, il riso, il lino, e i legumi d'ogni specie. 

Al riso è solo acconcia la regione più bassa, del 
territorio, che si leva poco più di 100 metri sul 
livello del mare, resa più umida dai vicini Mosi, dai 
fontanili di Fornovo, e dalle acque delle bassure di 
Morengo e Caravaggio. La sua coltivazione occupa 



uno spazio di 800 ettari; e dà circa dodici mila et- 
tolitri di riso, negli anni ordinari. 

Di maggior conto è il prodotto dei fieni e del lino, 
la cui coltivazione si avvicenda coi cereali e forassi. 

Il gelso è coltivato in larga proporzione, ed ab- 
bondante è il prodotto della foglia. 

'La vite eziandio vi prospera sopratutto in vici- 
nanza dei villaggi, ove ottiene miglior coltura e 
maggiori cure; ma il raccolto non è il più interes- 
sante, né per la quantità dei vini, né pel loro pre- 
gio, essendo sempre deboli, e di poca durata. 

In quanto ai contratti agrari che sono più in uso 
nel territorio trevigliese, un egregio nostro econo- 
mista lasciò scritto che nella « Ghiara d'Adda, paese 
irriguo, si concentrano quasi tutte le specie dei con- 
tratti agrari immaginabili. Ivi si trovano piccoli af- 
fìtti in denaro con riserva al proprietario della foglia 
dei gelsi, piccoli affitti in denaro completo, affitti a 
grano come nell'alto Milanese, mezzerie, e tutti questi 
contratti si alternano in mezzo a fondi amministrati 
secondo il sistema della vasta coltura. La poca fer- 
tilità della maggior parte di quel paese costringe 1 
proprietari a far molto calcolo delle piantagioni , e 
fra queste non solo dei gelsi e delle viti ma ben 
anche delle piante di frutta , specialmente delle pe- 
sche , perciò si adottò la piccola coltivazione, che è 
più omogenea a questi ultimi prodotti. Nella Ghiara 
d'Adda si trova qualche esempio di mezzeria per- 
petua. Queste mezzerie perpetue non presentano alcun 
risultamento favorevole, come avviene di tutto ciò 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 355 

a cui si vuol imporre un carattere inalterabile 
nel mondo economico tanto soggetto a muta- 
menti. » (1) 

« Però il contratto eli mezzeria o mezzadria (lat. 
colonia paritaria fr. metayage), pel quale i prodotti 
del fondo si dividono per metà fra proprietario e 
contadino, è quello che "ivi può essere riguardato 
come il concetto fondamentale di cui tutti gli altri 
sono modificazioni. » (2) 

L'irrigazione, come abbiamo già detto, è di somma 
importanza, per la prosperità del suolo trevigliese. 
Di sua natura incoerente , e permeabile in sommo 
grado, colla costante sua inclinazione verso meriggio, 
non frutterebbe che poco grano turco e scarsi fo- 
raggi, se non si avessero traciotte acque fecondatrici. 
Ad estendere però ancora di più questo beneficio 
converrebbe migliorare il sistema irrigati vo , aprir 
nuovi canali, e usufruttare scaturigini che ora vanno 
in tutto od in parte disperse. 

Le acque irrigatorie per la Ghiara d'Adda si ca- 
vano dall'Acida medesima, ma più ancora dal Brembo, 
e queste in ispecial modo servono ad inaffìare il ter- 
ritorio trevigliese. 

Dalla sinistra dell'Adda le due principali deriva- 
zioni sono la Vailata poco sotto la foce del Brembo, 
e il Ritorto poco sopra l'incile della Muzza. 

A sinistra del Brembo si derivarono le seriole 

(1) Jacini: La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lom- 
bardia, parte V, cap. IV, pag. 317. 

(2) Idem: \bid. 



356 



PA!,TE IL NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATiSTICHE 



Brembilla, Visconti, Treviglvese e Mehi. Tutti questi 
canali alimentano cereali, prati perenni e risaie, 

Diamo qui un prospetto della loro portata y e le 
superficie irrigate, (1) 



Fiirme ! Canal 



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é sinistra 

Brembì) 

a sinistra 



Véjlatà i Canonica'] 3,75 



RÌUTt( 



Cassano 



Seriola | 
Er mbiila Treviolo 



j Seriola 
Visconti 

Sevi da 
Trt-viglies' 

Seriola 
Mei zi 



Breoabate 



1,50 

2,00 
3,00 

i.oo 



Territorio j 

irrigato e qualità | 

delia coltura | 



45000 | Ghiara d v Aèda ; 
e CresD3sco- I 
Cereali, Ubo, I 
prato e risaie. I 



98000 



19500 
26000 
39000 
13000 



Ghiaia d'Adda 

e aito Gremi- 
sco - Cereali, 
prati e risaie. 



La Comunità di Treviglio, per avere il totale do- 
minio e le ragioni delle acque del Brembo, ebbe a 
sostenere in vari tempi liti e contrasti con altri Co- 
muni. Importantissima è questa materia delia acque, 
per il che stimammo necessario il tessere breve- 
mente la storia dell' irrigazione trevigliese ; imita 

(ì) Lombardi?» E.: Sistema irriguo àeJli Lombardia. Miiano, (STjft. 
Notisi che in questo prospètto sono comprese le superficie, irrigate 
non solo delia Ghiara d'Adda, ma anche del Crrxnascfc 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 357 

dall'opera manoscritta del Lodi, da quelle del Giulini 
e del Ronchetti, come pure dagli atti e privilegi che 
conservami nell'Archivio Comunale di Treviglio, che 
riporteremo in compendio e cronologicamente nella 
parte riservata ai documenti. 

Il primo tentativo d' estrarre dal Brembo acque 
irrigatorie, per adacquare il territorio trevigliese, ebbe 
luogo al tempo dei Visconti. Galeazzo figlio di Mat- 
teo Visconti approfittando della signoria che suo 
padre aveva acquistata sulla città di Bergamo, do- 
mandò al Consiglio di quella città la concessione di 
estrarre dal fiume Brembo una roggia al di sotto 
del Ponte di S. Vittore di Brembate per condurla ad 
inaffiare i suoi beni, ch'eran situati ne' territori di 
Casirate e Brignano. A tal uopo inviò a quella Co- 
munità, come suo ambasciatore, Filippo degli Affori 
cittadino milanese per ottenerne la licenza , che a 
pieni voti gli fu accordata (Vedi documenti, Epitome 
Privìlegiorum Trivilii prò aqais Brembi, N. II), con 
patto, che per tale concessione non acquistasse ra- 
gione alcuna di sopra della bocca di essa roggia, né 
al di sotto, il che avvenne il giorno 18 di dicembre 
dell'anno 1301 , essendo podestà di Bergamo Jea- 
naccio Seimbene, ed assessore e vicario Roggiero di 
S. Michele. 

Tale concessione però non fu mandata ad effetto 
da Galeazzo, imperocché dai Torriani cacciati i Vi- 
sconti da Milano, dei vasti fondi dell'esiliato Galeazzo 
andò al possesso Mosca della Torre, il quale mandò 
a sua vclta presso la Comunità di Bergamo Guidone 

24 



358 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICIIE-STATISTICHE 

da Como suo famigliare in qualità a" ambasciatore, 
affinchè fosse a lui confermato il privilegio ch'era 
stato concesso al Visconti. Fatta domanda il 19 di 
ottobre del 1305, fu da Rizzardo di Pietra Santa po- 
destà di Bergamo, dagli anziani della città Genevrino 
Crotta e Ribaldo Schene , e da' savi di provvisione 
Guidotto Bonzi, Guidotto di Rivola, Ghisalberto dei 
Carpioni e Roberto della Crotta , e finalmente dal 
generale Consiglio nel dì seguente accordato con 
patto , che per questa concessione non s' intendeva 
che il Tornano acquistasse alcuna ragione nel fiume 
Brembo, e che al Comune di Bergamo, o a qualsi- 
voglia persona della città o distretto, fosse lecito il 
potersi servire dell'acqua d'esso fiume, siccome si 
poteva fare avanti essa concessione. Tale concessione 
fu fatta per 200 anni avvenire (Vedi il N. Ili e IV 
dell'Epitome Privilegiorum , etc.) 

Le cose rimasero in questi termini sino a tutto 
l'anno 1306, quando nel susseguente anno 1307, es- 
sendo venuto a morte Mosca Torriani, e succedutogli 
nel governo di Milano Guidone suo cugino , questi 
volendo provvedere a' suoi privati interessi , deter- 
minò di fare il cavo della roggia, che fu poi chia- 
mata la roggia di sotto, (1) di già conceduta dal 
Comune di Bergamo a Mosca. 

Ciò inteso dai Trevigliesi, e considerando essi l'e- 
vidente utilità, che detta acqua avrebbe recata ai 
loro terreni, tosto presero l'ottimo consiglio, per po- 

(1) E oggi la Moschetta. 



DI TREVIGLIO E SUO TERR»TORIO 359 

tersi servire dell' istessa roggia , di concorrere alla 
spesa insieme col detto Guido Torriani. Laonde dopo 
lunghi trattati si deliberò confermare il detto ne- 
gozio con pubblica scrittura rogata da Giovanni Prie- 
none notaio di Trevi il 6 di marzo dell'anno 1309 
(Vedi Epitome Prioilegiorum, etc, N. V) coi seguenti 
patti: che la Comunità di Treviglio fosse obbligata 
fare il cavo del vaso della roggia dal fiume Brembo 
sino a quel luogo dove fosse stata divisa l' acqua 
d'essa roggia. Parimenti che la Comunità di Treviglio 
fosse obbligata fare la bocca, e la chiusa di detta 
roggia, mantenerla, e farla accomodare ogni volta che 
fosse bisogno. Che fosse obbligata pagare la metà del 
prezzo delle terre per le quali fosse fatto il cavo 
sin a quel luogo , dove fosse divisa l' acqua. Che 
l'acqua di detta roggia fosse divisa in due parti, dove 
più fosse piaciuto al detto Guido, e ai maestri da 
esso eletti a questo effetto (la qual divisione fu poi 
fatta sopra il territorio di Treviglio, ove si dice alla 
Cavalca) ; e la metà di essa acqua fosse di Guido, e 
l'altra metà della Comunità di Treviglio libera, e 
assoluta, con gli infrascritti patti: che la Comu- 
nità di Treviglio dovesse avere l' acqua di detta 
roggia, e servirsene ad ogni suo comodo, utilità e 
beneplacito per tutto il territorio di Treviglio, e que- 
sto sopra la costa di Treviglio solamente; arrivata 
poi fuori del territorio di Treviglio, fosse del detto 
Guido per potersene servire come più gli fosse pia- 
ciuto. Parimenti che Guido potesse far condurre la 
metà di detta acqua per il territorio di Treviglio a 



S€0 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

suo piacere e sin dove a lui fosse piaciuto, pagando 
però il terreno secondo il giusto e conveniente prezzo, 
pur che non si servisse della sua metà dell' acqua 
nel territorio eli Treviglio di sopra della costa. Che 
la Comunità di Treviglio non potesse servirsi di 
quell'acqua per adacquare, né concederla ad alcuna 
persona disotto della costa, ma fosse libera del detto 
Guido. Fu anche posto per patto speciale , che , se 
per sorte la Comunità di Treviglio non facesse o 
mantenesse detta chiusa di detta roggia, Guido la 
potesse far accomodare , e servirsi di tutta 1' acqua 
della roggia, rinunciando in tal caso la Comunità 
di Treviglio ad ogni ragione che potesse avere. 
Nel 1311 i Trevigliesi ottennero dall'imperatore 
Enrico VII la conferma di questo loro diritto, pre- 
cedentemente acquistato per l'estrazione delle acque 
dal Brembo (Vedi Epitome Privilegiorum , N. VI). 
Provveduto così ai reali vantaggi di questa prima 
estrazione, ecco che nell'anno 1314, mentre i Trevi- 
gliesi stavan costruendo a spese comuni con quei di 
Bergamo una strada da Treviglio sino al luogo di 
Arcene , al profondare dei fossati scórsero che da 
questi scaturiva acqua in abbondanza , che avrebbe 
apportato grande utile ai vicini terreni; per il che 
di nuovo deliberarono mandare a Bergamo a nome 
della Comunità di Treviglio ambasciatori per doman- 
dar l'uso di quell'acqua sorgente. Di tal grazia fu 
intercessore Guglielmo Pusterla , che in allora era 
podestà di Treviglio, con due suoi rescritti uno del 
giorno 4 di marzo , T altro del giorno 7 di giugno 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 361 

di quel medesimo anno. (1) Laonde la città di Ber- 
gamo, radunato il Consiglio generale, ordinò « che 
tutta quell'acqua che sorgeva da' fossati che cava- 
vano quelli di Treviglio vicino alla strada, che era 
per farsi vicino alla terra d'Arcene, fosse concessa 
con piena ragione e libera licenza e potestà di con- 
durre tutta l'istessa acqua a suo beneplacito senza 
contradizione alcuna del Comune di Bergamo o di 
qualsivoglia altra università o particolar persona. » 
Questo privilegio fu conceduto agli uomini di Tre- 
viglio non solo per i molti e grandi servizi ricevuti 
da essi, ma anche per quelli che i Trevigliesi ave- 
van promesso di prestare colle loro genti e coi loro 
amici nell'esercito che il Comune di Bergamo pensava 
radunare contro i nemici e ribelìi di Bergamo e del 
Sacro Impero (Vedi Epitome Privilegiorum, N. Vii). 

Il cavo della roggia che doveva scorrere dal Brembo 
a Treviglio passava sopra i beni dei Canonici della 
chiesa collegiata di S. Giovanni Evangelista di Pon- 
tirolo Vecchio, laonde nel 1319 ne nacquero alcune 
discordie e pretensioni, le quali vennero poi nel sus- 
seguente anno 1320 appianate con istromento ro- 
gato il 20 di giugno dal notaio di Milano Piccardo 
da Fenegrò. (2) 

Ad ottenere l'intento di convalidare sempre più il 
loro diritto sulle acque del Brembo , i Trevigliesi 
nell'anno 1327 sollecitarono dall'imperatore Lodovico 



(l) Archivio Comunale di Treviglio. 
('2} Archi vo Comunale di Treviglio. 



362 PARTE II. NOTIZIE T0P06RAFICHE-STÀTJSTICHE 

il Bavaro un privilegio per la conferma di quanto 
ara stato loro concesso. (Vedi Epitome Privilegiorum, 
N. Vili), e appresso nel 1331 ne ottennero un al- 
tro da Giovanni re di Boemia (Vedi Epitome, eie,, 
N. IX), e in quell'istesso anno sembra, siccome os- 
serva il Griulini, « che i Trevigliesi dovettero avere 
una gran paura, che il re di Boemia, nuovo signore 
di Bergamo, volesse loro togliere l'uso di quell'acqua; 
poiché per ottenerne la conferma si ridussero a spen- 
dere mille e seicento fiorini d'oro di Firenze, pagati 
poi in Bergamo al conte Lodovico di Savoja, che li 
ricevette a nome del re. » (1) (Vedi Epitome, etc, 
N. X). 

Partitosi appena il re di Boemia dall'Italia per 
l'Àllemagna, i vari principi di Lombardia, non po- 
tendo più sopportare la di lui potenza , nel succes- 
sivo anno 1332 si ribellarono. I Trevigliesi, venuti 
all'obbedienza d'Azzo Visconti, deliberarono, coll'opera 
d'alcuni oratori, di ricorrere alla sua protezione per 
ottenere dal Comune di Bergamo la facoltà di cavar 
dal fiume Brembo di sotto del Ponte di S. Vittore 
una roggia, o due, abbisognando , oltre alle due già 
fatte. Era loro intenzione di fare le bocche delle rog- 
gie di sopra del fosso, il quale divide il territorio 
milanese dal bergamasco, tra il ponte di S. Vittore, 
e il Chieppo rotondo; opera che per allora non ebbe 
il suo effetto. Pertanto dall' istesso Azzo Visconti 



(1) Giulini: Memorie di Milano, ecc., voi. V, lib. LX1V, pag. 20G> 
edizione 1855. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 36B 

signore di Milano e di Bergamo furon mandati gli 
stessi oratori di Treviglio Vasono Rozzone e Bel- 
trame Buttinone, con sue lettere di raccomandazione 
alla Comunità di Bergamo; ove arrivati , fecero la 
loro domanda alla Provvisione dei Savi di Bergamo 
il 15 di febbraio dell'anno 1333, alla quale molti in- 
tervennero, e in essa da Pinalla Aliprando podestà 
della città di Bergamo fu chiesto Consiglio. La Prov- 
visione con sua deliberazione stabilì, che, purché dal 
Comune di Treviglio si fosse pagato il dovuto prezzo 
ai padroni delle terre, dove avea a farsi il cavo, se- 
condo il giudizio di due ingegneri comuni , si ese- 
guisse la volontà di Àzzo, e si assecondasse in ciò 
il suo volere (Vedi Epitome, eie, N. XI). E di questa 
-concessione ne fu rogato Giovanni Cavallo notaio di 
Bergamo e cancelliere di detta Provvisione, ordinando 
parimenti che le predette cose avessero forza di De- 
creto, ed ordine del Comune di Bergamo, secondo il 
beneplacito del detto Azzone. 

Dopo alcuni giorni essendosi determinati i Trevi- 
gliesi di fare il cavo per condurre detta acqua , vi 
si oppose vivamente Vincenzo Suardo cittadino eli 
Bergamo, che possedeva beni nel luogo eli Brembate, 
e in particolare ove si aveva da fare il cavo; di modo 
che dopo molti contrasti e liti Vincenzo Suardo e i 
sindaci e i procuratori del Comune di Treviglio fe- 
cero un compromesso nel detto Pinalla podestà; come 
appare da un sindacato fatto per istromento rogato 
il 25 di febbraio del 1333 da Beltramo Carcomanno no- 
taio di Milano, e sottoscritto da Facilino Secco notaio 



364 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE- STATISTICHE 

del Borgo di Caravaggio; col quale davasi ampia 
facoltà al suddetto Pinalla come arbitro di terminare 
tutte le liti, cause, questioni e controversie, che si 
agitavano, o potevano nascere tra esse parti, e so- 
pra di esse dire, pronunciare , sentenziare , e quelle 
amichevolmente comporre, come più gli fosse pia- 
ciuto. Ed affinchè esse parti avessero ad osservare 
tutto ciò, fu messa la pena di cinquecento lire im- 
periali per ciascuna parte, oltre le spese di tutto il 
danno ed interesse. 

Però , amando il Pinalla che questa faccenda si 
componesse amichevolmente, senza strepito di giu- 
dizio, e spese per amendue le parti, il giorno 12 di 
marzo di quel medesimo anno si venne alla conclu- 
sione definitiva della lite, cioè: che il detto Vincenzo 
Suardo fosse obbligato, e dovesse, secondo la licenza 
ed autorità del Consiglio generale di Bergamo, fare 
vendita a Pietro detto Vasono Rozzone, ed a Gio- 
vanni Dolzone, sindaci del Comune di Trevigiio, delle 
terre e possessioni situate nel territorio di Brembate 
Inferiore, ove si aveva a fare il cavo di dette roggie 
in quella più ampia forma, che ricercava il contratto. 
Di più volle, che i detti sindaci a nome della loro 
Comunità potessero senza impedimento alcuno con- 
durre detta acqua pei beni e cavo, come fosse loro 
più piaciuto, sin al Chieppo rotondo, il quale è ed era 
solito essere nel fiume Brembo, poco di sotto del luogo 
di Brembate, quasi vicino alla riva per 12 cavezzi(l) 

(i) Cavezza o trabucco che corrisponde a sei piedi agrimensori li- 
neari. Elia Lombardini. t Cavèzz o irabeucch. Misura di lunghezza 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 365 

in circa; di modo che sin al detto Chieppo e di 
sotto del medesimo, che per linea retta guarda verso 
mezzogiorno, fosse lecito alla Comunità e uomini di 
Treviglio far fare una buona e forte chiusa, come 
meglio fosse loro paruto, senza contradizione del 
detto Suardo, il quale prometteva di non molestare, 
né far molestare i detti sindaci, sotto qual si voglia 
ragione o pretesto; e vi pose la seguente riserva , 
che nella detta vendita non s'intendevano comprese 
le terre, possessioni, vaso dei molini, nò i molini, 
ovvero le ragioni , che eran solite essere di esso 
Suardo. Ed acciocché fossero adempite le suindicate 
cose del detto Suardo, l'arbitro Pinalla volle e co- 
mandò, che i sindaci del Comune ed uomini di Tre- 
viglio dovessero dare e pagare al Suardo fra otto 
giorni prossimi 200 fiorini di buon oro e peso, che 
ascendevano al valore di lire 325 imperiali; ed or- 
dinò che tutte le predette cose fossero approvate da 
ambe le parti fra otto giorni prossimi a venire; e 
ne fu fatta pubblica scrittura nello stesso giorno ed 
anno, in atti di Adamino de' Crenì notaio. In esecu- 
zione poi di quanto aveva comandato il Pinalla ef- 
fettuossi nell'istesso anno il 15 di giugno per parte 
de' Trevigliesi la compera dei terreni, del qual atto 
fu rogato Antoniolo Dolzone di Treviglio nel luogo 
di Curno del Vescovato di Bergamo nella casa di 
Giorgio Suardo (Vedi Epitome, N. XII, XIII e XIV). 

corrispondente a sei braccia cremonesi vecchie, che equivalgono a due 
metri e 90 centimetri. Trabucco, o fiorentinamente Passino. » Feri: 
Vocabolario Cremonese. (Cremona, Feraboli, 1847). 



SC6 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICIIE-STÀTISTICH3 

Con tutto questo però il desiderato fine di traspor- 
tare le bocche di sopra del fosso di Bergamo tra il 
Ponte di S. Vittore ed il Chieppo rotondo, non ebbe 
luogo. 

Assestata in tal modo la controversia nata col 
Suardo, i Trevigliesi nel susseguente anno 1334 de- 
liberarono acquistare da' Torriani il vaso della rog- 
gia, nominata la roggia di sopra, colla metà del- 
l'acqua dell' istessa roggia, la quale scorre sin al 
giorno d'oggi sopra il territorio di Treviglio, e l'altra 
metà va ai beni che possedevano i Torriani in Bri- 
gnano. Il contratto fu conchiuso il 27 di febbraio del 
medesimo anno con istromento rogato da Beltramo 
Carcomanno notaio di Milano. Con esso si stabiliva 
che il nobile uomo Corradino della Torre , figlio di 
Agostino, allora abitante nel borgo di Caravaggio, 
per sé, e come procuratore dei nobili uomini Adoardo, 
figlio del fu Paganino, Pancera figlio del fu Napino, 
e Armanno della Torre figlio del fu Moschino, con- 
cedeva ai consoli e delegati della Comunità di Tre- 
viglio la metà d'un acquidotto estratto dal fiume 
Brembo, e di là condotto al luogo di Fara, dove si 
doveva fare la divisione in modo che la metà di 
quell'acqua proseguisse il suo cammino al borgo di 
Brignano ed a quel territorio, e fosse dei signori della 
Torre; e l'altra metà si rivolgesse alla volta di Tre- 
viglio, e fosse de' Trevigliesi. Il prezzo della vendita 
fu di quattrocento lire imperiali (1) (Vedi Epitome, etc, 

(1) Che corrisponderebbero a quattordici mila e quattrocento lire 
milanesi, ed ora a lire italiane settemila e trecento 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 367 

N. XV). Non ostante la sollecita cura che i Tre- 
vigliesi avevano nel rendere copioso di acque il loro 
paese e regolare i diritti intorno alle medesime, tut- 
tavia ad ogni cambiamento di signoria risorgevano 
le liti pel loro uso. E così avvenne nell'anno 1340; 
imperocché essendo venute in quell'anno alla devozione 
dei fratelli Arcivescovo Giovanni e Luchino Visconti, 
zii di Azzone (poco innanzi passato a miglior vita), 
le città di Brescia e Bergamo, come coloro che posse- 
devano molti beni a Brignano, il 27 di marzo del- 
l' anno 1344 ottennero da Vincenzo Suardo , (che 
era stato investito già fin dall'anno 1339 del fiume 
Brembo, incominciando dal campo di esso insino al- 
l' Adda sopra la Canonica di Pontirolo Vecchio , ed 
anche di Brembate Inferiore, e parimenti della terra 
di Romano , in virtù d' un privilegio concesso in 
Monaco di Germania il 14 di giugno dello stesso 
anno, vedi Epitome, eie, N. XVI) essi signori Vi- 
sconti Giovanni e Luchino , non che i loro nipoti 
Matteo Galeazzo e Bernabò , ottennero (dico) in 
ampia forma , e in virtù di libera donazione , di 
poter pigliare 1' acqua dal fiume Brembo , e quella 
condurre a Brignano per adacquare le loro posses- 
sioni e beni, ovvero a qual si voglia altra parte, ove 
più fosse loro piaciuto, dando ai medesimi la facoltà 
di farvi una chiusa con muro o senza, ovvero altro 
lavoro, per servirsi di detta acqua, dichiarando an- 
cora che detti artifici o lavori fossero eseguiti da 
essi Visconti tanto pel Comune di Treviglio, quanto 
per qualsivoglia altro Comune, e questo non ostante 



368 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICHI-STATISTICHE 

qualunque patto o convenzione che essi uomini di 
Treviglio o altri avessero col detto Suardo di non 
impedire - 9 o far chiuse in detto fiume Brembo: di 
modo che il Comune ed uomini di Treviglio facendo 
i detti lavori o chiuse di volontà e licenza dei si- 
gnori Visconti non incorressero in pena alcuna: le 
quali cose il Suardo promise osservare sott' obbligo 
de' suoi beni con atto rogato dal notaio Beltramo 
Carcomanno di Milano. Nel medesimo giorno poi dallo 
stesso notaio fu fatta altra scrittura, nella quale sta- 
bilivasi che : il Suardo coi due precedenti compromessi 
25 di febbraio e 12 di marzo dello scorso anno 1333 
avendo conceduto alla Comunità di Treviglio di far 
chiuse o lavori di sopra ed a sera del Chieppo rotondo 
che sta nel mezzo del fiume Brembo, poiché ora in- 
vestiva d'ogni ragione a lui spettante in detta acqua 
i signori Giovanni e Luchino fratelli Visconti signori 
di Milano , e i signori Matteo , Galeazzo e Bernabò 
loro nepoti, dava licenza e concedeva a Martino 
Gavazio, console e sindaco del Comune di Treviglio , 
di poter far chiuse ed altri lavori di sopra ed a sera 
del Chieppo rotondo nel fiume Brembo a richiesta 
dei detti signori Visconti, promettendo di aver rata 
e ferma la detta licenza. (Vedi Epitome, etc, N. XVII 
e XVIII). Laonde Giovanni e Luchino signori di 
Milano, con lettere del 2 di maggio dello stesso anno, 
diedero ai Trevigliesi ampia licenza di fare libera- 
mente tutte le chiuse necessarie per far scorrere 
l'acqua nella roggia, la quale va verso Brignano, 
e verso Treviglio di sopra ed a sera del Chieppo 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 369 

rotondo (Vedi Epitome, etc, N. XIX). La stessa li- 
cenza fu concessa nella medesima forma da Matteo, 
Galeazzo e Bernabò, come si ha da altra lettera data 
in Milano, il 17 di giugno del susseguente anno 1345 
(Vedi Epitome, etc, N. XX). 

Appena ottenute queste licenze, nacquero diverse 
liti tra il Vincenzo Suardo e la Comunità di Trevi- 
glio, per ragione di certe roggie che quei di Treviglio 
eran soliti cavare dal fiume Brembo facendole scor- 
rere per le terre e il territorio di Brembate Inferiore, 
giurisdizione di Bergamo, al territorio ed ai molini 
di Treviglio. Principale argomento a favore dei Tre- 
vigliesi era, che il Suardo, per le rinunciate sue pre- 
tensioni, ciò non potesse negare , anzi eh' egli fosse 
caduto nella pena stabilita nei compromessi del 1333, 
da pagarsi alla terra di Treviglio. Al contrario il 
Suardo allegava che egli si poteva giustamente va- 
lere dell'acqua del fiume Brembo pel necessario ser- 
vizio di certi suoi molini, prati, e terreni; soggiun- 
gendo che quelli di Treviglio non potevano valersi 
di detta acqua, se non in certo modo e forma de- 
scritta già più volte nei menzionati compromessi. 

Finalmente nel 1346, per opera di comuni amici, 
si venne tra Vincenzo Suardo ed i sindaci e procu- 
ratori di Treviglio ad una transazione, colla quale 
il detto Suardo concedeva e dava volontariamente a 
detti sindaci e procuratori di Treviglio tutte le ra- 
gioni ed azioni utili e dirette a lui ed a' suoi eredi 
appartenenti che aveva nel vaso e ghiaia del fiume 
Brembo, e nelle rive zerbive e prative annesse ad 



370 PAIATE II. NOTIZIE TOPOGR.ìFICHE-STATISTICHE 

esso fiume, e particolarmente in quei luoghi, donde 
si conducevano, o si dovevano condurre le roggie, o 
le bocche delle roggie da quelli di Treviglio. In se- 
condo luogo rinunciava loro ogni ragione di poter 
pigliare, o condurre detta acqua dove più fosse loro 
piaciuto senza contradizione o molestia alcuna. I sin- 
daci e procuratori di Treviglio da parte loro scio- 
glievano il Suardo da ogni pena, nella quale fosse 
incorso per l' inosservanza di qualsivoglia sentenza 
seguita j ed eziandio da ogni spesa fatta o danno 
patito. E questa transazione fu confermata con scrit- 
tura pubblica nel luogo di Brembate di sotto nella 
corte del castello d'esso Suardo, il 13 di gennaio 
del 1346 , dal notaio di Milano Beltramo Carco- 
manno (Vedi Epitome, eie, N. XXI). Il 28 d'aprile 
poi di questo medesimo anno , Giovanni e Luchino 
Visconti signori di Milano e di Bergamo, ecc., con- 
cedevano con loro lettera al Comune di Treviglio il 
diritto di poter cavare ed estrarre dal fiume Brembo 
le due roggie, come già avevano ottenuto dal Co- 
mune di Bergamo, e diedero anco licenza al Suardo 
di poter vendere ed alienare ai Trevigliesi, senza in- 
correre in pena alcuna, le sue terre, possessioni, e 
ragioni per le quali si doveva far il cavo di dette 
roggie (Vedi Epitome, etc, N. XXII). 

Ordinate in tal modo le cose col Suardo, per ven- 
tiquattro anni continui i diritti d'acqua dei Trevi- 
gliesi non furono turbati, quando nel 1370 alcuni 
« delle terre di Ghiaja d'Adda con la loro audacia, 
temerità e superbia , di giorno e di notte , qualche 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 371 

volta alla palese, e talvolta furtivamente » mole- 
stavano i Trevigliesi nelle loro roggie e loro ragioni 
« condnoendo V acqua a loro beneplacito per adac- 
quare le loro terre, per' la qual causa ne sono stati 
commessi alcuni omicidi da certe persone di Ghiaja 
d'Adda contro le persone di Tre viglio » (1); per la 
qual cosa la Comunità si rivolse a Rodolfo Visconti, 
in allora signore di Tre viglio e della Ghiaja d'Adda, 
affinchè procedesse contro tali perturbatori, il quale 
con sue lettere scritte da Melegnano il 22 di set- 
tembre dell' anno 1371 comandò ai suoi vicari di 
Treviglio e di Ghiaja d'Adda, ed a ciascun di loro in 
solido, che « dovessero civilmente e criminalmente 
secondo la forma degli statuti ed ordinazioni di Tre- 
viglio , procedere contro chi si voglia , che si fosse 
servito di esse acque, o chiuso alcun condotto di 
quelle, come anco contro ciascuno che avesse ardito 
il' innovare cosa alcuna circa esse acque. » (2) 

Nel 1385 i Trevigliesi ottennero da Giovanni 
Galeazzo Visconti la conferma di tutte le ragioni, 
giurisdizioni e concessioni che avevano già ottenute 
dai magnifici signori Visconti di condur le acque per 
le loro roggie dal territorio di Brembate e dal fiume 
Brembo a Treviglio, e nel suo territorio. (3) 

Venendo ora ad esaminare le vicissitudini dell'ir- 



(1) Ricorso presentato dai Trevigliesi il 1370 al loro signore Ro- 
dolfo Visconti. — Archivio di Treviglio. 

(2) Archivio di Treviglio. — Lodi: Opera manoscritta, pag. 186 e 
seguenti. 

(3) Lodi : Opera manoscritta, pag. -01 e seguenti. 



372 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STÀTISTICHE 

rigazione trevigliese al tempo della signoria di Fi- 
lippo Maria Visconti, il primo fatto notevole che ci 
si presenta si è che poco tempo prima che la Ghiaja 
d'Adda venisse in possesso di quel duca, i Trevi- 
gliesi s'erano impadroniti del castello di Brembate 
Inferiore, e tal fatto appare dai capitoli che furon 
presentati dai medesimi, sotto l'anno 1412 a Filippo, 
ove è fatta domanda che « il duca si degni donare 
agli uomini di Treviglio il castello di Brembate In- 
feriore guadagnato dagli uomini di detta terra, e 
attualmente in loro custodia, atteso che esso castello 
è la custodia e difesa dell' acqua e acquedotti dei 
predetti uomini di Treviglio, senza la quale essi uo- 
mini non ponno stare né vivere, non avendo altra 
comodità di poter macinare. » (1) Al che il duca 
rispose che « era suo pensiero far custodire detto 
castello a suo nome a conservazione dello stato 
pacifico e delle ragioni dei predetti uomini. » (2) 
Di questo fatto successivamente non se ne fa più 
cenno, e sembra che i Trevigliesi non sian riesciti 
nel loro intento. 

Il vero si è che nel 1427 il duca Filippo confermò 
bensì ai Trevigliesi tutti i privilegi, che eran stati 
loro concessi per l'estrazione delle acque dagli im- 
peratori e suoi predecessori; ma del castello di Brem- 
bate non si fa parola (Vedi Epitome, etc, N. XXIII). 

Sotto l'anno 1434 nacque, tra la .Comunità di 

(1) Capitoli presentati al duca Filippo Maria sotto 1' anDo 1412. — 
Archivio di Trtviglio. — Lodi: opera manoscritta, pig. 240. 

(2) Idem : lbid. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 373 

Tre viglio e le Comunità di Vailate, Calvenzano e 
Casirate, una lite a cagione del cavo della roggia, 
chiamata, Nuova , che dovevasi costrurre nel terri- 
torio di Treviglio a benefìcio delle dette tre Comu- 
nità. La determinazione, come dice il Lodi, di fare 
tal cavo, era stata presa da quei di Casirate, Cal- 
venzano e Vailate per le seguenti ragioni. I Tor- 
riani, allorquando erano signori di Milano, «posse- 
devano nel luogo di Casirate molti beni, i quali erano 
irrigati da una roggia detta di Guido, così chiamata 
perchè fatta costrurre da Guido della Torre. Alie- 
nati diverse volte questi beni , ultimamente , cioè 
nel 1432, eran stati comperati dalla Comunità di 
Treviglio, (1) la quale in progresso di tempo ven- 
dette tutti i pezzi di terra a diverse persone , ri- 
serbando per sé Fuso dell'acqua della suindicata rog- 
gia, facendola correre nella roggia d'essa Comunità 
chiamata la Roggia di sotto, con distruggere il par- 
titore di essa, il quale era in quel luogo dove si dice 
alla Cavalca, vendendo il vaso di quella a diverse 
persone che avevano contigui i loro beni. » (2) In 

(1) 1 beni di Casirate, dopo la cacciata dei Ternani da Milano, 
passarono in proprietà del Visconti cbe li tennero fino al tempo èi 
Filippo Maria Visconti. L'anno 1420 pervennero in ragion, di feudo 
con le ragioni delle acque a Giac>ino diacono cardinale del titolo di 
S. Eustachio, consigliere del duca, poi a Lodovico e Giovarmi Battista 
suoi fratelli delia famiglia degli Isolani, quindi l'anno 1424, il 20 di 
settfmbre, gli Isolani fecero vecdita di lutti i beni di Casirate, con 
licenza del duca a Zanino Riccio p^r ti 500 fiorini. Morto che fu Za- 
nino Riccio, Facino e Giovanni Giacomo suoi fratelli ed eredi li ven- 
dettero Fanno 1432 il 10 di dicembre alla Comunità di Treviglio. 

(2) Lodi: Opera manoscritta, pag. 266-67. 

25 



374 PAKTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STAT1STICHE 

conseguenza di tal fatto, le suindicate tre Comunità 
presentarono ricorso al duca Filippo Maria affinchè 
fosse loro concesso « libera licenza e potestà d'al- 
largare ed aggrandire certa bocca d'una roggia che 
esce dal fiume Adda dalla quale si deriva l'acqua 
per irrigare il territorio della Comunità di Fara , e 
successivamente i prati d'una certa possessione della 
cascina detta la Biancanuda, (1) e di fare esso cavo 
(cioè la roggia Nuova) per i territori della Comu- 
nità di Fara e di Trevi , e di qualsivoglia altro 
territorio , e di poter cavare dal fiume Adda nuovi 
canali d'acqua da molino, e che possano condurre 
essa acqua per la roggia di Fara, ed il cavo che si 
farà di nuovo ai territori e possessioni di essi sup- 
plicanti, non ostante qualsivoglia legge, statuti, de- 
creti ed ordini in contrario , ai quali in quanto a 
questo effetto si voglia degnare far grazia di dero- 
gare, altrimenti detti supplicanti resterebbero dan- 
neggiati. » (2) Il duca con sue lettere patenti del 
medesimo anno s'accontentò di accordare quanto ri- 
cercavano i supplicanti. Non pertanto la -Comunità 
di Treviglio vi si oppose; ma in appresso, dopo molti 
contrasti e litigi, temendosi molto più che per l'av- 
venire non ne nascessero dei maggiori, il 22 di 



(1) È questa l'attuale Roggia Vallata che esce dall' Adda e pro- 
lungandosi sul territorio trevigliese riceve poi il nome di Roggia 
Nuova. 

(2) Ricorso, anno 1434, delle Comunità di Vallate, Casirate e Cai- 
venzano al duca Filippo Maria Visconti. — Archivi di Stato, Cartella 
Acque. — Sezione storica. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 375 

febbraio del 1434 con pubblica scrittura in atti di 
Bertono de' Caroti notaio di Treviglio si venne , 
conforme a quanto si era stabilito nella concessione 
ducale, ad amichevole accordo. 

L'anno 1446 ottennero i Trevigliesi nei capitoli 
che presentarono a Giacomo Lauredano, provveditore 
della Repubblica Veneta, la conferma delle loro ra- 
gioni d'acque, acquedotti, ecc. (Vedi Epitome, eie, 
N. XXIV). 

Al tempo della dominazione sforzesca, i Trevigliesi 
ottennero dal duca Galeazzo Maria Sforza, il 12 di 
maggio del 1470 , un privilegio riguardante la 
conservazione delle acque proprie del Comune di 
Treviglio, e le pene da esigersi da chi si appro- 
prerà dell' acqua di ragione del suddetto Comune. 

Nel 1493 poi suscitaronsi per le acque maggiori 
differenze coi Brembatesi, che degenerarono in lotte 
sanguinose, e turbarono per molto tempo il pacifico 
stato della quiete comune. « Ebbero il loro principio 
da una investitura fatta dalla Comunità di Treviglio 
delle ghiaie del fiume Brembo , di sotto del fosso 
bergamasco, a certo Ambrogio Piazza; il quale, ve- 
dendosi turbato in questo suo diritto concedutogli dai 
Trevigliesi, accusò presso il commissario ducale di 
Ghiaja d'Adda, che allora risiedeva in Caravaggio, 
certo Simone de' Caioni di Brembate, come colui che 
raccogliesse e portasse via le dette ghiaie. Da amen- 
due le parti furono addotte le loro ragioni, e fatto 
le difese. Alla fine il commissario ducale Bartolomeo 
Croce coli' assistenza del dottor Giacomo Castiglione 



376 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

suo vicario, e eli Michele Tonso uno dei vicari ge- 
nerali ducali, per tale affare venuti in Caravaggio 
in giorno eli sabato 20 di luglio del 1493, pronun- 
ciarono la seguente sentenza. — Essere il Comune 
ed uomini di Treviglio veri e legittimi possessori del 
fiume Brembo e delle ghiaie d' esso fiume dal fosso 
Bergamasco di sotto fino nel fiume Adda; e che per- 
ciò alcuno non poteva intromettersi nel detto fiume 
e ghiaie di sotto del detto fosso Bergamasco per 
averne la Comunità di Treviglio il pieno dominio. 
— (Vedi Epitome , eie. , N. XXV). All' incontro i 
Brembatesi , stimando d' aver la ragione dalla loro 
parte, non acconsentirono: per tanto alcuni di Brem- 
bate osarono con nuovi insulti danneggiare le boc- 
che delle roggie di Treviglio , e rompere le loro 
chiuse. Di queste novità il Comune di Treviglio si 
lamentò presso Lodovico Maria Sforza duca di Mi- 
lano, significandogli come il primo d'agosto cento e 
più uomini armati del luogo di Brembate, come ne- 
mici, avessero di qua del fosso Bergamasco guastate 
le chiuse, e condotte via le ghiaie, le quali per sen- 
tenza del commissario di Caravaggio , e eli Michele 
Tonso uno dei vicari ducali , erano state giudicate 
essere per giusto titolo della Comunità di Treviglio. 
Il savio principe, usate particolari diligenze per sa- 
perne la verità, ritrovò essere il fatto tale appunto 
quale gli era stato rappresentato; e benché potesse 
con molte maniere castigare questa temerità , non- 
dimeno volle rimettere il negozio all' Eccellentissimo 
Senato, il quale, sentito ch'ebbe dalla bocca eli Mi- 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 377 

chele Tonso la novità elei fatto, e pienamente in- 
formato degli eccessi seguiti, stimando essere stata 
grande l'audacia dei Brembatesi nel turbare il pos- 
sesso dei Trevigliesi contro la sentenza già pronun- 
ciata, con pubblico Decreto dell'8 di agosto del me- 
desimo anno 1493, ordinò e sentenziò che detti uomini 
di Brembate per la loro temerità e colpa fossero de- 
caduti da ogni ragione che in qual si voglia modo 
pretendessero in dette ghiaie, e fossero privati d'ogni 
azione (Vedi Epitome, eie, N. XXVI). Inoltre impose 
al commissario di Caravaggio, che difendesse e man- 
tenesse in possesso la Comunità eli Treviglio, anzi, 
che procedesse contro gli autori di tali eccessi, e li 
castigasse e condannasse come richiedeva la giustizia 
ed i suoi Decreti, per levar loro ogni ardire di tentar 
più nuovi oltraggi. Nò qui conviene che io taccia, 
che se ottimi furono i decreti del principe, perchè 
la giustizia avesse il suo luogo, non furono di minor 
peso i consigli dei Trevigliesi, poiché il 14 d'aprile 
dello stesso anno 1493, determinarono per isfuggire 
ogni insulto e pericolo, che fosse fabbricata vicino 
alle bocche delle roggie di Treviglio una casa assai 
forte, affinchè ivi se ne stesse sempre qualcuno di 
guardia. 

In questo mentre quelli di Brembate, vedendo che 
le loro cose andavano di male in peggio, delibera- 
rono ricorrere alla Signoria di Venezia, perchè le 
loro ragioni, siccome sudditi divoti alla medesima, 
volesse difèndere, ed accomodare le differenze nate 
con quei di Treviglio. 



378 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICIIE-STATISTICHE 

A terminare la cosa la Repubblica elesse suo com- 
missario Pietro Contarino podestà di Bergamo; e 
Lodovico Maria Sforza duca di Milano diede il ca- 
rico a Guido Antonio Arcimboldi arcivescovo di Mi- 
lano (Vedi Epitome, etc, N. XXVII), i quali, fattisi 
insieme con gli avvocati delle parti nel castello di 
Trezzo, vennero poi con altra gente sul territorio 
di Brembate di sotto. Tra i molti che vi interven- 
nero furono il signor Francesco Bernardino Visconti, 
il quale parlò a suo proprio nome, ed il dottore 
Nicolò Menclozio, che ragionò a nome delia Comu- 
nità di Treviglio, e sostennero con forte ragioni, che 
essi potevano fare le già incominciate palificate e 
chiuse per tutto il fiume Brembo ancora di sopra 
del fosso bergamasco, perchè l'acqua scorresse per 
le dette roggie. A favore della parte contraria parlò 
Gerolamo Borella , Giovanni Agostino Colleone e 
Benedetto de' Gislardi , dottori ed avvocati , affer- 
mando non essere lecito ad essi signori Francesco 
Bernardino ed uomini di Treviglio far dette chiuse, 
nò palificate, nò altro di sopra del fosso bergama- 
sco , se non in quanto permetteva la concessione 
fatta loro dal Comune di Bergamo , cioè a tempo 
limitato, ed a suo beneplacito; che perciò da esso 
signor Francesco Bernardino e Comune di Treviglio 
non si doveva né si poteva innovare cosa alcuna 
nel detto fiume Brembo, essendo il fiume, quanto 
all'universale dominio, della Signoria di Venezia, ed 
in quanto al dominio particolare, della Comunità di 
Bergamo sin al fosso bergamasco. A dar maggior 









DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 379 

autorità a loro detti si presentarono da ambe le parti 
gli istromenti e si venne alla conclusione: che si 
comandasse acl essi signori Francesco Bernardino 
Visconte, ed a Nicolò Menclozio ed agli uomini di 
Tre viglio di levare gli edifìzj fatti di nuovo ed un 
anno prima, in detto fiume Brembo (V. Epitome, etc, 
N. XXVIII). In considerazione di questo precetto il 
duca Lodovico scriveva lettere alla Comunità di 
Tre viglio affinchè si conformasse al medesimo (Vedi 
Epitome, etc, N. XXIX, XXX e XXXI). 

Inteso ciò, i Trevigliesi radunarono tosto il Con- 
siglio dei sessanta, dal quale fu ordinato che: i 
consoli e procuratori a nome della Comunità di Tre- 
viglio solennemente protestassero avanti al podestà 
della nullità di questo precetto, come del tutto con- 
trario all'indennità delle vere ragioni del loro Co- 
mune, dichiarando che, se in alcuna cosa si fosse 
acconsentito al detto precetto, ciò sarebbe cagionato 
dal timore di non incorrere in alcuna pena. Non si 
tosto ciò venne all'orecchio dei consoli e procuratori 
del Comune, fu eseguito; per la qual cosa i Bremba- 
tesi si diedero a fare maggiori novità in detto fiume 
e ghiaja in pregiudizio di quei di Treviglio. Queste 
novità usate dai Brembatesi furono cagione poi di 
una lite di non lieve considerazione tra il Comune 
di Bergamo e quello di Treviglio, la quale, d'ordine 
dei signori Veneziani, a quel tempo signori del di- 
stretto di Treviglio e suoi contorni (e dai quali 
avevano i Trevigliesi nel 1499 e successivamente 
nel 1504 ottenuto la conferma di tutte le loro ra- 



380 PARTE II. NOTÌZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

gioni nel fiume Brembo, — vedi Epitome , etc, 
N. XXXII e XXXIII), fu amichevolmente termi- 
nata, con darne il carico speciale ai signori Antonio 
Giustiniano podestà di Bergamo, Nicolò de Cà da 
Pesaro podestà e capitano di Crema, e Giovanni 
Paolo Basadonna podestà di Treviglio, e l'istromento 
di detta composizione fu rogato da Francesco Bella- 
fino cancelliere della Comunità di Bergamo, il 24 di 
ottobre dell'anno 1508, nel luogo eli Boltiere, giu- 
risdizione di Bergamo, in casa dei signori Antonio 
e Gaspare fratelli de Beccagli. Nella narrativa del- 
l' istromento in tal modo è esposto il fatto: che es- 
sendo già da un pezzo nata ed agitata una lite fra 
la Comunità di Bergamo e la fedelissima Comunità 
di Treviglio per cagione d'una chiusa fatta da quelli 
di Treviglio nel fiume Brembo di sopra del fosso 
bergamasco per condurre le acque alle bocche delle 
roggie che vanno a Treviglio e Brignano; ed es- 
sendo stata detta causa delegata ai suddetti Rettori 
della Signoria di Venezia, con ordine espresso di far 
ogni sforzo per accordar le parti prima che si ve- 
nisse alla finale sentenza per via di giustizia; avendo 
essi Rettori considerato il luogo delle differenze, e 
vedute le scritture, e sentite le ragioni, e le loro 
lunghe allegazioni, per via di composizione, si con- 
vennero i seguenti patti. Primo: che gli uomini della 
terra di Treviglio potessero pigliare in perpetuo dal 
fiume Brembo due roggie di sotto elei ponte di 
S. Vittore da mattina parte del detto fiume in qual- 
sivoglia luogo, dove loro più piacesse, per condurre 



DI TREV1GLI0 E SUO TERRITORIO 381 

le acque alle predette roggie; in secondo luogo: che 
potessero far chiuse e muri in detto fiume in qual- 
sivoglia luogo a loro arbitrio per condurre le acque 
alle predette roggie, purché fossero fabbricate di sotto 
del detto ponte. In terzo luogo: che per questa con- 
cessione non s' intendesse essersi acquistata da Tre- 
vigliesi alcuna ragione in detto fiume e acque di 
sopra del fosso bergamasco, nò derogato ad alcuna 
ragione, che essi avessero di sotto del detto fosso. 
Di più, che quelli di Tre viglio fossero obbligati pa- 
gare ai padroni del terreno necessario per fare il 
cavo di condurre dette acque dal luogo dove aves- 
sero principiate le bocche, fino alle loro roggie, con 
duplicato prezzo, secondo lo statuto di Bergamo. 

Dalla parte de' Bergamaschi si fecero le seguenti 
promesse. La prima fu che per questo fatto non 
avrebbero nell'avvenire mai posto alcun impedimento 
in detto fiume. La seconda: che avrebbero permesso 
clie fossero scorsi almeno dodici canali d'acqua nel 
detto fiume Brembo al ponte di S. Vittore. 

Le obbligazioni poi per parte dei Trevigliesi furono, 
che essi in ricognizione, e per ragione d'affitto per 
uso di dette acque, cioè di fare le bocche delle roggie 
di sopra del fosso bergamasco, affine di trarne mag- 
gior quantità, avrebbero pagato ai detti Bergamaschi 
o loro tesoriere in Bergamo ogni anno lire 300 im- 
periali, incominciando il detto pagamento il primo 
giorno di gennaio dell'anno 1509. (Vedi Epitome, etc, 
N. XXXIV). E tutte queste concessioni poi fu- 
rono il 25 di ottobre di quel medesimo anno ra- 



08^ PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STÀTISTICHE 

tificate dal Consiglio generale della Comunità di 
Bergamo. 

Or qui richiede l'ordine delle cose che io racconti 
una nuova contesa avvenuta l'anno 1520 per ra- 
gioni d'acqua tra quei di Treviglio e quei di Misano. 
Delle acque che si derivano dal fiume Brembo, parte 
di esse vanno a scorrere in una roggia chiamata 
Babbiona, che irriga i terreni del Comune di Misano, 
per l'uso delle quali pagava in origine alla Comu- 
nità di Treviglio l'annuo prezzo di lire mille e più. 
Gli uomini di Misano osservarono per lungo tempo 
il convenuto, quando l'anno 1520 avvenne che 
Misanesi ricusaronsi di pagare il solito affìtto, col 
pretesto che queste acque scorrevano necessaria- 
mente, non avendo altra via sui loro terreni. I Tre- 
vigliesi non furono lenti ad opporsi ai disegni di 
costoro, e fu da essi determinato, che si studiasse 
il modo col quale si togliesse loro l'allegata ra- 
gione. Perciò il 28 di marzo elessero sei uomini, i 
quali avessero la cura di esaminare la roggia, e 
consultare il modo ed il luogo, dove si potesse con- 
durre, in maniera che, conceduta la ragione di essa 
a qualche altra Comunità, quelli di Misano non aves- 
sero più acqua; e a tal uopo furono eletti Giovanni 
Lambino Compagnone, Pietro Cattaneo, Francesco 
Canzolo, Bernardino Gricio, Antonio Corda e Mar- 
tino Agazza; i quali il 20 di gennaio del seguente 
anno 1521 ricorsero ad un perito architetto, col 
quale consultatisi, ove si sarebbe potuto condurre 
detta acqua che andava a Misano, determinarono di 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 383 

fare un nuovo cavo. Il primo di febbraio poi si eles- 
sero tre, i quali avessero a trattare e conchiudere 
[coi padroni delle terre, per le quali era stata livel- 
lata la roggia, che dovevasi fare; e furono eletti 
Pietro Cattaneo, Giovanni Lambino e Giovanni An^ 
tonio Blone, e il 6 di marzo fu ordinato, che si desse 
la ragione di detta acqua a quei di Vailate e di 
Calvenzano, il cavo della quale si chiamò poi la 
Benpensata ; il che veduto dal Comune di Misano, 
pensò, meglio rinnovare gli antichi patti, e pagare 
il prezzo ch'era stato da prima convenuto. 

Ora, riprendendo il filo della lite coi Brembatesi 
diremo, che se la convenzione stipulata nel 1509 

I avesse assopite per alcun tempo le animosità fra 
Treviglio e Brembate Inferiore, esse erano però sem- 
pre vive, e nel 1560 i Brembatesi trovarono occa- 
sione per ridestarle e danneggiare di nuovo l'av- 
I versano Comune. 
Una mattina, che fu il 31 di agosto, quei di Brem- 
bate ruppero la Colma, colla quale si fa scorrere 

j parte delle acque del fiume Brembo a Treviglio. Di 
questo fatto giunse subito la notizia ai Trevigliesi, che, 
avvampando d'ira, a suono di compana, ed a rumore 
di popolo, postisi in arme come volle il caso, con 
l'ajuto d'una compagnia d'uomini d'armi, che ivi era 
alloggiata, vennero a Brembate per vendicarsi della 

i ingiuria; ma trovarono tutti gli abitatori fuggiti. 
Quattordici de' migliori di Brembate, che si erano 
ritirati su di una torre, furono dai Trevigliesi fatti 

j prigioni. Con questa preda se ne ritornarono alle loro 



/ 



case ; ma perchè oltre ad essa vi fu alcuno di più basso 
animo, che aveva rubata qualche cosa, alcuni prin- 
cipali di Treviglio, dovendosi ripassare il fiume so- 
pra il ponte di S. Vittore, li costrinsero a restituire 
il maltolto. Di tal fatto si commosse non poco la 
Repubblica Veneta; la quale tosto ordinò ad Antonio 
Mazza segretario di quella Signoria e residente 
presso il marchese di Pescara governatore di Mi- 
lano, che dovesse egli operare in guisa col marchese, 
affinchè di presente fossero restituiti i prigioni, e 
provvedesse in modo, che per l'avvenire non fossero 
usate contro i suoi sudditi cotali ingiurie; e che in 
questo mezzo, quelli di Treviglio, se avessero pre- 
tensioni da far valere sopra il fiume Brembo, eleg- 
gessero giudici, dai quali fossero sentite le loro ra- 
gioni,^ come altresì quelle dei Bergamaschi, e sopra 
di esse si sentenziasse, per evitare con tali movi- 
menti una pubblica guerra. 

Per ordine del marchese furono rilasciati i pril 
gioni , e da' Trevigliesi per loro arbitro fu eletto 
Danede Filodono presidente del Senato di Milano, e 
da' Bergamaschi Giulio Gabriele capitano della loro 
città. Esaminaronsi molti motivi intorno a questa 
causa; ma non essendosi potuto venire ad un ag- 
giustamento, e ad una decisione, il tutto rimase per 
allora indeciso, salvo che fu ordinato che si to- 
gliesse affatto il potere all'una di esse terre di fare 
insulto od ingiuria all'altra. 

Tuttavia l'anno 1570 fu di nuovo ripigliato il 
negozio sotto il consolato di Bartolomeo Cremasco, 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 385 

Lodovico Lodi, Carlo Bollio e Giovanni Francesco 
Rozzone, e dalla Comunità di Tre viglio fu rimessa 
la causa a Camillo Porro senatore regio, a Bernardo 
Serponte fiscale regio, a Cesare Landriano avvocato, 
ed a Federico Rozzone principale della terra; e quei 
di Brembate affidarono le loro ragioni a Luigi Gri- 
mano podestà di Bergamo, al cavaliere Grumello, e ad 
altri principali di quella città. Determinato il giorno 
(che fu il 9 di luglio), furono ambo le parti coi loro 
architetti sul luogo e, considerato il tutto, pronun- 
ciarono il giorno 13 la sentenza (Vedi Documento 
N. XXXV), in cui fu stabilito, che si mettessero i 
termini di sotto della colonna delle roggie di Tre- 
viglio. 

Non piacque ai Trevigliesi la data sentenza, sem- 
brando loro in parte ingiusta, a cagione delle loro 
buone ragioni, che avevano nel fiume Brembo e 
nelle ghiaje. 

Delegati altri senatori regj, e questi passati a 
migliore vita, il Senato di Milano di nuovo delegava 
il senatore -Alessandro Rovida , il quale, dopo molte 
diligenze fatte in luogo, talmente operò, che le parti 
vennero a nuova ed amichevole composizione, e posti 
tra di loro alcuni patti, come consta da pubblica 
scrittura del 6 di agosto dell'anno 1602 in atti dì 
Giovanni Andrea Santagostino pubblico notajo di 
Milano, si posero in determinato luogo i termini 
confinanti (1). 

(1) Il detto istromento, rogato Santagostino, conservasi nell'Archivio 
notarile di MilaDo. - 



386 PARTE II. NOTIZIE TOPQGRAFICHE-STATISTICHE 

Per più d'un secolo così rimase la lite tra Tre- 
vigliesi e Brenibatesi, né gli storici per tutto quel 
tempo registrano intorno alla medesima altri fatti. 
Se non che nel 1753, essendo stati estirpati per le 
inondazioni i termini che furono posti coll'istromento 
dell'anno 1602, si dovette con altra scrittura del 14 
di agosto del 1753 convenire in una nuova transa- 
zione tra il Comune di Treviglio e quello di Brem- 
bate (Vedi Documento N. XXXVI). 

A compiere la storia delle roggie trevigliesi, dare- 
mo qui alcune brevi notizie intorno alla seriola Melzi. 

Con diploma dell' 8 di giugno del 1471 il duca 
Galeazzo Maria Sforza Visconti accordava a Gio- 
vanni Melzi la facoltà di estrarre dal fiume Brembo 
l'acqua sufficiente per irrigare i suoi fondi situati in 
Pontirolo, Fara e Canonica, collespressa condizione 
che, se da tede estrazione fosse derivato qualche 
pregiudizio alla Comunità di Treviglio o ad altri, il 
Melzi dovesse essere tenuto al corrispondente risar- 
cimento ; e siccome con tale concessione il duca non 
voleva pregiudicare alla proprietà sopra il Brembo, 
già accordata alla Comunità di Treviglio, si riservò 
di dichiarare l'annua somma che il nominato Melzi 
doveva pagare alla mentovata Comunità. 

Insorsero in appresso controversie tra la detta 
Comunità e gli eredi del concessionario Melzi, per 
l'uso di dette acque, le quali furono poi rimosse con 
una convenzione stipulata il 2 di gennaio del 1574. 

Fu di poi convenuto che dalla roggia Vigno la, di 
ragione della Comunità di Treviglio, si estraesse 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 387 

l'acqua necessaria alla casa Melzi, la quale dovesse 
poi, per corrispettivo, pagare un annua somma a 
quella Gassa comunale. 

Allorquando seguì nell'anno 1777 l'appalto gene- 
rale delle acque di Treviglio, avendo l'affittuario 
preteso di accrescere il convenuto canone, la casa 
Melzi pensò di esimersene colla costruzione d'una 
morena traversante tutto il Brembo per introdurre 
in tal modo le acque nella sua roggia. 

Essendo stata fabbricata la detta morena nel luogo 
stesso dov'era situato il sasso detto del Corno, che 
nel 1773 fu distrutto d'ordine del Governo, (1) allor- 
ché ne fu informato il Magistrato Camerale, fece 
presente al Governo la necessità di far distruggere 
la detta morena, la quale poteva produrre le stesse 
conseguenze che si temevano dal demolito sasso; e 
in vista di tale rappresentanza fu incaricato il Tri- 
bunale di raccomandare al podestà di Treviglio la 
distruzione della seguita novità. 

Ma prima di ciò fare, sentite le ragioni di casa 
Melzi, anziché esporre la Comunità di Treviglio in 
una lite, si convenne in una amichevole composi- 
zione, coll'obbligare la casa Melzi a togliere la fatta 
novità, e l'appaltatore delle acque di Treviglio ad 
accontentarsi della somma che prima, del suo con- 
tratto percepiva la Comunità dalla casa Melzi. 

E qui si arrestano le notizie storiche dell'irriga- 
zione trevigliese. 

(1)' Vedi li Pianta della Filatola del Brembo. 



388 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFSCHE-STATISTICHE 

Passeremo ora ad esaminare rapidamente le leggi 
che regolavano l'uso delle acque. 

Negli statuti compilati nell'anno 1392, acl evidenza 
appare che, fin da quell'anno fu stabilito un piano 
per le acque, che ebbe vigore al tempo dei Visconte 
degli Sforza e all'epoca della Signoria Veneta. 

Troppo ci allontaneremmo dal nostro scopo, se 
qui ci intrattenessimo a far l'analisi di quel piano;- 
stimammo più opportuno il rapportare nei docu- 
menti un fedele estratto del medesimo (Vedi Docu- 
mento XXXVII) che rinvenimmo nel rovistare gli 
atti esistenti presso gli Archivi di Stato in Milano (1). 

Se poi al tempo del dominio spagnuolo le dispo- 
sizioni contenute nel surriferito piano sieno state in 
tutto od in parte osservate, ovvero anche modifi- 
cate, a noi non è riuscito il saperlo. Solo ci consta 
che elio sfasciarsi di quella monarchia, ed anche 
successivamente, avvennero in quest'ordine di cose 
sì gravi disordini, che tutto andava in rovina. 

Vi provvide il Governo di Maria Teresa, col di- 
spaccio del 27 di aprile del 1767, col quale si abolì 
l'uso .delle concessioni precarie; si stabilì il proget- 
tato regolamento degli affitti; si ordinò che si mo- 
dellassero le bocche; che s'impedisse la dispersione^ 
per cui le acque stagnanti rendevano l'aria insalubre; 
si riunì alle rendite com anali quei prodotti che giu- 
stamente accrescer dovevano il di lei patrimonio, 
impedendo infine per sempre le usurpazioni. 

(1) Cmso Comuni Treviglio. Cartella N. 2099. — Questo estrado fu 
fatto eseguire nell'anno 1772 dietro ordine dei R. Magistrato Camerale» 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 389 

Dei provvedimenti che furon presi in quel tempo, 
per le acque della Comunità di Treviglio, ricorderò 
per primo, un ordine del 21 di luglio del 1772, del 
Regio Magistrato Camerale comunicato alla suindi- 
cata Comunità, per la compilazione d'un piano che 
stabilisse un regolamento delle acque di ragione d'essa 
Comunità, conforme anche agli statuti ed ordina- 
zioni della detta Comunità, risultanti dal libro esi- 
stente nell'archivio della medesima. 

Con diligenza il piano fu composto. Esso conte- 
neva il modo degli adacquamenti e della distribu- 
zione delle acque; il sistema da tenersi per le ripa- 
razioni tanto a carico della Comunità, quanto degli 
utenti; la tassa degli adacquamenti; la conversione 
dell'entrata procedente dall'uso delle acque; e le 
pene da prescriversi ai trasgressori del piano. Pare 
però che non incontrasse l'approvazione del Magi- 
strato Camerale, poiché rimase un semplice pro- 
getto. Di nuovo, il 27 di settembre del 1776, pub- 
blica vasi un editto col quale si ordinava ancora la 
compilazione del regolamento, che non fu rifatto, 
imperocché nel successivo anno 1777, il 13 di marzo, 
si pubblicava un editto per l'affitto generale di nove 
anni delle acque, eli ragione della Comunità di Tre- 
viglio. 

Il 23 poi del mese di aprile dello stesso anno, 
deliberatasi l'affitto a Paolo Donzelli (1), e con suc- 

(1) Prima del 1111 le acque erano affittate a certo PeruccheUi, che 
pagava alla Comunità l'annuo canone di L. 17,710. Il 21 di luglio 
del 1773, per ordine dal Ri gio Ducale Magistrato e di S. E. il mi- 

26 



390 PARTE II. NOTIZIE TOPOGIUFICHE-STATISTICHE 

cessivo editto si fecero conoscere le determinazioni 
che erano state prese, previa consulta del Magi- 
strato Camerale, per introdurre un sistema regolare 
nell'uso e godimento delle medesime, e rendere più 
vantaggiosa in tal forma all'istessa Comunità questo 
ramo di rendita (Vedi Documento N. XXXVIII). 

Sotto la Repubblica Cisalpina, una nuova con- 
troversia nacque fra i Trevigliesi e gli utenti della 
roggia Brembilla, a motivo di una grossa morena, 
che quest'ultimi avevano fatta costrurre sopra l'al- 
veo del fiume al Ponte di S. Vittore , facendo così 
defluire quasi tutte le acque del Brembo nella Brem- 
billa, e recando con tal novità un danno rilevantis- 
simo ai Trevigliesi, le cui roggie rimasero asciutte. 
La Prefettura, in considerazione delle rimostranze 
fatte dal Comune di Treviglio, con suo decreto" del 
31 ottobre 1803 stabilì e riconobbe che, primo: «in 
virtù della sentenza arbitramentale dell'anno 1570, 
inserita nel trattato di Mantova del 1756, compete 
ai Trevigliesi il diritto di estrarre dal fiume Brembo 
dodici canali d'acqua, ragguagliate ad once 72 di 
misura milanese, col mezzo di due bocche nei ponti 
loro benevisi, inferiormente però al Ponte di S. Vit- 
tore; e che quindi è facoltativo ai medesimi Trevi- 
gliesi di costruire in qualunque tempo a proprie 
spese gli opportuni moduli alle dette bocche per cau- 
telare in modo costante l'estrazione dell'acqua sud- 



nistro plenipotenziario veniva sciolto il contratto d' appalto col Pe- 
rucchetti. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 391 

detta. Secondo: che l'estrazione, della quale sono in 
possesso gli utenti della roggia Brembilla superiore 
al Ponte di S. Vittore, non può, nò deve impedire, 
né pregiudicare in alcun tempo la libera decorrenza 
delle suddette 72 oncie d'acqua spettante ai Trevi- 
gliesi, né recare alcun pregiudizio all'estrazione com- 
petente alli cittadini Francesco e Luigi Melzi al di 
sotto delle due bocche trevigliesi a termine della 
concessione del duca Galeazzo Maria Sforza. » 

Non si acquetarono gli utenti della roggia Brem- 
billa; anzi nel mese di luglio del 1804 ripristinarono 
le opere già querelate e distrutte. Fecero nuove ri- 
mostranze i Trevigliesi, e così durarono le cose sino 
all'anno 1822, ma senza alcun effetto, poiché la cosa 
è rimasta tuttora indecisa. 

In ultimo riferirò che nell'anno 1853 il Consiglio 
Comunale con deliberazione 22 di dicembre di quel- 
l'anno addottava un regolamento delle acque, che è 
di presente in vigore (Vedi Documento N. XXXIX). 



CAPITOLO V. 



CMese che esistevano in Trevigiio nei tempi passati — La chiesa 
prepositurale di S. Martino — Chiesa di Nostra Signora delle La- 
crime. 

Raccogliamo dal Lodi che ne' tempi addietro fuori 
di Trevigiio e nel suo recinto esistevano , oltre la 
parrocchiale, le seguenti chiese: 

Quelle di S. Zenone, Eutropio e S. Maurizio, che 
il Lodi vuole sieno state erette nel 725. 

La chiesa di S. Pietro con monastero, eretta 
l'anno 1037. A questo monastero furono aggregate 
le monache di Farinate, che nel 1499 cambiarono 
il loro ordine con quello di Santa Chiara. 

La chiesa di Sant'Agostino parimenti con mona- 
stero eretta nell'anno 1037. Il Lodi, per tradizione, 
ci informa che il monastero che andava unito a que- 
sta chiesa fosse il secondo di monache da S. Ago- 
stino edificato; il primo fu quello di Brescia. Questo 
monastero di Trevigiio ottenne in varj tempi molti 
privilegi. 



394 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STÀTISTICHE 

La chiesa di S. Giovanni, eretta nel 1229, e di^ 
strutta nel 1509, era occupata dai frati Umiliati. 

La chiesa di S. Francesco, ovvero oratorio della 
Beata Vergine, vicino alla Porta Filagno. Fu eretta 
nell'anno 1417, rifabbricata poi Tanno 1614. 

La chiesa di Santa Marta, detta dei Disciplini , 
fondata Tanno 1420. 

La chiesa dell'Annunciata, dei Padri Riformati, 
consacrata Tanno 1565. 

La chiesa di Santa Maria Campestre, posta fuori 
di Porta Zedurio, cominciata Tanno 1492, terminata, 
Tanno 1506, e concessa poi nel 1585 ai Padri Ri- 
formati. 

La chiesa di S. Giuseppe, fabbricata Tanno 1513. 

La chiesa della Beata Vergine delle Lacrime, fon- 
data Tanno 1614, che tuttora esiste. 

La chiesa di S. Rocco, fuori di Porta Filagno, 
eretta nel 1530. 

La chiesa dell'Ospitale degli Infermi, sotto il ti- 
tolo della Presentazione della Madonna e dei SS. An- 
tonio abate e Carlo, eretta Tanno 1608. 

Una chiesa dedicata a S. Pietro esisteva sulla 
strada di Vidalengo nei campi, un'altra dedicata a 
Sant'Agnese sui confini di Vidalengo e Brignano, e 
quella a S. Nicolò di Mirra verso Caravaggio. 

La maggior parte di queste chiese , che ora più 
non esistono, furono demolite o convertite in usi pro- 
fani, ed oggidì Treviglio non novera più che cinque 
o sei chiese, fra le quali le principali sono la chiesa 
parrocchiale di S. Martino, e il Santuario di Nostra 
Signora delle Lacrime. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 395 

Chiesa di S. Martino. — L' origine di questa 
chiesa parrocchiale è così incerta, che possibile non 
è l'assegnarne l'epoca precisa. Le notizie che ci son 
somministrate intorno alla medesima dal Lodi e dal 
Camerone nelle loro Memorie, sono in tutto appog- 
giate alla sola tradizione. 

L'esterna costruzione di questo tempio è tale 
che non lascia alcun dubbio per considerarlo d'una 
origine antica sì, ma non tanto quanto si suppone 
da quegli scrittori. Inoltre nelle molteplici ricerche 
che abbiamo fatte sui pochi documenti antichi che 
ci son rimasti, non fu possibile rinvenirne me- 
moria, e la vera e funesta causa di tale man- 
canza è da attribuirsi , come dice il Camerone f 
scrittore del secolo XVII , al saccheggio ed all' in- 
cendio cui andò soggetta la terra nel 1509, poiché 
« in questa occasione, la chiesa di S. Martino ri- 
mase spogliata di tutto il suo dovizioso arredo, e la 
perdita maggiore, poiché irreparabile, fu quella di 
moltissimi documenti dell'archivio, nei quali conte- 
nevansi i privilegi di detta chiesa. » (1) 

Tuttavia crederei di venir meno all' intendimento 
prefìssomi, se omettessi di riportare in proposito 
quanto ne lasciarono scritto quei due scrittori. 



(1) Camerone: Memorie della chiesa di S. Martino di Trevi. Mano- 
scritto. Goffredo da Busserò, scrittore del secolo XIII , nel suo Liber 
notiti® Sanctomm Mediolani, manoscritto che conservasi nella libreria 
del Capitolo Motropolitano di Milano, nel capo che tratta Memoria 
uclesiarum S. Martini ricorda anche * Ecclesia Sancii Martini Tri- 
vilio. » 



396 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

Vogliono essi adunque che « nell'anno 1008 siasi 
dato principio alla chiesa maggiore di Trevi, sotto 
il titolo di S. Martino vescovo e confessore, il 31 
d'agosto come si ha per antica tradizione; e fu fab- 
bricata nell' istesso luogo, dove era la prima, già 
dedicata al Salvatore del mondo, ed alla Assunzione 
della Beata Vergine (1); ma con diversa positura, 
mentre se le fece il coro all'oriente, l'entrata all'oc- 
cidente, e il cimitero al fianco verso mezzodì. Come 
poi, e per qual motivo sia stato mutato il titolo 
della chiesa, non ho potuto, dice il Lodi, i veri fon- 
damenti ritrovare; si potrebbe con probabili ragioni 
dire ciò essere avvenuto, o per divozione partico- 
lare del popolo, o per qualche miracolo, ovvero per- 
chè fosse fabbricata in quel tempo nel quale re- 
gnava il re Arduino, divoto di quel santo protettore 
della nazione francese. » (2) 

L'antico edificio sacro allarga vasi solo sino alla 
metà della chiesa attuale. In quel tempo diedesi pa- 
rimenti principio a quella gran torre o campanile 
situata sul lato occidentale della facciata, dell'altezza 
di braccia 125, compresa l'aguglia che porta in cima 
una gabbia di ferro destinata a fuochi di festa o di 
guerra. Innalzossi in appresso a più riprese, e in- 
staurata dopo la rovina arrecatagli nell' anno 1509 
dalle artiglierie venete, è di presente una delle più 

(1) Questa chiesa dell'Assunzione delia B. V., che esisteva prima 
della chiesa di S. Martino, vuole il Lodi che sia stata fondata nei 335. 

(2) Lodi : Opera manoscritta. — Cameronh : 3Iemorie della chiesa di 
S. Martino di Trevi. Manoscritto. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 397 

sublimi torri di Lombardia, la quale siccome venne 
da principio fabbricata a spese comunali, così dal 
Comune fu sempre mantenuta di campana, orologio, 
e di quanto le abbisogna (1). Avvi dietro il coro- 
mi altro campanile dell'altezza di braccia 50 che 
serve per gli offìcj minori. 

Cresciuta la popolazione , convenne abbattere di 
bel nuovo la chiesa vecchia prepositurale, e fu nel 
1481 riedificata con disegno gotico grandioso , e in 
quella grandezza e maestà che ora si vede; e per 
godere tutto il suolo necessario , giacché al fianco 

(1) Questa torre o campanile rammenta un' antica usanza di 
origine affatto trcviglitse, che praticavasi ancora nell'anno 1885, in- 
torno alla quale stimo opportuno rapportare qui per intero la notizia 
che lasciò scritto il trevigfiese dottor Verga nel gioì naie 11 Ccsmo- 
rama Pittorico: « lo non intesi mai che in altra terra di Lombardia 
s'usi quella maniera di gride che è tanto coiau» e in TYeviglio. Essa 
è un'aoUcaglia, un avanzo del medio evo, una reminiscenza dei tempi 
in cui s'inven tò !a parola crida e, quelle altre di proclama, editto, che, 
secondo gli studiosi di cose areiche, le equivalgono 

« In Treviglio quando si fa la grida il campanaro ,- sa'it i sovra 
uno dei p ù aiti pianerottoli del campanile maggiore della torre qua- 
drangolare che nel centro del borgo s'innalza a destra della facciata 
della chiesa parrocchiale, impone con uno o due tocchi di campana 
un silenzio ed un'attenzione universale. La gente s'affaccia alle fine- 
stre, ai baioni, alle loggie, ai baìlatoj, agli usci, alle porte; molti, 
sospesa ogni faccenda nella bottega, si fanno nel mezzo della via coi 
ferri del mestiere in mano, s'arrestano i passeggeri; tace il rumor 
dei carri, tutta la borgata è in orecchio. 11 campanaro, forte di petto 
e di voce, con quell'accento non troppa chiaro allo straniero, ma bea 
noto al borghigiano, fa la grida socondo il bisogno. Dupo ritocca la 
campana e risoffia la grida da un altro lato, e così di seguito in 
tutti e quattro i lati, di modo che, tirasse anche vento, la grida s'in- 
tende benissimo da un quartiere del borgo, d'onde poi diffondesi ra- 
pidamente agli altri. » 



398 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

della chiesa verso mezzodì eravi il cimitero che ri- 
maneva in abbandono (poiché i Trevigliesi in allora 
ascritti alla Confraternita del Confalone faceansi 
seppellire nel sito di lei) ; si trasferì altrove il cimi- 
tero, e dai sei parrochi si cedette il sito sepolcrale 
antico per fabbricarvi le case laicali (1). 

La fabbrica continuò per molti anni , quando nel 
1506 il Consiglio comunale ordinò ai fabbriceri che 
si attendesse a darle fine, e finalmente nel 1507 fu 
compita. 

In appresso il Comune faceva nell'anno 1559 in- 
nalzare di bianchi marmi la porta maggiore del 
tempio con architettura non dispregevole, ponendo 
sopra la medesima la statua equestre -del santo che 
era tutta di pietra. 

Nel 1722, su disegno del celebre Ruggeri, si ese- 
guì la facciata di gusto romano perfetto, compitasi 
poi nel 1735. Ma, considerata la poca corrispondenza 
che passava tra la facciata esteriore della chiesa e 
l'interna struttura, si fece il progetto di riformare 
quest'ultima, come successe in fatti colla assistenza 
dei rinomati fratelli Galliari nel 1775, riducendola 
al gusto romano barocco. Questi vagamente la di- 
pinsero nell'interno, riservate le medaglie del Ca- 
vagna sotto la vòlta; in pari tempo vi si aggiunse 
anche il postcoro. 

Entriamo ora nell'interno del tempio. 

Il vaso della chiesa è compartito in tre navi; 

(1) Camerone: Memorie della chiesa di S. Martino di Trevi. Mano- 
scritto. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 399 

massicci pilastroni dividono la nave maggiore dalle 
minori, e cingendo quella di mezzo, si uniscono dietro 
il coro (1). 

All'estremità della nave maggiore è collocato il 
coro che nell'anno 1589 fu dai fratelli Gian Paolo 
e Francesco Cavagna di Bergamo ornato a stucchi 
e pitture, per la qual spesa ai medesimi furono pa- 
gati cento dieci scudi; nel suo mezzo sorge l'altare 
maggiore con tabernacolo dorato, eretto nell'anno 
1830 circa, in luogo dell'altro che era stato fatto 
nel 1556, e consacrato da Gerolamo Federici vescovo 
di Lodi. Gian Paolo Cavagna dipinse le due mirabili 
tavole laterali all' altare , rappresentanti quella a 
destra la Sacra Cena e la sinistra la caduta della 
manna. Stavano nei tempi addietro vicino al coro 
l'organo (2), e dirimpetto ad esso una cantoria , 
lavoro fatto nel 1612 da Alessio Prata, che fu poi 
indorata da Francesco Montano pel prezzo di 2080 
lire. In appresso l'organo fu trasportato al disopra 

(1) Il Camerone nelle sue Memorie 6' informa che la pittura della 
nave maggiore del tempro fu fatta dai Cavagna, e terminata nel 1609, 
e che gli stessi maestri accordaronsi a dipingere pel prezzo di mille 
e settecento gazzettini le navi laterali. 

(2} Fin dell'anno 1509, nella chiesa di S. Martino, vi era l'organo. 
L'8 di maggio di quell'anno, rovinato il tempio maggiore, derubata 
l'organo dèlie canne, fu nel 1510 riattato a spese di alcuni Trevi- 
gliesi che trovavansi a Roma, con che si ponesse suil' organo il se- 
guente distico di Pietro Bembo: 

Restituit gens darà Trevilii, dum colit urbem. 
Organa ab extremis diruta militibus. 
Per motivo della sua imperfetta struttura, nel 1608 Carlo d'Ànte- 
gnate rifece le canne. 



400 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

della porta maggiore, e fu nel 1815 costrutto dai 
Serassi di Bergamo. 

Delle cappelle che trovansi nelle navi laterali le 
più notevoli sono: quella di S. Caterina abbellita nel 
1603 e 1605 ad oro e stucchi a spese di Giacomo 
Gallinone, figlio di quel Maffeo che fu intimo segre- 
tario del duca Galeazzo Sforza. Al di sopra dell'arco 
v'è lo stemma gentilizio di casa Gallinone, e late- 
ralmente, a destra S. Giacomo e a sinistra il ritratto 
dello stesso Giacomo Gallinone. 

La cappella dell'Assunta che, nel 1607, fu dagli 
scolari dell'Assunta posta ad oro e stucchi, affinchè 
gareggiasse in bellezza e decoro con quella del Gal- 
linone. La tavola dell'altare rappresentante l'Assun- 
zione di Maria Vergine, è opera di Camillo Pro- 
caccino. 

La cappella di S. Antonio che, a spese di Don Ro- 
drigo Penaroyas , fu nel 1640 ornata di stucchi, e 
dipinta nelle vòlte dal Montalti che vi rappresentò 
i quattro evangelisti, e ne' fianchi dal Massarola che 
vi dipinse le immagini dei sette martiri. (1) 

Oltre la meravigliosa icona del Zenale e Butti- 
none, pittori trevigliesi, situata nel postcoro, vi sono 
di osservabile: dieci quadri rappresentanti la vita 
del santo titolare, lavoro dei fratelli Montalti; dodici 
altri quadri, che vengono attribuiti a chiarissimi 
pennelli, stati donati alla chiesa da Don Rodrigo 

(1) Il Gamerone lasciò scritto, che il Penaroyas, sotto quest'anno, 
donò alla chiesa una muta di arazzi tessuti a lana ed oro istoriati 
con isquisito disegno. 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 40f 

Penaroyas; questi quadri erano stati involati dalle 
gallerie ducali di Mantova, nel sacco fatale dato da^ 
Cesari a quella città, e poi venduti a don Ro- 
drigo (1). » 

Delle opere d'arti che conservansi in questa chiesa, 
daremo altresì qualche notizia intorno al suo elegante 
Battistero, situato alla destra entrando della porta 
maggiore. Il Camerone c'informa che per la sua co- 
struzione il Comune, nell'anno 1559, sborsò ai fab- 
briceri 150 lire da unirsi ad altre lire 100 che erano 
già state sborsate perchè subito si mettesse mano 
alla fabbrica di questo Battistero. Nel 1625 i fabbri- 
cieri lo fecero cingere d'un cancello di ferro con or- 
namenti in ottone, opera di Gian Paolo Mombello, 
e nel 1627 i fratelli Terni vi aggiunsero lavori di 
intaglio. 

Fino dall'anno 1336 esisteva in questa chiesa un 
Capitolo molto privilegiato, il di cui decano, l'il di 
novembre, e il 4 eli luglio, aveva l'uso della mitra 
e del pastorale. Avvenuti disordini nella chiesa, fe- 
cero, che, cessata a poco a poco la residenza dei 

(1) A proposito dei quadri che esistono in questa chiesa, mi sia 
permesso manifestare due voti. Un bel quadro rappreseotante una 
Madonna col bambino, lavoro certo di buon pennello, fu con in- 
felicità, coilocato sull'organo aì suo lato sinistro; non sarebbe me- 
glio che la fabbriceria facesse levare di là quel quadro che passa 
inosservato, e lo collocasse in lungo più conveniente? L'altro voto si 
è che la fabbriceria peusi serismetite ad arrestare i danni che il tarlo 
arreca alla famosa icona del Zeoaie e Buttinone, altiimenti vedremo 
cadere a frantumi quella pregevole tavola. Basterebbe introdurre nei 
buchi ove si ricovera quel verme, della e olifonia, comunemente chia- 
mata pece greca, ridotta in polvere. 



402 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE^STÀTISTICHE 

canonici e dei rettori, venissero alla fine alcuni sop- 
pressi, ed altri di canonicati si riducessero in bene- 
fici semplici, (1) sì che sul finire del secolo XIV i 
prevosti di S. Giovanni Evangelista in Pontirolo 
Vecchio (Canonica) ebbero piena giurisdizione epi- 
scopale su Treviglio e in tutta la pieve di Pontirolo, 
e se la mantennero fino a che fu abolita quella ca- 
nonica (2). « Però nel 1484 rinacque di bel nuovo 
il Capitolo, avendo Stefano Maldotti trevigliese di- 
sposto, che la sua sostanza servisse ad istituire 
undici residenti, che a norma delle altre Collegiate 
officiassero quotidianamente la chiesa. L'immortale 
S. Carlo Borromeo l'8 di novembre del 1583 eresse 
la residenza in Collegiata colle insegne e prerogative 
delle altre Collegiate della diocesi di Milano. Questa 
Collegiata s'accrebbe poi di numero nel correr degli 
anni, talché videsi composta di venticinque individui, 
cioè del preposto prefetto di coro, del teologo, di 
quattro canonici curati, di undici canonici semplici, 
e di sei cappellani corali e di due residenti. Nel 1760 
furono decorati tutti i canonici di rocchetto e di moz- 
zetta, dichiarata la Collegiata insigne dalla sede apo- 
stolica. 

« Ma anch'essa cadde sotto la soppressione nel 
1798; ed esclusi i canonicati di patronato particolare, 
i proventi degli altri si ammontichiarono nella cassa 
di ammortizzazione. La chiesa è tuttora ben officiata 
da numeroso clero, massime nei dì festivi, in modo 

(1) Mairone da Ponte: Dizionario Odeporico, voi. Ili, pag. 153. 

(2) Gamersne: Memorie della chiesa di S. Martino di Trevi, ecc. 



DI TREYIGLIO E SUO TERRITORIO 403 

che nemmeno sembra che la soppressione sia avve- 
nuta. 

« Questa chiesa possiede moltissime reliquie di 
santi. Essa è soggetta alla diocesi di Milano, ed è 
capo di pieve; e nelU ultimo compartimento dioce- 
sano la pieve milanese di Treviglio fu ridotta alle 
sole chiese di Canonica, Castel -Rozzone e Pontirolo 
Nuovo. (1) Vi si osserva il rito romano, rito 
dell'antica Metro-comia di Pontirolo Vecchio a cui 
era ne' tempi addietro subordinata la chiesa di Tre- 
viglio. » (2) 

Santuario di Nostra Signora delle Lacrime. — 
Questa chiesa fu eretta dai Trevigliesi in commemo- 
razione della pia tradizione avvenuta 1' anno 1522. 
Come vedemmo più sopra, (3) Fanno 1614 con so- 
lennità fu posta da Massimo Pellegrino, preposto 
della Collegiata di S. Martino, la pietra fondamentale 
nel luogo appunto ove al presente è l'aitar mag- 
giore. La fabbrica fu incominciata con grande ardore, 
quantunque per diversi accidenti, ed in particolare 
pei continui alloggiamenti e presidio de' soldati, non 
siasi potuto ridurre presto a fine. Ciò non ostante 
la Comunità somministrò sempre mille lire ogni anno 
per ragione di detta fabbrica. Finalmente l'anno 1619 

(!) In origine la pieve di Treviglio era composta della parrocchia 
di Pontirolo Nuovo, Canonica, Csslel-Rozzone, Arcene, Ciserano, Le- 
vale, Posano, Osio Superiore ed Inferiore, Sabbio, Sforzatica, Ma- 
riano, Bollerò Lurano. 

(2) Mairone da Ponte: Dizionario Odeporico, voi. HI, pag. 153 e 
seguenti. 

(3) Vedi parte I, pag. 177. 



404 



PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STÀTISTICHE 



ebbe se non il totale, almeno il necessario suo com- 
pimento , e in allora la Comunità, quasi impaziente, 
procurò la traslazione dall'antica alla nuova chiesa 
dell'immagine della B. Vergine che vi si venera, ri- 
cercando per tale funzione l'intervento dell' eminen- 
tissimo cardinale Federico Borromeo arcivescovo di 
Milano, il quale, acconsentendo di buon grado, di 
subito diede ordine ad Alessandro Mazenta arcidia- 
cono della Metropolitana di Milano e prefetto delle 
fabbriche ecclesiastiche di recarsi in Treviglio, dan- 
dogli la facoltà di benedire la nuova chiesa. 

Il Mazenta, stimando impresa assai difficile il levar 
dal muro della vecchia chiesa la sacra immagine, 
condusse seco Fabio Mangone, perito architetto in 
quel tempo, acciocché fosse da lui ritrovato il modo 
di far ciò sicuramente. Questi, pigliati seco Bartolo- 
meo Boldone, e i fratelli Barizaldi periti muratori 
della terra di Treviglio, visitata e considerata la 
muraglia, fece dar principio il 27 di maggio del me- 
desimo anno 1819 all'estrazione, che ben presto si 
condusse a felice fine. Il 14 di giugno poi giunto quivi 
l'arcivescovo, fece nel successivo giorno 15 la solenne 
traslazione. 

Ricordate le circostanze che hanno condotto alla 
erezione di questa chiesa, ci rimane ora di fare la 
sua materiale descrizione. 

La facciata, sebbene di gusto barocco, è però nel 
complesso aggradevole. 

L'interno è di una sola nave con una cappella a 
ciascun lato. Al muro, che separa la nuòva dall'an- 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 405 

tica chiesa del soppresso monastero delle Agostiniane, 
è addossato l'altare maggiore sul quale sorge una 
icona tutta di marmi pregiati intrecciata ad oro, in 
mezzo alla quale è collocata l'immagine. Il Galliari 
Fabrizio architettò il vago e luminoso ornamento 
che sta intorno all'immagine, in cui si osserva tra 
i copiosi raggi la spada stessa e l'elmo di Lautrec, 
e quello del suo fratello signor di Lescuns, presen- 
tati alla Vergine da tre angioletti. Sulle pareti che 
circondano l'altare e che formerebbero il coro, stanno 
ripartite in due ordini, l'uno superiore e l'altro infe- 
riore, quattordici tavole rappresentanti la vita di 
Maria, dodici delle quali furono eseguite da Giovanni 
Stefano Montalto, e due da suo padre Andrea, ed 
uno di Bernardino Galliari, rappresentante la con- 
versione di S. Paolo, ov'è introdotto un S. Stefano. 
Delle due cappelle che esistono nella chiesa, la più 
notevole è quella che trovasi a sinistra, dedicata a 
S. Giovanni ed eretta a spese di Don Rodrigo Pe- 
naroyas. È tutta a stucchi ed oro. Esteriormente 
sopra l'arco vedesi l'arma gentilizia Penaroyas ri- 
coperta d'oro, e sostenuta da due alati genj con 
vaghi festoni pure ad oro che da lei scendono. L'al- 
tare è di politissime pietre, con due alte colonne di 
tersissimo alabastro; ed il quadro che sta sopra il 
medesimo, rappresentante la nascita di S. Giovanni 
Battista, è lavoro di Stefano Montalti. Nei muri la- 
terali della cappella sonvi due porte, sopra l'una 
delle quali è posto il ritratto a mezza figura di Don 
Rodrigo, e sopra l'altra sta scolpita in tersissima 

27 



406 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAF1CHE-STÀTISTICHE 

pietra di paragone a caratteri d'oro la seguente 
iscrizione: 

D. 0. M. 

D. JOANNI BAPTIST.E 
ARAM HANC 

J. C. D. DON RODERICI REYER1J 

DE PENAROTAS 
REL1GIO exornavit: 

QUOTIDIANO SACRIFÌCIO 

PIETAS EXC0LD1T 

PATRIMONIO 

MUNIFICENTE DONAVIT: 

ADMIMSTRÀTORIBUS 

PR0VIDENT1A MUNIVIT. 

CONDITIS TESTAMENTO, ET CODICILLO 

DIEBUS 17 ET 24 JULII ANNO 166,5 

RECEPTIS A MELCHIADE CORRIGiO 

PUB. MEO. NOT. 

Dopo l'anno 1740 circa, avendo la fabbriceria presa 
la determinazione di porre tutta la chiesa a pitture 
ed oro, ne diedero il carico ai pittori genovesi Gian- 
luca e Carlo Molinari. Gianluca padre ideò nella 
volta della chiesa l'istoria della pia leggenda, figu- 
randovi l'esercito di pedoni e cavalli, tutti in gran 
moto che assalgono Treviglio, che da consoli atter- 
riti vedesi presentare le chiavi, e minaccioso li di- 
leggia. La Vergine che scende dal cielo corteggiata 
dagli angioli. D'intorno a questa storia sonvi mac- 
chine d'architettura, dentro alle quali miransi quattro 
vasti sfondati, che portano più addentro lo sguardo 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 407 

in vaghissime fughe di colonne e. eli archi; ma nelle 
due testiere della volta sonvì due piani arabescati 
con adattata simmetria, e nel muro che forma la 
fronte sopra del cornicione opposto all'ingresso della 
chiesa miransi seduti in vario atteggiamento i due 
santi Agostino e Nicola, l'uno alla destra e l'altra 
alla sinistra del gran finestrone a luna, che riguarda 
la chiesa anteriore al monastero (1). 

In appresso volle la fabbriceria « che si accordasse 
alla superiore anche la parte inferiore della chiesa. 
Si pose adunque ad oro il gran cornicione, non meno 
che i capitelli che lo sostengono, e le mezze colonne 
vennero tinte in giallo seminate di aurei fregi, ed 
arabescate a bei festoni; ma negl'intercolonni si fe- 
cero gran quadri di bellissima architettura ricca di 
fughe con portici che scorrono all'indentro. Nella 
fronte poi opposta all'altare maggiore sopra l'organo, 
leggesi l'iscrizione a caratteri d'oro composta da Ge- 
rolamo Barizaldi: Virgini Mairi, quod suis hcryrnis 
jjatriam ab internecione viìidicaverit, Triviliates » (2). 

Nel 1775 Fabrizio Galliari eseguì nella chiesa 
altri più graziosi ornati. 

Nella sagrestia di questa chiesa conservanti due 
pregevoli lavori di pittura, il primo è la parte bassa 
o predella dell'antica icona, sulla quale sta dipinto 

(1) Barizaldi Gerolamo: Memoria del Santuario di Nostra Signora 
delle Lacrime, c&n appendice, ristampata in Treviglio l'anno 1812 dalla 
Tipografia Messaggi. La Tipografìa Messaggi tutt'ora esistente in Tre- 
viglio, fu istituita l'anno 18i6 da Giovanni Battista Messaggi. 

(2) Idem: iUd. 



408 PARTE II. NOTIZIE T0POGRAFICHE-STÀTISTJCHE 

il miracolo, l'unica porzione che ci sia rimasta, la- 
voro d'ignoto artista ma di gran finezza e che ram- 
menta lo stile del Buttinone. ( Vedi V unita fotografìa). 
Era d'essa divisa a più comparti, e così il Lodi ce 
la descrive nella sua opera manoscritta: « una 
bella icona da perita mano dipinta, nel cui mezzo 
di sopra dell'immagine (della Vergine) si vedeva no- 
stro Signore risuscitato, alla cui destra era S. Mar- 
tino protettore di Trevi, alla sinistra parte S. Gio- 
vanni. Alla destra della immagine si vedeva S. Ago- 
stino institutore dell'ordine di quelle monache, e alla 
sinistra S. Nicola da Tolentino dell' istesso suo or- 
dine. A piedi di questa poi stava interamente dipinto 
il successo con il miracolo, e in alto nel frontespizio di 
essa si leggeva a caratteri grandi il seguente motto: 

« Nos Lacrymans suhlevamt. » (1) 

L'altra pittura è un quadro dell'Andrea Montalti 
rappresentante i consoli Trevigliesi genuflessi innanzi 
al generale Lautrec , che implorano misericordia. 
(Vedi la sua fotografia a pag. 123). È forse questo 
il miglior lavoro di quell'artista e per la concordanza 
dei colori , e pel macchiato ingegnosamente distri- 
buito, e pel collocamento di cavalli e persone quasi 
grandi al naturale in piccolo spazio. 

Anche a proposito di questi due pregevoli oggetti 
d'arte, che ho fatti riprodurre in fotografia ad illu- 
strazione di quest' opera , vorrei che i fabbricieri 

(1) Lodi: Opera manoscritta, pag. 885 e seg. 



UBRARY 

OF THt 






DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 40$ 

avessero maggior cura, e ne procurassero il ristauro. 
Un po' d' amore al bello è sempre cosa lodevole ed 
ingentilisce l'animo. 

Quanto alle altre chiese che esistono in oggi in 
Treviglio, nulla presentano di notevole. 



APPENDICE ALLA PARTE STORICA 



Nel rovistare presso gli Archivi di Stato in Mi- 
lano le carte che si riferivano alla storia della ir- 
rigazione trevigliese, ci fu dato rinvenire un docu- 
mento intorno alla Riforma del Governo di Treviglio, 
fatta ai tempi di Maria Teresa, mentre si effettuava 
il nuovo censimento del Ducato di Milano. 

Tanto ci parve importante questo documento alla 
storia trevigliese, che a compimento di essa e per 
non privarne i nostri lettori, l'abbiamo rapportato 
per intero nei documenti di questa seconda parte, 
(Vedi Documento XL) mentre volgeva al suo fine 
la stampa, riservandoci di qui farne breve discorso. 

Nel capitolo VII della parte storica, che tratta 
deìla condizione politica ed economica di Treviglio, 
scrivendo delle riforme che eran state eseguite nel 
Ducato di Milano, rapportammo che l'operazione del 
suo censimento era stata sospesa a cagione dell'in- 
vasione del 1733. Cessata che essa fu, e appena la 



410 PARTE II. NOTIZIE TOPOGRAFICHE-STATISTICHE 

Lombardia potè ricomporsi, Maria Teresa non in- 
dugiò a mandare ad effetto le sagge riforme che 
eran state proposte. 

Al piano che assicurava la perequazione dei ca- 
richi, toglieva l'arbitrio, e rendeva sicura e palese 
la somma da contribuirsi da ciascun possessore ed 
individuo della società; il Tribunale, ossia Giunta 
del Censimento, tosto fece seguire l'altro importan- 
tissimo della Riforma dei Governi provinviali, ci- 
vici e comunali, che aveva per iscopo, primo: di 
unire in ciascuna Comunità una rappresentanza di 
persone, autorizzate all'amministrazione delle sud- 
dette Comunità; sotto la dipendenza d'un Tribunale 
regio, residente in Milano; e formare egualmente in 
ciascuna città i Consigli e le Congregazioni. Secondo: 
di erigere in Milano tali uffizj, dipendenti dal Tri- 
bunale del Censo, che potessero essere sufficienti alle 
operazioni indispensabili per mantenere ed eseguire 
l'ordine stabilito, e da stabilirsi per l'universale am- 
ministrazione (1). 

Coll'editto 30 di dicembre del 1755 si pubblicò la 
Riforma al governo, ed amministrazione della Co- 
munità, compilata in 16 capitoli e 332 articoli, col 
relativo scompartimento territoriale fatto con editto 
10 di giugno del 1757, in cui a Tre viglio è con- 
servata la condizione di terra separata (2). 

(1) Carli: Censimento di Milano. Silvestri, 1851. 

(2) In quell'editto la Ghiaja d'Adda era compartita in tal modo: 
Agnadello, Arzago, Brignano, Boffalora, Calvenzaoo, Canonica, Cara- 
vaggio, Casirate, Casteì-Rozzone, Corte del Palasio, Dovera con, Po- 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 411 

I Trevigliesi, che volevano conservata la loro 
forma di Governo, sancita cogli Statuti dell'anno 1392, 
videro di mal occhio la riforma, e reclamarono alla 
Giunta contro l'editto 30 di dicembre del 1755, pre- 
sentando un progetto di modificazioni al medesimo , 
da adottarsi nel Comune di Treviglio. 

La Giunta, volendo pur favorire i Trevigliesi senza 
derogare però alia legge generale, prese in esame le 
ragioni addotte, emanava col 21 di gennaio del 1758 
il Regolamento della Riforma al Governo della Co- 
munità di Treviglio Giarra d'Adda, Diocesi di Mi- 
lano % (1) che ora qui presentiamo ai nostri lettori. 

Non tralascerò di dire che al comparire di esso 
nacquero parimenti nuovi ostacoli per la sua ese- 
cuzione, come evidentemente appare dalle relazioni 
dell' 8 di ottobre del 1761 e 21 di gennaio del 1762 
presentate da Carlo Doria. cancelliere in Treviglio, 
al Tribunale del Censimento. Allora il conte Firmian 
ordinava a Mantegazza Meraviglia che si prendes- 
sero intorno a ciò le opportune provvidenze. Il Man- 
tegazza con sua lettera del 13 di novembre del 1761, 
scriveva al podestà di Treviglio che venissero osser- 
vate le regole prescritte dalla Riforma generale. (2) 

stino e Bai baserà, Fara, Massari de' Melzi, Misano, Pagazzano, Pan- 
dino con Nosadello e Gardella, Pontirolo, Rivolta, Roncadello, Torino, 
Treviglio terra separata, Vailate con Cassine de' Grassi. 

(1) Fa altresì stampato e collocato nella Raccolta degli Editti, Av- 
visi del Censimento di Milano. — Milano, 1760. 

(2) Archivi di Stato in Milano — Cartella N. 2099 — Censo Co- 
muni. 



412 PARTE li. NOTIZIE TOPOGRÀFICHE-STATISTICHE 

Aggiunta alle notizie biografiche 
del pittore Zenale. 



Rileggendo nella parte I a le notizie biografiche di 
Bernardo Zenale, ci siamo accorti che inconsidera- 
tamente, e per la fretta della stampa con cui fu com- 
pita, venne ommessa una notizia su di un lavoro 
eseguito dal Zenale nella chiesa di S. Pietro in Ges- 
sate di Milano. Ripariamo ora a tale omissione. 

Verso Fanno 1484, il Zenale, in compagnia del 
compatriota Buttinone, dipingeva nella chiesa di 
S. Pietro in Gessate di Milano la cappella di S. Am- 
brogio, rappresentandovi alcuni fatti della vita di 
questo santo. In sul principio di questo secolo, una 
mano vandalica aveva fatto coprire quelle pitture 
con bianco di calce, quando nel 1862, levandosi parte 
dell' intonaco , rimase denudato sul lato destro di 
quella cappella, un pregevole affresco, raffigurante 
S. Ambrogio in veste proconsolare, che amministra 
la giustizia. A piedi del tribunale evvi la seguente 
iscrizione che riportiamo fedelmente: Opus Bernar- 
dini Bufinosi et Bernardi Renaliis de Trivilio. 

Tale iscrizione, fece supporre ad alcuni che un. 
pittore Renalli o Ranalli, avesse in quel tempo la- 
vorato col Buttinone. Per quante accurate indagini 
sien state fatte, possiamo accertare, che pittori tre- 



DI TREVIGLIO E SUO TERRITORIO 413 

vigliesi con quel nome non ne esistono, al contrario 
congetturiamo, che, quella iscrizione sia stata ag- 
giunta qualche tempo dopo , alterandosi i nomi di 
quei due artisti, e scambiandosi facilmente, nel nome 
del Zenale, la % gotica per un r . Può supporsi che 
il Zenale, il quale compilò e scrisse di sua mano, 
come dice il Lomazzo, un libro di regole sulla pro- 
spettiva, fosse incapace di scrivere il proprio nome ? 
Di più noi sappiamo per certo, che il Zenale ebbe 
sempre a compagno ne' suoi lavori il Buttinone, per 
il che teniamo che la suindicata iscrizione debba leg- 
gersi così: Opus Bernardini Butinoni et Bernardi 
Zenaliis de Trivilio. 



Aggiunta alle serie dei Podestà 
ed air elenco de 1 Notaj. 

Da ultime indagini praticate su dì una Cronica 
Anonima di Bergamo, dall'anno 1402 al 1481, pub- 
blicata nell'anno 1870, dal cav. can. Finazzi, tro- 
vammo che nel 1440 fu podestà in Tre viglio un 
Majio Suardo, il quale, dice la Cronaca, faceva guar- 
dar le strade et el paiese, aziò non se ne condusese 
biave ne victuarie a Bergamo, et fese impichar per 
la gola homeni che conducevano biave a Bergamo. 

Fra notaj di Treviglio trovammo indicato sotto 
Tanno 1309, un Giovanni Prienone. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 

ALLA 

PAKTE SECOPfI>JÌL 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 



Documento I. — Anno 1316. 

Testamentum Beltramì Buttinoni qui instituit Hospitale 
Domine Sanctce Marie de Trivillio (Extat in Archiv. 
Trivil.). 

In nomine Domini anno nativitatis eisdim millesimo 
trecentesimo sexto decimo, die dominico, quarto decimo 
die mensis novembris, indictione quintadecima. Cum sit 
melius sub spe mortis sua bona ordinata relinquere, id- 
circo ego in Dei nomine Beltramus filius quondam Petri 
Butinoni de burgo Trivillio, sanus mente, licet sine egri- 
tudine corporea occupatus. Videns et considerans quod 
dies domino subito venit, vitam subripiens et rana desi- 
deria mondanorum. Nolens ab intestato decedere hoc 
meum prout infra legitur testamentum volo debere valere 
et tenere poterit seu possit, in quo quidem meo testa- 
mento. In primis volo, lego et statuo, et ordino, etc. Item 
statuo, et ordino, etc. Item instituo mihi beredes de om- 
nibus meis bonis et rebus mobilibus et immobilibus, ju- 
ribus, rationibus, et instrumentis, omnes pauperes de Tri- 
villio, et de predictis omnibus meis bonis, et rebus, volo 
€t statuo et ordino quod debeat fieri et celebrari unum 
hospitale, prò hospitando pauperes et infirmos, ad honorem 



418 PARTE SECONDA 

Domini nostri Jesu Christi, et Beatse et Gloriose Virginis 
Marie. Quod hospitale statuo et iubeo debere vocari ho- 
spital Sanctse Marise de Trivillio. Item statuo et ordino 
quod Commune de Trivillio debeat esse defensor, pro- 
tector et commissarius et etiam gubernator prsefali hospi- 
talis semper et omni tempore; et quod dictum Commune 
debeat elligere duos bonos homines idoneos et legales, qui 
sempsr et omni tempore debeant regere et gubernare et 
conservare bona et res dispendere inter pauperes amore 
Dei. Iiem statuo et ordino quod de meis parentibus de 
Butinonis duo homines debeant esse una cum prsedicto 
Commune, et cum prsedictis duobus hominibus per ipsum 
Commune ellectis, ad regendum , et gubernandum et ad 
conservandum bona et res inter pauperes ut supra: et 
quod illi duo homines prò qualibet parte debeant mutari 
omni anno. Aduni in burgo Trivillio in domo in qua 
jaeet ilie Beltramus, presentibus prò secundo notano do- 
mino presbylero Àuricho de Curio de Crema, et prò tertio 
noiario Peiro fìlio Galvanei Gavaz.... de Trivillio. Inter- 
fuerunt ibi testes Jacobus fìlius quondam Alberti Corde, et 
Johannes fìlius quondam Arimaschi Maritati, et Martinus 
fìlius Mayfredi Picenoni, et Petrinus fìlius quondam Gi- 
rardi Maritati, et Jacobus fìlius quondam Faxati Chri- 
stiani, et Martinus fìlius quondam Giringelli Orlandi de 
burgo Trivillio, omnes testes rogati noti et vocati. 

Ego Petrus Gavaz.... in omnibus interfui pio tertio no- 
tarlo me subscripsi. 

Ego Albertinus fìlius quondam Azeboni Pavere de burgo 
Trivillio notarius tradidi et subscripsi. (1) 



(i) Nell'Archivio di Treviglio canservasi soia questa parte del te- 
stamento Buttinone che si. riferisce all' Ospitale di Santa Maria. Le 
ricerche fatte per rinvenire l'intero testamento riescirono vane. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 41$ 

Documento II. — Anno 1301. 

Epitome Privilegiorum Trivillii prò aquis Brembi. 
Gommime Bergomi concessit Mag. Dno Galealio Vice 
Gomiti Capii. Mediolani, quod ipse libere et gratis et ad 
suam voìuntatem possit retrahere< de flumine Brembi, a 
ponte Saneti Yictorio infra seriolam unam , ac ipsam se- 
riolam conducere versus partes districtus Mediolani ad 
quascumque partes sibi placebit dummodo ipsi Dno Ga- 
lealio Gapit. nullus jus aquiraiur desuper a bucca ipsius 
seriole vel etiam de subtus Disi quantum ad ipsam se- 
riolam trahendam, et decurrendam ubicumque voluerit 
versus descriptas partes quod semper liceat Communi 
Pergami facere in flamine Brembi, a bucca supra alias 
serioias et quicquid voluerit ipsum Gommune. 



Documento III. — Anno 1305. 
Per provisione Communis Pergami concessum fuii Dno 
Musche delia Turre Givi Mediolani quod possit acci pere 
unam seriolam seu Roziam de flumine Brembi finis in 
zosum {sic) fossa tum Bergomi quod factum full inter Per- 
gamum et Mediolanum, et incipit in territorio d§ Brem- 
bàte Inferiori desubtus ipsum locum de Brembate a mane 
parte suprascripli fluminis Brembi et protenditur versus 
mane su* ; er territorium de Bolterio et de Ciserano. Ita 
quod finis ipsum fossa tum in zosum possit ducere de aqua 
Brembi ubicumque voluerit finis ipsum fossatum in zosum 
ad suam liberam voìuntatem per terras et possessiones. 
Cuiuscumque persone Communis, Col'egii et universitatis 
ipso Duo Muscha solvente justum pretium ipsarum ter- 
rarum quod arbitrabit per arbitros eligendos , salvo sem- 
per et expressim dicto quod propter suprascriptam con- 



420 PARTE SECONDA 

cessienem non intelligatur* nec intelligi possit nec debeat 
aliquod jus acquisitum esse supra dicto Dno Musche in 
dieta aqua Brembi nec in flumin© Brembi finis supradictum 
fossatum in susum nec aliquod jus esse diminutum alicui 
Communi, nec diviso finis suprascriptum fossatum in su- 
sum quominus Commune Bergami et quelibet persona 
civitatis et universitatis Pergami possit uti dieta aqua et 
de ipso Brembo non obstante suprascripta concessione sicut 
poterai antea. 

Documento IV. — Anno 1305. 
Suprascripta concessio fuit confìrmata per Consilium 
generale ita ut habeat et obtineat vim decreti illius ad 
ducentos annos de anno suprascripto. 



Documento V. — Anno 1309. 
Conventum fuit inter Mag. D. Guidonem della Turre et 
sindicos Gommunis et hominum Trivillii, quod Commune 
Trivillii teneat et debeat facere rugiam et cavamentum 
rugie ipsius Dni Guidonis que derivatur de flumioe Brembi 
usque ad locum ubi dividentur aque ut infra et facere 
dictam bucham et clusam diete rugie et manutenere et 
aptare ipsam rugiam et bucham et clusam toties quoties 
necesse fuerit ad expensas ipsius Communis et solvere 
medietatem pretii terre per quam fiat illa rugia usque ad 
illam partem ubi aqua dividete, item quod aqua diete 
rugie dividatur in duas partes . videlìcet, per medietatem 
ubi videbitur Dno Guidoni et magistris qui ad hec electi 
fuerint per eum, et quod medietatis diete aque sit et esse 
debeat dicti Dni Guidonis, et alia medietas sit et esse debeat 
predicti Communis libere et absolute sine aliquo conditio. 






DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 421 

Documento VI. — Anno 1311. 

Henricus Romanorum Rex inter cetera seriolam et aquam 
quam Commune et homines Trivillij defluere faciunt a 
flumine Brembi ac derivare Trivillium per terrilorium 
ejus, quam aquam se asserunt aquisivisse justo titulo 
emptionis quamque presentialiter pacifice possident et 
quiete prout ipsam aquam juste et pacifice tenent et 
possident sic confirmavit. 

Documento VII. — Anno 1314. 

Provisio Bergomi ordinavit quod tota aqua que oritur 
et orietur in fossato et fossatis juxta stradam quam fa- 
ciunt illi de Trivillio, a burgo de Trivillio Grasso usqu© 
ad locum de Arzene et usque et juxta turrim de Arcene 
concedatur per Commune Pergami et hec nunc concessa 
esse intelligatur pieno jure Communi et hominibus burgi 
de Trivillio ad hoc ut homines et Commune de Trivillio 
perpetuo habeant liberam auctoritatem derivandi et ducendi 
totam ipsam aquam ad earum liberam voluntatem per 
fossatum seu fossatos que stent juxta suprascriptam stra- 
tam ab ipso loco de Arzene usque ad territorium de Tri- 
villio recte ducendo ipsam aquam per fossata que fient 
juxta ipsam stratam per dictos de Trivillio sine contra- 
dicdone Communis Bergami et cuiuscumque alterius et 
potestatem utendi ipsa aqua ad eorum liberam voluntatem 
per totum eorum districtum et territorium et predicta 
propter multa servitia, maxima collata et facta hinc retro 
per homines et Commune de Trivillio promiserunt venire 
cum suo exfortio et amicorum suorum in servitium et 
auxilium amicorum sacri Imperii et Communis Bergami 
et contra rebelies et inimicos Sacri Imperii et Communi 

28 



42$ PARTE SECONDA 

Bergami in felici exercitu quem nuper intendit facere 
Commune Pergami et etiam propter mulctas justas et 
rationabiles causas prò quibus Commune Pergami ratio- 
nabiliter tenebatur predicla et etiam maiora concedere. 



Documento Vili. — Anno 1327. 
Ludovicus Romanorum Rex ratificavi!; et confirmavit 
omnia privilegia precessores suos concessa Communi et 
homioibus de Triviìlio, et inter celerà confirmavit ac etiam 
concessit ipsis Communi et homioibus de Triviìlio, facul- 
tatem accipiendi et flumine Brenibi districtus pergamensis 
serioìam et aquam et eam defluere faciendi ad ipsam 
terram Trivillij et ejus terrilorium et ea utendi ad eorum 
volujiiatem prout ipsam aquam de dicto flumine acceperunt 
et decurrere fecerunt et usi sunt per longum tempus. 



Documento IX. — Anno 1331. 
Joannes Rex Boemie, Brixie, etc, dictus Communi de 
Triviìlio concessit ut possit ducere et decurrere facere a 
llumine Brembi de suo territorio Pergamensi ad terram de 
Triviìlio et per ipsius terrilorium aquam seu serioìam 
quam et sicut hactenus decurrere consueverant. 



Documento X. — Anno 1331. 
Ludovicus de Sabaudia vice Serenissimi Regis Boemie 
Brixie et Pergami Dm, etc. Confitelur habuisse a Commu- 
nitate Trivillij prò restitutione aque decurrenìis a flumine 
Brembi ad Castrum Trivillij mille sexcentum florenos auri 
de Florentia. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 423 

Documento XI. — Anno 1331. 

Provisio Comrnunis Bergami ordinavi! quod filiere Mag. 
Dni Azonis Vicecomitis Milit. et Pergami Dni scripte ia 
favorem Communis Trivillij et petitio ipsius Communis 
exequantur et fìant prout facent : que petitio erat quod 
bomines Castri Trivillij possint retrabere et retrabi facere 
ad eorum voìuntatem de flumine Brembi, a ponte S. Victo- 
ris infra seriolam unam et duas quas vo'uerint et novenni 
sibi necessarias et quod ìiceat eis ad d^a menta vasa et 
lectos quacumque facere et reficere et fieri et retici facere 
per territorium Pergami omni tempore prò ipsis seriolis 
ducendis et derivandis ducendo ipsas seriolas ad partès 
quaseumque voluerint, et eis utile fuerit sine contradiclione 
Communis et bominum Bergami ve! alicuius alterius per- 
sone et eis tamen solventibus damnum quod alicui siogu- 
lari persone inferent occaxione dicti ca vainomi. 



Documento XII. — Anno 1333. 

Consilium generale Bergami facta mentione suprascripte 
provisionis usque ad predicti Dni Azonis benepiacitum 
voluntatis et quod nobilis D. Vincentius de Suardis in 
dìcio Consilio astans et alij multi singulares et forte uni- 
versitatis Communis de Brembate Inferiori in partibus per 
quas dicti de Trivillio intèndunt conducere vel conduci 
facere dictas seriolas a dicto flumine Brembi per distri- 
cami Bergami babeant eorum terras possessiones et jura 
requisito si volunt ipsi de Consilio quod dictus Dni Vin- 
centius et alii quicumque tam singulares quam universi- 
tatis cuiuscumque Communis districtis Bergami habenies 
terras possessiones et jura in partibus per quas dicti de 
Trivillio intèndunt conducere dictas seriolas de flumine, 



424 PARTE SECONDA 

Brembi per districtum Bergami possint ad votum et libere 
et impune statuto aliquo non obstante facere datum et 
venditionem alienationem et quicquid aliud quod melius 
de jure valeat et teneat sindico Gommunis Trivillij no- 
mine dicti Gommunis et cuiuscumque alterius cui diclo 
Dni Azoni placuerit de terris et possessionibus et juribus 
dictorum Pergamensium per quas dictus Dnus Azo et 
dictum Communi de Trivillio conducere vel conduci facere 
voluerit dictas seriolas ordinavit quod fiat. 



Documento XIII. — Anno 1333. 
Facta narrativa compromissi facti per D. Vincentium de 
Suardis et sindicos Communis Trivillij in D. Rinaldum 
de Aìiprandis qui erat pretor Bergami et in spetie de 
questione vertente inter su'prascriptas partes de non po«se 
duci, derivari, nec menari per predictos de Trivillio aquam 
fluminis Brembi per terras et possessiones speclantes su- 
pradicto D. Vincentio sine licentia ipsius Dni Vincenti], 
ad quem de jure multae possessiones et terre pertinent per 
quas dicti de Trivillio duxerunt et ducere intendebant 
aquam dicti Brembi ad territorium de Trivillio contra vo- 
luntatem supradicti Dni Vincentii, et dicti de Trivillio 
contenderent posse ducere sine contradictione dicti D. Vin- 
centii. Arbitratum fuit quod dictus D. Vincentius teneatur 
secundum licentiam et auctoritatem GonsilJi generalis 
Pergami, eadem die celebrati et ex jure quod habet, fa- 
cere datum et venditionem et jurium cessionem et con- 
cessionem Communi Trivillij de terris et possessionibus 
jacentibus in territorio de Brembate Inferiori, de quibus 
fit mentio in quibusdam Instrumentis et de omni jure 
eidem competenti in dictis terris et lecto sive vaso Brembi 
a Cieppo rotondo sivo in vaso dicti Brembi infra a capite 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 425 

dicti gieppi, ad hoc ut homines Trivillij possial libare de 
aqua fluminis Brembi per dictas terras et possessiones et 
vasum sive lectum Brembi libere et sino contradictione 
dicti Dno Vincentii et habentis causam ab ipso ducere et 
derivare de aqua dicti fluminis Brembi per dictas terras 
et possessiones et vasum sive lectum Brembi et per totum 
vasum et lectum seeundurn quod ipsis placuerit et eliaci 
ducere per totas dictas terras et lectum contentaseli dictis 
Instrumentis que sunt a mane parrei, meridie felli flu- 
minis Brembi per totum dictum;"! écium et vasum et ai- 
veum dicti fluminis sec.undum quod protendunt et pro- 
tenderne! et liucusque. bucce seriolarum acceptarum et 
accipiendarum de dlcto flumine Brembi per ipsos Iiomines 
de Trivillij super territorio et per territorium de Scem- 
iate Inferiori usque ad gieppum rotùndum quod est et 
esse cpnsuévi in ledo sive vaso fluminis Brembi parum 
desubius locum de Brembale Inferiori qu^si prope ripam. 
per duodecim capitia vel ibi circa ripam dicti fluminis a 
sero parte dicti fluminis, ila quod usque dicium gieppum 
et a dicto gpppo infra secundum quod protendi! , recta 
linea" diclus gieppus versus meridiem, licitum sit dictis 
honifaibus de Trivillio facere unam bonam et idoneam 
clusam sicut eis videbitur incipiendo a dieio flumine versus 
mane dicti fluminis sive lecti: .in qualibus parte ipsius 
lecti sive in medio sive ultra mediani sive citra lectum. 
dicii fluminis veniendo ad dicium Gieppum rotùndum. 
non transeundo cum aliqua elusa dictum gieppum versus 
sero prò accipiendo aquam que decurrere possi! pes 
lecium dicii fluminis a dicto gieppo rotundo usque ad 
ripam que est a sero parte dicti fluminis secundum 
quod elusa fiet et licitum sit dictis hominibus libere 
facere dictam clusam , modo predicio prò conducendo 
aquam dicti fluminis per dictum vasum et lectum' ad duas 



426 PARTE SECONDA 

buchas dictarum serioìarum conducendarum unam extra 
districtum Pergamensem ad locum et territorium de Tri- 
villio et abiiìde infra et alteram per dictas terras et per 
territorium de Brembate Inferiori et districtum Bergami 
ad territorium de Brignàno et abinde infra et qui Diìus 
Vincenlius promittat dictis sindicis quod de celerò non 
inquietatit dictos homines in dictis terris et vaso et lecto 
et clusis et buchis nec etiam prò aliquo jure quod ipsi 
spedare posset. In futurum quominus per ipsas seriolas 
et rugias possint libere ipsam aquam derivare nunc et in 
futurum salvo quod in predicto dato non veniant terre 
et possessiones vasum molandinorum nec molandina seu 
jusque consueverunt esse supradicti Dui Vincentii et 
deinius habere a sero parte dicti ledi fluminis Brembi 
versus flumen Abdue et sub ripa Amici seu ibi ubi dicitur 
in arnicmm. Ila tamen quod licitum sit ipsi Bfio Vin- 
centio acci pere de aqua dicti fluminis Brembi a gieppo 
predicto roiundo versus sero inter dictum gieppum et ri- 
paci dicti fluminis que est a sero parte dicti fluminis non 
faciendo nec fieri faciendo aliquod obstaculum in dicto 
flumine per quod possit obviari quominus aqua dicti 
Brembi possit decurrere per alveum seu lectum dicti flu- 
minis ad dictas buchas dictarum Rugiarum a dicto gieppo 
infra per territorium et usque extra dictum territorium 
seu per dictum locum et terras vendiias per dictum Dnum 
Vincentium et abinde infra ad locum et territorium de 
Trivillio et de Brignàno, et a dicto gieppo supra non 
possit nec debeat dictus Dnus Yincentius facere aliquod 
obstaculum nec abinde infra per quod dieta aqua non 
possit libere labi per dictum alveum dicti Brembi ad va- 
sum dictarum serioìarum ampliando et buchas dictarum 
serioìarum sive roziarum salvo semper jure predicto su- 
pra dicto Dno Yincentio, et quod dictum Gommune debeat 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 427 

dare infra octo dies dicto Duo Vincentio florenos ducentos 
auri. 

Documento XIV. — Anno 1333. 
Facta fini venditio juxla formam dictorum arbitramento- 
rum in qua sunt expresse terre et confinis lecti mzie 
que venduntur et in quodam loco dici tur non transeundo 
cum aiiqua elusa dictum gieppum nec lectum dicti flu- 
minis ultra quam protendit recìa linea versus meridiem 
eundo. 

Documento XV. — Anno 1334. 
Dnus Gonradinus della Turre suo nomine etconsortum 
vendit hominibus de Triviiìio nominative de quodam vaso 
seu quodam ledo fossati, seu quodam fossati cavamente 
sive rugia, a flumine Brembi usque in territorio loci 
de Fara in centrata ubi dicitur in Felesiito per quod seu 
quam decurrere consuevit aqua de flumine Brembi su- 
per disirieium Pergamensi versus Brignanum et de jure 
elevandi aquam dicti fluminis Brembi de ipso flumine 
Brembi et derivandi ipsum aquam per ipsum vas seu 
fossatum usque in dicto territorio dicti loci de Fara in 
quo dicto loco fiat divisio diete aque defluentis per ipsum 
vas ita quod medietas ipsius aque defluat versus Trivil- 
lium seu ad partes Trivillienses que sit dictorum homi- 
num de Trivillio et alia medietas defluat versus Brigna- 
num seu versus partes Brignani que sit dictorum della 
Turre per pretium librarum quatuor centum imperialium. 

Documento XVI. — Anno 1339. 
Ludovicus Imperator concessit Dno Vincentio de Suardis 
concessit flumen vulgariter dictum Brembi, a campo- 



428 PARTE SECONBA 

Brembi usque ad abduam supra Canonicam Pontiroli dio* 
cesis Mediolanensis in quo nulli normanni cuiuscumque 
status, aut conditionis extiterunt piscari moìendina erigere 
aut molendinis erectis nec non ipso flumine ailquo modo 
uti seu quoscumque alios usus vendicare liceat preter eius 
promissioDem et liceatiam specialem villani etiam vulga- 
riter nuncupataooi Brembate Inferiori nec non terram vo- 
catum Bomanum prò juslo et legali feudo. 

Documento XVII. — À<nno 1344. 
Biìus Vincentius de Suàrdis donavit Mag. Biìis Joanni 
et Luchino de Viceeomitibus et nepotibus jus sen jura 
ducendi et duci faciendi aqùam flumiois Brembi parlicu- 
lariter et in tolum ad terras et possessiones de Brignano 
et ad alias terras et partes quaslibet et faciendi' omnes 
et quaslibet clusas cum muris et sino muris et alia que- 
cumque laboreria propter que predictam aquam possint 
ad predictas possessiones et ad alias quascumque partes 
facere derivar! que laboreria et quas cluas, possint faceri 
fieri, et per homines de Trivillio non obslante aliqua pa- 
cione vel convenitene, vel arbitramentis sive laudo quam 
seu quas predicti honrnes de Trivillio babent cum pre- 
dicto Brìo Vincentio de non claudendo predictum flumen 
seu predictam aquam Brembi et de non faciendo clusam 
in eo et specialiter a gieppo rotundo supra vel ultra vel 
a sero parte. 

Documento XVIII. — Anno 1344. 

Diìus Vincentius de Suardis facta menitene suprascri- 

ptorum arbitramentorum et conventionum factorum inter 

eum et homines Triviilij quod predictis hominibus de 

Trivillio non liceat claudere flumen Brembi seu clusam 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 429 

vel alia laboreria facere de supra vel ullra seu a sera 
parte lapidis fìxe in dicto flamine Brembi qui lapis ap- 
pellatur gieppus rotundus sub certa pena et quod de ornai 
jure sibi spedante in predicta aqua complaceat Mag. Dnis 
Vicecomiiibus dedit licentiam hominibus de Trivillio clau- 
dendi et etiam clusas et alia qualibet laboreria faciendi ad 
pelitionem predictoruni dnorum de Vicecomiiibus in pre- 
dicto flumine Brembi de supra et a soro predictum lapi- 
dem seu gieppum.. rotundum. 

Documento XIX. — Anno 1344. 
Bni Meiiolaai facta mentione de dieta concessione eis 
facta per dominum Yincentium Suardum mandante homi- 
nibus Trivi llij quatenus omoes clusas et siopaturas neces- 
sarias prò faciendo aquam d^currere que defluii versus 
Brignanum et Triviìlium securo et liberi fieri faciant. 

Documento XX. — Anno 1345. 

Drìus Galeaz Vicecomes facta mentione con-cessionis sibi 
facte, a Dno Vincentio Susrdo concessi! hominibus Tri- 
villij licentiam perpetuasi! quatenus omnes clusas et sto- 
paturas et laboreria facere possint in dicto flàmine Brembi 
et in quacumque parte prò levando aquam particuìariter 
et in totum faciendo eas decurrere Brignanum vel Tri- 
viìlium et ad alias quascumque partes prout eis placua- 
rit, etc. 

Documento XXI. — Anno 1346. 
Dnus Yincentius Suardus et sindici Communis et ho- 
minum Trivillij facta mentione controversie vertentis inter 
ipsas partes occaxione seriolarum quas predicti homines 



430 PARTE SECONDA 

retrahunt seu retrahere consueverunt de flumine Brembì 
per terras et territorium de Brembate Inferiori quas as- 
serebaot posse sit levare et retrahere ad eorum libertatem 
et voluntatem et sine contradictione dicti Dni Vincentij et 
ipsum doìiiioum Viocentiurn incidisse in penam rompro- 
missi quia venit arbitramenta et Diìus Vincentius asse- 
rebat se habere jus molendinorum in aqua dicti flumini 
seu accipiendi et levandi aquam dicti fluininis prò certis 
suis molandinis et pratis et terris et dictos de Trivillio 
non posse derivare nec acclusare dictara aquam nisi certo 
modo loco et forma in ipsis arbitramentis comprehensa 
devenerunt ad transactiones, in qaibus Dfius Vincentius 
titulo transaclionis cessi t et transtu'it dictis bominibus 
omnia jura, sibi ccmpetentia seu que in futurum sibi vel 
suis heredibus pertinere possent in vaso, lecto et glarea 
Brembi et in ipsis flumine aqua et derivatone, et in ripis 
zerbis et pratis connexis ipsi flumini et maxima in locis 
illi ubi nunc levantur seu per que nunc conducente vel 
in futurum levari seu conduci vel derivari posset vel 
contigeril seriolas seu ruzias vel buchas seriolarum dicto- 
rum de Trivillio et remisit et renuntiavit titulo transa- 
ctionis et d nationis et quolibet alio jure liberaliter omni 
juri quod sibi competit vel etiam in futurum sivi vel suis 
heredibus competere posset et per quod dicere vellet seu 
vellent jus aliquod sibi competere prohibendi ne per dictos 
de Trivillio aqua dicti fluminis derivetur in quascumque 
parte et ex quacumque parte dicti fluminis qua eum du- 
cendo eis placuerit et cum clusis et sine clusis faciendis 
refìciendis et mutandis et remutandis et sepe et sepius in 
quacumque parte et loco dicti fluminis et vasis et alibi 
ubicumque et qualitercumque eisdem et successoribus pla- 
cuerit ad eorum libitum voluntatis versavice dicti sindici 
remiserunt Dno Vincentio omnem penam et penas ia quas 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 431 

ìncurrisset et totum id quod petere possent occaxione 
expensarum factarum et damnorum et interesse passorum 
per eos prò molestiis eisdem per ipsum ilìatis , et quod 
instrumentum juratum est, salvo quod propter predicta 
ned aliquod predictorum non videatur aliquid preiudicari 
diìi Medi ili vel eorum nepotibus de eo quod eis cessisset 
ve! donavisset ille dnus Vincentius, nec aliquod preludi- 
tium eis vel eorum juribus inferatur. 



Documento XXII. — Anno 1346. 
Dni Medìolani Pergami, etc, coneesserunt et conces- 
siones f&cte per Commune Pergami hominibus de Tri- 
villio de seriolis duabus retrahendis de flumine Brembi et 
territorio Pergami et Vincenlio Suardo et cuilibet alteri 
possendi vendere impune suas terras possessiones et jura 
per quos fieri contigerit cavamenta ipsarum seriolarum 
ipse diete fuerunt valere debere usque ad beneplacitum 
Dni Azonis de anno 1333 et quas gratias fecit idem Dnus 
Azo ac fieri feci ob suam utilitatem propter terras et pos- 
sessiones de Brigoano et Casirate et ea que postea facta 
et data sunt per dictum Vincentium et specialiter noviter 
per instrumentum transactionis debeant per Commune et 
homines Pergami inviolabiliter observari, et ita ad maio- 
rem eautelam roboraverunt et confirmaverunt usque ad 
eorum beneplacitum. 



Documento XXIII. — Anno 1427. 

Philippus Maria Anglus dux Mediolani, etc. Informatus 

de privilegiis concessis per Dnos olim imperatores ac 

etiam per 111. precessores suos super flumine Brembi prò 

derivatione aque ipsius fluminis ad terram Trivillij et 



432 PARTE SECONDA 

super ejus territorio et terris ea privilegia et jura omnia 
ac etiam confirmata ut supra omnesque emptiones con- 

cessiones ac gratias a quibusvis habitas de dicto flamine 
et eius aque et aqueductibus eorumque pretextu appro- 
bayit et confirmavit. 



Documento XXIV. — Anno 1449. 

In capitulis confì?matis per serenissimum Ducem Vene- 
tiarum Inter alia petitur quod dignetur conformare omnia 

coniai privilegia et jura aquarum et aqueductum et , 

et quecumque alia jura emptiones et gratias absque aliqua 
reservatione prout et confìrmaverunt alij Dui de Vice- 
comi tibus respondeat: quod sumus contenti eis' omnia eo- 
rum privilegia et jura aquarum et eo modo et forma qua 
illa habebant qua;. do sub nostra venerunt obediéntóa duni* 
modo'juridice possideant. 



Documento XXV. — Anno 1493. 
In controversia vertente inler Communitatem Trivillij 
et Ambrosium Della Piazza investitura de glareis Brembi 
et Simonem Gayonum de Brembate repertum ad colli- 
gendum et abducendum de ipsis glareis ac homines de 
Brembate nomina tos dnos in juditio et que susceperunt 
judiciuoi in se per D. Commissarium glaree abdue et 
D. MicbaBlem Tonsum ex vicariis generalibus ducalibus 
declaratum fuit bomines Trivillij esse veros et legittimos 
possessores iluminis Brembi et glarearum a fossato Ber- 
gomensi infra usque in flumen abdue et non licere dicto 
Simoni nec hominibus Brembate colligere nec abducere, 
nec se aliqualiter intromittere de dictis flumine et glareis, 
a dicto fossato infra et dictum Simone indebite turbasse 



BOCUMENTI ILLUSTRATIVI 438 

lictos homines Trivillij seu dictum Ambrosium eorum 
ìctabilem in possessione dictarum glarearum et eos con- 
lemnaverunt ad de celerò, non turbandum molestandum 
ìec inquietandum dictos Communes et homines Trivillij 
in dieta eorum possessione dictorum fluminis et glarearum 
)i ad patiendum dictos homines Trivillij et agentes pra 
)is eorumque fìctabiles libere et pacifice colligere posso 
lictos lapides et glareas in vaso et lecto dicti fluminis a 
lieto fossato Bergomensi infra et ex eis perei pere et ha- 
bere redditus. 



Documento XXVI. — Anno 1493. 
Cum homines Trivillij prorrexissent querelam 111. Dni 
quod homines Brembate ad cenium et amplius manu ar- 
mata moreque hostili citra fossatum Bergomensem egressi 
Bnmbi depopuìati essent glareas que per sententiam co- 
missarij Caravagii ac Dni Michelis Tonsi Trivilliensibus 
jure possessionis adiudicate sunt rem ad senatum sacre- 
tum remisit qui andito dìcto Michele Tonso ac de novi- 
tate et recessu predictis plenam notitiam habens censuit 
homines Brembate ob temerità tem et culpam suam ceci- 
disse omsi jure quod in dictos glareis superasse sibi 
quovismodo pretenderei omni que propterea actione pri- 
vatos esse neque amplius subsidium juris si quod habent 
impiorantes audiendos. 



Documento XXVII. — Anno 1493. 
Ili. sig. Ludovico Sforza scrive al Rev. Arcivescovo di 
Milano che la Serenissima di Venetia per addatar la dif- 
ferenza di Brembate ha eletto il podestà di Bergamo, et 
esso elege D. Arcivescovo che si transferira a T rezzo et 



434 PARTE SEC@NDA 

avisara il detto podestà p8r andare insieme al loco della 
differenza et quello che a vera de fare sarà , intendere il. 

consueto et provedere che nelli nostri faciano quello che 
non debeno circa la chiusa così nel loco come nella forma, 
ne quelli di Brembate impediscano più quello che per 
l'antiqua possessione, et per le ragioni sue è concesso a 
nostri. Poi li scrive un' altra lettera che essendo esso a 
Trezzo faccia intendere al detto podestà sopra il loco, 
dove bene veduto il sito et termini si sforzi ad accordare 
te parli, et quando questo non possi riuscire vedere dove 
uno anno fa i Triviliesi havevano la chiusa sua, et li 
cornetti io scritto che servino circa al loco et forma della 
chiusa quello che facevano un anno fa ne presumano fare 
alteratone, che se di ragione pretendono andare più inanti 
non gli sarà manchato di ragione et dira al detto podestà 
che dica ai suoi quando pretendessero che Triviiiensi 
havessero Lauto lanno passato la chiusa più alia che la 
ragione sua non vele. 



Documento XXVIII. — Anno 1493. 
Predicti Mag. déllègàtus Ser. Dnij Venetorum et Rev. Ar- 
chiepiscopus dellegatus II!. Principi Medkhuii auditis 
Mag. Dno Francisco Bernardino vicecomite de Brignano 
et agentibus prò Triviilio dicentibus ipsos posse fa cere 
palificatas ceppatas et clusas per totum flumt*n Brembi 
prò dictis rugiis et aquis ducendis etiam de supra fos- 
satum Communis Bergomi et agentibus prò 111. domina- 
tone dicentibus non licere facere clusas nec aliquid aiiud 
de supra fossatum Bergomensi nisi secundam et juxta 
concessionem factam per Commune Bergami per certuni 
tempus duraluram ad beneplacitum prediete Gommunitatis, 
et lectis nonnullis instrumentis ad causam facientibus 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 435 

mandavenmt predicto D. Francisco Bernardino et Trivil- 
liensibus quatenus in termino dierum removisse debeant 
tillete (sic) omnia per eos innovata in dicto flumine Brembi 
ab anno uno citra. J^ 



Documento XXIX. — Anno 1 493. 

L'Ili, sig. Ludovico scrive al Rev. Arcivescovo che non 
havendo fatto il comandamento a Trivilliesi di servare 
quello che facevano uno anno fa, se la Gommunità di 
Bergamo non protesta manti, che per questo non s'intenda 
preiudicato a raggione quale habbia alcuna , delle parti 
circa il fatto della chiusa, et quando l'ha vesso già fatto, 
dica al podestà di Bergamo che la commissione di non 
lassiamo essequire sin che questo pretesto non sia fatto 
ogni opera perchè il facciano essi restassero di farlo che 
specifichi nel comandamento cilra preiuditium jurium 
partium, et dica a Trivilliesi che protestino di ubedire 
senza pro-iuditio delle sue raggioni. 



Documento XXX. — Anno 1493. 
L'Ili. Duca scrive ai Trivilliesi di detta commissiono 
et commandamento, et che essi non l'havevano fallo, per 
non preiudicare alle ragion sue per poter far nel detto 
fiume, ma ancho uno muro al traverso quando così li 
paresse, però sono contenti di levar detta palificala per 
ubedir et declara che non intende che per questo sia 
preiudicata ad alcuna sua raggione, ne ancho per questo 
li homeiii di Brembate ne altra persona abbia acquistato 
raggione alcuna nel fiume del Brembo ma li conserva ogni 
sua raggione illesa et in quel modo che avevano inanti. 



436 PARTE SECONDA 

Documento XXXI. — Anno 1493. 
L'Ili. Duca scrive a Trivilliesi che declara ancora che 
per tale levate di palificatagli sia pregiudicato alla sua 
giurisditione. 

Documento XXXII. — Anno 1499. 
Fra li capitoli fatti con la 111. Serenissima di Venetia 
gli è l'ottavo che la predicta 111. Signoria si degni con- 
firmare tutte le raggioni quali ha essa Communità nel 
fiume del Brembo, gerre, ripe, boschi, zerbi, prati con- 
nexi al detto fiume et similmente tutti li privilegj dicendo 
nella confìrmatione — Confirmamus et ex abundantia 
denuo concedimus prout petitur. Responsio : Fiat ut pe- 
titur. 

Documento XXXIII. — Anno 1504. 

Nelli altri capituii con la predicta 111. Signoria gli è 
l'ottavo del tenore come di sopra. Responsio: quo ad con- 
firmationem jurium suorum circa flumen Brembi et aquas 
glareas et reliqua fiat ut petitur, salvo tamen jure tertij. 

Documento XXXIV. — Anno 1508. 
Facta fuit transactio inter Bergomenses et Trivillienses 
medio Mag. doctorum potestatis Bergomi Cap. Creme et 
potestates Trivillii, quod homines Trivillii accipere et le- 
vare possint de flumine Brembi perpetuis temporibus 
eorum tamen expensis duas seriolas de subtus pontem 
Sancti Victoris, in quocumque loco ubi eis magis libuerit 
a mane ponte dicti fluminis prò conducendis aquis ad suas 
rugias et quod facere possint sceptas (sic), clausuras, palifi- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 437 

catas et muros ad eorum arbitrium in dicto toto flumine ex 
parte predicto infra cum declarationem quod per presen- 
tem concessionem, et transactionem non sit nec intelligatur 
jus aquisitum in dicto flumme et aquis Brembi predictis 
de Trivillio a fossato BergcMensi supra nec ipsis deroga- 
tum a fosso predicto infra. 

Item Bergomensos promiserunt, quod nunquam in fu- 
turum impedimentum aliquod inferetur in dicto flumine 
Brembi, quin decurrant canalia duodecim ad minus aqua- 
rum per dictum flumen Brembi ad dictum pontem S. Vic- 
toris et ad ipsorum de Trivillio comodum, prò recognitione 
autem et lieto dictarom aquarum et comoditate ut supra 
concessa retrahendi dictas aquas, predicti de Trivillio pro- 
miserunt dictis Bergomensis solvere lib. 300 imperialium 
singulis annis. (1) 

Documento XXXV. — Anno 1570. 

Sentenza pronunciata da Camillo Porro nella lite fra 
Trevigliesi e Brembatesi. 
Illustrissimi et Clarissimi Viri D. D. Porrus J. II. D. Re- 
giusque , et Ducalis Senator Mediolani , ac D. Aloysius 
Grimanus Patricius Venetus, et Prsetor CTivitatis Bergomi 
Delegati , videlicet prsefatus Illustrissimus D. Porrus ab 
Illustrissimo, et Excellentissimo D. Don Gabriele è Gueva 
Quinto Duce Alburquerquensi , etc, Marcinone Cuellarii, 
Gomito Lodesme, et Guelme, etc, prò S. R. et G. M. in 
domino Mediolanensi, Locum Tenente, et in Italia Capi- 
taneo Generali , etc. , per Litteras tenoris hujusmodi, 
videlicet. 



(i) Tutti i suindicati privilegi, dei quali si è presentato un com- 
pendio, conservansi nell'Archivio Comunale di Treviglio. 

29 



438 PARTE SECONDA 

Philippus Dei gratia, Hispaniarum, utriusque Sicilise, etc. t 
Mex, et Mediolani Dux, etc, et Spectabili J. II. D. Ca- 
millo Porro Senatori nostro dilectissimo , S. Notam vobis 
esse scimus controversiam inter Trivilienses subditos no- 
stros, et Bergomenses subditos Illustrissima Reipublicte 
Venelae ortam ad palificatami in Fluvio Brembo positam , 
quam nostrates instaurare, et conserverò vellent, adversa- 
riis illis non licere contendentibus. Notum vobis etiam esse 
scimus superioribus proximis diebus constitutum ex utra- 
que parte fuisse, ut Communes judices eligerentur, do- 
etnea, auctoritate, et integritate prsediti, qui causam cogno- 
scerent, deciderentque, ita ut contentionum, et scandalorum 
causse omnes ab utraque parte amoverenlur, et quiete, ac 
tranquille viveretur, ut inter fmitimos fieri par est, atque 
ut benevolentie, qua3 nobis cum Republica illa intercedi^ 
convenit. Proinde cum Reipublicae illius nomine electus 
jam fuerit Mag. Aloysius Grimanus Bergomi Prsetor; nos 
pariter harum serie, vos eligimus, et deputamus, vobisque 
mandamus, ut una cum ipso Mag. Grimano illuc vos con- 
feratis, quo convenire vestrum utrique commodius visum 
fuerit, atque illuc visis prius , et piene cogoitis omoibus 
ad eam causam facientibus, eam cum connexis emergen- 
tibus, et dependentibus, una terminetis, decidatis, et amice 
componatis, quemadmodum justitice, et sequitati convenire 
judicaveritis, efficiatisque, ut controversia ipsi finis impo- 
natur, et si qua difficuìtas inciderit, qua, vel Fisco nostro, 
vel subditis nostris damnum aliquod creari possit, ea pror- 
sus tollatur, neque ulla amplius dissensionum, aut incom- 
modorum causa alter utri parti relinquatur; atque haec 
omnia eo Consilio fiant , ut quidquid ab ambobus vobis 
terminatum, et conclusum fuerit, a nobis. et a Serenissimo 
Duce, ac Iliustris. Reipublicaa Venetae Gubernatoribus 
seque ratum habeatur, atque confirmetur. In quorum fidem 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 439 

prsesentes Sigillo nostro munitas fieri jussimus. Dat. Me- 
diolani terdo februarii MDLXX, signat. ilnnibal Grucejus, 
et sigilla!., età, a tergo registrat. in filo, etc. 

Et prsefatus Illuslris. D. Aloysius Grimanus a Serenis- 
simo Dominio Veneto per litteras tenoris hujusmodi , vi- 
delicet. 

Nos Petrus Lauredano Dei grafia Dux Yenetiarum, etc. 

Essendosi concluso a questi giorni prossimamente pas- 
sati tra la Signoria Nostra da una parte, e l'Illustris. si- 
gnor Duca d'Alburquerque Governatore per il Serenissimo 
Re Cattolico nel Stato di Milano etc. , dall' altra , che la 
differenzia, e controversia nasciuta tra la fidelissima Co- 
munità nostra di Bergamo, e la Comunità e Terra di Tré- 
vino (Tr eviglio) di esso Stato di Milano per occasione della 
palificala nel fiume Brembo, fosse trattata, decisa, e ter- 
minata da giudici sinceri, uomini di autorità, e di valore, 
deputati dall' una e Y altra parte di noi , per levar ogni 
disparere e scandalo, che per questa causa potesse occor- 
rere tra quei Comuni sudditi, e perchè a quei confini si 
viva quietamente, e pacificamente conforme alla buona, e 
sincera amicizia, che è tra S. M. C, e la Signoria Nostra, 
abbiamo eletto e deputato, e così per tenore delle pre- 
senti elegemo e deputiamo in giudice dal canto nostro il 
diletto Nobile Alvisio Grimani, al presente Podestà d'essa 
eittà nostra di Bergamo, il qual insieme col Giudice eletto 
per la parte di esso lllus. signor Governatore per la espe- 
dizione di questa causa, e differenza, s'abbia a transferire 
ove tra loro sarà terminato esser loro più comodo ed op- 
portuno per quest'effetto, ed informato del stato della causa 
in quel modo, che meglio gli parerà abbi sopra la causa, 
e differenza predetta cum connexis, emergentibus, et depen- 
dentibus ab ea insieme col Giudice eletto per l'altra parte 



440 PARTE SECONDA 

a decidere, terminare, e componer amichevolmente la dif- 
ferenza suddetta, siccome da loro giudicato convenire alla 
giustizia, ed al dovere da che sia posto il debito fine ad 
ogni difficoltà, e controversia, che potesse occorrere si per 
interesse della Signoria nostra, come della fedelissima Co- 
munità nostra di Bergamo predetta intorno a questo ne- 
gozio, onde nell'avvenire non vi resti più cagione alcuna 
di disparere, o disturbo tra quei Comuni sudditi. 

E quello, che tra li detti giudici deputati sarà termi- 
nato e concluso, abbi ad essere a sua corroborazione ra- 
tificato dalla Signoria nostra, e parimente dall'Illus. signor 
Governatore predetto. In testimonio delle quali tutte cose 
abbiamo comandato, che alle presenti nostre sia pesto il 
nostro consueto sigillo. 

Dat. in nostro Ducali Palatio die 5 novembris Indictione 
decimatertia 1569. Signat. C. Porrus Delegatus, et Aloysius 
Grimanus, et sigillat., etc. 

Viso loco differentiarum, etiam una cum predicto Doctor 
Porro, assistente Mag. Regii Ducali Fisci Status Mediolani 
Syndico D. Bernardo Serponte in Flumine Brembi ad lo- 
cum Brembati Inferioris agri Bergomensis, visisque Ostiis, 
sive Buccis Rivorum, seu Rogiarum Communitatis Castri 
Trivilii , et Brignani paulo infra ipsum locum , per quas 
deducunlur aquse dietse fluminis ad irrigandum territoria 
Trivilii, et Brignani, visoque Septo , seu Clusa per Trivi- 
lienses facta in alveo diefi fluminis prò immittendis aquis 
in dictas buccas inter dictum locum Brembati, et ipsas 
buccas, ac viso quodam lapide in alveo dicti fluminis su- 
per dictam clausam existente, vulgo Sasso rotondo, seu 
Chieppo rotondo appellato, et denique viso ipso flumine a 
Ponte super dicto flumine existente, quem S. Victoris no- 
minant superiore dicti loci Brembati infra, ibique auditis 
agentibus prò prsedicta Communitate Trivilii, asserentibus 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 441 

sibi competere jus extrahendi aquas ex dicio flumioe , et 
proinde faciendi, et tecendi quaecumque opera et sedificia 
in ipso flumine a dicto Ponte S. Victoris infra. 

Agentibus autem prò Mag. Commuoitate Givitatis Ber- 
gomi contrarium asserentibus , intellectaque controversia 
finium inter Serenissimum Dominium Venetum, et Statum 
Mediolani vertente, quod agentes prò Dominio Veneto prse- 
supponunt dieta Dominia dividi per fossam Bergomensem 
appellatam, quaB ab utraque parte fluminis iespicitur, di- 
rigendo rectam lineam ab una parte , ex qua ipsa fossa 
Mesinit in flumen ad aìiam partem , ex qua pariter ipsa 
fossa in flumen desini! ; e conira autem agentes prò Do- 
minio Mediolani prsesupponerent fossam Bergomensem se 
extendere sursum ab utraque parte dicti fluminìs Brembi 
usque ad dictum Chieppum rotuodum, quse utraque pars 
diversis juribus, et scripturis , et argumentis fulciebant, 
advocatisque partium per triduum auditis in loco Bom- 
bati prsedicto , ut opporiuniore per ipsos Illus. Delegatos 
electo , multa in jure , et in facto disssrentibus, visisque 
funda mentis in scriptis per partes redactis, el in aclis no- 
strorum Cfencellariorum existentibus, cuna produclionibus 
diversorum Privilegiorum diversarum concessionum , ac 
diversorum Instrumentorum transactionuni, et aliter inter 
ipsas partes factarum, et etiam diversarum sententiarum 
super dictis differentiis, et abinde dependentibus iatarum, vi- 
risque omnibus produclis, et maxima expressis in actis 
factis sub die 13 mensis Martii proxime presenti, et visa, 
relatione peritorum electorum tam a parte Triviiiensium, 
quam a parte intervenientium prò Mag. Givitate Bergomi 
sub ùìq 10 Julii instanti , ac diligenter omnibus conside- 
rai, et mature inter se discussis, sedentes prò Tribunali 
super quibusdam Gathedris positis in camera terranea 
domus nobiiium de Suardis sita in loco B rombali Infe- 



M2 PARTE SECONDA 

rioris, quem locasi prò idoneo, et opportuno ad base per- 
agenda elegerunt, et eligunt, volenles dictis controversiis 
fÌDem imponere prò concordia inter dieta Dominia , et 
quiete ioter subditos conservanda ex auctoritate sibi at- 
tributo, ut sopra, etiam ex mente superiorum suorum, et 
omni melicri modo jure, via, causa, et forma, quibus pò- 
tuerunt, et possunt. 

Christi nomine invocato a quo cuncta recta procedant 
Judìtia. 

Otdinaverunt, et ordinant, et dixerunt, et declarave- 
runt, et pronuntiaruat, et per hanc eorum senlegtiam di- 
fi nitivam dicunt, declarant, et pronuntiant in bone modum 
videlicet. 

Licere Triviliensibus , et eorum agentibus , et quibus- 
cumque habentibus, seu habituris causam ab eis extrahere, 
et deducere aquas ex flumine Brembi in toiuru, ve! in parte, 
ubi, et prout eis placuerit, et prò commodiori, et faciliori 
derivatione ipsarum aquarum, et ad arbitrium ipsorum 
Triviliensium alveum ipsius tluminis inter utramque ripam 
il toto, et seu in parte, ubi libet in ipso flamine, et ejus 
alveo, prout eis videbitur claudere, et ejus aquas sustinere 
clusis, et aiiis quibuscumque operibus, et edificiis ligneis, 
et lapideis, et csementitiis, prout eis magis conducet, et 
placuerit a dicto Ponte Sancii Victoris infra, ac etiam ad 
eorum libitum voluntatis, tenere, vel facere du.as buccas, 
ita tamen quod ex hoc nec dicti Trivilienses, nec etiam 
Brignanenses, si quod jus habent, possint efOcere buccas, 
ultra nume-rum prsedictarum duarum, nec aliter, nec alio 
modo. 

Hoc tamen declarato, quod per presenterà terminatio- 
nem nunquam sit, nec intelligatur aliquod jus acquisitum 
ipsis Triviliensibus in alveo, aquis, et ripis dicti fluminis 
ab infrascripto termino, et divisione territori] Bergomeosis 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 443 

supra versum Pontem Sancii Victoris, sed liceat praefatis 
Triviliensibus praedicta facere tantum prò commodiori de- 
rivatone aquarum, prout supra. 

Tenerique ipsos Trivilienses de cos'ero tantum dare, et 
solvere quotannis praefaic© Mag. Communitati Bergomi in 
manibus ejus Thesaurarii habentis speciale manda fum ad 
has pecunias recipienduoi, libras cenlum Imperiaiium sin- 
gulo anno in quolibet die Sancii Bartholomei , incipieado 
solutionem in feste Sancii Bartholomei proxime futuro prò 
Censu, et honorario patientiae per Bergomenses proinde in 
perpetri um praestandse, nec ipsam Communjtatem Bergomi 
posse proinde prò preterito, vel in futurum contra Tri- 
vilienses aliqaid pretendere occasione iliarum librarum 
tercentum, de qui bus in transactione 1508. 

Etsi quandoque in futurum ipsi Magli. Communitati Ber- 
gomi ve] etiam prelibati Serenissimo Dominio, veì ab eis 
causam habenti videbiiur velie extrahere aquas aliquas ex 
dicto flumine Brembi ex aliqua parte superiori dicto Ponti, 
sive per diversionem aliquarum aquarum dicti fluminis, 
vel aliter, quod lune et eo casu teneantùr ita facere, non 
impediatur cursu duodecim Ganatium aquarum, quae sunt 
ontfse 72 ad mensuram mediolaoensem, quas possi nt ipsi 
Trivilienses, et eis liceat immi Itero in dictas éorum 'ru- 
gias, et hoc perpetuis temporibus, ipsis tamen Trivilien- 
sibus solventibus etiam eo casu dictas libras centum prò 
dicto censu ut supra. 

Ita tamen, quod non liceat praefafas Mag. Communitati 
Bergomi, vel habituris causam ab ea, a Ponte Sancii Vic- 
toris infra diversionem aliquam facere aquarum ipsius flu- 
minis Brembi, in totum, vel in parte extra alveum, et 
vas ipsius fluminis consueksm. 

Et ita dictas Communita! 3$ Bergomi, et Trivilii, et sin- 
gulares persones earundem dicto nomine, debite referendo, 



444 PARTE SECONDA 

condemnant ad patiendum, dandum, et praesiandum ut 
supra, et ut supra, una erga aìteram, et e contra, etiam 
sub poeaa damnonim, expensarum, et interesse. 

Coeìerum definierunt, et defioiunt terminos, et confines 
utriusque Status, et Dominii fuisse, et esse distinguendos, 
et distingui debere , et ita distinxerunt et disiinguunt in 
hunc modum, videlicet. 

Ex fossa Bergomensis, quse dividit dieta Domiaia desi- 
nit a parie versus Triviliuni , seu versus Orientem, in 
loco ubi de mandato III. DD. Delegatorum faeta fuit 
fovea, in qua ponetur lapis, super quo adsunt in signia 
amboruoi 111. DD. ■ Delegatorum, et verba infrascripta, 
videlicet: iapidem hunc, quem Gamillus Porrus a Philippo 
Cathoiico Rege , et Aloysius Grimanus a Serenissimo 
Dominio Veoetiarum Delegati prò termino erexerunt , 
nemo amovere, aut violare audeat 1570, et successive 
descendit per brachia , seu pedes Bergomenses centum 
decem octo ad mensuram Terrae usque ad locum, ubi facta 
fuit fovea, quse est inter rugias Trivilii, et Bregnani, in 
qua ponelur lapis cum insignibus, et verbis suprascriptis, 
et a parte dicti iluminis versus flum: n Abduae et Occi- 
dentem dieta fossa desinit in loco, ubi facta fuit fovea, in 
qua ponetur lapis cum insignibus, et verbis suprascriptis, 
et successive descendit in ripam ipsius flumiois per bra- 
chia , seu pedes Bergomenses centum viginti quatuor ad 
mensuram terrae, ubi in ripa dicti fluminis facta est fovea, 
in qua ponetur lapis cum suprascriptis insignibus, et 
verbis, inter quos lapides jussos poni in ripis dicti flumi- 
nis, tam ób una parte, quam ab alia positum fuit signum 
ligneum prò accomodando postea lapide in alveo fluminis, 
cum insignibus, et verbis suprascriptis, ad quem a lapide, 
qui ponetur in ripa versus orientem distant brachia, seu 
pedes bergomenses ducentum quinquaginta sex cum dimi- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 445 

dio a lapide, qui ponetur in ripa versus occideniem di- 
stant brachia, seu pedes bergomenses centum viginti no- 
yem, et quod lignum appositum prò signo, donec ponetur 
lapis ut supra, in alveo ut supra, distat per brachia sexa- 
ginta ad mensuram terrse ut supra a Cippo seu Cornu, 
quod est positum inter duos Gippos, seu duo Cornua rna- 
gis eminentia in ripa dicti fluminis Brembi sita in parte 
Brembati versus occidentem in peliis terrarum Martini 
Soldati de Vavasoribus, qui Cippis intermediis est minus 
eminens. et est in eo insculptum hoc signum triangulare 
sequilaterum , et ubi ex dictis declarationibus confìriium , 
confines ipsi dilucidati dici non possent, aut aliquo casu 
fortuito, vel facto hominis amplius innotesci non possint, 
declarant, et pronuntiant fmes ibi esse debere, eoque in 
loco, in quo, deducto fine in fosso Bergomensi per ali- 
quod brachiorum spatium per rectam lineam ut supra , 
tam ab una parte, quam ab alia reperiùntur ambse fuoes 
intersicari, eie, et per appositionem lapidum in medio 
fossi Bergomensis, declarant eorum mentis non fuisse velie 
prsejudieare juribus, quse preiendit Magai f. Gommunitas 
Bergomi in toto fosso Bergomensi, ubi ex presenti ordi- 
natone aliquod prsejudicium ei allatum dici posset, ubi, 
et quatenus eis jus competa!, sed eorum jura intacta, et 
illesa reservant in eo statu, in quo sunt, etc. 

Lata, data, et in scriptis sententialiier promulgata fuit 
antescripia Sententia, et terminatio per 111. DB. Deìegatos 
antedictos , et publicata per me Àndream Pìllotùm Can- 
cell. 111. DD. Delegati per Serenis. Dominium Venetiarum, 
auscultante D. Pomponio Piscina infrascriptò V. Cancell. 
111. Delegati per Serenis. Regem Cathoiicum die Jovis 
terliodecimo Julii 1570 post prandium bora 23, vel circa 
in Camera terranea antedictorum DD. de Suardis in loco 
Erembati Inferioris, praasentibus Exceliente Legum Doct. 



446 PARTE SECONDA 

D. Hieronymo Legala fi!, quond. D. Augustini de Salodio 
Vicario Claris. D. Pretoris Bergomi dilecti ut sopra , et 
Excell. Doct. D. Clemente Valvasolio fil. quond. D. Juliani 
de Veeetiis judice Maleficiòrum praefati Claris. Praetoris , 
et Di legali ut supra , D. Hieronymo de Ca smenate de 
Brambilla fil. quond. D. Joaonis habitatore Mediolani ad 
P. R. in P. S. Nazarii in Brolio, D. Arcangelo fi!, quond. 
D. Augustini de Bassis de Crema, et D. Simo >e fi!, quond. 
Firmi de Fusariis de Crema, testibos ad praeiicta vocatis, 
ac quampluribus aliis personis. 

Ego Pomponius Piscina Vice-cancel. praefati II!. D. Ca- 
mini Porri delegati auscultavi ut supra, de verbo ad ver- 
bum, etc. Sigoat. Camillus Porrus Delegatus ut supra, et 
sigillai cum sigillo solito praefati III. D. Porri in cera 
rubea, et sigillo solito Sancii Marci in cera rubea, etc. 

(Ita reperitur in Archivio Excellenlis. Me- 
diolani Senatus, et prò fide, etc.) 

(Joseph Antonius Mentaschi Regius Excell. 
Mediolani Senatus Cancellus Ccadjutor). 



Documento XXXVI. — Anno 1753. 

Copia della scrittura di transazione, 11 agosto 1753, fra 
le due Comunità di Treviglio milanese e Brembate 
bergamasco , concernente le ghiaie del Brembo. 

Essendo controversi tra la Comunità di Trev'-lio, e di 
Brembate alcuni boschi, e giarre situate nel territorio di 
Canonica Gerra d'Adda, Ducato di Milano, per aver il 
fiume Brembo col tratto di molti anni, e coli' impeto del- 
l'acque in occasione delle inondazioni estirpata la maggior 
parte dei termini divisorj con altri poslermini, che furono 
piantati di consenso delle suddette rispettive Comunità, 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 447 

corno leggesi dall' islromento di convenzione 7 settembre 
1602, rogato dal notaro di Milano Giovanni Andrea San- 
tagostino. 

Il giorno 24 marzo 1751, ed altri successivi, ad istanza 
e coli' intervento del sig. Giuseppe San Pellegrino, uno 
dei signori maggiori estimati della Comunità di Trevi, e 
con esso il sig. dott. Giambattista Compagnone cancelliere 
della detta Comunità, unitamente al sig. Andrea Pagliocco, 
uno dei signori Deputati di detta Comunità di Trevi, tutti 
e tre specialmente delegati dal Consiglio di detta Comu- 
nità di Trevi, essendo intervenuto per la Comunità di 
Brerobate l'ili, sig. prevosto D. Vittor Tasca, specialmente 
delegato da! Consiglio di detta Comunità, e con esso li 
deputati Giovanni Tasca, Carlo Pisenii, Francesco Tessera 
quondam Stefano, Giuseppe Boreila quondam Pietro, Gio- 
vanni Carminati quondam Giuseppe, Benedetto Moretti 
quondam Domenico, Giacomo Mandello quondam Antonio, 
e Michele Mandello sindaco, e con essi il signor Giovanni 
Sorella quondam Francesco cancelliere della Comunità di 
Brembate, ed agrimensore dello Stato Veneto, mi sono 
portato sul fatto di detti boschi e giarre controverse tra 
1 una e l'altra Comunità, ed ho formato il disegno, e mi- 
sura di essi, ed altri beni adjacenti con l'andamento dei 
fiume Brembo, qual disegno, e misura corrisponde alla 
scala delineata nel medesimo. 

Ed essendo stato accordato tra le parti, che la Comu- 
nità di Trevi si mantenga al possesso, e godimento di 
pertiche duecento novantotto, tavole tredici, e piedi otto 
boschi, e giarre, oltre l'estensione del letto del fiume 
Brembo, tutto di ragione della Comunità di Trevi, come 
risulta possedesse la detta Comunità di Trevi, dalla re- 
lazione, o sia misura dell'agrimensore Alessandro Bisnate, 
citata ed inserta in detto islromento del 1602, con di più 



448 PARTE SECONDA 

il terreno spettante alla Comunità di Trevi in vigore del 
citato istromento. 

Quali pertiche 298, tavole 13, piedi 8 boschi e giarre, 
cfee restano ass gnate in virtù del presente sistema alla 
Comuni? a di Trevi, vengono descritte distinte dai perti- 
cato, che possiede la Comunità di Brembate dalla linea 
dei termini divisorj, e postermini, con espressa protesta 
però, che per la presente nuova posizione di termini non 
intendono le dette due Comunità di Trevi e Brembate, e 
per esse i rispettivi loro rappresentanti, recedere dal con- 
venuto detto iste omento dei 7 settembre 1602 , né fare 
alcuna menoma novazione, e non altrimenti, né in altro 
modo, per il total stabilimento, che venire alla posizione 
dei termini divisorj. 

Il giorno 30 luglio 1753, d'ordine della Comunità di 
Trevi e Brembate, colFassistenza delle infrascritte persone 
deputate dall'una e l'altra Comunità. 

Per primo postermine si è riconosciuto nel Cieppo del 
Corno alla riva del Brembo scolpila una croce, e facendo 
linea verso la cantonata della casa di Trevi, in angolo 
tra mezzodì e ponente, per trabucchi numero 20, piedi 4, 
once 6, vi si trova una colonna di legno per termine 
divisorio. 

Dalla detta croce facendo linea verso mezzodì per tra- 
bucchi 28. 2, si è posto un termine di vivo, ei interse- 
cando verso levante per trabucchi 23. 4, si trova una 
colonna, che forma termine divisorio. 

Dal detto secondo postermine andando verso mezzodì 
per trabucchi 30, si è posto il terzo postermine, ed in- 
tersecando verso mattina per trabucchi 20, si ritrova 
l'altra colonna, che è il terzo termine divisorio. 

Dal detto terzo postermine proseguendo verso mezzodì 
per trabucchi 57. 2, si è posto altro, o sia quarto pò- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 449 

stermine di vivo, e facendo angolo retto verso levante per 
trabucchi 8. 5, si è posta una colonna che serve per 
quarto termine divisorio. 

Dal detto quarto postermine andando verso mezzodì per 
trabucchi 151, si è posto il quinto postermine di vivo, e 
facendo angolo verso mattina per trabucchi 169. 5, si è 
posta una colonna di legno per termine, e per linea retta, 
andando al quinto termine divisorio, distante trabucchi 28, 
si è posta altra colonna; e da questa distante altri tra- 
bucchi 32. 3, si è posta altra colonna per maggiore chia- 
rezza. 

E discostandosi dal detto quinto postermine verso po- 
nente per trabucchi 2, e facendo linea verso il campanile 
di S. Giovanni di Canonica per trabucchi 152. 5, si dovea 
porre il sesto termine, che si è ommesso , perchè cadeva 
nel corso dell' acqua del fiume Brembo , essendosi non 
ostante, voltando a mattina per trabucchi 8. 1, posta a 
suo luogo una colonna per termine divisorio; e per to- 
gliere ogni errore possa succedere in avvenire, dal detto 
quinto si è piantato in linea distante trabucchi 60 una 
colonna, e da quest'altra distante trabucchi 83. 2. 

E dal detto sesto postermine, che si dovea piantare, 
proseguendo verso mezzodì per trabucchi 104, si è posto 
il settimo postermine di vivo nelli Saletti, e voltando a 
levante per trabucchi 10. 2, si è posta una colonna per 
termine divisorio; e per maggior chiarezza del sesto ter- 
mine andando al settimo si è posta in linea a trabucchi 
53. 4 altra colonna. 

Dal detto settimo postermine, andando verso mezzodì 
per trabucchi 17. 2, si è posto l'ottavo postermine di vivo, 
ed intersecando verso mattina per trabucchi 22, si è posta 
altra, ed ultima colonna per termine divisorio sui confini 
della Canonica di S. Stefano di Milano; e le suddette 
misure sono state regolate a trabucchi di Milano. 



450 PARTE SECONDA 

Inoltre la Comunità di Trevi possiede altre pertiche 57, 
piedi 3 bosco, come le ha sempre pacificamente possedute 
per l'addietro unitamente alla possessione e beni detti del 
Pradajone, consistenti tra sito di cassina, corte, orlo, prato, 
vigna, costa e boschi, in altre pertiche 161, tavole 4, e 
piedi 6. 

Al qual bosco di pertiche 57, piedi 3, cominciando dai 
termine su la costa dalla parte di levante confinante col 
Comune di Brembate, si sono piantati altri due termini 
di vivo in linea per maggior chiarezza, cioè il primo di- 
stante trabucchi 50, il secondo distante trabucchi 43, ed 
a trabucchi 46 1[2 si trova alla riva del Brembo una 
colonna vecchia, e da quella andando per linea retta ai 
confini della Collegiata di S. Stefano, in distanza di tra- 
bucchi 48, si è posta una colonna per ultimo termine, 
poiché agli altri angoli vi si trovano in confine i rispet- 
tivi termini. 

Inoltre essendo slato dichiarato da' suddetti signori ar- 
bitri, che le pertiche 9, tavole 18, bosco contiguo al Prato 
Fontana, essere questo di ragione del Comune di Trevi; e 
perciò si sono estirpati li termini, che dividevano questo 
picciol bosco, dal maggior bosco della Comunità di Trevi, 
di pertiche 100. 11; e ritenendo il primo termine di vivo 
a tramontana, si sono piantati li seguenti termini di vivo 
ne^li angoli in confine di questo bosco, ed il Prato Fon- 
tana, cioè uno discosto dal dello primo trabucchi 20, al- 
tro discosto dal secondo trabucchi 22, altro discosto dal 
terzo trabucchi 15, altro discosto dal quarto trabucchi 14, 
altro discosto dal quinto trabucchi 12, altro discosto dal 
sesto trabucchi 25, altro discosto dal settimo trabucchi 35, 
altro ed ultimo sulla riva della roggiola de' Melzi distante 
trabucchi 22. 

Si è pure riconosciuta la linea di divisione nel bosco 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 451 

detto dei Salelti, dividente il Comune di Trevi e di Brem- 
bate; e per togliere ìe confusioni, siccome dal termine di 
vivo in confin della Collegiata di S. Stefano, vi erano 
solamente due colonne, così è stata prolungata tal linea, 
con porvi altra colonna, distante dalla detta seconda tra- 
bucchi 30, ed altra distante dalla terza trabucchi 22. 

Alle quali operazioni da me infrascritto eseguite, sono 
stati presenti addì 30 luglio 1753 : 

Per il Comune di Trevi : li signori deputati Giambattista 
Scudieri e Luigi Mandati. 

Per il Comune di Brembate: Vittor Locatello, deputato; 
Antonio Paganello, sindico; Paolo Paganello, deputato. 

Addì 31 detto, per la Comunità di Trevi: il suddetto 
Giambattista Scudieri, deputato. 

Per la Comunità di Brembate: Giuseppe Locatello, de- 
putato; Vittor Locatello, deputato; Giambattista Nocente, 
console. 

Addì !.• agosto, per la Comunità di Trevi: Giambat- 
tista Scudieri, deputato. 

Per il Comune di Brembate: Giovanni Crotto, deputato; 
Giambattista Nocente, console. 

Addì 2 agosto, per la Comunità di Trevi: Giambattista 
Scudieri e Luigi Mandati, deputati. 

Per il Comune di Brembate: Giovanni del Prato, Carlo 
Nocente e Giovanni Crotto, deputati. 

Addì 3 detto, per la Comunità di Trevi: Giambattista 
Scudieri e Luigi Mandati, deputati. 

Per il Comune di Brembate: Paolo Osio e Giovanni 
del Prato, deputati. 

Cesare Quarantini, ingegnere. 

Tenente colonnello Andrea Ercoleo, ingegnere veneto. 

Inoltre, inerendo al convenuto ed accordato tra l'ili. 
sig. prevosto D. Vittor Tasca, altro de' maggiori estimati 



452 PARTE SECONDA 

della Comunità di Brembate, e detto sig. Giuseppe San 
Pellegrino, altro dei signori maggiori estimati della Co- 
munità di Trevi, in virtù della Scrittura dei 29 gennaio 
1751, esistente ne^li atti del sig. dottor Giuseppe Caimo 
costà pubbblico notaro di 4 Milano, alla quale nuovamente 
convengono, che la Comunità di Trevi abbi, ed aver debba 
sempre, ed in qualunque, e futuro tempo la ragione, e 
facoltà di levare, e servirsi a suo beneplacito di tutte le 
pietre e materiali, che cadono dalla Filarola del fiume 
Brembo, di privata ragione della Comunità di Trevi, senza 
veruna dipendenza della Comunità di Brembate, qual 
dovrà pure lasciar libera la strada alla Comunità di Trevi 
per condurre legnami e materiali per le riparazioni oc- 
correranno farsi di tempo in tempo alla delta Filarola, 
perchè così, ecc. 

E dette pertiche 298, tav. 13, piedi 8, boschi e giarre 
della Comunità di Trevi sono composte delti seguenti 
pezzi, marcati in disegno con le seguenti lettere: 

A. Bosco di legna forte . . . Pert. e 100 tav. e 11 p. di — 



B. 


Altro bosco annesso . . . 


» 


9 


» 18 


a 


Giarra boscata 


» 


59 


» 10 


D. 


Bosco detto de Saletti . . . 


» 


58 


» 18 


E. 


Un pezzo a giarra nuda. . 


» 


9 


y> 16 


F. 


Altro bosco de Saletti a 










giarra nuda 


» 


60 


» 12 



Pert. e 298 tav. e 13 p. di 8 



dico pertiche duecento novantotto, tavole tredici, e piedi 
otto. 

In fede, Rivolta, li 14 agosto 1753. 
Sott. Giuseppe Arrigoni geometra ed ingegnere. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 453 

Sott. Giuseppe Rainone deputato della Comunità di Tre- 

vigiio. 
» Giambattista Scudero, deputato come sopra. 
» Stefano Sangallo, deputato come sopra. 
» Luigi Mandati, deputato come sopra. 
» Giuseppe San Pellegrino, delegato della Comunità di 

Trevi. 
^ Croce fatta da detto Antonio Paganello, sindaco, 

per non saper scrivere. 
» Io, Giacomo Rampinelli, sindaco, affermo. 
» Prevosto Don Vittor Tasca, delegato della Comunità 

di B rombate. (Concordai cum originali esistente 

penes Communitatem Castri Trivilii). 

Documento XXXVH. 
Estratto degli Statuti della Comunità di Tr eviglio, nel 
quale si scorge il piano delle acque. — Estratto degli 
ordini e provvidenze datesi dal Consiglio del Comune 
di Treviglio per la conservazione delle di lui acque, 
e pene imposte ai trasgressori. 

N. 1° — Si prescrive col capitolo sotto di questo nu- 
mero, quali sieno le incumbenze del Vicario che sarà eletto 
all' ufficio delle acque, ed il modo di definire le cause 
contro i trasgressori. 

N. 2° — Tratta del Notajo, che sarà destinato all'in- 
cumbenza delle acque e condanne. 

N. 3° — Obbliga tanto il suddetto Vicario, che il No- 
tajo a dover prestare il giuramento, di legalmente esercire 
il rispettivo loro ufficio. 

N. 4° — Resta proibita l'appellazione delle dichiarazioni 
che verranno fatte dal sovranominato Vicario. 

N. 5° — Si vuole, che ogni due mesi si abbiano ad 

30 



454 PARTE SECONDA 

< 

eleggere nel Consiglio generale del suddetto Comune di 
Treviglio, a voti, e nel modo che vengono eletti i porti- 
nari delle porte, otto o quattro uffician, e siano anziani 
dell'acqua, cioè due, oppure uno per ciascuna porta se- 
condo richiederà il bisogno e piacerà al detto Consiglio, 
ed abbiano questi ad avere per loro rimunerazione, soldi 
quindici per ciascuno di essi nei mesi di gennajo, febbrajo, 
novembre e dicembre, nei mesi di unrzo, aprile, settem- 
bre ed ottobre soldi trenta, e soldi 45 nei mesi di maggio, 
giugno, luglio ed agosto; e che quello che sarà stelo una 
volta anziano delle acque non possa tanto lui, che la sua 
famiglia avere simile impiego» se non se dopo sei mesi 
che avrà lascialo un tale ufficio; si vogliono detti anziani 
obbligati al giuramento da- prestarsi nel!e mani del Notajo 
del Comune de bene exercendo offilio, senza di cai non 
possono esercirlo, uè conseguire il salario; sarà di questi 
obbligo di curar l'acqua e di sopravvedervi, dando licenza 
a chicchessia che volesse usar dell'acqua del Comune cerno 
sarà giusto, come non meno di poter fare riali con il mi- 
nor danno possibile, e dove sarà più meglio per potervi 
condur l'acqua, procurando che la medesima vada per i 
fiali del Comune, e decorra sino alla testa sìqo a tanfo 
che similmente l'acqua scorra in altri riali sino alla tesla. 
Si prescrive la pena di soldi 5 imperiali contro chi adac- 
quasse i suoi prati, quando non avesse i riali b^n pur- 
gati, come se non avesse riportato la licenza da detti an- 
ziani, e qualunque persona che non ubbedisce ai predetti 
anziani soggiacerà alla pena suddetta. 

N. 6° — Comanda, che niuno dei delti anziani debba 
fare a loro lavorerio sotto pena di lire 30 imperiali a 
ciascuno dei medesimi, e per qualunque lavorerio; né che 
possa assentarsi dal territorio di Treviglio senza licenza 
dei signori Po lesta e Consoli sotto egual pena, con obbligo 



BOCUMENTI ILLUSTRATIVI 455 

di dover seco portare un badile per fermar l'acqua quando 
si spandesse nel fossato, e sotto pena d'imperiali dodici 
ogni qii svolta che non lo portasse, che niuna persona 
ardisca né presuma adacquare o far adacquare per sé, o 
per atro ia di lui nome, né permettere che si adacqui 
veruna p^zza di terra senza il permesso dei detti anziani, 
o di altro di essi, come altresì di fare ria'i io altrui terre 
per conciarvi acqua, quando non vi concorra il permesso 
di quello di cui sarà la terra, sotto pena di soldi cinque 
imperiali. 

N. 7° — Resta proibito sotto egual pena a qualunque 
perso a, il spianare qualunque riale, che fosse stato asse- 
gnato, da detti anziani a qualche persona, sioo a tanto 
che quello a cui sarà stato assegnato, vorrà tener prato 
nella sua terra, e vorrà condur acqua per adacquarlo. 

N. 8° — Si vieta a qualunque persona il spandere 
acqua fuori di quella terra, che avria dovuto adacquare, 
o che avesse avuto licenza di adacquare, e ciò sotto pena 
di soldi due imperiali per ciascuna pertica di terra adac- 
quata, eoo acqua stata come sopra dispersa, ed essendo 
meno di una pertica non abbia luogo la condanna, oltre 
1' obbligo della restituzione de! danno dato per !' acqua 
spanduta, da farsi a quello di cui sarà la terra stala adac- 
quata con detta acqua. 

N. 0° — Si proibisce a qualunque persona sotto pena 
di soldi venti imperiali per ciascuna volta, a chi per po- 
tenza o audacia ricevesse acqua per adacquare contro la 
volontà di quello, il quale con licenza degli anziani adac- 
quasse qualche sua terra, oppure rimovesse chiusa senza 
licerza di quello, di cui fosse stata fatta, oltre al non po- 
tere tale contravventore usare dell'acqua per tutto il tempo 
che dureranno in ufficio quei consoli, sotto dei quali sarà 
seguita la contravvenzione. 



456 PARTE SECONDA 

N. 10° — Resta interdetto sotto pena di soldi 10 im- 
periali a qualunque persona rimovesse asse da qualche 
altrui chiusa, olire l'obbligo della restituzione delle asse; 
come altresì il fare qualche chiusa nei n'ali, ossiano rog- 
gie del Comune costrutta di terra o pietre, o di qualunque 
altra cosa, dovendo essere qoelle soltanto di asse. 

N. 11° — Si proibisce a qualunque persona sotto pena ài 
soldi 5 imperiali, il tenere o lasciare qualche suo becchetto 
aperto o mai serrato, per cui decorra o possa decorrere 
acqua dai n'ali del Comune, altresì da quelli dei vicini 
ne' suoi prati, o campi, o che tenesse in affitto, senza 
licenza dei detti anziani, come pure a chi non avesse ot- 
turati i suoi bocchetti posti nei riali dei vicini. 

N. 12° — Si proibisce sotto pena dei soldi cinque im- 
periali, il gettare, porre, o tenere in qualunque riale del 
Comune pietre grosse o picciole in poca o molta quantità, 
come pure sotto pena di soldi venti, a chi abbasserà o 
rimuoverà qualche incastro del Comune, o qualche asse o 
legno postovi, senza che vi preceda la licenza dei predetti 
anziani. 

N. 13° — Si prescrive sotto pena di soldi cinque im- 
periali, a chi vorrà fare o porre incastri nei riali del 
Comune, dì doverli far costrurre della grandezza dei riali 
ne' quali si dovessero porre, o poco meno di un mezzo 
piede. 

N. 14° — Ninna persona potrà adacquare qualche terra 
non prativa per prativa, sotto pena di soldi cinque impe- 
riali per ciascuna pertica, e per ciascuna volta, a meno 
che non fosse stata descritta nei libri dei prati del Co- 
mune. 

N. 15° — Si proibisce a chicchessia sotto pena di 
soldi cinque imperiali 1' adacquare terre forestiere, a ri- 
serva di quelle della chiesa di S. Martino, e delle mona- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 457 

che di detto luogo di Treviglio, quali potranno essere 
adacquate dai suddetti uomini con la loro propria acqua, 
purché non la comprino d'altra persona, e che ne abbiano 

ìa investitura dai Comune, pagando quanto sogliono gli 
altri vicini, e ciò a beneplacito del Comune medesimo, ed 
in caso contrario sotto pena di soldi dieci per ciascuna 
pertica. 

N. 16° — S'impone sotto questo capitolo una duplicata 
pena agli anziani ed ufficiali delle acque, qualora i me- 
desimi o ciascuno di essi adacquasse, o avesse adacquato 
prati o terre di più della Icro competenza, essendo in 
libertà di chicchessia di accusarli per ricevere la quarta 
parte della condanna, con obbligo ai detti anziani di de- 
nunciare tutti quelli che 'tengono o terranno pali fissi nei 
riali, e roggie del Comune, i quali oltre la pena di sei 
soidi imperiali per ciascun palo,, saranno obbligati a ri- 
moverli. 

N. 17° — Resta prescritto a qualunque persona, che 
adacquasse, o avesse acqua sopra i di lui campi e terre 
■con licenza dei detti aoziani, di dovere di giorno e nei 
tempi congrui, o in quei tempi che gli venissero prescritti 
dai consoli, secondo il solito, sopraintendere alla detta 
acqua, da praticarsi questo anche da chicchessia che adac- 
querà, sotto pena ai contravventori di imperiali trenta per 
ciascuno di essi, e per qualunque volta, massime se l'ac- 
qua si disperdesse, o si spandesse in altrui uso; ben in- 
teso però, che sia lecito ad ogni persona, che ha ragione 
nelle roggie del Comune usare della sua contingente parte 
d'acqua per far prati, ed adacquare qualunque altra terra 
nel territorio di Treviglio sì prativa che non prativa, 
sempre che questi concorra al pagamento dei carichi dei 
Comune del suddetto luogo di Treviglio, ossia confinante 
alle terre dei vicini del Comune suddetto, e alle quali si 



458 PARTE SECONDA 

possa andare per le terre dei detti vicini, e ciò a conto 
di pertiche quattro per ciascheduna opera delle opere delle 
roggie vecchia e nuova , come non meno che possa com- 
perare acqua dagli altri vicini a conto delle pertiche 
quattro per ciaschedun' opera , di quelle opere che cia- 
scheduno ha in ambedue le suddette roggie, sino alla con- 
corrente quantità di quelle pertiche, che corrispondono 
alla propria opera e non più, con obbligo tanto al com- 
pratore, che al venditore di detta acqua di doversi far 
descrivere ogni anno nei libri del Comune, specificandone 
le circostanze se venduta o comprata, ad uso di prato, 
biade, o all'uno e all'altro effetto, e se per tutto l'anno. — 
Sarà obbligata, qualunque persona, che userà dì detta 
acqua, pagare ogni anno al Comune, imperiali quattro per 
ciascuna pertica che avrà adacquato, e non potrà persona 
alcuna adacquare terre altrui con la propria porzione 
d'acqua, a meno che quello il quale l'adacquasse, l'abbia 
ricevuta per lavorare almeno per due anni, sotto pena di 
soldi dieci imperiali per ciascuna pertica. 

N. 18° — Si vieta a qualunque persona abitante nel 
castello di Treviglio l'adacquare qualsiasi pezza di terra, 
che esso tenesse in affìtto da altra persona, con acqua 
che comperasse o possa comperare, ma solo con acqua che 
sia propria, e che gli possa spellare per fatica (sic) della 
roggia, quando però concorra ai pagamento dei carichi 
del suddetto Comune, sotto pena di soidi dieci imperiali 
per ogni pertica e per ogni volta, riservata però la fa- 
coltà ai consoli, ristretta a beneplacito del suddetto Co- 
mune, di concedere licenza ai frati Umiliati di dello ca- 
stello di poter innaffiare le loro terre con acque dei Co- 
mune sino alla quantità di dieci opere, e di poterne 
comperare anche dai vicini sino a pertiche una per cia- 
scuna opera, mantenendo essi frati le suddette opere dieci, 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 459 

e ricevendo i medesimi precedentemente ogni anno rin- 
vestitura dal detto Comune, ed in caso contrario incorre- 
ranno nella pena di soldi 10 imperiali per ciascuna per- 
tica. 

N. 19° — ObbUgo ai consoli di riconoscere, e far mi- 
surare tutti i prati nel mese di settembre esistenti nei 
territorio di Treviglio, e qualora si scoprisse che alcuno 
avesse adacquato, o adacquasse, o tenesse prati in maggior 
quantità di quella che potesse competergli di ragione, e 
la qual acqua fosse a conto di pertiche quattro per cia- 
scun' opera d'acqua, incorra nella pena di soldi cinque 
imperiali per ciascuna pertica: ben inteso, che ciascuna 
persona possa adacquare, e fare tanti prati novelli a mi- 
sura dell'acqua che gode dalle calende di marzo sino a 
S. Pietro, quantunque avesse tanti prati vecchi, come 
l'acqua che gode, e ciò affine di cambiare i suoi prati, 
con obbligo di far descrivere i detti prati, e tutte le altre 
terre che adacquasse, nei libri del detto Comune, e qua- 
lora si ritrovasse maggior quantità di prati di quella che 
fosse stata descritta, sarà la pena di soldi cinque impe- 
riali per ciascuna pertica. 

N. 20° — Non sarà lecito a veruna persona il vendere 
acqua libera o perpetua a chicchessia senza licenza del 
Consiglio generale del Comune del Castello di Treviglio, 
e se taluno l'avesse venduta, o comperata perpetua, da qui 
in addietro sia di niun valore la vendita, e pervenga a 
favore del Comune, e di più tanto li compratori che ven- 
ditori sieno condannati nella pena di soldi 100 imperiali 
per ciascheduno di essi, e per qualunque volta fosse ciò 
seguito; non sarà parimenti permesso a persona, che ab- 
bia ragione delle roggie suddette tanto vecchia, che nuova 
il partire dalla terra di Treviglio, e starsene da quella 
assente, poiché quella parte d' acqua che fosse di di lui 



460 PARTE SECONDA 

ragione, cederà a benefìcio ed utilità del Comune, sino a 
tanto ch8 la medesima, o di lui eredi ritornino ad essere, 
ed abitare nel suddetto luogo. 

N. 21° — Resta interdetto l'adacquare o far adacquare 
con acque della roggia del signore di Milano che va a Ca- 
strate, ed a frignano senza espressa licenza dei di lui fat- 
tori, ossiano fìttabili, sotto pena ai contravventori di soldi 
cinque imperiali per ciascheduna pertica e per ò'grii volta. 

N. 22° .— Parimenti resta vietato a qualunque vicino 
di Treviglio il condurre acqua di quella del predetto si- 
gnore usando dei riali del Comune, acciò l'acqui del detto 
signore non s'irnmiscbj con quella del Comune, né che i 
vicini possano riceva- danno adacquando di detta acqua, 
credendo di usare di quella del Comune di Treviglio, 
quando si potesse altrimenti condurre delta acqua, sotto 
pena di soldi 5 imperiali per ciascheduno, e qualora non 
si potesse condurre detta acqua che per li riali del Co- 
mune, ciò possa praticarsi srmprecLè il conducente u^ììì 
stessa acqua, sia obbligato al dannò, che potesse patire 
qualunque vicino, e soccomba alla pena, in cui potesse 
venir condannato per la causa predai:;, sempre però con 
obbligo di doverne fare la notificazione ogoi anno agli 
anziani delle acque, e chiedere dai medesimi la licenza in 
tempo che i riali sono vuoti, e che non vi decorra acqua 
del Comune. 

N. 23° — Viene imposto l'obbligo sotto pena di cinque 
imperiali a chi con licenza degli anziani avesse fatto qual- 
che cavo sopra altrui campo per condurre acqua ad irri- 
gare i proprj fondi, di dovere nel termine di giorni 15 
dopo che sarà stato avvisato, restituire in primiero essere 
la terra, in cui fosse stato fatto il detto cavo ogni qual 
volta se ne volesse più servire per condurre l'acqua. 

N. 24° — S'impone l'obbligo ai consoli di dovere ogni 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 46i 

anno nel mese di marzo ed aprile far spazzare tatti i 
riali del Comune facendoli tenere nella larghezza in cui 
furono costrutti dal Comune, cioè: 

La roggia maestra, che ha principio dagli incastri di 
Breda, e va verso mattina, qual deve essere larga sino 
al fossato vecchio, e di là dal detto fossato dev'esser ampia 
un cavezze. 

Il riale, che ha principio dalla seriola nella detta roggia, 
e va veno ìa strada di MTsano, quale deve essere largo 
sino ai fine. 

lì ria le che comincia, e va al prato Poggio o Pioggio 
per i campi di S. Zenone dev'esser largo sino al fine. 

Il riale, che ha principio al prato Mantegazzio deno- 
minato il rial del Dosso, quale deve esser largo sino al 
fine. 

Il riale, che ha principio alle Voncole (sic), e decorre 
alli Tizzi (sic) deve esser largo sino al fine. 

II riale, che principia alla strada dei Bosco, e corre 
v verso mattina da Palazzuolo, deve esser largo sino al fine. 

Il riale di Mazza no (Mi'sano), che ha principio dagli in- 
castri di Breda deve esser largo sino al fine. 

La roggia dei Molini, ossia roggia che viene al Castello, 
deve esser ampia. 

Il riale denominato Sirone, che decorre presso la roggia 
che va a Gasirate, qua! deve essere largo sino ai fine. 

N. 25° — Resta proibito sotto pena di lire cento im- 
periali a chiunque sì vicino, che forense il devastare, rom- 
pere , o portar danno a qualunque delle roggie éeì Co- 
mune di Treviglio, e per le quali decorrono le acque de- 
rivanti dal fiume Brembo sopra i territori di Treviglio, 
Brignano e Casirate, e delle quali ne ha ragione per metà 
l'ili, e magn. signore e principe per adacquare le di lui 
possessioni di Brignano e Casirate, ed in caso venisse 



462 PARTE SECONDA 

consegnato alle forze qualche delinquente sarà obbligo 
del Comune di Treviglio di pagare a chi lo consegnerà 
lire 25 imperiali. 

N. 26° — Questo capitolo fa narrativa che i signori 
della Torre quando furono signori di Milano, nel loro 
tempo il signore Mosca della Torre possedeva la terra ài 
Brignan^ e Pagazzano, godendo della mela dell'acqua della 
roggia superiore denominata roggia Moschena , la quale 
andava come d: presente va ad irrigare le possessioni di 
Brignano e di Pagazzano; come pure che il signor An- 
tonio Guido della Torre possedeva il luogo di Casirate, 
dove aveva castello e molte pezze di terra godenio della 
metà delle acque della roggia inferiore che andava ad 
irrigare i beni nel territorio di Casirate, e che espulsi i 
detti signori Della Torre sieno stati i loro beni appresi, e 
confiscati dalla Camera dei signori Visconti padroni di 
Milano, dai quali venivano posseduti in tempo della for- 
mazione delli Statuti, e che quella metà d'acqua che an- 
dava a Casirate sia stata l'anno 1432 acquistata dal sud- 
detto Comune di Treviglio. 

N. 27° — Privilegio del duca Galeazzo Maria Sforza 
Visconti, 12 maggio 1470, risguardante la conservazione 
delle acque proprie del Comune di Treviglio, e le pene 
da esigersi da chi si approprierà dell' acqua di ragione 
del suddetto Comune. 

N. 28° — 26 ottobre 1470. — Si comanda a chicches- 
sia sotto pena di lire 100 imperiali, che non ardisca né 
presuma per sé, e per altri senza espressa licenza del 
Consiglio generale, di far decorrere acqua in qualunque 
benché minima quantità propria della predetta Comu- 
nità fuori del di lei territorio per irrigare terre esi- 
stenti fuori del medesimo, né per irrigare terre esistenti 
nel territorio stesso , quali non sieno registrate nel libro 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 463 

degli inventar]' della Comunità e uomini del suddetto 
Castello, e per i quali non si pagassero i carichi con 
detta Comunità; egual pena resta prescritta a chi pre- 
stasse ajuto a simili contravventori. 

N. £9° — 23 gennaio 1476. — Ordine che ninna 
persona ardisca irrigare parte alcuna del territorio di 
Treviglio con acqua dei signori Visconti , né con altra 
acqua fuori che con quella del Comune suddetto sotto 
pena di soldi dieci imperiali per ogni pertica. 

N. 30° — 27 aprile 1495. — Si prescrive, che i soli 
anziani delle acque non abbiano arbitrio di assegnare o 
rimuovere alcuna bocca, ma che a ciò vi debba interve- 
nire il vicario e notajo dell' ufficio, ed in caso d' assenza 
del detto vicario debba intervenirvi uno dei consoli del 
detto Comune. 

N. 31° — 31 marzo 1476. — Ordine, che le bocchette, 
che servono per una, o due, o tre pezze di terra debbano 
mantenersi larghe sul fondo piedi due, e debbano in ogni 
anno essere purgate da chi se ne sarà valso in quell'anno. 

N. 32° — 13 febbraio 1471. — Ordine, che i riali e 
bocchette della prefata Comunità sieno e debbano essere 
mantenuti in larghezza di piedi 3, così che» ciascheduno 
che avesse campi contigui a detti riali debba ogni anno 
nel mese di marzo o aprile a sue proprie spese purgare 
i medesimi, in modo che l'acqua abbia un libero corso, e 
che siano larghi sul fondo piedi 3 dal loro principio sino 
alla fine, quantunque non volesse in quell'anno adacquare. 

N. 33° — 5 maggio 1481. — Ordine, perchè a spese 

della Comunità venga allargato il riale di Mazzano in modo, 

che sia largo sul fondo piedi 4, da mantenersi nella stessa 

larghezza, e ben remondato (sic) da quelli che hanno 

campi vicini al medesimo. 

N. 34° — 15 luglio 1475. — Ordine, che niuna per- 



464 PARTE SECONDA 

sona ardisca né presuma otturare altro dei riali di questo 
Comune in tutto, od in parte, o trasportare in altro luogo 
l'alveo di alcun riale senza licenza dei consoli e priori 
della Comunità sotto pena di lire 25 imperiali. 

N. 35° — 6 aprile 1494. — Ordine, perchè sieno posti 
a qualunque bocca e riali della Comunità gli incastri e 
serrature, tenendone gli anziani le chiavi, e qualora si 
ritrovassero aperti detti incastri, si abbia a condannare 
in soldi 40 imperiali quello, su de cui bani sarà decorsa 
l'acqua per il movimento di detto incastro. 

N. 36° — Ordine che gli anziani in principio del loro 
ufficio descrivano i prati tanto nuovi che vecchi esistenti 
nella loro giurisdizione, consegnandone la noia al notaio 
con la specifica sa nuovo, o vecchio, e sotto qual riale, 
cerne altresì debbono ogni giorno denunziare su qual prato 
si trovi l'acqua. 

N. 37° — 20 aprile 1-197. — Ordine rapporto all'ele- 
zione e deputazione di nove anziani delle acque, cioè due 
alla roggia superiore, e due alla roggia di mezzo, i quali 
abbiano la cura dell'acqua della loro roggia e di tutti i 
riali sovra la medesima dal principio sino alla fine, divi- 
dendoseli fra loro e regolando l'acqua dei medesimi. Due 
alle porte della terra, due alla porta Filagno, ed uno a 
porta Nuova, i quali abbiano a fare lo siesso, e segnata- 
mente l'ultimo debba governare l'acqua della roggia dei 
Molini. 

N. 38° — 31 luglio 1479. — Ordine agli anziani che 
trovando essere decorsa acqua sopra prati, o altre biade 
di quelle solite ad adacquarsi, debbano notificarlo all'uf- 
ficio dell'acqua, quantunque non si fosse veduto decorrere 
l'acqua. 

N. 39° — 6 agosto 1468. — Ordine che quello che 
sarà l' ultimo in usare dell' acqua di qualche riale ossia 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 465 

bocchetta, sia obbligato sotto pena di soldi 20 imperiali 
tostochè se ne sarà servito, andare a serrare , e chiudere 
l'acqua in bocca del detto riale. 

N. 40° — 30 giugno 1493. — Ordine che il vicario 
dell' ufficio dell' acqua debba conoscere , e terminare tutte 
le denunzie, che gli saranno state fatte dagli anziani, prima 
che questi scadano dal loro ufficio. 

N. 41° — 21 luglio 1494. — Ordine con la pena di 
un ducato a chi muoverà senza licenza del vicario del- 
l'acqua gli incastri di Breda dopoché sarà stata fatta la 
divisione dell'acqua a detti incastri, e ne sarà stata data 
la sufficiente alla roggia dei Molini. 

N. 42° — 10 aprile 1475. — Ordine perchè in tempo, 
in cui non fossero stati eletti gli anziani dell'acqua, niuna 
persona senza licenza del vicario all'ufficio dell'acqua possa 
sottrarre acqua, che scorra alli Molini, tanto roggia su- 
periore che inferiore, né tampoco impedirla, né intromet- 
tersi per essa in modo alcuno sotto pena di soldi 40 im- 
periali. 

N. 43° — 23 marzo 1471. — Ordine perchè tutti 
quelli che. avranno acque sopra dei loro proprj prati , o 
terre o che coltivano per adacquare, debbano personal- 
mente sopraintendere, sollecitare, condurre e regolare detta 
acqua, e non abbandonarla di giorno, né di notte, acciò 
quanto più presto sia possibile possano essere irrigate le 
terre, sotto pena eli soìdi 10 imperiali. 

N. 44° — 23 marzo 1471. — Ordine con la penalità 
di lire 10 imperiali a chi ardirà abbassare, levare e muo- 
vere gli incastri, ossieno usciere esistenti alia bocca di 
Sirone compreso anche l'anziano, a meno che non vi fosse 
presente e consenziente uno degli anziani della roggia di 
mezzo. 

N. 45° — 18 aprile 1488. — Pena di soldi venti agli 



466 PARTE SECONDA 

anziani, i quali non osservassero ì'ordine per adacquare, 
o mancassero nel loro ufficio, restando a detti anziani, 
affine di obbligarli ad esattamente esercitarlo, assegnato 
la terza parte di tutte le condanne che saranno per se- 
guire sopra le denunzie, ed accuse da essi fatte. 

N. 46° — 24 aprile 1487. — Niuno ardisca traspor- 
tare o muovere incastri o asse del Comune, o di altre 
persone sotto pena di lire 4 imperiali per ciascun inca- 
stro, e di soldi 40 per ciascun asse. 

N. 47° — 20 maggio 1487. — Proibizione di evacuare 
i vasi dei tintori, né qualunque altra cosa fetida nella roggia 
del Comune, nò permettere, che in detta roggia decorra 
tintoria se non se in tempo di notte , quando saranno 
chiuse le porte del detto Castello sotto la pena di lire 4 
imperiali. 

N. 48° — 20 novembre 1503. — Pena ai molinari di 
soldi 20 imperiali quando tenessero chiusi i soralori dei 
loro caolini, in modo che l'acqua avesse a sortire della 
roggia, e andare sulle strade. 

N. 49° — 20 marzo 1471. — Pena di denari sei im- 
periali per qualunque pertica di terra, che venisse irrigata 
con acqua sparsa dovendo essere di preciso obbligo di 
chiunque adacquerà il ritenere sulle di lui terre l'acqua, 
che gii sarà stata concessa per adacquare. 

N. 50° — L° agosto 1468. — Obbligo all'ultimo che 
adacquerà con acqua di qualche riale o becchete di dover 
sotto pena di soldi 20 imperiali andare a chiuder l'acqua 
alla bocca del riale tostochè avrà adacquato. 

N. 51° — 27 luglio 1471. — Obbligo agli anziani di 
dover eseguire quanto verrà loro comandato, sotto pena di 
soldi 10 imperiali. 

N. 52° — 27 giugno 1473. — Proibizione di adacquare 
qualunque orto nel territorio di Treviglio senza licenza 






DOCUMENTI ILLUSTRATIVI &67 

dell' anziano deli' acqua sotto pena di soldi 5 per ciascun 
orto, quando fosse minore d'una pertica, e di soldi 5 per 
pertica quando fosse più. di una pertica. 

N. 53° — 9 febbraio 1473. — Proibizione di conce- 
dere acqua della suddetta Comunità ad alcuno che non 
abiti in Treviglio, né in quella giurisdizione per adacquare 
le di lui terre nel detto territorio, se non avrà fatto de- 
scrivere i suoi prati, e opere dell'acqua, ed abbia data 
idonea cauzione di pagare non solo la spesa dell'acqua, 
ma altresì tutti i carichi di quell'anno. 

N. 54° — 15 febbraio 1474. — Si concede con il pre- 
sente capitolo a qualunque persona di poter adacquare, 
osservati però gli ordini del predetto Comune, pertiche 
quattro di prato di ciaschedun' opera descritta all' ufficio 
delle acque, e pertiche quattro di altre biade di quelle 
che fossero ordinate dal Consiglio generale * di potersi 
adacquare, e per le quali non si abbiano ad esigere dai 
Comuni i denari quattro imperiali per ciascuna pertica 
di terra adacquata, e sin ora soliti ad esigersi, ma cia- 
scuno possa come sopra per qualunque opera descritta 
adacquare. 

N. 53° — 24 giugno 1471. — Proibizione al vicario 
e notaio dell'ufficio dell'acqua di assolvere gli accusati di 
contravvenzione agli statuti, e di cancellare le denunzie, 
ed accuse; e se taluno querelato volesse scusarsi, debbasi 
sentire nel Consiglio generale. 

N. 56° — 27 agosto 1489. — Proibizione a chiunque 
di chiudere il condotto della porta di Filagno, o di far 
decorrere, o permettere che decorra acqua di detto coa- 
dotto sopra il di lui proprio territorio sotto pena di lire 16 
per ciascuna volta. 

N. 57° — 14 luglio 1480. — Ordine par la costru- 
zione a spese della Comunità di Tre viglio d' un riale di 



468 PARTE SECONDA 

larghezza di piedi tre sul fondo, per cui abbiasi a con- 
durre l'acqua del riale di Cerro per irrigare quelle terre, 
il quel riale si chiami Riale del Comune, e debba man- 
tenersi nella detta larghezza da quelli che hanno campi 
contigui al detto riale. 

N. 58° — 30 marzo 1451. — Ordine per la costru- 
zione di una bocca di pietre ben composta nella roggia 
che va a Misano a spese della Comunità di Tre viglio a 
favore di Guglielmo de' Zenalj e di quelli de Racchi; re- 
stando ai medesimi poi F obbligo della manutenzione e 
rifacimento. 

N. 59° — 5 maggio 1481. — Permesso a Zeno dei 
Pesenti di far f bbricare un ponte di cotto, ed un cavo 
nel condotto stato fatto dal Comune per divertire ìe acque 
pluviali di porta Nuova e di porta Stoppa a di lui spese, 
d'essergli poscia restituite dalla Cassa del detto Comune 
con che la manutenzione abbia ad essere del detto Pe- 
senti. 

N. 60° — 19 maggio 1480. — Ordine per la costru- 
zione <fun cavo nella roggia della strada di Misano per 
cui possa Martinolo Marco Rozzone condurre acqua per 
irrigare la di lui pezza di terra posta al di là di detta 
roggia, e questo a spese del detto Comune, da mantenersi 
poi dal nominalo Rozzone. 

N. 61° — 18 marzo 1493. — Ordine che quelli che 
saranno destinati a sopraintendere a chi adderà a la- 
vorare nel Brembp, diano giuramento d'esercitare fe- 
delmente il loro ufficio, e di tassare il salario ai lavora- 
tori, e qualora i consoli della Comunità, il vicario o no- 
taio dell'ufficio dell'acqua eleggesse taluno a sopraintendere 
a tali opere, e che non abbia prestato il suddetto giura- 
mento, cada nella pena di un ducato per ciascuna volta. 

N. 62° — il luglio 1499. — Obbligo del vicario del- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 469 

l'ufficio dell'acqua di costringere pel lavoro nel Brembo 
tutti quelli che non avessero fatta la loro porzione di opera 
nelle squadre dell' acqua, o che mandino altri in loro nome, 
sotto pena di soldi 5 imperiali per ciascuna opera, che 
non fosse slata da essi fatta, senza che restino dispensati 
da quanto dovevano fare. 

N. 63° — 17 agosto 1461. — Pena di fiorini 10 da 
soldi trentadue per ciascuno di essi imposta a chi ardirà 
di percuotere alcuno dei campari dell' acqua del Comune 
per qualche differenza d'acqua. 

(Prcemissas prcescriptiones, conservationem , ac usum 
aquarumjuris Communitatis Trivilij respicientes in libro 
Statutorum ipsiusmet Communitatis antiquo caractere 
scripto; reperiri testatur.) 

(Sub. J. C. Josephi Gerensanus pubi, de Coli. Mediolani 
Notarius.) 

[Concordat cum copia autentica per me Notarium in- 
frascriptum leda, et collationata mox exhibenti restituta 
et prò fide.) 

(Sub. J. C. Josephi Rontius pubi, de Coli. Mediolani 
Notarius.) 



Documento XXXVIII. — Anno 1777. 
Grida con cui si stabilisce un sistema regolare nell'uso e 
godimento delle acque di ragione della Comunità di Tre- 
viglio, affittata a Paolo Donzelli per anni nove, colla 
tariffa del pagamento da farsi dagli utenti al detto 
affittuario. 

Maria Theresia Dei gratia Romanorum Imperatrix, Re- 
gina Hungariae, etc. 
Ferdinando Principe Reale d'Ungheria, e di Boemia, ecc. 

31 



- 



470 PARTE SECONDA 

Cesareo Reale Luogotenente, e Capitano Generale nella 
Lombardia Austriaca. 
Dopo d'essere stato deliberato colle dovute, ecc.: 

§ i.° 

§ 2.° Avrà T affittuario la ragione di esigere in mo- 
neta al corso delle gride , e col privilegio (iscale da 
rispettivi utenti delle acque suddette, e nel solo territorio 
della Comunità di Treviglio gli affitti regolati a norma 
della seguente tariffa, cioè: 

Per ogni ruota d' edificio air anno . . . L. 27 

Per ogni pertica di prato a marcita all'anno » 1 t G 
Per ogni pertica di prato non a marcita 

all'anno » — 9 — 

Per ogni pertica d'aratorio ogni volta che 

adacquerà » — 4 — 

Mentre per l' irrigazione ad uso delle acque per comodo 
di fondi, ed edifizj situati fuori del predetto territorio saia 
lecito all'affittuario generale di convenirsi con i possessori 
rispettivi per quel prezzo, ed in quei modi, che più gli 
piacerà. 

§ 3.° Sarà cura dei deputati, e del cancelliere delle 
acque di destinare gli adacquamenti, che occorreranno farsi 
di mano in mano dei fondi aratorj, e l'appaltatore nel- 
l' eseguire i medesimi dovrà rigorosamente osservare il me- 
todo delle solite ruote, in modo che cominciato {'adacqua- 
mento d'una quantità di terreno, debba continuarsi sino 
al fine, senza che segua verun salto nelle ruote, sotto pena 
all'appaltatore di reintegrare quei possessori, che dall'irri- 
gazione saltuaria o da esso, o da suoi campari permessa, 
fossero slati danneggiati, e sotto pena inoltre di dover pa- 
gare alla Comunità di Treviglio tutto quello che il mede- 
simo, o i suoi campari avranno effettivamente esalto dai 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 471 

possessori dei fondi per premio dell' adacquamento irrego- 
lare e saltuario, come pure non sarà in verun modo per- 
messo all'affittuario di concedere agli utenti superiori al- 
cuna estrazione d'acqua, che possa ritardare l'irrigazione 
dei fondi inferiori, ed in caso di contravvenzione sarà 
egli tenuto alla reintegrazione dei danni cagionati per tale 
ritardo ai possessori. 

§ i.° Siccome il presente regolamento è diretto ad im- 
pedire l'arbitraria distribuzione, ed uso delle acque, cosi 
dovranno immediatamente regolarsi le bocche per som- 
ministrare in una quantità discreta, e proporzionata le 
acque medesime continuamente necessarie ai prati di 
marcita. 

§ 5.° Se qualche possessore di Treviglio deriverà in 
qualunque maniera a proprio benefizio le acque estratte 
o per l'uso degli edifizj, o per l' adacquamento delle mar- 
cite, o per qualunque altra causa, dovrà essere sottoposto 
ai pagamento del fitto corrispondente, a norma della ta- 
riffa determinata all'art. 2.° 

§ 6.° Sarà obbligato l'affittuario a mantenere ben ripa- 
rate, e rispettivamente spurgate in forma lodevole la fi- 
larola del Brembo, le usciere scaricatrici, li partitori, le 
roggie maestre, con le loro ripe di ragione della Comu- 
nità, e perchè questo possa dal medesimo farsi colla do- 
vuta sollecitudine, dovrà la Comunità di Treviglio cedergli, 
ed esso dovrà subentrare nell'affitto della cepperà, che 
somministra in oggi la quantità occorrente dei ceppi ne- 
cessarj alla riparazione della filarola predetta. 

§ 7.° Dovendo secondo tutte le massime di giustizia la 
manutenzione delle bocche di proprietà dei particolari 
utenti essere a carico dei medesimi e non della Comu- 
nità o dell'affittuario, sarà obbligo degli stessi di mante- 
nerla sempre in forma lodevole con buone spalle, eoa 



472 PARTE SECONDA 

fondi proporzionati, con buone usciere, catenacci, e chiavi 
da consegnarsi ai campari dell'affittuario, e di far imme- 
diatamente costruire del proprio quelle bocche a loro bi- 
sognevoli, che non fossero già fatte. 

§ 8.° Dovrà il cancelliere delle acque nel principio di 
marzo di ciascun anno, pubblicare un avviso col termine 
di giorni quindici, dentro il quale ciascun particolare utente 
dovrà avere eseguite le riparazioni delle bocche ad essi 
rispettivamente spettanti, ed al caso, che passato detto ter- 
mine non si trovassero eseguite, o che secondo il disposto 
nel precedente art. 6.° non fossero costrutte le bocche di 
ragione di qualche possessore, sarà lecito all'affittuario il 
farle eseguire a proprio conto, salvo al medesimo la ra- 
gione di essere rimborsato dagli utenti contumaci col mezzo 
di un riparto da farsi sopra i medesimi dal cancelliere 
delle acque. 

§ 9.° Perchè non resti in alcun tempo impedita, o ri- 
tardata la regolare irrigazione dei fondi, si proibisce a 
qualunque persona, nessuna eccettuata, il fare nei cavi 
maestri, e nelle ripe delle roggie, ed in qualunque altro 
luogo, chiuse, o rotture, o altro, che possa essere nocivo 
all'interesse dell'affittuario, sotto pena di scudi 25, d'ap- 
plicarsi per un terzo al regio fisco, per un terzo all'affit- 
tuario, e per altro terzo all' accusatore. 

§ 10.° Per determinare con il dovuto dettaglio, e sicu- 
rezza l'esazione dei rispettivi fitti dell' acque dovrà il can- 
celliere delle acque medesime formare un'esatta descri- 
zione degli edifizj, e dei fondi adacquatorj secondo la loro 
qualità, ed a bocca per bocca, con prescrivere la modula 
dei registro da tenersi dall'affittuario; sopra questo regi- 
stro si dovrà poi formare il quinternetto per la scossa, 
né sarà lecito al predetto affittuario di esigere alcuna par- 
tita non descritta nel quinternetto formato come sopra, 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 473 

ed in caso di contravvenzione sarà egli tenuto pagare alla 
Comunità quel di più che avrà esatto da qualsiasi posses- 
sore non descritto. 

§ 11. Il quinternetto della scossa, formato nei modi 
sopra descritti si dovrà dal cancelliere delle acque con- 
segnare all'affittuario, e si dovrà dall' islesso cancelliere 
contemporaneamente pubblicare un avviso, perchè ciascun 
utente entro un discreto termine paghi la rata dei fitti ad 
esso spettanti: e l'affittuario dovrà destinare persona in 
Treviglio, che riceva i rispettivi pagamenti, e dovrà per 
questa esazione godere del privilegio fiscale nel modo istesso, 
che lo gode l'esattore comunale, e di questo privilegio 
dovrà godere eziandio per l'esazione di quelle spese, delle 
quali dovesse essere rimborsato o per la mancanza degli 
utenti nel fare le riparazioni a loro spettanti, o per qua- 
lunque altra giusta, e leggitlima causa dipendente dall'af- 
fitto delle acque del'a Comunità. 

§ 12° Per il pagamento delle spese ordinarie dovrà 
l'affittuario prestarsi a farne il corrispondente pagamento 
in vista dei mandati formati dai deputati, e dal cancel- 
liere delle acque, e l' istesso dovrà pure eseguire in vista 
dei decreti magistrali, in quei casi, nei quali devono ne- 
cessariamente richiedersi a norma degli ordini censuarj. 

§ 13.° Sarà lecito all'affittuario di fare, previa la par- 
tecipazione con i deputati, e cancelliere delle acque tutti 
quegli edifizj, che crederà conveniente o per il miglior 
regolamento delle acque, o per mettere a maggior profitto 
le colature. 

§ 14.° Resteranno di ragione dell' affittuario tutte quelle 
acque, che sopravvanzeranno dopo d' essere state fatte 
pienamente, e regolarmente tutte le irrigazioni occor- 
renti nel territorio di Treviglio, e sarà facoltativo al me- 
desimo di somministrarle a beneficio dei fondi situati nel 



474 PARTE SECONDA 

predetto territorio, con quei patti, e con quei prezzi, che 
gli riuscirà di conseguire, non dovendo i fondi situati in 
altri territorj godere del benefizio delle irrigazioni di dette 
acque con i prezzi portati dalla tariffa enunciata all'ar- 
ticolo 2.° 

§ 15.° Avrà l'affittuario la ragione privativa della pesca 
in tutti quei cavi, la manutenzione dei quali cade sotto il 
presente affitto, e resta proibito a chiunque, nessuno ec- 
cettuato, di pescarvi sotto la pena di scudi 25 per cia- 
scuna volta in caso di contravvenzione da applicarvi come 
sopra all'art. 8.° 

§ 16.° Resta proibito sotto ristesse pene ad altri fuori 
che all' affittuario, lo scalvo delle piante situate sopra le 
ripe tra la roggia maestra, e le strade, eccettuati soltanto 
i moroni, il godimento dei quali continuerà ad essere di 
ragione della Comunità. 

§ 17.° Saranno pure di ragione dell'affittuario le giare 
adì Brembo, allorché ne sarà spirato l'attuale affitto, che 
va a scadere a S. Martino del 1778, né potrà alcuno pre- 
giudicare sotto le pene di sopra enunciate l' affittuario delle 
acque nel libero godimento delle medesime. 

§ 18.° Resta pure annessa all'affìtto delle acque la ra- 
gione di esigere, come si è praticalo fino ad ora, lire otto 
al cento per le borre, che s'iotroduranno nelle roggie 
della Comunità, e si dovrà esigere lire una al cento pei 
borrelli, avendo noi riconosciuto egualmente ragionevole, 
che ancor questi debbano essere sottoposti al pagamento 
di una tassa moderata. 

§ 19.° Dovrà in avvenire dopo la deliberazione di cia- 
scun affitto delle predette acque riconoscersi da un perito 
d'ufficio da eleggersi dai deputali delle acque, tutto ciò 
che dovrà mantenersi a carico dell'affittuario, come pure 
sì dovrà fare una nota esatta delle piante, sopra le quali 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 475 

egli avrà la ragione dello scaleo, ed infine di ciascuna 
locazione dovrà egualmente farsi la riconsegna delle cose 
medesime, come pure di quelli edifizj, e fossi, che potes- 
sero essere stati fatti per il migliore regolamento delle 
acque, o per rendere più utili le colature. In vista poi 
della consegna, e della riconsegna, e dei loro risultati 
dovrà dal perito formarsi un esatto bilancio per regola 
dei rispettivi abbonamenti da farsi dall'affittuario alla Co- 
munità, e da questa all'affittuario. 

§ 20.° Sarà tenuto 1' affittuario a proprie spese a tenere 
dei campari idonei per la fedele esecuzione di quanto 
spetta al medesimo, e la Comunità dovrà mantenere an- 
cor essa a spese proprie un camparo, che invigili al di 
lei interesse, e che dovrà specialmente avere F incombenza 
di aprire le fughe in occasione di escrescenza d'acque, e 
questo sarà eletto dai deputati delle acque, e dovrà pure 
esservi un camparo eletto di consenso dei predetti depu- 
tati, e dell'affittuario, al quale sarà data la custodia della 
filarola, e la Comunità lo lascierà continuare nell'uso della 
solita casa, e nel godimento dei soliti pezzi di terra, e lo 
affittuario per la sua parte dovrà pagargli il solito ono- 
rario in contanti. 

§ 21.° Il canone dell'affitto deliberato all'asta dovrà 
dall'affittuario pagarsi alla cassa della Comunità entro il 
mese, ecc. 

§ 22.° Dovranno col presente affitto restar terminati, e 
annullati tutti i contratti, e convenzioni, che possono essere 
state fatte dalla Comunità, o da qualsiasi particolare in 
tutte quelle parti, che non sieno coerenti al presente re- 
golamento, e che possono opporsi in qualche maniera alla 
piena e puntuale esecuzione del medesimo. 

§ 23.° Finalmente sarà cura dei deputati delle acque, 
e del cancelliere delle medesime, d' invigilare, che il pre- 
sente regolamento sia esattamente osservato, ecc. 



476 PARTE SECONDA 

I volendo Noi, che le sovraccennate determinazioni per- 
vengano all'universale notizia di tutti gli estimati, ed 
abitanti nel territorio della predetta Comunità di Treviglio, 
né possi in alcan tempo allegarsene ignoranza, ordiniamo, 
e comandiamo che debba affiggersi il presente editto nella 
pubblica piazza, ecc. 

Dato in Milano, li 23 aprile 1777. 
FERDINANDO. 

v. flrmian. v. conradus olivera. 

Castelli. 



Documento XXXIX. — Anno 1853. 
Regolamento delle acque del Comune di Treviglio. 

DELLA PROPRIETÀ E DELL' USO DELLE ACQUE. 

Art. l.° — La roggia Vignola e la roggia 3foschetta 
che derivano dal fiume Brembo e che dividendosi e sud- 
dividendosi in moltiplici canali subalterni passano sul 
territorio di Treviglio, appartengono in proprietà a questo 
Comune. 

Art. 2.° — Le acque che esso portano sono affette all'uso 
dei possessori per l'irrigazione dei fondi situati in detto 
territorio, pagando essi per corrispettivo il canone fisso dì 
centesimi 99. 3 per ogni pertica di prato marcitorio, — 
centesimi 39. 7 per ogni pertica di prato stabile, — e di 
centesimi 22. 1 per ogni pertica di terreni aratorj — e 
ciò coli' esazione fiscale. 

Art. 3.° — Qualora un fondo che per l'attuale suo li- 
vello non può godere dell'irrigazione venisse in seguito 
ridotto irrigatorio in modo regolare, questo pure avrà di- 
ritto di partecipare a tale vantaggio, semprechè il prò- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 477 

prietario lo notifichi alla Deputazione Comunale, e con- 
tribuisca il relativo canone. 

Art. i.° — Sarà dovere della Deputazione invigilare 
che nessuno faccia uso dell'acqua senza prestarsi al paga- 
mento del canone, ordinando a tale uopo di tempo in 
tempo le opportune verificazioni. Essa dovrà pure sotto- 
porre al pagamento della rispettiva Gassa , tutti quegli 
opificj che per avventura non la pagassero o pagassero di 
meno del dovuto. (1) 

Art. 5.° — Il canone, di cui all'articolo 2.°, si paga 
o^ni anno, sia cke gli utenti si giovino delle acque, sia 
che non se ne giovino e può essere anche aumentato dal 
Consiglio Comunale quando ciò sia necessario per soppe- 
rire a spese straordinarie per la manutenzione della fila- 
rola di Brembo o per le riparazioni ai canali e relativi 
manufatti. 

Art. 6.° — L'uso che fanno delle acque comunali i di- 
versi opificj sulle medesime stabiliti in forza di antichi 
acquisti o di regolari concessioni si intende sempre ed è 
subordinato agli usi dell'irrigazione , dimodoché la Depu- 
tazione Comunale può in ogni tempo far chiudere tempo- 
rariamente le bocche di estrazione che non restituiscono 
immediatamente l'acqua al canale di cui proviene, se re- 
puta ciò necessario per facilitare l'adacquamento dei ter- 
reni. In caso di renitenza per parte dei proprietarj le 
bocche saranno custodite da apposite guardie a tutte spese 
dei proprietarj medesimi fino a che cessi il bisogno del- 
l' irrigazione. 

Art. 7.° — Siccome il partitore posto sulla roggia fuori 
di porta Zeduro, appena al disopra di quel molino è de- 

(1) Vedi la deliberazione consigliare del giorno 8 maggio 1833, 
approvata dall' I. R. Delegazione Provinciale con Nota 23 luglio detto 
anno N. 19420-4293. 



478 PARTE SECONBA 

stillato a dividere l'acqua per giusta metà tra la roggia 
Gastolda e la roggia che si avvia verso porta Torre, così 
T esercente di detto molino sarà tenuto a tener sempre 
equilibrata l'acqua nel movimento dei rodigini, cosi che, 
servendosi soltanto di due ruote, dovrà muoverne una per 
parte delle due roggie, servendosi di una sola, dovrà tener 
aperto lo scaricatore della parte opposta, e finalmente ser- 
vendosi di tre ruote dovrà tenere aperto lo scaricatore da 
quel lato dove è posta in movimento una sola ruota ; alle 
quali cautele lo stesso esercente sarebbe tenuto anche in 
forza dei capitoli normali della sua investitura d'affitto. 
In caso di contravvenzione il mugnajo incorrerà nella 
multa di austr. Lire 50 (cinquanta) da raddoppiarsi ia 
caso di recidiva. L' Amministrazione dello spedale, pro- 
prietaria di questo molino, sarà obbligata nelle successive 
investiture a non deviare mai da queste ingiunzioni. 

Art. 8.° — Non si potranno coltivare prati marcitorj 
se non dietro notifica ed alla distanza di 500 metri del- 
l'abitato, presa la distanza dalla strada di circonvallazione. 
I contravventori incorrono nella multa di austr. L. 100. 

Sarà poi sempre facoltativo alla Deputazione di toglier 
l'acqua anche ai prati marcitorj stabiliti alla debita distanza, 
ogni qualvolta l'acqua diventi così scarsa nella roggia Vi- 
gnola da essere appena sufficiente al movimento degli 
opificj. 

Art. 9.° — La coltivazione delle risaje è interdetta. 

Art. 10.° — Percorrendo le acque un lungo tratto di 
cammino sopra territorj di altri Comuni, prima di entrare 
in quella di Treviglio, si lascia al savio arbitrio della 
Deputazione Comunale di concederne l'uso ai terrieri esteri 
mediante convenzione da rinnovarsi d'anno in anno sotto 
quelle condizioni che valgano ad impedire che questo fa- 
vore non torni a pregiudizio degli utenti di Treviglio. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 479 

Art. 11.° — La Deputazione potrà pure mettere a pro- 
fìtto le acque comunali, giunte che siano al confine di 
Caravaggio e di Galvenzano, col convenzionare i terrieri 
di detti Comuni sempre che ciò non debba portare un 
soverchio ritardo al rinnovamento delle aste. 

Art. 12.° — Onde poi assicurare che non avvengano 
usurpazioni e disordini nei territori esteri, pei quali le 
acque devono passare, prima di entrare in quello di Tre- 
viglio e per garantire altresì che giunte le acque ai confini 
non si commettano frodi g danno di questo Comune, la De- 
putazione Comunale è autorizzata per tutto il tempo che 
durano le aste a stipendiare un numero sufficiente di sorve- 
glianti, l'ufficio dei quali sarà quello di invigilare sull'anda- 
mento delle acque, sia prima di arrivare nel territorio di 
Treviglio, sia nel momento in cui giungono al confine, di 
verificare le usurpazioni o le frodi e di riferirle immedia- 
tamente alla Deputazione per gli opportuni provvedimenti. 

Art. 13.° — Le acque comunali vengono distribuite sui 
fondi in ruota di progressione, vale a dire i fondi si adac- 
quano l'uno dopo l'altro a seconda della topografica loro 
posizione, sempre in relazione ad una data subalterna di- 
ramazione di esse acque. 

Art. li. — Quando tutto il corpo di una roggia od 
una subalterna diramazione viene destinata all'irrigazione 
progressiva di un dato circondario di territorio, si dice 
volgarmente, che si mette in asta o tutto il corpo della 
roggia o la tale subalterna diramazione. 

Art. 15.° — Le acque si pongono in asta dalla Deputazione 
Comunale ogni qualvolta se ne verifichi il bisogno, dal 
qual momento incomincia la legge della regolare progres- 
sione dell'adacquamento. 

Art. 16.° — L'asta è annunciata al pubblico ventiquat- 
tro ore almeno (ore 24) prima della sua attuazione, me- 



480 PARTE SECONDA 

diante il solito suono della campana, susseguito dalle grida 
del campanaro. 

Art. 17.° — Si riterrà ultimato il turno o l'asta quando 
a tutti i fondi che sono soggetti al cavo sia stato fornito 
il mezzo di godere del benefìcio dell'irrigazione. 

Art. 18.° — La Deputazione in caso di bisogno è au- 
torizzata a far sussidiare un cavo colle acque di un altro 
sul quale fosse già ultimata l'asta. 

Art. 19.° — Finché le acque non sono sottoposte alla 
legge dell'asta ed anche nell'intervallo tra un'asta e l'altra, 
ciascun utente può valersene in qualunque tempo gli piace, 
a meno che in quest'ultimo caso non si tratti di un cavo 
chiamalo a sussidiare un altro come all'articolo 18.° 

Art. 20.° — È pure lasciato all'arbitrio della Deputa- 
zione di limitare la facoltà di far uso delle acque a sole 
determinate coltivazioni, data però sempre la preferenza: 
1.° A quello del grano turco maggengo, melonere, ortaggi 
e melgottino; 2.° Ai prati stabili; 3.° Ai prati grassi o 
trifoglione; 4.° Alle stoppie e panigate di foraggio. 

Art. 21.° — Quando l'acqua è in asta, il proprietario 
di un fondo che ne ha già fatto uso alla sua volta anche 
col mezzo dei soli scoli, oppure che non avesse voluto 
farne uso, non potrà più giovarsene nel corso delia slessa 
asta , coli' intercettarne in qualsiasi modo 1' andamento a 
pregiudizio dei proprietarj dei fondi inferiori sotto pena 
della multa di austr. lire trenta ( a L. 30) oltre l'indenizzo 
al Comune di austriache L. 3 per ogni pertica che avesse 
incompetentemente adacquata. 

Art. 21° — All'istessa pena ed indenizzo sarà soggetto 
chiunque nel tempo dell' asta pone mano arbitrariamente 
agli incastri od altri edifìcj idraulici, oppure li danneggi 
od intraprenda qualsiasi altra operazione che possa alte- 
rare la direzione e la quantità dell'acqua corrente in un 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 481 

cavo e ciò senza pregiudizio delle maggiori pene che po- 
tessero applicarsi al caso e a termini delle vigenti leggi. 

Art. 23.° — Chi all'atto di riavere 1' acqua per L' irri- 
gazione del proprio fondo la trascura in modo di consu- 
mare maggior tempo del bisogno a danno degli inferiori 
utenti, perderà ipso facto il diritto di continuare per quel 
turno l'irrigazione e sarà inoltre condannato ad una multa 
di austr. L. 15. 

Art. 24.° — Chi durante l'asta, dopo l'irrigazione del 
proprio fondo manomettesse anche un suo privato edificio 
che per regolarità del corso successivo dovrebbe tener 
conservato o chiuso, oppure abbassasse una sponda o fa- 
cesse alcune opere qualunque, tale da portare il benché 
minimo sconcerto o ritardo alla successiva irrigazione, in- 
correrà oella multa di austr. L. 20 oltre 1' obbligo del 
risarcimento dei danni. 

Art. 25.° — BOCCHETTA APERTA. Essendo invalsa 
l' erronea credenza che certi fondi si possano durante 
1' asta adacquare in qualunque tempo e ripetutamente e 
col mezzo delle così dette bocchette aperte, si dichiara 
essere questo un abuso ed essere tenuti anche i proprie- 
tarj di questi fondi all'osservanza del Regolamento dell'asta 
coll'adacquare cioè una volta sola durante l'asta e quando 
viene il loro turno. Perciò tutti gli utenti che fanno uso 
di bocchette aperte dovranno costruire o rinnovare in so- 
lida forma gli opportuni incastri con foglia, stivi e spaile 
di vivo, cappello, e porta di rovere con catenaccio, serra- 
tura e chiave da consegnarsi poscia alla Deputazione Co- 
munale. Allorché poi nel giro dell'asta avranno i proprie- 
tarj da irrigare i loro fondi, verrà loro aperto l'incastro 
dal camparo incaricato di custodirne la chiave (1). 

(t) Vedi la deliberazione del Consiglio Comunale 29 novembre 18*24 



482 PARTE SECONDA 

OBBLIGHI DEGLI UTENTI. 

Art. 26.° — È proibito a chiunque lo scavare materie 
per qualsivoglia scopo dal fondo dei cavi comunali o il 
gettarvi ingombri che alterino il letto normale dei mede- 
simi sotto pena della multa di austr. L. 40 (lire quaranta) 
per ogni contravvenzione, senza pregiudizio dell'obbligo di 
ristabilire, dietro monitorio, le cose nel pristino slato, op- 
pure di rifondere al Comune la spesa di ristaurazione fatta 
d'ufficio nel caso di trascurata esecuzione. 

Art. 27.° — In una multa di L. 20 (venti) incorre 
pure il proprietario frontista che senza essere autore dello 
scavo tollerasse la deposizione sul suo fondo delle materie 
esportate dal cavo medesimo senza darne partecipazione 
alla Deputazione Comunale od al camparo. 

Art. 28.° — Chi abusa della concessione di far pian- 
tagioni lungo le sponde dei cavi comunali in modo di ren- 
dere diffìcile il corso dell'acqua o di danneggiare in altro 
modo le sponde, sarà obbligato a porvi tosto riparo dopo 
ricevuto l'ordine in iscritto dalla Deputazione. — Trascorsi 
otto giorni, senza che siansi eseguite le riparazioni e senza 
che siasi interposto riclamo, il contravventore incorrerà 
nella multa di L. 15, e si faranno eseguire le opere in 
via d'ufficio a tutto suo carico. 

Art. 29.° — Chi tiene in contatto od anche in distanza 
dei cavi comunali fosse che assorbiscano le acque per 
luti' altro scopo che quello dell' irrigazione come sarebbe 
per difesa del fondo o per raccogliere fango, sarà obbli- 
gato a tenere ermeticamente otturata la comunicazione tra 

approvata superiormente come risulta dalla lettera 10 maggio 1826 
N. 99b" dell'I. R. Commissario. 

Determinata la costruzione degli incastri nei modi sovra espressi a 
carico e cura del Comune. 



DOCUMENTI 1LLBSTRATIV1 483 

il cavo conduttore principale e la fossa per tutto il tempo 
che T acqua è vincolata al servizio dell' irrigazione per 
mezzo dell' asta. A tale effetto ogni proprietario di fossi 
stagnanti dovrà chiudere la loro imboccatura con un ter- 
rapieno della lunghezza di milanesi braccia 2 (due) e della 
larghezza corrispondente al fosso medesimo fiancheggiato 
da una palafitta di legno di rovere per difesa del terra- 
pieno stesso. (I) 

Art. 30.° — Qualora durante l'asta venga rilevato, che 
in qualche fosso stagnante non esista il terrapieno, o per 
debolezza di questo vi si introduca acque, la Deputazione 
lo farà chiudere con solido muro alla sua imboccatura a 
tutte spese del proprietario, che sarà inoltre condannato 
alla multa di L. 30. 

Art. 3ì.° — Permettendosi diversi comunisti di fare 
approfondamenti sotto la livelletta ordinaria, tanto nei 
cavi conduttori, quanto nei fossi morti, all'unico scopo di 
estrarne fango, ed avvenendo da ciò dispersione di acqua, 
viene questo espressamente proibito. Verificandosi tali casi, 
la Deputazione farà, ex ufficio, ripristinare le cose a carico 
del proprietario del fondo quando esso non avesse ubbidito 
al monitorio del ripristinamento. 

Art. 32.° — Chi senza licenza della Deputazione per 
qualunque siasi causa pone mano a nuove opere, o mo- 
difica le sussistenti nel letto o sulle sponde dei cavi co- 
munali incorre nella multa di L. 25, senza pregiudizio 
delle penalità accennate dalla Governativa notificazione, 
13 maggio 1820, pel caso di danno dolosamente inferito 
ad opere di irrigazione od idrauliche. 

Art. 33.° — Chi con altre operazioni qualunque ese- 
guite sul proprio fondo provoca per rottura o filtramene 

(1) Vedi la nota antecedente. 



484 PARTE SECONDA 

per disperdimento delle acque defluenti nei cavi comunali 
incorrerà nella multa di L. 25 oltre all'obbligo della ripa- 
razione. 

Art. 3£.° — I proprietarj dei fondi posti sul confine 
di questo territorio, i quali in qualunque siasi maniera 
lasciassero defluire durante Tasta le acque del cavo di cui 
fanno uso a vantaggio dei terreni posti in territorio estero, 
incorreranno nella multa di L. 100 (cento), e saranno 
inoltre obbligati a pagare al Comune del proprio L. 1.15 
per ogni pertica che sarà stata irrigata nel territorio estero. 

Art. 35.° — In generale, ripetendosi entro il periodo 
d'un anno solare, una contravvenzione dell'ugual genere, 
per parte della stessa persona, famiglia, colono o proprie- 
tario, la multa verrà raddoppiata. 

DEI CAMPAR I. 

Art. 36.* — Ad ogni cavo principale è proposto un 
camparo. 

La sorveglianza sopra tutti i cavi è demandata ad un 
camparo maggiore al quale sono subordinati gli altri 
campari. 

Art. 37.° — In caso di negligenza od errore di un 
camparo, la Deputazione gli farà per la prima volta una 
seria ammonizione. In caso di recidiva gli infliggerà quella 
multa che crederà proporzionata alla mancanza. 

Art. 38.® — Qualora per trascuratezza od incuria di un 
camparo, un utente che ha il diritto all'irrigamento fosse 
per incontrare un danno, la Deputazione gliene farà il 
compenso col salario del camparo medesimo. 

Art. 39.° — In caso di frequenti negligenze od in caso 
di dolo, la Deputazione sospende il camparo dalle sue fun- 
zioni, e gli nomina un provvisorio sostituto, salvo poi di 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 485 

provocarne la destituzione alla prima convocazione del 
Consiglio Comunale. 

Art. 40.° — Ad ogni camparo sono attaccati tre uomini 
probi scelti dal Consiglio Comunale nella classe dei medj 
possidenti, i quali sappiano leggere e scrivere. 

Art. 41.° — L'officio di essi sarà quello: Ì.° di veri- 
ficare sopra invito del camparo le contravvenzioni degli 
utenti al presente regolamento; 2.° di constatare altresì 
le mancanze e le colpe del camparo medesimo. 

Tanto in un caso come nell'altro essi dovranno redigere 
un processo verbale sommario che sarà sottoscritto da due 
di essi, e trasmesso alla Deputazione Comunale. Nel primo 
caso il processo verbale sarà sottoscritto anche dal camparo. 

Art. 42.° — Per ogni contravvenzione regolarmente 
constatata, gli uomini probi che avranno steso il processo 
verbale avranno diritto di percepire dal Comune a titolo 
di premio la metà della multa che il contravventore avrà 
pagalo. 

DEL MODO DI PROCEDERE NEL CASO DI CONTRAVVENZIONE. 

Art. 13.° — Constatate le contravvenzioni nel modo in- 
dicato dagli articoli 40 e 41 o in altro modo legale, la 
Deputazione Comunale, sentita la parte, pronuncia la sua 
mozione e ne intima un esemplare alla parte stessa, la 
quale può reclamare in via amministrativa nel termine di 
dieci giorni (giorni 10). 

Art. 44. 6 — Scorso questo termine senza che sia stato 
interposto gravame, la multa viene data in iscossa al- 
l'esattore Comunale col privilegio fiscale. 

Art. 45.° — Saranno pure dati in iscossa all' esat- 
tore Comunale col privilegio fiscale tutte le spese di 
opere fatte eseguire ex ufficio dalla Deputazione, non che 

S2 



486 PARTE SECONDA 

le somme d' indenizzo al pagamento delle quali fossero 
stati condannati i contravventori, ogni qual volta sia spi- 
rato infruttuosamente il termine entro il quale eglino 
avrebbero dovuto eseguire le opere o prestare l' inde- 
nizzo. 

Art. 46.® — L'azione per le multe, per le spese di opere 
e per gli indenizzi sarà esercibile solidariamente tanto 
contro il proprietario del fondo, come contro il eoa iutiere, 
amministratore o chiunque altro lo possegga per qualsiasi 
titolo. 

Treviglio, li 17 novembre 1853. 
La Commissione 
Firmato: Nazari — Mandelli — De-Gregorj. 

ARTICOLO ADDIZIONALE 

Che si aggiunge al Regolamento delle acque in consonanza 
al prescritto coli' ordinanza delegatizia 19 febbrajo i 854, 
N. 1515-82, del rescritto commissariale 26 febbrajo detto 
anno, N. 964, e della posteriore ordinanza 29 marzo detto 
anno, N. 6730-313, unito in conforme copia al presente 
sotto i, B. 

All' oggetto di mantenere al Comune la sua libertà di 
azione, resta riservato in ogni tempo alla rappresentanza 
Comunale la facoltà di alterare la misura della lassa ora 
stabilita e di cui agli articoli 2.° e 5.° del presente Re- 
golamento, e ciò ogni qual volta sia ritenuto consentaneo 
all'interesse del Comune e consigliato dalle locali esigenze 
e condizioni agrarie, salve le ragioni civili. 
Treviglio, il giorno 17 aprile 1854. 
La Deputazione Comunale 
Firmato: Mandelli — De-Gregorj. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 487 

Bergamo, 19 febbrajo 1854. 

Preso in esame il Regolamento 17 novembre 1853, com- 
pilato dalla Commissione delegata dalla rappresentanza di 
codesto Comune, capo luogo, per regolare l'utenza delle 
acque di due roggie di proprietà del Comune estratte dal 
fiume Brembo e che servono all'irrigazione del territorio 
del Comune; 

Veduta l'unanime deliberazione 22 dicembre p. p. del 
Consiglio Comunale con cui adottò il proposto Regola- 
mento ; 

Consideralo che non è conveniente nei rapporti ammi- 
nistrativi del Comune l'innaìterabilità della tassa per l'uso 
delle acque delle roggie Comunali adottata dal Regola- 
mento menare all'incontro la tassa suole essere proporzio- 
nata al valore del godimento, valore che varia secondo la 
condizione dell'industria agricola; 

La R. Delegazione col voto conforme della Congrega- 
zione Provinciale approva l'accennata deliberazione unanime 
del Consiglio Comunale di Treviglio con cui adottò il 
Regolamento di cui è parola, sotto t' esenziale condizione 
da introdursi nel Regolamento stesso che all' oggetto di 
mantenere al Comune la sua libertà d'azione, sia riservata 
in ogni tempo alla rappresentanza Comunale la facoltà di 
alterare la misura della tassa ora stabilita, ogni qualvolta 
lo reputi consentaneo all'interesse del Comune, e consi- 
gliato dalle locali esigenze e condizioni agrarie salve le 
ragioni civili. 

Si rendono gli allegati del rapporto 15 gennajo p. p. 
N. 4314. 

LI. R. Vice-Delegato dirigente 
Firmato: Fontana. 



488 PARTE SECONDA 

Bergamo, 29 marzo 1854. 

La modificazione escludente l'innalterabilità delle tasse 
Introdotte dalla R. Delegazione di concerto colla Congre- 
gazione Provinciale nel Regolamento 17 novembre 1853, 
per regolare 1' utenza delle acque di due roggie di pro- 
prietà di codesto Comune, Capo-luogo, siffatta modificazione 
dicesi non altera in alcuna parte la dispositiva del Rego- 
lamento stesso d'indole meramente economico, ma contiene 
invece una dichiarazione nei rapporti giuridici fra il Co- 
mune proprietario e gli utenti, che si reputa necessaria 
nelle viste di pubblica tutela amministrativa del patrimo- 
nio del Comune e così vuoisi mantenere la prima sua 
libertà d'azione. 

L'autorità tutoria non suggerì ma prescrisse siffatta 
modificazione, ad introdurre la quale non può essere op- 
posta eccezione dalla rappresentanza del Corpo tutelato a 
vantaggio del quale viene ordinata, che se alcuno degli 
utenti si reputasse leso dalla dispositiva del Regolamento 
potrà insinuare la sua ragione nel termine che verrà pre- 
finito dall'editto di pubblicazione dello stesso Regolamento, 
il quale nell'apposita modificazione riserva appunto le ra- 
gioni civili. 

Si dichiara quindi che la determinazione presa all'or- 
dinanza 19 febbnijo p. p. N. 1515-82 non può essere 
soggetto di deliberazione del Consiglio Comunale di Tre- 
viglio e che essendo essa una sanzione definitiva del Re- 
golamento deve questo essere posto in esecuzione nei sensi 
di essa ordinanza, previa pubblicazione perchè nessuno 
degli interessati ne possa allegare ignoranza sahe sempre 
le ragioni civili. 

Ritenuto del resto che alla magistratura tutoria pro- 
vinciale computa la facoltà di approvare ed emettere nei 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 489 

rapporti di tutela patrimoniale analoghi regolamenti eco- 
nomici , la s'incarica signor commissario di restituire la 
consulta della Deputazione con conforme comunicazione 
della presente. 

Si rendono le carte. 

L'I. R. Vice-Delegato dirigente 
Firmato: Fontana. 

Per copia conforme 
Firmeìo: Compagnoni scrittore. 

I. R. Luogotenenza di Lombardia. 

COPIA 

Sta il principio essere di giurisdizione del Foro civile 
il conoscere e giudicare se il diritto di utenza esista o 
venga pregiudicato, e devolvere invece alla giurisdizione 
politico-amministrativa la cognizione ed il giudizio sul modo 
e forma dell'utenza, siccome oggetto di pubblico interesse, 
e quindi d'ordine pubblico. 

Sta pure in linea di fatto che il Comune di Tre viglio 
si trova nel possesso delie acque derivate dal Brembo e 
condotte ad usi irrigui per mezzo delle roggie Tignola e 
Moschetta. 

Il Consiglio Comunale di Treviglio era dunque nel di- 
ritto e nel dovere di provvedere al buon governo di quelle 
acque, col regolamento adottato ad unanimità di voti nei- 
1' unione 22 dicembre 1853, approvato dalla Delegazione 
provinciale mediante Decreto 19 dicembre 1854, N. 1515-82, 
e che fu anche pubblicato per le contradditorie insinua- 
zioni dei terzi. 

Ritenuto per altro che il gravame presentato da Giu- 
seppe Crippa e consorti tende sostanzialmente ad impu- 
gnare nel Comune il possesso e la proprietà delle anzidette 



490 PARTE SECONDA 

acque che i reclamanti vorrebbero di esclusiva ragione 
degli utenti; 

Ritenuto che 1' autorità politica non deve entrare nel- 
l'esame dei titoli dei rispettivi utenti, locchè è di compe- 
tenza degli ordinari tribunali di giustizia e che a questi 
parimenti si devolve il conoscere ed il giudicare se sia o 
meno fondata l'a'tra pretesa dei reclamanti, e cioè che non 
possa alterarsi la misura del canone di godimento delle 
acque della cui percezione a carico degli utenti il Comune 
stesso trovasi in antico possesso; 

La luogotenenza licenzia il reclamo summenzionato di- 
retto a sospendere l'attivazione del Regolamento, riser- 
vando però alle parti la facoltà di proporre in giudizio le 
loro azioni di" merito o di prevalente possesso. 

Sia ciò ad esito del rapporto 23 gennaio anno came- 
rale N. 28032-1001, del quale si rendono gli allegati. 

Milano, li 4 aprile 1855. 

Firmato: Burger. 
All'I. B. Delegazione Provinciale di Bergamo. 

Concordai 
Firmato: Compagnoni scrittore. 



Documento XL in Appendice alla Parte I. 
Anno 1758. 

Biforma al Governo della Comunità di Treviglio Giarra 
d'Adda, Diocesi di Milano. 

Maria Theresia Dei Gratia Romanorum Imperatrix, etc. 
Bux Mediolani, etc, etc. 

Avendo la Comunità di Treviglio rappresentata alla 
nostra Giunta le circostanze del suo Governo, e implorate 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 491 

le provvidenze speciali, di cui si trova aver bisogno in se- 
guito del nostro generale Editto del dì 30 dicembre 1755, 
e perciò prese tutte le più opportune informazioni, e con- 
siderate le cose da considerarsi, valendosi delle facoltà 
conferiteci da S. M. ordiniamo, e comandiamo, che in 
avvenire nel Governo della Comunità suddetta di Treviglio 
si osservino le infrascritte ordinazioni, le quali dovranno 
avere una piena ed inviolabile osservanza, non ostante 
qualunque Legge, Statuto, o consuetudine in contrario, 
alle quali Sua Maestà con la pienezza del suo sovrano 
potere vuole che in vigore delle presenti resti derogato. 

1.° Dovrà stabilirsi un Convocato di possessori, estimati 
(e per possessori estimati s'intenderanno tutti quelli che 
possederanno nel territorio, ed avranno descritti fondi in 
testa loro propria nelle tavole del nuovo censimento, co- 
sicché l'una e l'altra qualità cumulativamente vi concorra) 
nel qual Convocato subito che legittimamente sarà adunato, 
s'intenderà riunita e consolidata la plenaria rappresentanza 
del pubblico, e per conseguenza la facoltà di disporre li- 
beramente delle cose comunali, toltone i casi d'intrapren- 
dere liti attive, di contrarre obbligazione a carico della 
Comunità, di accrescere il numero degli uffìziali salariati 
per servire il Comune, ne' quali casi nemmeno il Convo- 
cato suddetto potrà determinare senza l'approvazione della 
nostra Giunta, e dopo di essa, di quel Tribunale che sarà 
da S. M. destinato. 

2.° E siccome il comun bene esige che la procurazione 
dei pubblici affari sia commessa a coloro che ne hanno il 
principale e più cospicuo interesse, e dall'altra parte la 
tumultuosa convocazione dei più minuti estimati partori- 
rebbe confusioni e disordine; perciò il Convocato suddetto 
sarà composto di que' soli, i quali nel territorio possede- 
ranno, ed avranno in testa loro propria seicento scudi 



492 PARTE SECONDA 

d'estimo almeno, e che non avranno l'eccezioni marcate 
nella Riforma del dì 30 dicembre 1755, cap. II, dal N. 13 
sino a! N. 20 inclusivamente, e giusta i casi della delia 
Riforma espressi, sarà- lecito a predeUi estimati di potérvi 
intervenire, o per sé,' o per procuratore, e non altrimenti. 

3.° S'intenderanno altresì capaci d'intervenire al Con- 
vocato tutti quelli, i quali la detta partita di scudi sei- 
cento almeno d'estimo avranno descritti in conto comune, 
come sarebbe tra più fratelli, o aliri compossessori indi- 
visi, nel qual caso però uno di essi solamente avrà la 
prerogativa d' intervenirvi. 

i° Li beni descritti in testa della moglie potranno a 
questo effetto ripotarsi per congiunti colla partita dei ma- 
rito, durante il matrimonio, e similmente li beni descritti 
in testa del figliuolo potranno congiungersi con la partita 
del padre, quando questi sia del figlio legittimo ammini- 
stratore; e viceversa li beni del padre potranno congiun- 
gersi con la partita del figlio, quando il figlio ammic'siri 
li beni del padre. 

5.° Eri affinchè non nascano controversie sopra l' am- 
missibilità, o non ammissibilità dei soggetti nellVtto delle 
adunanze dei delti Convocati generali, saranno tenuti ex 
of fitto li deputati dell'estimo formare, in vista delie nuove 
tavole, un catalogo, nel quale saranno registrati li nomi 
di tutti quelli che o per sé, o per i titoli suddetti, avranno 
il suddetto requisito di scudi seicento d'estimo, dal qual 
catalogo anderanno ogni anno levando quelli, la di cui 
partita si sarà resa minore, ed aggiungeranno quelli, i 
quali avranno fatto constare ai medesimi deputati di aver 
acquistata la suddetta partita di scudi seicento; né si avrà 
alcuno per ammissibile, il quale non sia di fatto ascritto 
nel ruolo suddetto, e riputato legittimamente, e ricono- 
sciuto per uno dei maggiori estimati, e questo catalogo 



DOCUMENTI ILIUSTR1T1VI 493 

così formalo si dovrà tenere continuamente esposto nella 
pubblica sala, e nelle mani del cancelliere, affinchè quelli 
i quali non fossero inclusi, ed avessero ragione di esserlo, 
possano fare le dovute istanze, per esservi registrati. 

6.° Nel suddetto Convocato ogni interveniente avrà voce 
attiva, e passiva egualmente, purché sia abitante nel Di- 
stretto. Quelli, che non saranno abitanti, si riterranno per 
incapaci deila voce passiva, ed avranno l'attiva solamente. 

7.° S'intenderanno per abitanti lutti quelli, i quali 
avranno la loro casa aperta nel Distretto, ed in dimore- 
ranno con la maggior parte della loro famiglia dentro il 
termine prefìsso dalle nuove costituzioni, cioè dalia festa 
di S. Martino sino alle calende di maggio seguente, o per 
parie di detto tempo , il quale però minore non sia di 
venti giorni continui, e si dovrà in questa parte proce- 
dere con la slessa regola, con la quale si deve procedere 
nella formazione del ruolo personale, a tenore della Ri- 
forma della Rea! Giunta, dei 30 dicembre 1755, cap. IV, 
n. 78. 

8.° Il Convocato suddetto si adunerà ordinariamente due 
volte Fanno, la prima nel mese di gennaio per ricevere 
il Rendimento dei conti, che in tal tempo daranno li de- 
putati vecchi, per F amministrazione da essi avuta nella 
scorsa annata, e la seconda nel mese di novembre per 
l'elezione dei deputati nuovi, ed altri uffiziaii, e per dar 
loro quelle istruzioni, che si stimeranno opportune per il 
dettaglio delia nuova futura imposta, a norma del cap. XI, 
n. n deila Riforma 30 dicembre 1755. 

9.° Oltre il Convocato suddetto si uniranno due altri 
Corpi subalterni per F ordinaria amministrazione del pub- 
blico. Il primo si adunerà sotto nome di Reggenza, e questo 
Corpo, giusta i statuti, privilegi e consuetudini del Ca- 
stello di Treviglio, avrà la rappresentanza del pubblico 



£94 PARTE SECONDA 

per tutto ciò, che riguarda li diritti, e le ragioni giurisdi- 
zionali, e locali ad esso pubblico spettanti, cioè l'elezione 
del giudice delle vettovaglie, oltre delle condanne dei danni 
dati in campagna; oltre delle strada; l'esercizio del Tri- 
bunale di provvisione in esso Castello , con la cognizione 
delle cause alla slessa materia appartenenti, a forma di 
statuii, privilegi, ed ordini veglianti, che li preservano 
nello stato, in cui si trovano, così pure la sopraintendenza 
alla politezza del Castello, la nomina dei deputati dell'O- 
spitale, ed altri Luoghi Pii, con le ragioni alla medesima 
annesse, e connesse (da mutarsi due in ciasohedun anno, 
perchè sempre restino in uffìzio persone informa -e degli 
affari correnti; e non potranno mai risedere insieme quelli 
che fossero parenti fra loro in quarto grado civile) l'ele- 
zione dei deputati di sanità, dei protettori de' carcerati, e 
degli alloggiamenti, ne' quali uffizj la detta Reggenza avrà 
la voce attiva, e passiva: restando incaricata alla detta 
Reggenza in corpo la vigilanza sopra che detti uffizj ven- 
gano bene, e lodevolmente adempiuti, con autorità di to- 
gliere qualunque abuso venisse introdotto da' rispettivi 
uffìziali, ed anche di rimuoverli in caso di grave man- 
canza; inoltre l'elezione del predicatore quaresimale; delle 
cappellanie, e benefìzj ecclesiastici di ragione del pubblico; 
del melico, e chirurgo, e di tutti gli altri salariati, l'ele- 
zione de' quali spettava al Consiglio ordinario di detto 
Castello; darà il possesso al giudice Regio; e finalmente 
interverrà con le solite formalità, ed onori a tutte quelle 
funzioni o laiche, o ecclesiastiche, che sono di obbligo, o 
di ragione pubblica, facendo tutto ciò, che può influire a 
mantenere il detto Castello nella sua convenienza e decoro. 
10.° Il secondo de' suddetti Corpi si adunerà sotto il 
nome di Deputazione dell'estimo, e questo pure avrà l'or- 
dinaria delegazione e rappresentanza del pubblico per ciò, 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 495 

che riguarda P amministrazione e conservazione del patri- 
monio comunale, vale a dire le spese da farsi a nome 
comune, gl'incanti, affitti, ed esigenze delle entrate comu- 
nali, le imposte, riparti, l'esazione ed amministrazione di 
essi; lutto le quilicose, e loro dipendenze, dovranno pri- 
vativamente trattarsi, e risolvere dalia detta Depurazione 
con tutte le facoltà accordate alla medesima dai citalo 
Editto del 30 dicembre 1755, e senza che l'uno dei sud- 
detti Corpi possa ingerirsi, o in alcun modo intromettersi 
nell'amministrazione degli affari all'altro Corpo commessi, 
i quali, secondo il sistema di sopra divisato, s'intende- 
ranno ad entrambi privativi. 

11. Il Corpo della reggenza rappresentato in 1 addietro 
da numero 60 consiglieri, indi per decreto magistrale del 
giorno 15 novembre 1680 ridotto a 36, resterà totalmente 
abolito, e sussisterà soltanto a rappresentare detta Reg- 
genza il Corpo della Provvisione, che era solito formarsi 
da 16 soggetti, in conformità dei statuti particolari del 
Castello, i quali si estrarranno dal numero di quelli, che 
il Convocato generale compongono, quali siano dei più 
capaci, ed abili, e che a tenore delle regole di sopra pre- 
scritte, saranno altresì capaci della voce attiva, e passiva, 
preferendo sempre le persone più polite, e civili; e sic- 
come alla detta Reggenza aveva privativa ragione il Corpo 
così detto della Vicinanza, come altresì quelle famiglie, 
alle quali per meriti particolari era loro stato accordato 
il municipato; così in caso, che nel detto Corpo, o fami- 
glie si ritrovassero persone, nelle quali concorrano tutti i 
requisiti di sopra espressi, vogliamo, ed ordiniamo, che 
tali persone debbano essere preferite nell'elezione a qua- 
lunque altro; ed all'elezione di questi procederà per la 
prima volta il Convocato generale per via di voti segreti 
nelle mani del cancelliere, e quelli s'intenderanno eletti, 



496 PARTE SECON'D.4 

ne' quali concorrerà il maggior numero dei voti , con ri- 
serva, che in caso che il possessore principale fosse escluso 
dal Convocalo generale, a norma dei cap. II, n. 14 'della 
Riforma del giorno 30 dicembre 1755, non possa venir 
eletto il suo tutore, curatore, o legittimo amministratore. 
Gli eletti ne' modi, e forme come sopra, dovranno conti- 
nuare nel loro ufficio, vita sua naturale durante, purché 
in essi continui a sussistere il requisito del quantitativo 
dell'estimo, e gli altri di sopra espressi; ed in mancanza 
d'alcuno di essi, sarà successivamente di privativa ragione 
del medesimo Corpo dei 1(5 eleggere, giusta il metodo 
enunziato abbasso al num. 16, altra persona, nella quale 
concorrine le qualità di sopra accennate, salva sempre, e 
riservata al Consiglio generale l'elezione dei deputati del- 
l'estimo, i quali passato l'anno della loro deputazione s'in- 
tenderanno assolti dall'uffizio di deputati, quando di nuovo 
noe vengano dal Convocato generale eletti, o confermati 
per deputati dell'estimo, e m n volendo essi la nuova ele- 
zione, o conferma accettare, avranno un anno di scusa. 
Ai detto Corpo di reggenza presederanno annualmente in 
qualità di capi li due deputati dell'estimo estratti dal 
medesimo Corpo, come pure l'eseguire tutto ciò, che verrà 
ordinato dalla stessa Reggenza, e goderanno tutti quei 
privilegi, onori e prerogative, di cui hanno sempre par- 
tecipato, e partecipano li quattro deputati di detta Co- 
munità soliti eleggersi dal Consiglio dei 36, in virtù della 
presente Riforma soppresso, salve le particolari incumbenze 
incaricate agli individui della medesima Reggenza. 

12.° Le scuse, che competeranno legittimamente, e che 
dovranno necessariamente essere abbonate a chi ricusasse 
d' entrar nella Reggenza, saranno quelle, che per comune 
disposizione di ragione esentuano dalle cariche pubbliche, 
e decurionali; e fuori di queste non saranno attendibili 
altre eccezioni. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 497 

13.° La Deputazione dell'estimo, a tenore della Riforma 
del dì 30 dicembre 1755, sarà composta di cinque per- 
sone, cioè di tre estimati del numero del Convocato gene- 
rale, di un deputato per il personale, e di un deputato 
per il mercimonio. 

14.° Li tre deputati dell' estimo si e'eggeranno dal Con- 
vocato generale nella maniera seguente. Si manderanno ia 
primo luogo a partito li tre estimati del distretto, e quello 
che tra essi riporterà il maggior numero di voti, sarà 
eletto p=r primo deputato dell'estimo. 

15.° Perchè li detti tre primi estimati siano capaci della 
voce passiva, non sarà preciso , che tengano casa aperta 
nel distretto, durante il termine di sopra prefittilo al nu- 
mero 7, ma basterà che siano sudditi di sua Maestà, e che 
non abbiano alcuna delle eccezioni marcate nella Riforma 
del dì 30 dicembre 1755, cap. II, num. 13, 18 e 19; e nel 
caso, che l'eletto non sia abitante, o che per qualche altra 
cagione non possa personalmente coprire la carica, in tal 
caso dovrà eleggere un sostituto, che in di lui nome in- 
tervenga alle convocazioni della Deputazione suddetta, pre- 
ferendo nell'elezione persona, la quale sia nel numero de- 
gl'intervienti al Convocato generale; e non essendovi per- 
sona del numero suddetto, la quale possa, o voglia assu- 
mere cotale incarico, sarà ad esso lui facoltativo il sostituire 
altra persona, purché sia abitante, polito e civile, e dei 
numero almeno degli estimati minori, escluse sempre le 
persone, che fossero di condizione meccanica e servile; con 
dichiarazione però, che il principale sia tenuto sempre per 
il sostituto, e non altrimenti. 

16.° Per gli altri due posti di deputato si farà l'estra- 
zione a sorte, a tenore dei statuti particolari del Castello, 
di sei soggetti, del numero dei 16 imbussolati, che com- 
pongono il Corpo della reggenza, i quali sei estratti no- 



498 PARTE SECONDA 

mineranno altri sei dello stesso Corpo, e questi si ballot- 
teranno dal Convocato generale, e s' intenderanno eletti 
quei due, che riporteranno maggior numero di voli. 

17.° Occorrendo che alcuno dei deputati dell'estimo, o 
che alcuno c'ei loro sostituti fosse assente, o per legittima 
causa impedito, cosicché non potesse personalmente in- 
tervenire alle convocazioni della Deputazione, in tal caso 
chi manca, dovrà sostituire altra persona di quelle, che 
compongono il Convocato generale , ed occorrendo , che 
tale persona sostituita debba sottoscriversi per qualche 
mandato, o deliberazione, dovrà firmarsi: — Io N. N. in 
mancanza di N. N. deputato dell'estimo, — acciocché in ogni 
caso possa constare al Convocalo delia persona, contro di 
cui dirigere l'azione, tutta volta che la firma fosse stata 
fatta per causa meno che legittima, e da non abbonarsi 
nel rendimento de' conti d'ogni anno. 

18.° ASli suddetti Convocati generali avrà diritto il Po- 
destà come assistente regio d'intervenirvi; e nel caso, che 
il Podestà non voglia, o non possa principalmente inter- 
venirvi, si osserverà il disposto nella Riforma, cap. II, n. 37. 
Li Convocati poi della Provvisione, ora qualificata per 
Corpo dì reggenza, potranno unirsi secondo il loro antico 
e non mai interrotto possesso, senza la partecipazione, ed 
intervento del Podestà, ma solo colt'intervento ed assistenza 
del cancelliere a norma dello stesso paragrafo. 

19.° Li deputali del personale e del mercimonio, quan- 
tunque intervenienti ai Convocati generali, non s'inten- 
deranno perciò capaci di voto deliberativo, né di alcuna 
delle prerogative competenti agli alfri estimati del Convo- 
cato generale, quando non fossero del medesimo Corpo, 
ma riterranno unicamente quelle facoltà, ed ispezioni, che 
sono loro dalla Riforma della Real Giunta del 30 dicembre 
1755 rispettivamente accordate al cap. IV, n. 93, ed al 
cap V, n. 101. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 499 

20.° Fissati così li principj, e le massime fondamentali 
dell'amministrazione, e Governo comunale, resterà l'ordi- 
naria amministrazione del pubblico riserbata alla suddetta 
Deputazione dell'estimo a tenore del di sopra stabilito al 
n. 10, sarà però cura della medesima la giornaliera ero- 
gazione del denaro pubblico, e per conseguenza il teso- 
riere, e l'esattore non potranno pagare veruna somma 
senza marcato spedito e sottoscritto almeno da due dei 
suddetti deputali, e in loro mancanza da chi resta rispet- 
tivamente sostituito, e per ultimo dal cancelliere della 
medesima Deputazione: e in caso, che nel mandato vi 
mancasse la firma di uno d$ i suddetti tre deputati o loro 
sostituii come sopra, sarà tenuto il cancelliere di scrivere 
nel libro delle ordinazioni la causa di tal mancanza, e se 
la causa fosse per dissenso di quello, che non è firmato, 
di registrare distintamente e fedelmente tale dissenso, per- 
chè di questo ne possa constare in ogni tempo ai revisori 
■dei conti, ed al Convocato generale per loro informazione. 

2i.° Le determinazioni parimenti, e le ordinazioni della 
medesima Deputazione saranno valide, e dovranno dai 
cancelliere registrarsi nel libro delle ordinazioni, quando 
essendo tutti tre li suddetti deputati, o io loro mancanza 
li sostituiti rispettivamente come sopra radunali nella sala 
suddetta, o in caso di qualche emergenza improvvisa, in 
altro luogo a quest'effetto destinato, due di essi almeno 
concorderanno nella deliberazione, trattandosi di cosa or- 
dinaria, o di non grande importanza, con obbligo però 
sempre di scrivere la causa del dissenso di quello, che 
non avrà voluto concorrere: trattandosi poi di cosa straor- 
dinaria, o di grave conseguenza, sarà lecito al dissenziente 
il far sospendere 1' esecuzione delle cose determinate con 
interporre l'appellazione al Convocato generale, il quala 
si unirà per determinare sopra le cose controverse. 



500 PARTE SECONDA 

22.° Sarà però di sua natura espressamente proibito ai 
Depistali suddetti lo spedire mandati a titolo di ricogni- 
zioni, donativi, o onoranze per fatiche, o spese straordi- 
narie, senza averne prima partecipata la nota al Convocato 
generale, ed averne riportata l'approvazione. 

23.° E per togliere anche in questa parte ad o^ni modo 
possibile gii abusi, s'intenderanno d'ora in avanti rivocate, 
tolte, ed abolite tutte le procure, o quasi procure fatte 
nei passati tempi, le quali onninamente cesseranno dal 
giorno della pubblicazione della presente Riforma, dovendo 
la procura dei pubblici affari risedere nelle persone a ciò 
legalmente destinate, senza permettersi in questa massima 
fondamentale di buon governo alterazione arbitraria. 

24.° E per le liti della Comunità, che dovranno giu- 
stamente intraprendersi, sempre però con la previa per- 
missione del Regio tribunale, o per quelle, che vi dovranno 
per sua necessaria difesa passivamente sostenere, ove fa- 
cesse per tal causa bisogno di un sollecitatore, procura- 
tore, e causidico o avvocato residente in Milano, se ne 
dovranno dai deputali dell'estimo proporre tre soggetti di 
ciascheduna classe al Convocato generale, acciocché il me- 
desimo ne possa far l'elezione. 

25.° Resterà finalmente proibito ai deputati suddetti il 
mandare persone a Milano, per trattare o attendere ai ne- 
gozj delia Comunità per qualunque titolo, causa o pretesto, 
senza averne prima riportato l'assenso dal Convocato ge- 
nerale, altrimenti non sarà passata a veruno la minima 
somma a titolo di diete, ricognizioni, giornate, spese for- 
zose, o per qualunque altro titolo, salvo però nel caso di 
qualche precisa istantanea necessità, nel qual caso però 
non se gli potrà spedire che un mandato interinale dentro 
i limiti della precisa necessità, da sottoporsi più presto 
sarà possibile all'approvazione dei Convocato generale. 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 501 

26.° E per mantenere la necessaria indispensabile co- 
municazione con la città capitale, basterà la Deputazione 
di un soggetto residente in Milano, da eleggersi in avve- 
nire dal Convocato generale, il quale , secondo V antico 
costume del detto Castello, o per essere provincia separata, 
avrà il nome e carattere di oratore della medesima Co- 
munità, ed avrà Tincumbenza di assistere alle liti e ne- 
gozj della medesima, e questo soggetto resterà registrato 
nel catalogo degli uffìziali, e sarà dal medesimo Convocato 
generale riconosciuto o con salario, o altrimenti, siccome 
si stimerà del pubblico vantaggio, e non si potrà passare 
a nuova elezione senza la proposizione dei deputati del- 
l' estimo , ai quali spetterà di nominare tre soggetti, e 
quello, che riporterà maggior numero di voti resterà eletto. 

27.° Dovranno i deputati suddetti a tempo, e secondo il 
solito per l'affìtto dei beni, regalie, ed altre rendite della 
Comunità, sempre però con precedenza d'incanto, e con 
farne la deliberazione a quelli, che avranno fatta miglior 
oblazione, purché abbiano prestata idonea sigurtà appro- 
vata dai medesimi deputati. Quelli però, che per la stessa 
causa, o per altra consimile andranno debitori verso il 
pubblico, non potranno essere ammessi a fare alcuna obla- 
zione, se prima non avranno saldato il loro debito. 

28.° Rispetto poi a quelle rendite, le quali si possono 
dire incerte, ed eventuali, come sarebbe la metà di tutte 
le condanne fatte dall'uffizio di Provvisione, o dal giudice 
delle vettovaglie, le condanne statuarie, che si fanno dai 
podestà, e giudici del Castello, una parte delle quali resta 
applicata a benefizio del luogo, perchè non vadano tra- 
scurate e disperse, e perchè in ogni tempo ne possa con- 
stare del loro quantitativo, per convertirlo nelle spese 
locali, sarà cura della Reggenza Y invigilare per la loro 
esazione, e dirigere a quell'effetto gli ordini al tesoriere, con 

33 



502 PARTE SECONDA 

farne tenere dal cancelliere un registro distinto delle ma- 
desimi, ed in conseguenza di ciò passando il giudice delle 
vettovaglie, o gli altri giudici a fare qualche condanna, 
saranno tenuti di parteciparla immediatamente alla Reg- 
genza, perchè dia gli ordini opportuni per l'esazione sud- 
detta. 

29.° Sarà cura dei deputati vecchi di fare in fine d'ogni 
anno i conti al tesoriere, esattore ed al sindaco, e quando 
tro vinsi legittimi, e saldati, di fargliene l'opportuna libe- 
razione. Questa liberazione però , sebbene servirà ad esi- 
mere il tesoriere, esattore, e sindaco da ogni indebita 
molestia, sarà con lutto ciò sempre sottoposta alla revi- 
sione de' sindicatori, o siano revisori di conti, perchè ri- 
trovandosi ne' detti conti abbonata qualche partila, quale 
non fosse da abbonarsi, saranno i deputati tenuti verso la 
Comunità ai risarcimento del proprio. 

30.° Pertanto nel Convocato generale, che si terrà ogni 
anno per l'elezione degli ufficiali nel mese di novembre , 
si dovranno sempre eleggere dal corpo degli estimati due 
revisori de' conti, quali però non siano congiunti in quarto 
grado di parentela inclusivo coi deputati che scaderanno, 
con facoltà di rivedere in fine dell'annata tutta l'ammi- 
nistrazione della Comunità, e l'operato dei deputati vecchi, 
e con l'obbligo di fare di tal revisione una chiara rela- 
zione da doversi leggere nel Convocato generale, che per 
tal effetto si terrà nel mese di giugno dell' anno succes- 
sivo ; e sarà lecito al Convocato generale di dare V in- 
cumbenza di revisori di conti anche ai deputati nuovi, 
quando per difetto di soggetti tale definizione resti più 
comoda. 

31.* Si leggeranno in seguito le tabelle, che dovranno 
essere già formate dai deputati vecchi; cioè una delle 
spesa ordinarie e regolari, ed altra delle spese straordi- 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 503 

narie, che si prevederanno doversi fare, ed in queste vi 
dovrà essere fissata una somma probabile di denaro, che 
possa sembrare corrispondente alle spese nominate nella 
stessa tabella, ed approvate che siano nel suddetto Con- 
vocato generale, sarà obbligo del cancelliere inserirle negli 
atti del medesimo, acciocché servir debbano di regola da 
osservarsi onninamente nella formazione della nuova fu- 
tura imposta. 

32.° Potendo avere la Reggenza, ovvero gl'individui 
della medesima, come sarebbe il giudice delle strade, e 
simili, qualche affare di natura mista, cioè dipendente 
dalla giurisdizione dei reggenti, come appartenente a di- 
ritti, ed al buon governo della Comunità, e dipendente 
dalla giurisdizione dei deputati dell'estimo per ragione 
delle spese, che questo richiedesse, in tal caso i due capi 
della Reggenza anche come deputati dell'estimo dovranno 
unirsi insieme col primo deputato dell'estimo, o suo so- 
stituto, e dovrà tra loro esaminarsi l'utilità, e la necessità 
della spesa da farsi, e tra loro risolversi alla pluralità 
delle voci, quando l'affare meriti istantanea provvidenza. 
Se l'affare fosse poi di notabile conseguenza, e potesse 
patire qualche dilazione, in tal caso dovrà riportarsi al 
Convocato generale delli deputati dell'estimo, il quale si 
unirà da' deputati suddetti anche straordinariamente, col 
solito suono della campana per determinare colla maggior 
speditezza sopra le cose proposte, omettendo le altre for- 
malità volute dalla Riforma generale al cap. II, n. 22 e 
29. Dovrà pertanto tenersi una Cassa particolare, nella 
quale dovranno porsi tutte le entrate della Comunità, che 
si ricavano, o si ricaveranno per l'avvenire, non solo fisse,* 
ma anche incerte, della qual Cassa si dovranno cavare* 
tutte le spese locali, cioè salariati inservienti gli abitanti, 
mantenimento delle strade, e ponti, riparazioni delle case, 



504 PARTE SECONDA 

ed edifizj, ed altre spese solite farsi col denaro della te- 
soreria; con espressa condizione, che fatte le suddette 
spese la somma, che possa sopravvanzare , debba dal te- 
soriere di detta Cassa passarsi alla Gassa dell'esattore dei 
carichi a norma del cap. Vili, par. 148 di detta Riforma 
30 dicembre 1755, come pure viceversa mancando qual- 
che somma alla detta Cassa locale per L'adempimento di 
dette spese, debba questa supplirsi dalla Cassa de' carichi, 
ossia coli' imposta prediale. 

33.° A tenore del piano sopra stabilito per il governo 
della Comunità, gli uffiziaìi che abbisogneranno alla me- 
desima per servizio tanto universale, quanto particolare 
dei suddetti Corpi rispettivamente, saranno i seguenti, 
oltre agli altri salariati riferiti al n. 9. 

34.° Un cancelliere, qual sia noiajo di Milano, ed un 
ragionato, i quali dovranno assistere a tutte le convoca- 
zioni della Comunità, e servirla in tutte le incumbenze 
relative al proprio uffizio , con quel riparlo d' affari , ed 
emolumenti, che dalla Comunità sarà destinato col l'appro- 
vazione del Regio tribunale. 

35.° Avrà inoltre la delta Comunità un tesoriere, qual 
avrà l'incumbenza di esigere tutte le partite dell'entrate, 
redditi, e proventi comunali, ed un esattore dei carichi 
reali, personali, e mercimoniali di detta Comunità, che si 
descriveranno nei libri che gli si daranno ad esigere; e 
detto tesoriere, come anche l'esattore si eleggeranno ogni 
tre anni, con precedenza d'incanto, con quelle cautele, e* 
formalità prescritte dagli ordini; con espressa dichiara- 
zione, che la suddetta tesoreria, ed esattoria debba essere 
esercita da due diversi soggetti, e con quelle condizioni, 
che si crederanno più convenienti all'utilità del pubblico. 

36.° Un sindaco, a tenore della Riforma del 30 dicem- 
bre 1755, cap. VI, il quale però debba restare in uffizio 



DOCUMENTI ILLUSTRATIVI 505 

per tre anni continui, attesa la necessità che vi è in detto 
Comune di avere sempre in tale uffizio una persona in- 
formata dei di lui affari. E quando in fine del triennio 
si trovi avere il detto sindaco legalmente esercito il suo 
uffizio, si potrà il medesimo confermare anche per un 
altro triennio. 

37.° Un assistente in Milano, o sia oratore per le oc- 
correnze della Comunità, a tenore dei stabilito al n. 26. 

88.° Un portiere, il quale servirà tanto alia Deputazione 
dell'estimo, quanto alla Reggenza, per invitare li rispettivi 
individui ogni qualvolta porterà il caso di doversi adu- 
nare, e per assistere nell'atto stesso alle rispettive Con- 
gregazioni, ed eseguire le altre incumbenze, che gli ver- 
ranno comandate, nella qual persona eletta in portiere si 
accoppierà anche l'uffizio d'anziano, ossia console, cogli 
obblighi, ed incumbenze ad esso uffizio annesse, come 
quello di bidello al giudice delle vettovaglie, come fu 
sempre solito in addietro. 

39.° Il cancelliere del giudice delle vettovaglie sarà 
sempre ad elezione del giudice medesimo. 

40.° Per lo stabilimento del salano corrispondente a 
ciascuno dei suddetti uffiziaìi , i deputati dell' estimo fa- 
ranno prontamente l'opportuna proposizione al Regio tri- 
bunale, con la di cui approvazione resterà fissato. Rispetto 
poi all'elezione dei medesimi, questa prescindendo dalla 
Cancelleria, per cui si dovrà osservare l'editto del 30 di- 
cembre 1755, sarà rispetto ai rimanenti in facoltà dei 
Convocalo generale. 

41.° In tutto il rimanente si osserverà particolarmente 
in tutte le sue parti la Riforma suddetta 30 dicembre 1755. 

E volendo che il presente regolamento sìa nolo a cia- 
scuno, ed abbia la sua plenaria ed inalterabile esecuzione, 
ordiniamo e comandiamo al podestà di Treviglio, che lo 



506 PARTE SECONDA 

collochi nei registri del suo tribunale, e che lo pubblichi 
nei luoghi soliti della sua giurisdizione, e con la consueta 
solennità, siccome comandiamo ai deputati dell'estimo ed 
al nostro cancelliere delegato di pubblicarlo in un Con- 
vocato generale, che a tal effetto dovranno tosto intimare, 
e di conservarlo nell'Archivio della Comunità,- invigilando 
successivamente alla sua perpetua osservanza. 
Milano, 21 gennaio 1758. 

// Presidente, e Consiglieri della Beai Giunta 
del Censimento dello Stato di Milano. 



Giuseppe Maria Tarantola, Segretario. 



Luogo 
del sigillo 



FINE DELLA PARTE SECONDA. 



FAETE TERZA 



IL TERRITORIO 



PARTE È 

IL TERRITORIO 



ARZAGO IN GMIAJA D'ADDA 

SCHIZZO STORICO 

DI UN ARZ4GHESE. 



del suo nome 

Lo titol del mio sangue fa sua cima. 
Dante, Purg. XIX, 101-102. 



Arzago o Arsago, forse da Arsaigh, antico, lon- 
gevo (1) (e se ciò fosse, antico saria stato trovato 
insino dagli antichissimi Celti), — giace nella Gliiaja 
d'Adda, quasi al confine della provincia di Bergamo, 
alla quale appartiene, con quella di Cremona, sopra 
un territorio paludoso e malsano (2), massime dac- 
ché vi furono ammesse le risaje aratie in suppli- 
mento dello scarso o fallito raccolto de' bozzoli. Più 
di una sesta parte delle terre arzaghesi è coperta 

(1) Dictionarium scoto- celticum. Edinburgh, 1828, voi. 2 in-8. 

(2) Onde: « Qui nessun raggio di beltà si mira. » Tasso, S&n. 
am. LVI, v. 5. 



510 PARTE TERZA 

da sodaglie e da pascoli, pure le altre cinque, ben- 
ché molto sassose, e però tante denominate maga- 
gnane, producono frumento, grano turco eccellente, e 

quel caro pomo, 

Vago, odorato, che di Persia ha il Dome (1). 

Felicemente vi si cultiva eziandio l'albero accen- 
nato dallo stesso nostro poeta, 

La cui froide ha virtù che il verme pasce, 
Ch'in sì bell'opra a sé medesmo tesse 
Onorato sepolcro e morte acerba, 
E dai Seri e dagl'Indi il filo addusse 
Orile il mondo novel si adorna e veste (2;. 

Le aque diverse correnti (3), derivanti le più dal 
fiume Adda vicino, le quali attraversano in varie 
direzioni questo territorio, vi moltiplicano ed alle- 
grano li erbosi prati di fresca verdura e le spesse 
rive vi fanno boscose. A questa molta ■ prateria è 
dovuta Futile passata autunnale delle manclre dette 
ber g amine, le quali sogliono nelle brevi loro soste 
lasciarci giù il bel ricordo dei pruriginosi stracchini 
del viaggio; così denominati appunto perchè si fa- 
bricano mentre le vacche viaggiano a stracca dai 
pascoli montani del bergamasco alle erbe e ai fieni 

(1) Alamanni, Cultiv., lib. LU, v 460-461. 

(2) Idem, Jbtd., lib. 1, v. 629-633. 

(8) Queste aque diverse appunto che rigano a rete la Ghiaja d'Adda, 
la concavità del distretto circoscritto dai due fiumi Adda ed Ollio, 
l'aqua che ci cova o sia il terreno aquitrinoso che ritiene a lungo i 
grandi squazzoni che troppo spesso ci sopravengono, sono altretanti 
motivi che rendono credibilissima l' esistenza quivi dell' antico lago 
Gerondo. 



IL TERRITORIO 51 t 

della pianura lodigiana. — I fossati frequenti e pi- 
gri che qui si incontrano, abondavano già negli anni 
andati di tanti e appetitosi gamberi, che i nostri 
Arzaghesi erano dai loro circonvicini regalati e morsi 
piacevolmente co '1 sopranome o nomignolo di gam- 
berelli. Ma, vedi fenomeno curioso e gaio! Dacché 
incominciò a ronzarci d'intorno la parola superba 
progresso, mai più qui non si vide un gambero, nò 
un suo retrogrado figliuolo. Conferma ben naturale. 
Se a questa terra bene stesse la nobile appella- 
zione di antica, che notammo a bel principio, il 
comprovino le notizie seguenti. Nell'anno 1817 fu 
qui scoperto un vaso di creta contenente assai mo- 
nete di rame, di un metallo simile all'ottone, e circa 
ducente piccioli pezzi d'argento: la più parte di così 
fatte monete portava l'effìgie e l'epigrafe dell' impe- 
ratore Antonino Pio e di Faustina sua moglie: me- 
moria del secolo secondo dell'era nostra, e precisa- 
mente dall'anno 138 al 161 dopo Cristo. Nella pre- 
dente chiesicciuola parochiale, rustica e bassa, che 
parrebbe quasi un portico ruvido e grezzo da solo 
pochi ; anni stato chiuso , dà nell' occhio sùbito la 
apside o vero arco sopra l'altare maggiore, di un 
lavoro così bello e sottile, che accenna una ben alta 
e classica antichità. Tanta finezza e grazia d'arte 
in una sol particella di un tutto né pur tirato via 
di grosso, ma rozzo e a pena imbiancato, ricorda 
qualche eletta terzina di un trecentista nostro mi- 
gliore dentro a certi capitoli moderni da colascione. 
Ora avanti co' testimoni di casa o dell' età vetusta. 



512 PARTE TERZA 

Dalla banda meridionale dell' antica cappella a parte 
che serve oggi alle Confraternita del Ss., surge un 
tronco scanalato di vecchia colonna di granito nero 
(ad imitazione dell'avanzo di quell'antica colonna 
isolata con capitello d'ordine corintio che si inalza 
a canto della Canonica di Sant'Ambrogio in Mi- 
lano (1)), il quale mozzicone in questo Arzago è 
rimasto fin dai secoli bassi, allorché il nuovo eletto 
podestà (o vero sindaco) abbracciava quella colonna, 
— simbolo della rettitudine salda — , protestando 
con tale atto di mai non si voler dilungare nel- 
l' esercizio della sua carica. Laonde il nostro poeta- 
architetto (2) ben notò nel suo primo Sermone 
(verso 13-14): 

alla colonna 

Ove giurare il Poiestà soléa. 

Tale cerimonia continuò insino al secolo XVI. 
Dagli anni primi dell'undicesimo secolo ci addita il 
Giulini una basilica di S. Giorgio in Arzago, e le 
parole sue stesse sono le seguenti: « Il signor dot- 
» tor Sorniani ha fatto menzione d' una permuta 
» seguita nel 1009 fra Arnolfo (II) arcivescovo e 
» l'officiale custode della basilica di S. Giorgio d'Ar- 
» zago; la quale serve a rendere sempre più pro- 
» babile che quel prelato fosse veramente della fa- 

(1) Aniich. longob. - milan. Dissert. II, n. 8, t. I, pag. 148. 

( 4 2) Giuseppe Zanoja, di Oinegna al lago d'Orta, Canonico ordinario 
della Basilica di Sant'Ambrogio in Milano e Secretano della R. Aca- 
deinia di Belle Arti nella detta città. 



IL TERRITORIO 513 

» miglia che denominavasi à'Arzago. (1) » — Argii- 
mento dell'antica importanza di questa terra è la 
lautezza, fino ai giorni nostri pervenuta, della pre- 
benda o rendita ferma del paroco locale , eh' ebbe 
sempre il titolo altresì di prevosto; — come eziandio 
la estensione molto maggiore di edifìcj attestata vi- 
sibilmente dal lungo e non interrotto muramento 
sotterraneo che apparisce nei campi e prati a le- 
vante del paese fino alla dolce costa della Rava- 
juola. — Nella Dissert. LXXII, § 5, il Muratori 
reca un diploma di Enrico, II fra li Imperatori e III 
fra i Re, del 1046 (un anno dopo la morte di Ari- 
berto), ove detto è che Girardo o Gariardo, nepote 
di esso Ariberto, arcivescovo di Milano, avéa invaso 
Cortem et Plebem de Arci ago, contro il volere, non 
che senza la permissione, di Landolfo, vescovo di 
Cremona, da lungo tempo ammalato. Ora il Mura- 
tori stesso avéa già dichiarato nella Dissert. XIX y 
§ 8, e ripetuto nella LXXI, § 4: « Il nome di Corte 
» significava anticamente, non già semplici poderi, 
» ma ville intere che per lo più contenevano anche 
» un castello. » E il castello di fatti anco in oggi 
si nomina e si distingue la casa che fu già abita- 
zione della famiglia originaria De Capitani d'Arzago, 
della quale in particolare si dovrà dire a suggello 
di questa tenuissima monografia. 

Chi poi non contento fosse alla sola stillata su- 
stanza del diploma importante dell'appassionato im- 

(1) Mem. citt. e camp di Mil, lib. XVI, voi. II, pag. Si. 



514 PARTE TERZA 

paratore Enrico, ne legga qui appresso il testo let- 
terale secondo la versione vulgare del diligentissimo 
nostro Giulini. 

« Narra l'imperatore (dice egli) in quella perga- 
» mena (posseduta dall' Archivio di Cremona) che 
» Ubaldo, vescovo di Cremona, era a lui ricorso, 
» esponendo eh' egli avéa trovata la sua chiesa in 
» un deplorabile stato. Imperciocché ai tempi del- 
» l'imperator Corrado, Landolfo vescovo, suo prede- 
» cessore, era stato lungamente infermo, e la sua 
» lunga malatia avéa cagionato alla sua mensa un 
« non leggiero detrimento. Girardo , nipote di Ari- 
» berto, arcivescovo di Milano, affidato rieir audacia 
» dello zio, — che regolava a suo piacere tutto il 
» regno d'Italia — , e perciò insuperbito, operava 
» in questi Stati tutto ciò che più gli piaceva, giu- 
» sto o ingiusto che fosse. Fra le altre cose invase 
» la Corte e Pieve di Arzago, senza la permissione, 
» anzi contro la volontà del vescovo, oppresso dalla 

» sua lunga e grave infermità Questo Girardo, 

» o Gariardo, che così lo nomina Ariberto stesso in 
» due disposizioni testamentarie da lui fatte, morì 
» prima dello zio arcivescovo, come si vede nella 
» seconda di quelle disposizioni, e lasciò tre figliuoli, 
» il primogenito de' quali si nominava , come il pa- 
» dre, Gariardo .... Segue il diploma, e dice che , 
» essendo finalmente morto Landolfo, vescovo, fu 
» sostituito in suo luogo Ubaldo, il quale, dovendo 
» ricevere la consacrazione dal suo metropolitano, 
» non potè ottenerla in altra guisa, che co '1 con- 



IL TERRITORIO 51^ 

» fermare a Girarclo il possesso della Corte e della 
» Pieve di Arzago. Se bene, poiché fu consacrato, 
» tosto ricorse all'imperatore Corrado, e gli rac- 
» contò coni' egli aveva fatta tal concessione non 
» già spontaneamente, ma per non poter fare a 
» meno. Allora quel sovrano", e con lettere, e per 
» mezzo di legati, commandò moltissime volte al- 
» l'arcivescovo di restituire la Corte e la Pieve al 
» Vescovado di Cremona, ma senza frutto; perocché 
» Ariberto, — per istinto del diavolo, a citi avéa 
» sempre servito fn dalla cuna, come era noto a 
» tutti li Italiani e a tutti i Tedeschi — , sprezzando 
» la Regia Ambasciata, non solo avéa sempre rite- 
» nuta la Corte e la Pieve occupata, ma di più, per 
» maggiore sprezzo de' sovrani commandi, avéa tolto 
» al Vescovo cremonese la Pieve di Misiano (ora 
» Misano) , con ogni sua pertinenza, la decima del 
» Castello Ag anello (ora AgnadelloJ, che apparteneva 
» alla Pieve d' Arzago (1), la decima del luogo di Mau- 
» ringo (ora Morengo nel bergamasco), che spettava 
» alla Pieve di Forno vo, e la metà del Castello di 
» Cortegano (ora Cortetano nel cremonese), che era 
» della badia di S. Lorenzo di Cremona .... Final- 
» mente racconta l'imperatore nel suo privilegio che 
» venne in Italia Corrado suo padre ed, avendo co- 
» nosciuto che l'arcivescovo, violata la fedeltà a lui 
> giurata, per istigazione del suo nepote Gariardo 

(1) Vedi in fine, num. I, il prezioso documento inèdito donatomi 
ia copia esattissima dal cortese e dotto Arciprete don Paolo Lom— 
bardici. 



516 PARTE TERZA 

» e con rajuto del medesimo, già aspirava ad inva- 
» dere tutto il Regno, come ad un reo di lesa Maestà 
» e degno del bando imperiale, gli tolse tutte le 
» predette terre e corti e pievi e decime, e le re- 
» stituì al Vescovo. Se bene con poco frutto, perchè, 
» appena Corrado fu partito dall' Italia, che Ariberto, 
» posta in non cale la riverenza ed il rispetto dovuto 
» al suo principe, tornò ad occupare ogni cosa. 
» Quindi è che Enrico, avendo compassione allo stato 
» infelice del Vescovo di Cremona, gli rende quei 
» beni e dichiara che il suo Vescovado li debba go- 
» dere perpetuamente. Il Fiamma, nel suo Manipolo 
y> dei fiori (cap. 137 e 138 in Rerum italicarum 
» collectione tom. XI), parlando di Ariberto (o Eri- 
» berlo), non lo chiama da Antimiano (I), ma da 
» Arzago oltre l'Adda; . . . onde potrebbe nascere un 
» sospetto che la famiglia di quel prelato, avendo 
» acquistata la Corte e la Pieve di Arzago, a cui 
» era annesso il titolo di capitanato, lasciasse la 
» prima denominazione, e si chiamasse De Capitani 
» a" Arzago. Certamente dopo Ariberto non si trova 
» più alcuna memoria del casato D'Antimiano , e al- 
» l'incontro molte se ne trovano di quello De Ca- 
» pitani d'Arzago oltre l'Adda. (2) » 

Ora passando a narrare appunto partitamente di 
questa famiglia principale e di qui originaria, il 



(1) lntimiano nel comasco, presso Cantù. 
I (2; Giulini, Op. cit., lib. XXII, an. 1047, voi. Il, pag. 331-334. 



IL TERRITORIO 517 

Oiulini stesso ne informa (1) « avere i Capitani 
» d'Arzago nell'anno 1211 formato un ponte su 
» l'Adda a Vaprio assai commodo con la grave spesa 
» di tremila e ottocento lire; quindi è che per in- 
» dennizzarli il Publico (o sia la Republica milanese) 
» si costituì loro debitore di quella somma, che equi- 
» valeva quasi a ducentomila lire de' giorni nostri; 
» e si obligò a pagar loro l'interesse di due soldi 
» per lira, cioè il dieci per cento, usura tenuissima 
» in que' miseri tempi. Che poscia nell'anno 1225 il 
» Podestà saggiamente commandò che si pagasse a 
» que' signori il capitale; ma ch'essi poi cedessero 
» ogni diritto sopra quel ponte. Che il Consiglio 
» communale dell' anno 1258 dichiarò si pagasse ai 
» Capitani d'Arzago quanto avanzano (cioè, ne vanno 
» creditori) pe '1 ponte di Vaprio, ed ogni anno si 
» dessero loro trecento lire di terzoli (2) per la eli- 
» fesa di quel ponte, né più si lasciassero murare. » 
La famiglia d'Arzago, indi denominata De Capi- 
tani d'Arzago, annovera fra suoi più illustri il so- 
pramentovato Arnolfo II, arcivescovo di Milano 
dall'anno 996 al 1019, colui che portò da Costanti- 
nopoli a Milano quel serpente di bronzo che vediamo 
inalzato sopra una colonna nel tempio di -Sant'Am- 
brogio; che coronò Ottone III ed Enrico III, avendo 

(1) Ibid., lib. XLIX, L e L1V, voi. IV, pag. 202, 289 e 520. 

(2) « La moneta de' terzoli valeva la metà di quella degli imperiali; 
» perchè de' primi vi volevano venti soldi a fare un fiorino d'oro, e 
» de' secondi ve ne volevano solo dieci » — Giulini, Op. citata, 
lib. XL, an. 1158, voi. IH, pag. 515. 

34 . 



518 PARTE TERZA 

fatto, a Concilio provinciale convocato, deporre dal 
trono Ardoino marchese di Ivrea. È sepolto nella 
chiesa di S. Vittore al Corpo in Milano. 

Ariberto o Ebiberto Antimiano canturio d'Arzago, 
figlio di Gherardo e di Birlienda jugali , succedette 
immediatamente all'arcivescovo Arnolfo, e ne lo su- 
però di gran lunga in potenza, in prodezza, in amore 
e gloria della patria. Ne'ventisei anni (1019-1045) 
che sedette arcivescovo inventò i carri falcati (1), 
terrore al nemico, e il carroccio (2), la cui perdita 
in campo era vituperio delle italiche genti, agguerrì 
la milanese milizia e la preparò ai prodigi di valore 
del secolo successivo: non fu certo un sacerdote 
mansueto, ma sì un cittadino arditissimo, un com- 
mandante intrepido che la sua patria rialzò gloriosa. 
In breve, la costui lapida saria stata più a suo posto 
in una bella galleria di grandi che meglio meritarono 
della propria terra, che non è nel nostro duomo coi 
beati celesti (3). Il suo corpo fu sepelito nella chiesa 
di S. Dionigi (4) a Porta Orientale in Milano, in 

(1) « 1 carri falcali, tirati da velocissimi cavalli, portavano cadauno 
dicci uomini armati di falci - quali fienaje -, e si avventavano ad- 
dosso alla mìschia nemica, dove solcavano quasi remi in aqua. » 
Fiamma, Manipulus florum, cap. CLXXXVII. 

(2) Il Carroccio, instituito nel 1038 da Ariberto, fu abolito nel 1285 
dall'altro nostro Arcivescovo, - ma ghibellino -, Ottone Visconti, che 
vi sostituì il Gonfalone di S.Ambrogio inatto di dare la benedizione. 

(3) ma nella chiesa 

Co' santi. 

Dante, Infcr., XXII, 14-15. 

(4) S. Dionigi, morto in esigi io nel 367, fu tenuto per immediato 
antecessore di Ambrogio nell'episcopio milanese. 



IL TERRITORIO 519 

quel Monastero cui avéa egli edificato (casa Bat- 
tyany). L'epitafìo suo così principiava: 

Bk jaceo puìvis , cui quondam claruit Orhis. 

E qui riposò per anni 738 sino al 28 di marzo 
del 1783, quando fu trasferito nel duomo. 

Giusta le Antichità longobardico-milanesi (voi. II, 
pag. 11), in una carta del 1174 è nominato un 
Giovanni d'Arzago abbate Monasterii sancii Am- 
bresii, ubi sanctum ejus requiescit corpus, sciti intra 
fossata Mediolani. 

L'Argelati nella Biblioteca degli Scrittori milanesi, 
sotto ai numeri CXLVI, CXLVÌl, CCCCII e MMCXI, 
ricorda quattro d'Arzago, — quod est oppidum Me- 
diolanensis ditionis in confmiis Bergomensibus — : 
i primi tre del secolo XV, e sono: un Nicolao fi- 
sico ed astrologo, autore di lettere latine de erudi- 
tone in prmsagiendis morbis; — uno Stefano antea 
Proepositus Comensis, inde Generalis Humiliatorum; 
— ed un Giovanni di Giacomo De Capitani d'Ar- 
zago, medico come il padre, professore di medicina 
all'Università di Pavia, e nel 1469 protomedico in 
Bergamo, dove publicò un lodato suo Liber dijfe-* 
rentiarum Conciliatoris ; — il quarto ed ultimo del 
secolo XVII, ed è un Enrico De Capitani d'Arzago, 
detto altresì di Rivolta, figlio di Clemente, questore 
delle Rendite straordinarie, e di Cornelia Mantella: 
giureconsulto, professore primario di diritto civile 
nell'Università suddetta sino all'anno 1644, e autore 
di più scritti perduti e dell'unico superstite: ratio 



520 PARTE TERZA 

in laurea Bartholomm Arisii. Questo Enrico ex 
collegio jurisconsultorum (fino dal 1592) si legge fra. 
i dedicanti, nel 1605, una pietra nera con caratteri 
romani incisi e messi a oro; la quale pietra sta 
in una cappella del chiesone di S. Francesco in 
Pavia. 

Fino nell'impareggiabile Vita di Benvenuto Cel- 
imi io m'avvengo alle parole seguenti: « Mi venne 
» voglia di cambiar maestro , per esser subillato 
» finstigato) da un certo milanese, il quale si 
» domandava Maestro Paolo Arzago (libro I, 
» cap. Ili, pag. 24). » — E qui nota bene che 
quel milanese determina Y Arzago; e dei due Ar- 
zaghi lombardi, solo il nostro adduano passato hi 
cognome. 

Neil' Italia sacra del cisterciese Ferdinando Ughelli,. 
tom. IV, col. 1114, num. 40, e in una dedica di 
Antonio Brùcioli (1) dei voi. I e V del Savonarola, 
edito a Venezia per Bernardino di Bindoni milanese, 
nel 1544, leggo un Girolamo d 'Arzago, patrizio 
milanese, da prima prevosto della Mirandola, appresso 
vescovo di Nizza e gran limosiniere della cristianis- 
sima Regina di Francia (o sia Caterina de Medici). 
L' Ughelli soggiunge d'aver saputo che questo pre- 
vosto aveva adornato di colonne il maggior tempio 

(1) Il nome di Antonio Brùcioli suona a bastanza per una sua 
versione di greco in italiano del Nuovo Testamento nel 1547, per un 
boccaccio ricorretto nel 1542, per un Petrarca dichiarato ed annotato 
nel 1548, e per un Plinio il vecchio, tradutto da Cristoforo Landino» 
rifatto da capo nello stesso anno 1548. 



IL TERRITORIO 521 

della Mirandola, nel modenese, dall' inscrizione se- 
guente ivi letta da lui stesso: 

Eier. Ex Capitaneis de Arzago mediol. 
Patrit. E fiso. JSicice templum hoc in cur. 
pene colap. Pilis communivit M. D. XXI. 

Della costui morte l'anno preciso si ignora, poiché 
l'Ughelli così ne lasciò scritto: Vixit Hieronymus 
ad annum usque 1542 diemque suum extra romanam 
curiata .obiti. Il mentovato voi. del Savonarola, de- 
dicato dal Brùcioli a Mons. Gironimo Arzago, porta 
la data dell'anno 1544, come notammo; dunque è 
mestieri il conchiudere che il 1542 sia stato l'anno 
della degradazione per pizzicore di eresia, non della 
morte naturale di esso monsignore. 

E questi nove nomi basteranno per non fare le 
litanie. 

Sola ima osservazione mi farò debito di qui porre 
a compimento. La più parte dei beni stabili arza- 
ghesi, già in addietro posseduti dalla famiglia De 
Capitani d'Arzago, è, — • mediante i Buttinoni tre- 
vigliesi — , in oggi tenuta e goduta dal vicino Ospi- 
tale di Treviglio; e i poveri Arzaghesi, privi di luogo 
pio e cultivatori di quelle stesse tenute", non si hanno 
un diritto al mondo di mandare ammalati a quel- 
l'Ospitale. Compenso troppo magro, ridicolo e stolto 
è quello del pane bianco e. dei ceci rossi che esso 
Ospitale fa dispensare in Arzago alla sua festa di 
S. Lorenzo (il 10 d'agosto). Provedesse il Cielo un 



522 PARTE TERZA 

rimedio efficace e sapiente alla fortuna avversa di 
questi cristianelli ! . . . Giustizia — una suprema 
volta — ai poveri infermi fra questo popoletto che 
non oltrepassa il milliajo! 



B R I G N A N 



La prima notizia che abbiamo di questa terra, è 
da un istromento di vendita, confermato l'anno 1106 
nel Castello di Brignano della Ghiaja d'Adda. (1) 

Da questo atto ad evidenza appare che Brignano 
era fin da quei tempi castello, e la stessa attuale 
sua costruzione lo dimostra, mentre trovasi cinto 
all'intorno da profonda fossa, e da mure sulle quali 
furon poscia erette le case. 

Nel 1186 lo vediamo ricordato nel diploma, con 
cui Federico Barbarossa concedette in feudo ai Mi- 
lanesi le terre poste fra l'Adda e l'Oglio. 

Nella guerra che si accese nel 1278 fra Visconti 
e Torriani, cadde in potere di quest'ultimi, e vi ri- 
mase per lungo tempo, insino a che, ristabilitasi nel 
1311 la signoria de' Visconti nel Ducato di Milano, 
questo castello fu dai medesimi ricuperato, e d'allora 
in poi rimase (come vedremo più sotto trattando 

{{) Ronchetti G : Memorie storiche della città e delle chiese di Ber- 
gamo, voi. Ili, pag. 11. 



IL TERRITORIO 523 

dei signori di Brignano) quasi sempre in potere dei 
Visconti, ed anche in oggi un ramo di quella fami- 
glia vi possiede beni e un palazzo. 

Il Giulini c'informa che neh' istromento di pace 
concordatosi Tanno 1310, fra il reverendissimo si- 
gnor Cassone della Torre arcivescovo di Milano ed 
il magnifico Matteo Visconti, relativamente ai beni 
di Brignano, si statuì il seguente patto, cioè: « che 
quando seguisse alcun parentado fra le due famiglie, 
le doti delle figlie Visconti dovessero essere asse- 
gnate sopra i beni di Brignano; e quando questi 
superassero il valore delle dette doti, i signori della 
Torre pagassero il soprappiù in denaro e ritenessero 
.quei beni. » (1) 

Al tempo in cui Filippo Maria Visconti ebbe con- 
tinue guerre coi Veneziani, Brignano, l'anno 1437, 
venne in potere della Repubblica Veneta, ed il Col- 
leoni Celestino ci racconta che nel successivo anno 
1438 « la città di Brescia vi mandò molti lavoranti 
per ridurla in termine di difendersi; e la città nostra, 
di Bergamo vi mantenne alcuni mesi più di 300 
lavoranti dando a ciascuno 12 soldi al giorno, e 30 
marangoni (garzoni di legnajuoli) a ciascuno dei 
quali dava ogni giorno 20 soldi: or avvenne che 
Andrea Donato podestà di Brescia, che aveva di 
questi lavoreri la cura, licenziò i Bresciani, e vi 
trattenne 100 lavoranti e 15 marangoni dei nostri, 



(lj Giulini: 31emorie della ciuà e campagna di Milano, voi. IV 
pag. 857, ediz. 1855. 



524 PARTE TERZA 

a ciascuno elei quali fece dare un ducato con dire 
di donarglielo, ma alla line la Comunità di Bergamo, 
contro ogni ragione, si trovò di quelli fatta debi- 
trice sui libri della Camera, di che dolutasi col prin- 
cipe furonli cassati. » (1) 

Mercè le vittorie di Francesco Sforza , ch'era ri- 
tornato al servizio del duca Filippo, Brignano, l'anno 
1441, tornò al Visconti, dal quale ottenne alcuni 
capitoli (Vedi Documento N. II). Quando poi Fran- 
cesco Sforza divenne duca di Milano, parimenti con- 
cesse ai Brignanesi nell'anno 1453 la conferma dei 
loro capitoli (Vedi Documento N. III). 

I privilegi, che i Brignanesi solevano chiedere 
nei loro capitoli erano: promessa che i fortilizj della 
loro terra non sarebbero stati distrutti; che non 
fossero soggetti ad alcun signore, od altra Comunità, 
ma fosse loro concesso di governarsi a modo proprio; 
remissione d'ogni debito pubblico, carichi, ecc.; che 
i consoli della terra avessero giurisdizione sino a 
dieci lire imperiali , all' insù dipendessero da Milano; 
i dazj della dogana, mercanzie, ecc., fossero della 
Comunità; di poter far mercato, ecc. 

Ecco in breve le memorie antiche e più divulgate 
di Brignano. In oggi esso è un grosso e ben co- 
strutto villaggio della provincia di Bergamo, con 
2968 abitanti (maschi 1515, femmine 1453); ha un 
vasto territorio della superfìcie di 1141 ettari, che 



(3) Collegni Celestino : Eistoria quadripartita di Bergamo, lib. VII , 
pag. 345. 



IL TERRITORIO 525 

produce ogni sorta eli granaglie, ricco di gelsi, vi- 
gneti e prati artificiali. Vanta un buon numero di 
filande, come pure un ampio filatojo con binadora, 
e vi si fa gran commercio di seta. Per 1* irrigazione 
della sua campagna ha un abbondante roggia chia- 
mata la Brembilla, le cui acque si derivano dal 
Brembo. La facoltà di costrurre questa roggia fu da 
prima domandata alla città di Bergamo da Galeazzo 
Visconti nel 1301, poi mandata ad effetto nel 1305 
da Mosca della Torre che godette quei beni, tolti 
allo sbandito Visconti, ora di proprietà di quest'ul- 
tima famiglia. (1) 

Ha parimente un altro fonte perenne chiamato 
Consacolo. 

Fra gli edificj privati è degno di menzione il 
palazzo, fatto fabbricare nel 1710 dai fratelli Pirro 
ed Annibale Visconti, sulle antiche rovine del ca- 
stello. È .disegno dell'architetto Ruggeri, e per la 
sua architettura, per la sua ricchezza, per le prege- 
voli pitture dei Galliari, e pei suoi giardini, è uno 
dei più belli del territorio lombardo. 

« La sua chiesa parrocchiale, soggetta alla diocesi 
di Cremona , ed alla pieve di Caravaggio, è grande 
e di buona architettura, disegno dell'architetto Mar- 
cellino Segrè allievo del celebre Gianpietro Marini. 
Quello che più merita osservazione in questa chiesa 
è il suo aitar maggiore di marmi peregrini. Grande 



(1) Vedi parte li. Notizie topografiche e statistiche di Treviglio, ecc., 
cap. IV. 



526 PARTE TERZA 

è anche l'organo, una, delle migliori opere degli abi- 
lissimi Serassi di Bergamo. È officiata da due pre- 
vosti, e da un numeroso clero; e avanti l'ultimo 
ingresso dei Francesi in Italia aveva anche un pic- 
colo capitolo di canonici, e una corale residenza. 

« Non lungi dalla chiesa parrocchiale trovansi due 
oratorj, uno detto della Santissima Trinità, l'altro del 
Rosario. Fuori delle porte della borgata tutto all'in- 
torno veggonsi caseggiati colonici, e sulla" strada che 
condùce a Treviglio e a Caravaggio, vedesi un altro 
oratorio in onore di S. Rocco , presso il quale v' è 
l'antico cimitero; finalmente poco lungi da Brignano 
avvi una chiesa chiamata dei campi, perchè vera- 
mente in luogo campestre, ove ammirasi una bella 
statua di marmo carrarese, rappresentante la Ver- 
gine che vezzeggia il bambino » (1). Nel 1299 circa 
stabilissi in questa terra una casa di frati Umi- 
liati. 

Nò mancò Brignano di dare alcuni uomini illustri 
per le loro opere, e nelle scienze ; imperocché il Giu- 
bili fa cenno d'un frate Alberto da Brignano, che 
con alcuni frati suoi compagni spedalieri deliberò di 
ergere una chiesa ed uno spedale presso Varese, in 
un luogo detto le nove Fontane (2); e nelle scienze 
teologiche e nella letteratura si segnalarono il Padre 
Bonifacio da Brignano, morto nel 1771, e il Padre 
Felice Maria da Brignano, morto il 17 di gennajo 



(1) Mairone da Ponte: Dizionario Odeporico, voi. I. pag. 199. 
■ (2) Giulini: Memorie, ecc., voi. HI, pag. 745, ediz. 1855. 



IL TERRITORIO 527 

del 1832, le cui spoglie stanno nel cimitero dei Cap- 
puccini a Roma (1). 

/ Visconti signori di Brignano. — Bernabò Vi- 
sconti duca di Milano, con suo testamento de] 16 
di novembre del 1379, rogato dal notajo e cancelliere 
Tomaso De-Capitani di Vimercate, lasciava al suo 
figlio naturale Sagramoro, natogli da Micheletta 
Marliani, la signoria di Brignano nella Ghiaja d'Adda, 
e i beni confiscati alla famiglia ribelle dei Foppa. 
Spogliato Bernabò nel 1385 del dominio, Sagramoro, 
per ordine di suo zio Gian Galeazzo, fu chiuso nelle 
carceri di Monza. 

Dopo la morte di Sagramoro, Brignano toccò a 
sua figlia Viviana, maritata a Fregnano della Scala, 
che mori nel 1456, disponendo, col suo testamento 
del 1541 in atti del notajo pubblico di Milano Lodo- 
vico Ciseri , in tal modo de' suoi beni in Brignano : 
« Item volo, statuo, et ordino, quod si spectabilis 
Dominus Johannes de Vicecomitibus frater meus 
infra sex menses post meum decessum* immediate 
sequentes , et non ultra voluerit emere prwdicta 
omnia bona, et jura in dictis loco, et territorio de 
Bregnano Glam Abduoe Ducatus 31ediolani consi- 
stenza, et mihi testatrici pertinentia, et spectantia, etc. 
Etsi ipse Dominus Johannes non emerit seu emere 
non voluerit ipsa bona, et jura, tunc et eo casu'ipsa 
bona, et jura vendantur, etc. Spectabilibus Dominis 



(1) Sozzi Vimercati: Alcuni monumenti d'illulri Bergamaschi esi- 
stenti in Roma, discorso letto nell'Ateneo in Bergamo. Bergamo, 1840. 



-528 PARTE TERZA 

Sacramoro , Petro Francesco, et Ambrosio fratribus 
de Vicecomitibus nepotibus meis filiis quondam spec- 
tabilis Domini Leonardi similiter olim fratris mei in- 
fra dictos menses sex, seti infra mensem unum, eie. (1) 
Non avendo avuto luogo la condizione stabilita 
da Viviana a favore di suo fratello Giovanni, che 
forse morì prima del 1456,. Brignano passò sotto 
la signoria di Sagramoro II Visconti, figlio di Leo- 
nardo e di Margherita Caimi. In occasione della 
guerra cominciata nel 1436 contro i Veneziani e 
i Fiorentini, Sagramoro II fu impiegato nelle truppe 
del duca Filippo Maria. Rimase prigione dei primi 
nel 1439 al fatto di Tenna nel Bresciano, e nel 
susseguente anno, combattendo presso Nicolò Pic- 
cinino ad Anghiari contro i Fiorentini, ebbe la 
sventura di cadere una seconda volta nelle mani del 
nemico. Nel 1441 fu dichiarato ribelle, e spogliato 
di Pagazzano in Ghiaja d'Adda, per sospetto di troppa 
intimità con Francesco Sforza, che comandava i Ve- 
neziani; né nella seguente pace di Martinengo gli 
fu usata alcuna indulgenza, poiché il duca clonò i 
beni confiscati ad un suo favorito, Francesco degli 
Isacchi di Treviglio. La Repubblica ambrosiana, isti- 
tuitasi nel 1447, lo volle a' suoi servigi, stimando 
che un uomo disgustato del passato potesse essere 
amico del nuovo stato, e in fatti lo spedì subito a 
Crema colla carica di podestà. Allorquando poi Fran- 

(1) Sitonis de Scotia: Vicecomitum Burgi Ratti 31archionum, Castri 
Spinm, Brignani, et Pagatiani feudatariorum Genealogica 31onumenta. 
Mediolani, 1714. 



IL TERRITORIO 529 

cesco Sforza . colla mira di diventar signore di Mi- 
lano, rivolse le sue armi contro quella Repubblica, 
che lo aveva ricercato per supremo condottiero, Sa- 
gramoro fu tra quelli che presero partito per lui. 
Nel 1449, lo Sforza, avendo ceduta ai Veneziani 
la Ghiaja d'Adda, col patto della loro assistenza 
contro i Milanesi, Sagramoro, che per gli antichi suor 
possedimenti in quella provincia vi aveva un gran 
partito, vi fu spedito, affinchè invitasse quei abitanti 
che mostravansi adirati nel vedersi separati dal Du- 
cato di Milano, a sottomettersi tranquillamente al 
nuovo dominio. Il doge Lauredano, in benemerenza 
di questo servigio, r gli restituì la signoria di Pagaz- 
zano. Nel 1454 ricevette la conferma delle altre 
sue signorie, e nel 1470 gli fu confermata quella di 
Brignano, prestando giuramento di fedeltà. Morì nel 
1472. 

Successe in appresso nella signoria di Brignano 
Francesco Bernardino, figlio di Sagramoro II e Cle- 
mentina Secco, che prestò l'anno 1498, il 20 di aprile, 
il giuramento di fedeltà a Lodovico il Moro (1).. 
Questo Bernardino fu già capitano d'una compagnia 
di cavalli al servizio della casa Sforza, poscia eletto 
consigliere ducale nel 1484 alla morte di Pier Fran- 
cesco Visconti suo zio. Fu nel 1486 oratore a Man- 
tova col protonotario Trivulzio per rinnovare con 

(1) Archivio di Stato in Milano, Cartella Feudi. Prima però del 
1498, Pietro Francesco Visconti, Tanno 1477, il 27 di dicembre, aveva 
prestato giuramento di fedeltà a Galeazzo Maria Sforza, j>ro se et nepolis 
suis prò loco Brignani et prò renovatione eorum feudalis investiturm. 



530 PARTE TERZA 

quel marchese alcuni patti di aderenza. Nel 1487 fu 
eletto commissario e luogotenente ducale in Pavia. 
Nel 1495, essendo stato istituito in Milano un ma- 
gistrato per l'estinzione del debito pubblico, ne fece 
parte. In questa epoca, ad istigazione di Lodovico il 
Moro, scese in Italia Carlo Vili; ma pentitosi poi 
Lodovico del gran errore commesso, e volendo ri- 
mediarvi con una lega di principi italiani, onde op- 
porsi ai trionfi di quel re, Francesco Bernardino 
Visconti fu mandato con Antonio Trivulzio e Taddeo 
Vimercati ambasciatore ai Veneziani per concluder 
la lega. Si trovò poscia come commissario delle truppe 
milanesi alla battaglia del Faro, ove Carlo Vili fu 
posto in fuga. Con Pietro Gallarati fu mandato ple- 
nipotenziario al Congresso di Vercelli per trattarvi 
la pace del suo principe col re di Francia. Allorché 
il Moro vide disperata la sua posizione e certa la 
sua caduta, richiamò il Visconti dall'esercito, ov'era 
impiegato, nominandolo ad un magistrato che doveva 
regolare la scelta d'una reggenza destinata all'am- 
ministrazione del Ducato al momento della sua fuga. 
Ottenne da Lodovico il Moro molte elargizioni, e 
così pure da Lodovico XII. Morì nel 1504, e con 
suo testamento, 19 di novembre, lasciava i suoi beni 
di Pagazzano, feudo di Brignano, dazj, imbottato, ecc., 
in eguali porzioni a suoi figli legittimi Sagramoro, 
Bernabò, Ottone, Estorre e Pallavicino, avuti da 
Maddalena Pallavicino. (1) 

(1) Archivio di Stato in Milano, Cartella Feudi Camerali. 



IL TERRITORIO 531 

A Bernabò pervenne la signoria di Brignano, ma 
siccome egli nell'anno 1512 erasi ritirato coi Francesi 
dall'Italia, quando furono scacciati per opera di papa 
Giulio, il duca Massimiliano Sforza ritornato in Mi- 
lano fece confiscare tutti i beni e - feudi della sua 
famiglia donandoli a Sforzino Sforza (1). 

Nel 1515, dopo la vittoria che Francesco I ottenne 
a Melegnano, ricuperò tutto; ma nel 1522 sconfìtti 
i Francesi alla battaglia della Bicocca, dovette nuo- 
vamente fuggire. Nel 1523 (2) seguì l'ammiraglio 
Bonnivet nella sua poco felice spedizione in Italia, e 
si trovò ai fianchi di Francesco I in quella ancor 
più infelice del 1525, ove rimase seco lui prigioniero 
nella battaglia di Pavia. Liberato dopo alcun tempo, 

(1) 1 Brigaanesi prestarono il giuramento di fedeltà a Sforzino 
Sforza il 10 di luglio del 1525. — Archivio di Stato in Milano. Feudi 
Camerali. 

(2) Ddi 15^3 al 1525 nacque un processo in causa della confisca 
dei beni feudali di Brignano, Pagazzano, Castei- Bozzone, a pregiu- 
dizio di Pallav cine ed Otto fratelli Visconti tra la Camera ducale e 
Sforzino Sforza successo alia medesima per una parte, ed Ascanio e 
Federico fratelli Visconti per l'altra. Nel 1525 avvenne l'apprensione 
dei feuii di Brignano e Pagazzano, ed assegno dei frutti a favore 
delle sorelle Visconti. JNel 3 533 i beni di Brignano, Castel-Bozzone 
furono ancora appresi a favore della Regia Camera a pregiudizio di 
monsignor Pallavicino Visconti siccome erede del magnifico Bernabò 
di lui fratello, al quale erano stati confiscati i detti beni. Il 12 di 
dicembre del 1533 il duca Francesco li Sforza accorda la grazia a Fran- 
cesco Bernardino e fratelli Visconti, in vigore della quale sono am- 
messi al possesso dei beni e feudo di Brignano e Pagazzano, stati 
confiscati a pregiudizio di Bernabò loro padre, e Pallavicino ed Ottone 
fratelli Visconti loro zii, per tentato omicidio nella persona del duca, 
donando a delti figli e loro discendenti tutto ciò che pervenne alla 
Ducal Camera. — Archivi di Stato. Feudi Camerali. 



532 PARTE TERZA 

persuasosi dell'improbabilità di giorni più felici per 
la sua famiglia, molto più che era già comparsa la 
prammatica sanzione di Carlo V che annullava tutte 
le concessioni fatte dai Francesi nel 1499 in poi. 

Tuttavia Francesco II Sforza gli accordò il per- 
messo di ripatriare, concedendogli molti beni, ma 
egli non volle approfittare di questa concessione, e 
visse privatamente nel Delfinato, ove morì nel 1552. 

Nelle divisioni del 1538 la signoria di Brignano 
passò a Pier Francesco Visconti, figlio di Alfonso 
conte di Saliceto e di Antonia Gonzaga. 

In appresso poi il condominio di questa signoria 
consolidossi nei fratelli Pirro, Annibale e Luigi figli 
di Alfonso e di Fulvia Teresa Arnolfi d'Alessandria, 
e in Francesco figlio di Alberto Visconti e di Antonia 
Eleonora Aimo Goldoni Vidoni di Cremona. 



CALVENZANO 



Pressoché nulle sono le memorie storiche che ab- 
biamo intorno a questa terra del Bergamasco, solo 
riferiremo che essa parimenti è nominata nel diploma 
dell'imperatore Federico Barbarossa dell'anno 1186, 
fra le terre cedute ai Milanesi; e che nel 1227 gli 
Umiliati vi stabilirono una loro casa (1). 

Spettava un tempo al contado di Cremona. 

(1) Giulini: Memorie, eco, voi. IV. 



IL TERRITORIO 533 

Vi si veggono le vestigia d'un antico castello, ora 
convertite in gran parte in domestica abitazione. 

È luogo ben fabbricato, tutto unito in un sul corpo, 
con belle strade. La sua popolazione, di 1638 abi- 
tanti (825 maschi e 813 femmine) è assai industriosa, 
e nella massima parte si occupa dell'agricoltura. 

Il territorio, che ha una superficie di 630 ettari, 
sebbene di fondo ghiajoso, produce molte biade, e vi 
sono gran piantagioni di gelsi. Si raccolgono bozzoli 
in gran copia, e si contano varie filande per trarne 
la seta. 

La sua chiesa prepositurale titolata ai SS. Apo- 
stoli Pietro e Paolo appartiene alla Diocesi di Cre- 
mona. Essa è di moderna struttura, ben ornata, e 
fornita d'un quadro di Paolo Galinone pittore, nativo 
di questo paese. Conta pure due oratorj, quello di 
S. Rocco che serve di chiesa sussidiaria, e l'altro 
sotto l'invocazione di Maria Assunta, situato nel 
mezzo della campagna. Il primo oratorio fu eretto 
per dar sepoltura alle tante vittime che vi fece la 
pestilenza nel 1630. 



CANONICA 

(Pons-Aureoli) 



Questa terra una volta assai cospicua e presso la 
quale faceva capo la famosa strada Consolare detta 
anche Militare, che dalla Venezia portava nella Li- 

35 



534 PARTE TERZA 

guria, era anticamente più conosciuta col nome la- 
tino di Pons Aureoli o Ponte d'Aureolo, il quale ci 
rammenta il fatto storico che al ponte e al nome 
diede l'origine. L'imperatore romano Claudio II nel- 
l'anno 268 dell'era volgare sconfisse ed uccise presso 
il fiume Adda il tiranno Mario Acilio Aureolo (1) che 
si aveva usurpata la porpora imperiale. 

A memoria del fatto, Claudio, fece fabbricare sul- 
l'Adda il ponte, ed un sepolcro ad Aureolo, non però 
maestoso. Il nostro Andrea Alciati nelle sue Antiquo? 
Inscriptiones veteraque monumenta patrice ci conservò 
l'effìgie del monumento e l'epitafio greco che su di 
esso era scolpito (2), « che fu mal tradotto, dice il 
Giulini, in latino da un^grammatico presso Trebellio 
Pollione, antico scrittore della vita di quel tiranno, 
e molto felicemente dallo stesso Alciati » che qui 
trascriviamo: 

Dona sepulchrorum vktor post multa tyranni 

Prosila, iam fdix Claudius Aureolum 
Mumre prosequitur mortali, et jure superstes 

Vivere quem vellet, si poteretur amor. 
Militis egregij vitam, qui jure negavit 

Omnibus widignis, et magis Aureolo. 
Ille tamen clemens, qui corporis ultima servare 

Et pontem Aureoli dedicai, et tumulum. — 

che vuol dire: l'imperatore Claudio, dopo il terribile 

(1) li Muratori ne' suoi Annali d'Italia, voi. II, ci fa conoscere che- 
questo tiranno nelle medaglie era indicato con questo nome, e non 
già con quello di Marco Icilie Aurelio. 

(2) Il disegno di questo sepolcro fu riprodotto dal Giulini nelle sua 
Memorie, ecc., voi. ili, pag. 559, ediz. 1855. 



IL TERRITORIO 535 

conflitto, ad Aureolo concede, come è giusto, gli onori 
dei morti. Conceduto avrebb'egli anche la vita: ma 
non volle seguire un consiglio contradetto da tutti i 
più egregi ufficiali. Quegli però clemente, e avendo 
cura degli avanzi mortali, costruì il ponte d'Aureolo, 
e il sepolcro di lui. (1) 

La storia parimenti ci ricorda che nell'anno 1160 
questa terra fu desolata dal Barbarossa, il quale, 
qui recatosi coi Lodigiani, rovinò il ponte che era 
stato eretto dai Milanesi sugli avanzi di quello di 
Claudio, incendiò il castello ed incrudelì anche (seb- 
bene fortificata e guardata da molta gente) contro 
la chiesa dedicata a S. Giovanni Evangelista, che si 
pretende fondata dalla Regina Teodolinda. (2) 

Il Corio c'informa che, nell'anno 1312, essendo 
morto Guidone della Torre, con suo testamento di- 
chiarava eredi i quattro suoi figli Francesco, Simone, 
Amoratto e Guidone, lasciando loro buon numero di 
castella, fra i quali vedesi nominato quello di Pon- 
tirolo (3). 

Per tutto il medio evo ed anche più innanzi que- 
sto villaggio tenne il nome di Pontirolo, in appresso 
vi si aggiunse l'epiteto di vecchio per distinguerlo 
dal nuovo che era dal primo dipendente. Poi assunse 



(1) Tale iscrizione trovasi nel libro dell' Alciati : Rerum patria, lib. Ili, 
pag. 354-155, stampato a Milano nel 1625, e nel Calchi: Historia 
fatrios, pag. 21. 

(2) Giulini: Memorie, ecc., voi. Ili, pag. 559, ediz. 1855, e Ron- 
chetti: Storia della città e chiesa di Bergamo, voi. Ili, pag. 111. 

(3) Corio : Stona di Milano , voi. 1, parte II, cap. IX, ediz. 1855» 



536 PARTE TERZA 

il nome di Canonica che attualmente conserva, per- 
chè qui esisteva anticamente un illustre e ricco 
collegio di canonici, del quale discorreremo più in- 
nanzi. 

Al presente, Canonica è un allegro villaggio, che 
conta 1484 abitanti. Ha belle case, comode vie, ele- 
gante oratorio in onore di M. V. detta la Madonna 
in Prato, ove ogni anno nella quarta domenica di 
luglio si fa festività, e si tiene fiera. Ha una bella 
chiesa prepositurale sotto l'invocazione di S. Gio- 
vanni Evangelista, di moderna costruzione, ricca per 
suppellettili, per oro, per marmi, e per pitture, se 
non di sommi pennelli, non però dispregevoli. In 
memoria dell' antica Basilica , sulla porta maggiore 
della chiesa fu posta la seguente iscrizione: 

S. JOA1NNI EVANGELISTA 

A FUNDAMENTIS 

CORROGATO ARE REST1TUTUM 

AN. 1755 

HYEMALI CESTIVO TEMPLO DUPLICI 

OLIM CANONICORUM COLLEGIO ET INFULATO 

PROPOSITO 

ILLUSTRI 

QUOD VETUSTATE FATISCERET 

AD ASCRARI SEPULCRORUMQUE USUS 

TRADUCTO. 

Anni or sono nel costrurre la casa del preposto 
fu scoperta la seguente iscrizione lapidaria: 



IL TERRITORIO 537 

V. PVPIVS. C. F. TIRO. 

SIBI. ET V MB RI .E. M. F. 

TERTVLLE. CON. 

C. PVPIO. CANDIDO. F. 

M. PYPIO. CASTO. FIL. 

ALICLE. SP. F. IVST^E. 

MATRI. 

la quale venne così interpretata : Vivens Pupius 
Caji filìus Tiro sibi et Umbrice Marci filiw Tertullim 
coniugi, Caio Pupio Candido filio, Marco Pupio 
Casto (ilio, Alici® spurii film iusim Mairi. (1) 

Il commercio e l'industria sono i principali mezzi 
della sempre crescente floridezza di questo villaggio; 
vi sono grandi opiflcj industriali, filatoi di seta (2). 
Al mercoledì vi si tiene mercato settimanale, mas- 
sime pel traffico delle biade, ed è assai frequentato. 

Il suo terrirorio, della superfìcie di ettari 446. 31, 
è in generale assai fertile, quantunque ghiajoso, ed 
i terreni sono ottimamente coltivati: vi abbonda il 
gelso, e oltre le ordinarie produzioni, vi si raccol- 
gono cereali in copia. Evvi una cava di puddinga, 

(1) Mairone da Ponte: Dizienario Odeporico, voi. 1, pag. 219 e seg. 

(2) Il Mairone da Ponte, nel suindicato suo Dizionario, ricorda che 
nell'anno 1816 o 1817 circa « il signor Marietti, dovizioso ed intel- 
ligente negoziante, ebbe il merito d'avere pel primo, nel grandioso 
suo edifizio, introdotta la riforma delia filatura dei bozzoli col risc^- 
dare l'acqua nelle piccole caldaje, non più coii'appiicazioae immediata 
della fiamma alle stesse, ma col trasmettervi cm tubi sotterranei e sa- 
lienti i caldi vapori dell'acqua bollente in un salo grande caldajo. » 



538 PARTE TERZA 

volgarmente chiamata ceppo, che adoperasi nei lavori 
architettonici, specialmente a Milano. 

La Canonica di Pontirolo Vecchio. — Seguendo 
le tracce di quanto lasciò scritto il sacerdote Gio- 
vanni Dozio, dottore dell'Ambrosiana, nelle Notizie 
di Vimercate e sua pieve, daremo innanzi tratto 
alcune generali nozioni sulle canoniche, e poscia 
tratteremo della istituzione di quella di Pontirolo 
vecchio, e della sua soppressione. 

Vuole adunque il Dozio, che in « sul finire del 
secolo quarto si istituisse in più luoghi della chiesa 
latina i monasteri, cresciuti poi di numero e d'impor- 
tanza verso la metà del sesto secolo, specialmente 
mercè l'opera di S. Benedetto e di Cassiodoro, l'idea 
monastica fu non solo un'idea di decenza e di rego- 
larità nel vivere, ma anche di forze associate a me- 
glio conseguire un- fine: e quest'idea entrò appunto 
come elemento in quasi tutte le pie istituzioni del 
medio evo, che presero perciò una forma o sem- 
bianza monastica. Così fu di tante pie confraternite 
e di più ordini laici, e così fu anche dei capitoli o 
collegi canonicali. 

« Carlo Magno, assai benemerito certamente alla 
religione , die mano operosa a pontefici e vescovi 
neh' introdurre nel clero la vita canonica ne' vasti 
suoi Stati: sicché nelle città il clero urbano addetto 
alla cattedrale, e nelle campagne il clero rurale, 
addetto in ciascuna pieve alla propria chiesa plebana, 
de ordine plebis, si raccolse a vivere in comune, 
avendo comuni il dormitorio e la mensa. E questo 



IL TERRITORIO 539 

genere di vita, benché non da per tutto, durò dal 
principio del secolo IX fino a tutto il XII. (1) 

« Così dal raccogliersi a vita comune, regolare o 
canonica furon detti canonici i preti, i diaconi e i 
suddiaconi che officiavano le cattedrali o le parrocchie 
rurali, mentre i preti che officiavano le chiese mi- 
nori o cappelle furon detti cappellani. Nelle vecchie 
carte quei canonici sono anche detti fratres o fratres 
canonici, e qualche rara volta anche monachi dai 
vivere come fratelli e quasi in famiglia monastica: 
e le chiese cattedrali o plebane o comunque aventi 
un collegio di canonici o capitolo sono anche dette 
ab alio? , e le canoniche similmente abatim o mona- 
steria; e i capi del clero nelle pievi rurali, che prima 
del nono secolo eran detti arcipreti, archipresbyteri, 
furon poi detti prevosti, propositi (il qual nome dalla 
campagna passò anche alle città, quando dal secolo 
decimo in poi vi furono stabilite le parrocchie ur- 
bane) e qualche volta anche abates. Questi nomi 
erano usati impropriamente, ma lo erano per quella 
sembianza di vita monastica che allora si conduceva 
dal clero, benché nel clero vi fosse tuttavia anche 
qualche grave disordine: e da questa improprietà di 
vocaboli nacquero inesattezze e confusioni in alcuni 
scrittori imperiti in tale materie. 

« I chiostri o canoniche o le reliquie di esse, che 
ancor vediamo presso le cattedrali, le antiche basi- 
li) « Nelle parrocchie rurali, ossia nelle nostre pievi, le canoniche 
compsjon solo stabilite nel secolo undecimo. » Dozio. 



540 PARTE TERZA 

lidie collegiate e le chiese plebane, sono un ricordo 
eli questa vita canonica 

« Alle canoniche delle pievi erano annesse le 
scuole pel clero minore, nelle quali s'insegnavano la 
grammatica ed il canto ecclesiastico; sovente era 
anche aggiunta una casa od ospizio ad accogliervi 
i pellegrini; sopra tutto vi era esercitata l'ospitalità 
verso i sacerdoti forastieri, pei quali erano assegnate 
stanze fornite con decenza, quale era consentita da 
quei tempi. È noto come fino dai primi secoli della 
Chiesa fosse quest'uso, che i vescovi, comunicando 
per via di lettere con altri, le mandassero per mezzo 
eli sacerdoti o diaconi, e non solo da città a città, 
ma talvolta anche a provincie assiti lontane: questo 
uso erasi ancora conservato nel medio evo, benché 
forse non fosse così frequente ». (1) 

Il primo ricordo che abbiamo della Canonica di 
Pontirolo vecchio è da un documento del 1149, ri- 
portatoci dal chiarissimo Lupo, nel suo Codice di- 
plomatico bergomense (voi. II, col. 1093-1094). Con- 
tiene esso una transazione di beni in Levate fatta 
fra i monaci di Astino Lanfranco preposto della plebe 
di Pontirolo col consenso de' suoi ordinar]'. Sebbene in 
questa carta non vi siano sottoscritti che soli quat- 
tordici canonici, essi erano però in numero di diciotto. 
« Il preposto, all'uso degli antichi corepiscopi, aveva 

(1) Dozio G.: Notizie di Vimsrcate e suo pieve, pag. 14 e seg. Chi 
poi desiderasse avere p'ù estese cognizioni anche intorno al nome di 
Monastero ed Abbazia dato talvolta nel'e vecchie carte alle canoniche, 
legga la suindicata opera. 



IL TERRITORIO 541 

il suo vicario generale, usava, non però giuridica- 
mente, bastone pastorale e mitra nei pontificali, avea 
giurisdizione vescovile su trentasei terre circonvicine, 
promoveva ai quattro ordini minori, ed ai benefìzj 
vacanti nella sua giurisdizione, rilasciava dimissorie 
ai chierici, e pretendeva eziandio che la sua pieve 
fosse nullius diocesis, ossia esente da ogni giurisdi- 
ì zione vescovile. 

« Che tal preposto o corepiscopo prò tempore di 
Pontirolo vecchio esercitasse davvero questi suoi 
pretesi diritti, si prova da molte carte d'Archivio; 
fra le quali, oltre ad altri ordini o licenze consi- 
| mili da lui spedite in istile di Curia, si trova un'au- 
i torizzazione data il 21 eli gennaio del 1523 a quei 
di Castel-Rozzone di fabbricare una chiesa o ba- 
li silica in onore di S. Bernardo, che è l'attuale chiesa 
parrocchiale, da Andrea Serpellone, vicario gene- 
fi rale del prevosto di Pontirolo, Giudice ordinario 
, ed avente giurisdizione vescovile, sottoscritto dal 
1 suo cancelliere Bernardino Berlendi. Evvi pure una 
specie di Bolla , colla quale nel 30 di aprile del 
1541 Bartolomeo Melzi prevosto e Giudice ordi- 
ni nario, ecc., approva l'erezione della confraternita 
del Corpus Domini in Tre viglio » (1) e da un in- 
timazione del 3 di aprile del 1567 (vedi documento 
N. IV), dalla quale risulta che il prevosto di Ponti- 
rolo convocava a tempi debiti la sua Sinode. 

(1) 11 Capitolo di Pontirolo; nota scritta dal sacerdote Cerutti, dot- 
tore dell'Ambrosiana, nel voi. 1 dei Documenti alla vita di S. Carlo 
pag. 594. 



542 PARTE TERZA 

« Ma ridotta poi la terra di Canonica Pontirolo 
pressoché al nulla per le molte disastrose vicende 
politiche, alcuni canonici della Collegiata supplicarono 
S. Carlo, perchè trasferisse il capitolo in altro luogo, 
che a lui meglio piacesse (1). Egli allora decise di 
sopprimere quella Collegiata, aggregandone le prin- 
cipali sue rendite e la maggior parte di quei cano- 
nicati a quella di S. Stefano in Broglio in Milano. 
Quindi, il 14 di aprile del 1577, fu steso lustramento 
di traslazione, meditata invero e preparata già da 
qualche anno; e perchè il dì dopo alcuni canonici 
domandarono una dilazione, adducendo il bisogno di 
fermarsi ancora a Pontirolo almeno fino al giorno 
di S. Michele per raccogliere i prodotti dei beni ca- 
nonicali di quell'anno, il santo cardinale gliela con- 
cedette (2) ». Si ottenne poi il primo di settembre 
del 1578 l'approvazione dalla santa Sede. 

« Questa traslazione incontrò gagliardissime op- 
posizioni. Quattro di quei canonici, cavillando su ogni 
atto elei capitolo stesso, del cardinale e della santa 
Sede, sforzaronsi di provare come è a vedere nel 
loro scritto rimastoci, (3) ingiusta, dannosa e nulla 

(1) Si conserva la lettera originale di sei di quei canonici in data 
del 28 di marzo del 1577 al santo e rdinale, allegando i motivi che 
veggonsi espressi nella Bolla di approvazione, presentata in appresso 
alla visita del vescovo di Famagosta, visitatore apostolico, che ne' suoi 
decreti avvisò esser assai conveniente che fosse altrove trasferito il 
Capitoli). 

(2) Idem: ibid. 

(3) Questo documento esordisce così: « Parassus urbs vetustissima 
in Giara Abduce pines confìnia Mediolanensis agri et Bergomensis sita 



IL TERRITORIO 54B 

essere quella soppressione e traslazione, perchè fatta 
senza i necessarj poteri, falsi i motivi della mede- 
sima, ed obreptitia Y approvazione pontificia. Ma i 
loro reclami valsero a nulla, sebbene si fosse trattata 
la causa a Roma. 

« Altri guai furono mossi dalla Comunità di Pon- 
tirolo, come appare da un istrumento del 12 di mag- 
gio del 1579, col quale protesta contro la trasla- 
zione e ne appella al pontefice, anche perchè il nuovo 
parroco trascurava Y adempimento de' suoi doveri^ 
con gravissimo danno delle anime. Il vescovo di Pavia, 
delegato a trattare la causa, la giudicò in favore 
dell'arcivescovo di Milano. 

« Fra gli stessi due Capitoli incorporati sorsero 
lunghe liti e contese circa le distribuzioni residen- 
ziali e l'altre rendite dei canonicati; esse vennero poi 
terminate in una convenzione reciproca, nella quale 
furono modificate alcune disposizioni contenute nel- 
l'atto della traslazione. 

« Anche il clero ed il popolo si opposero fiera- 
mente a questa, allegando che, se aveva a trasferirsi 
altrove la Collegiata, dovea esserlo solo colà a tenore 
dei canoni e dei consilj. Andò in lungo il litigio in- 

in perversar/fi Antmpomitarum hceresim collapsa et in ea perseverans, de 
anno 951 ex Sanctw Sedis Apostolica decreto ab episcopi s circomicinis 
solo cequata fuit, illiusque Dicecesis inter ipsos partita, excepta plebe, 
quce nunc Pontiroli nuncupatur, quce assignata fuit collegiata S. Joannis 
Evangelista Pontiroli veteris seu della Canonica, in qua viginti canonici 
extabant, tt prapositus qui jurisdictionem quasi episcopalem in 36 castra 
et terras exercebat , inter quas pars major in agro jacet Bergomensi y 
etc. Dal voi. I dei Documenti alla vita di S. Carlo di Aristide Sala. 



544 PARTE TERZA 

stituitosi anche questa volta a Roma; e il pontefice 
rimise la causa all'istesso vescovo di Pavia, come 
beneviso alle due parti contendenti, e questi approvò 
pienamente l'operato del Metropolita. » (1) 

Così della vasta prevostura di Pontirolo, a cui 
erano suddite in ultimo ventinove chiese, e secondo 
il Giulini, cinquantaquattro chiese e sessantotto al- 
tari nel 1288 (2), se ne fecero in progresso di tempo 
tre parti : la parte verso il Milanese di qua dell'Adda, 
che comprendeva Trezzo, Busnago, Basiano, Col- 
nago, Concesa, Coronate, Pozzo, Trezzano, Vaprio e 
Gropello, venne aggregata alla chiesa eli Trezzo 
eretta in prepositura. Pontirolo stesso, tanto il nuovo, 
quanto il vecchio, insieme con Tre viglio, Castel-Roz- 
zone Ai unito a Treviglio medesimo; la terza delle tre 
parti della giurisdizione della chiesa di Pontirolo, che 
tutta rimaneva sotto il dominio della Repubblica 
Veneta nel Bergamasco, ma che era allora diocesi 
di Milano, e che comprendeva le terre di Arcene, 
Boltero, Brembate, Capriate, Ciserano, S. Gervaso, 
Grigliano, Levate, Lmrano, Mariano, Osio superiore, 
ed inferiore, Pagliano, Sabbio, Sforzatica, Verdello 
minore e Verdellino maggiore, si sottopose alla chiesa 
dei santi Pietro e Paolo di Verdello, che venne eretta 
in prepositurale. 

(1) Nota suindicata nel voi. 1° dei Documenti alla vita di S. Carlo. 

(2) Il Giulini tolse la notizia dal Liber Sanctorum di Goffredo da 
Busserò, scrittore del secolo XIII, che ia tal modo fa cenno della chiesa 
di S. Giovanni Evangelista in Canonica. — Pontirolo canonica ecclesia 
S. Johannis apostoli — Prepositus de Pontirolo sine exemptis et illis 
alterius episcopaius habet ecclesias 5i cum diaria 68. 



IL TERRITORIO 545 

A provvedere poi Pontirolo di una prebenda par- 
rocchiale e di un cappellano, S. Carlo soppresse tre 
canonicati, ed unì le entrate di questi a quelle della 
cappella di S. Ambrogio (1), formandone così la dote. 




Notizie storiche-statistiche del Borgo di 

CARAVAGGIO 



Capitolo I. — Opinioni diverse intorno l'origine di Caravaggio — 
Loro confutazione — Prima memoria di questa terra. 

Il rintracciare l'origine di quei luoghi intorno ai 
quali gli storici e i cronisti ci tramandarono sola 
che congetture, o tradizioni più o meno verosimili ,. 

(1) La cappella di S. Ambrogio fu fondata l'anno 1353 per dispo- 
sizione testamentaria di Giovanni Visconti figlio di Matteo, che fu poi 
arcivescovo e signore di Milano; nei 1320 era in possesso della pre- 
positura di |Pontirolo, essendo al tempo stesso arciprete e cimiliarca 
della Metropolitana. Bombognini: Antiquario della Diocesi di Milano,, 
pag. 213. 



546 PARTE TERZA 

senza l'appoggio di sicuri documenti che andarono 
perduti per infortunj o rimasero dispersi per incuria, 
è per verità impresa assai malagevole. 

Così avviene di Caravaggio, terra non ignobile, 
collocata in conosciuta posizione, non molto discosta 
da territorii e città celebri per antichità e storiche 
vicende; e sebbene non manchino indubitabili prove 
per doverla credere antica, ed essere stato luogo di 
considerazione, pure non ci è dato risalire alla sua 
origine, né chiarire il come e il perchè gii sia stato 
dato il nome che porta. 

Tuttavia non tralasceremo di qui riferire alcune 
arrischiate opinioni che si hanno intorno alla sua 
origine. 

Fu adunque creduto da alcuni scrittori che Ca- 
ravaggio fosse l'antica Carraca di Plinio e di Tolo- 
meo, da quest'ultimo chiamata città dei Becuni, po- 
polo che s'era stabilito alla parte occidentale di Ve- 
nezia tra gli Insubri ed i Cenomani. « Carraca 
est civitas Bechunorum qui sunt ab occasu Ve- 
netice. » (1) 

Quanto erronea sia questa congettura, ben lo di- 
mostra la seguente riflessione. 

Nelle carte antiche della geografia di Tolomeo 
trovammo situata la città di Carraca in quella re- 
gione che è al di sopra di Bergamo tra il lago 
Maggiore e quello di Como, corrispondente ora sulle 
carte moderne alla Valtellina. Ora se i Becuni, 

(1) Ptolomeus: Geographia, lib. IH. 



IL TERRI IORIO 547 

come dice eziandio lo storico valtellinese Quadrio, 
nelle sue Dissertazioni storico-critiche intorno alla 
Bezia di qua delle Alpi (Dissertazione II, voi. I, 
pag. 57), erano nella Valtellina, Caravaggio non fu 
mai in tale provincia, né è a comprendersi come mai 
siasi potuto stranamente credere da alcuni che Car- 
raca fosse situata nella Ghiaja d'Adda, e poscia col 
nome di Caravaggio chiamata. 

Di eguale poco apprezzabile valore deve parimenti 
giudicarsi l'altra troppo arrischiata asserzione del 
Calepino, che nel suo Dizionario ci dà la notizia 
(senza però indicare ove la raccogliesse) che ^Cara- 
vaggio sia stato fondato da Giulio Cesare. « Cara- 
vaggium oppidum Insubrice vetustissimum et nobi- 
lissimum a Juìio Cesare conditimi-» quando egli se 
ne ritornò in Italia, dopo aver soggiogato la Gallia 
e debellata parte della Germania. 

Se tal fondazione fosse in realtà avvenuta ai tempi 
di Cesare, certo non sarebbe stata taciuta ne' suoi 
Commentar] , ma una siffatta circostanza non vi è 
né punto né poco accennata. 

Lasciando quindi involta nella nebbia degli antichi 
tempi l'origine di Caravaggio, così come lo sono 
pure quelle di moltissime città e terre italiane, ad 
onta dei bei sogni di varj eruditi, noi qui riferiremo 
la prima e positiva memoria che abbiamo di questa 
terra, la quale per l'epoca a cui rimonta è certa- 
mente rispettabile. 

Il Lupo, nel suo Codice Diplomatico Bergomense 
(voi. II, col. 275 alla 278), sotto Fanno 962 dopo 



548 PARTE TERZA 

Cristo, fa cenno di un placito solenne (1) tenuto da 
un conte di Bergamo Giselberto, nipote di Gisel- 
berto I in Caravaggio, il cui atto incomincia con le 
precise parole: Deum in Dei nomine Comitatus Ber- 
gomense in Villa que dicitur Caravagio in judicio 
resideret Giselbertus Comes istius Comitatus Bergo- 
mensis. Da questo documento adunque appare che 
Caravaggio nel secolo X apparteneva al contado di 
Bergamo, e che in quel tempo veniva nominato col- 
l'appellativo di villa. Afferma l'egregio paleografo 
Cossa che nei documenti d'Italia, correndo i secoli 
ottavo, nono e decimo, i vocaboli vicus e villa si 
usavano indifferentemente. Vico quindi significava 
una riunione di più case, contrade, un luogo, in una 
parola, abitato da più famiglie, ma non murato. Un 
vico diveniva castello o borgo, ove fosse murato e 
munito di rocca; vedremo più sotto che Caravaggio 
era di già borgo nell'anno 1251. 

Da questo conchiudendo, possiamo quindi tenere 
che Caravaggio esistesse già nel secolo X. 

Capitolo li. — Notizie di Caravaggio nei secoli XI, XII, XIII e XIV. 

Delle vicende di Caravaggio nel secolo XI non 
abbiamo a ricordare che un sol fatto, il quale sebbene 
sia posto in dubbio da alcuni cronisti, nulladimeno 
da altri è rapportato; ed è, che nell'anno 1059 



(1) Così chiamavansi all'epoca del medio evo alcuni giudizj parti- 
colari che tenevansi in pubblico. 



IL TERRITORIO 549 

quando i Milanesi distrussero la città di Parasio o 
Palasio, ch'era situata tra Crema e Treviglio, es- 
sendo concorsi alla distruzione di quella città, anche 
i vescovi di Piacenza e Cremona, sia toccata a que- 
st'ultimo la terra di Caravaggio. 

Nessun' altra particolare notizia ci fu dato rin- 
tracciare, né possiamo supporre beatitudini in quel 
secolo; per la qual cosa teniamo che i Caravaggini 
avranno sopportato anch'essi la loro parte delle co- 
muni sventure, forse men gravi che a tanti altri, 
perchè l'abitare in terra piccola talvolta gli avrà 
difesi da mali peggiori. 

Intorno al secolo XII non possiamo altro raccon- 
tare che nel 1158 i Milanesi tentarono ricuperare 
l'isola Fulcheria, e le terre di Rivolta e Caravaggio, 
senza però riuscirvi, e che nel 1186, in vigore d'un 
privilegio che fu concesso da Federico Barbarossa 
ai Milanesi, Caravaggio insieme con altri castelli fu 
infeudato alla città di Milano. (1) Al contrario, nel 
secolo XIII disastrose furono le vicende di Cara- 
vaggio, imperocché i cronisti c'informano che nel 
1251 i Milanesi presero la determinazione di punire 
gli abitanti di quella terra che erano stati ribelli 
alla patria; « tratto quindi fuori il loro carroccio, 
mandarono con esso il popolo di tre porte e la mi- 
lizia, ossia i militi di cinque porte, a sorprendere 
quel borgo, che poi fu preso e guastato il 14 di 

(1) Giulini: Memorie, ecc, voi. IV, pag. 25. — Ronchetti: Memorie 
della città e delle chiese di Bergamo, voi. Ili, pag. 182. — Muratori: 
Antiq., voi. IV, pag. 229. 

36 



550 PARTE TERZA 

giugno di quel medesimo anno » (1); ma sembra che 
poco tempo rimanesse in loro potere, giacché nel- 
l'anno 1271, essendo insorte alcune controversie fra 
Bergamaschi e Cremonesi intorno ai confini, fu de- 
terminato che dal Comune di Bergamo non si fa- 
cesse alcuna novità, o si recasse alcun danno alle 
terre che appartenevano al Comune o Vescovato di 
Cremona, e fra di esse evvi accennato Caravaggio. (2) 
Nel 1278 quando furon da Ottone Visconti ban- 
diti dalla città di Milano i Torriani, questi, e prin- 
cipalmente Cassone della Torre, cedendo all'invin- 
cibile desiderio di ricuperare la perduta supremazia, 
arruolate buon numero di truppe, con sorpresa l'I 1 
di maggio del 1278 entrò in Lodi, e di là esten- 
dendo nelle vicine campagne le sue scorrerie, se ne 
venne in Ghia j a d'Adda , e nel mese di luglio co- 
strinse altresì Caravaggio ad obbedirgli. Avvenuta 
poi nel 1281 la battaglia di Vaprio, nella quale 
furono sconfìtti i Torriani e rimase ucciso Cassone, 



(1) Giulini: Memorie, ecc., voi. IV, pag. 469. Carrocium nostrum 
extraximus, et universum populum trium portarum, et militiam quin- 
que portarmi ad destructionem Burgi de Caravagio destinamus , ut 
habilantes in eo tamquam proditores patrioe, pomis deb'ais opprimanlur. 
Flamma: Manip. FI. ai hunc annum. Dil Fiamma vediamo adoperata 
la parola distrutto, parlando di quel borgo ma essa non devesi pren- 
dere in senso assoluto, imperocché intendevano indicare generalmente 
con questo vocabolo, che una città o borgo, era caduto nelle mani 
del nemico , il quale ne aveva abbattuta qualche torre o rocca. Di 
fatti qui parla della distruzione di Caravaggio, e dieci anni dopo io 
troviamo nel suo pristino stato. 

(2) Ronchetti: Memorie della città e dellelchlese di Bergamo, voi. IV, 
pag. 145. 



IL TERRITORIO 551 

la Ghiaja d'Adda e Caravaggio furori liberate dal 
dominio ch'era stato loro imposto. 

Fra le notizie religiose di questo secolo riferirò 
che nel 1257 stabilissi in Caravaggio una casa o 
canonica d'Umiliati, con sei sacerdoti. 

Venendo ora al secolo XIV, ecco quanto ci fu dato 
raccapezzare dai cronisti sulle vicende del borgo di 
Caravaggio. 

Nel 1305 i Milanesi, alleati coi Pavesi, Novaresi, 
Vercellesi, Cremonesi, Lodigiani e Cremaschi, radu- 
naronsi in Caravaggio , per muovere incontro ai 
Mantovani e Veronesi, che si erano uniti coi Bre- 
sciani, per rimettere i Suardi nella città di Bergamo ; 
impresa che non ebbe per allora il suo effetto, poi- 
ché, trovandosi l'esercito bresciano non forte abba- 
stanza per avanzarsi contro i Milanesi e gli alleati, 
senza tentar alcuna cosa si disciolse, e altrettanto 
fecero gii avversar). (1) 

Nel 1335, il 7 di settembre, Caravaggio fu as- 
solto da papa Benedetto XII dall'interdetto che era 
stato pronunciato da papa Giovanni XXII contro 
di lui ed altri Comuni della Lombardia che avevano 
sostenute le parti dell'imperatore Lodovico il Ba- 
varo ed anche dell'antipapa Nicolò V. (2) E sotto 

(i) Gìulini: Memorie, ecc., voi. IV, pag. 827. 

(2) L'Osio ne' suoi Documenti Diplomatici dell'Archivio di Milano, 
voi. I, pag. 92, rapporta per intero l' istromento della ratificazione 
del Consiglio Generale di Milano di quanto i procuratori di essa 
avevano promesso a Benedetto XII per essere assolti dall'interdetto. 
Questa circostanza è altresì accennata dall'Aporti nelle sue Memorie 
di Storia Ecclesiastica Cremonese, voi. 1, pag. 102. 



552 PARTE TERZA 

questo medesimo anno il Giulini c'informa « che ai 
diciotto di ottobre Caravaggio cadde in potere di 
Azzo Visconti, » e riferisce parimenti la notizia « che 
il borgo di Caravaggio, per quanto si comprende da 
alcune lettere pontificie citate dal Rainoldi (Annali 
Ecclesiastici sotto quest'anno), era negli anni scorsi 
sotto la protezione, se non anche sotto il dominio 
del sommo pontefice, il quale non avrà lasciato di 
vedere mal volentieri la conquista fatta da Az- 
zone. » (1) 

Per tutto questo secolo Caravaggio rimase sotto 
la signoria dei Visconti, e l'anno 1354, nelle divi- 
sioni che furon fatte tra i fratelli Matteo, Bernabò 
e Galeazzo, Caravaggio pervenne a Bernabò. 

Nel 1382 si accesero alcune controversie fra Tre- 
vigliesi e Caravaggini, a cagione dei confini, ma 
come vedemmo nella parte prima della storia tre- 
vigliese, alla lite vi si pose termine con una con- 
venzione fra le due Comunità, del giorno 22 di di- 
cembre dell'anno 1383. 

Ne tralascerò per ultimo di ricordare, benché ci 
difettano le Memorie, che anche i Caravaggini in 
questo secolo furono sossopra per le malaugurate 
fazioni di guelfi e ghibellini, raccontando il Castello 
nella sua Cronica (2) che nel 1398 i Secchi di Ca- 
ravaggio con quei di Treviglio, Covo e Gropello as- 
saltarono la terra e castello di Fara Olivana. 



(1) Giulini : Memorie, ecc., voi. V, pag. 235. 

(2) Castello: / Guelfi e Ghibellini. Bergamo, 1870, pag. 93. 



IL TERRITORIO 553 



Capitolo IH. — Notizie di Caravaggio nel secolo XV. 

Le memorie di Caravaggio in questo secolo, se 
non frequenti, si fanno nulladimeno più importanti, 
per l'interesse maggiore che sembra avesse acqui- 
stato per la sua crescente popolazione, e più per la 
difesa che poteva loro prestare. 

In qual epoca questo borgo sia stato munito di 
forti mura e d'un castello (dei quali ora più non 
rimane alcun vestigio) non sappiamo determinarla 
con sicurezza; tutto però ci ;fa credere che in sul 
principio del secolo XIII fosse di già ragguardevole 
come luogo fortificato, poscia ristaurato pei danni 
patiti negli assalti che dovette sostenere ne' tempi 
passati. 

Della sua importanza al tempo dei Visconti, ab- 
biamo la chiara testimonianza di Giorgio Menila, 
che nella sua Storta Milanese lo chiama « oppidum 
coloni frequens, et opulentum » (1), e di Giovanni 
Simonetta che nella sua Storia delle gesta di Fran- 
cesco Sforza così lo descrive « oppidum transaddua- 
norum insigne, regionisque caputi populo frequens, 
muro ac fossa egregie munitum, mille amplius pas- 
sibus in amhitum, aquwductibus fossisque frequen- 
tibus pcene invium. » (2) 

Premesse queste brevi notizie sulla condizione 

(1) Merul^e G.: Eist. Meiiol., lib. I, col. 81, in Murat.: Ber. ItaL 
script., voi. XXV. 

(2) Simone™ J.: Rerum gestarum Franasti Sphortim, lib. XHÌ. 



554 PARTE TERZA 

materiale di Caravaggio in questo tempo, verremo 
ora a raccontare le sue principali vicende. 

La prima memoria che ci si affaccia è dell'anno 
1431. 

Erasi accesa in sul principio di quell'anno la se- 
conda guerra tra il duca Filippo Maria Visconti e 
la Repubblica Veneta. I primi a muover l'armi fu- 
rono i Veneziani « che, avanzatisi ai primi di feb- 
braio di qua dell' Oglio , presero le due fortezze di . 
Calcio e Romanengo, e per accordo si impadroni- 
rono dei due grossi borghi di Treviglio e Caravag- 
gio.... » (1) Se non che appare che la tenessero per 
brevissimo tempo , giacché nel susseguente anno 
1432 il duca vi mandava come governatore Marco 
Secco. 

Ponevasi fine alla guerra scoppiata nell'anno scorso 
colla pace del 1433, che per verità fu poco durevole, 
imperocché i Veneziani prestando poca fede alle sub- 
dole arti del duca, e gelosi delle sue mire ambi- 
fi) Giulinì: Memorie, ecc., voi. VI, pag. 313. Nella continuazione 
delle Èkmorie Storiche del Ronchetti tal fatto è così esposto: « Nello 
stesso anno (143!) essendo podestà e capitano in Bergamo il ma- 
gnifico Francesco Barbaro, erasi in amicizia legato con uao de' Secchi 
di Caravaggio, il quale si offerse di dare in mano a' Veneti quel ca- 
stello. Pervenuta tal cosa agli orecchi di Z^ntilino Suardo cavaliere 
aureato, che abitava nel castello di Barisno, lontano quattro miglia da 
Caravaggio, ne diede tosto in iscrittura contezza ai duca di Milano. 
Andò per poco a vuoto tale disegno, essendo stato condotto a Milano 
il suddetto De Secchi, il che udito dal nostro Rettore, fu Zentilino 
citato alla sua presenza, né comparendo , poiché intese esser egli 
fuggito, mandò a spianare il castello dichiarandolo fellone, e appli- 
cando alla Camera fiscale tutti i suoi beni. » Voi. VII, pag. 7. 



IL TERRITORIO 555 

ziose, rinnovata la lega coi Fiorentini, ed accettato 
per generale dell'una e dell'altra Repubblica Fran- 
cesco Sforza, che si congiunse col Gattamelata, die- 
dero principio alle ostilità nel 1437. 

Lo Sforza, in breve, ricuperò tutte le terre che 
eran state prese dal Piccinino, generale del duca, nel 
Vicentino e nel Veronese; soccorse Brescia, ripigliò 
le terre sino all' Oglio, e, passato questo fiume, scorse 
il Cremonese, indi circa a mezzo il mese di giugno 
venne in Ghiaja d'Adda, che tutta la conquistò sino 
alla riva dell'Adda, eccettuata la terra di Caravaggio, 
che, per la sua fortezza essendo assai gagliarda, de- 
cise assediarla. 

Racconta il Simonetta, che, intrapreso dal conte 
Francesco l'assedio, diede in custodia a suo fratello 
Leone la direzione delle bombarde; alla quale incum- 
benza adempiendo egli col maggior impegno, in uno 
degli assalti dati alla piazza, ricevette in una coscia un 
colpo di schioppetto, che lo stese a terra semivivo (1). 
Il conte ebbe tanto dolore per tal caso, che minacciò 
di non ricever la terra a patti, destinandone la guar- 
nigione e gli abitanti alla morte. I Caravaggini 
ebbero il modo di far intendere il loro pericolo ai 
Trevigliesi; i patrizj di quella terra, portatisi allora 
alle tende del loro signore, tanto lo pregarono, che, 
bramando egli dimostrarsi a loro grato e cortese, 
accordò a' Caravaggini il chiesto perdono (2). 

(1) Egli morì dopo pochi giorni in Caravaggio, ove era stato la- 
sciato dal conte suo fratello, dopo essersene impadronito. 

(2) Simonetta: Opera succitata, lib. V, 



556 PARTE TERZA 

Nel susseguente anno 1441, tornato per ordine 
del duca il Piccinino dalla Romagna in Lombardia, 
la vittoria fu favorevole all'armi ducali, che di nuovo 
ricuperarono Caravaggio, ed il 23 di febbrajo di quel 
medesimo anno il Piccinino accordava ai Caravaggini 
alcuni capitoli, che furon poscia confermati dal duca 
(Vedi Documento N. V). 

Finalmente anche questa guerra ultimossi colla 
pace del 20 di novembre del 1441, in vigore della 
quale ciascuna delle parti si ritirava negli antichi 
suoi confini. 

Dal 1442 sino a tutto Tanno 1445 il Visconti 
tenne ancora una politica variabile di guerre e di 
paci, la quale non era che un apparecchio a nuovi 
conati. Infatti, a mezzo Tanno 1446 il duca, tor- 
mentato di gelosia e d'invidia verso Francesco Sforza 
ch'era divenuto suo genero, volle tentare di togliergli 
Cremona e Pontremoli da lui assegnate in dote alla 
figliuola, e a quest'effetto mandò Francesco Piccinino 
e Luigi Dal Verme con cinquemila cavalli e mille 
fanti all'assalto di Cremona, e Luigi Sanseverino e 
Pietro Maria Rossi per impadronirsi di Pontremoli. 
I Fiorentini ed i Veneziani, vedendo con ciò violata 
dal duca la pace, si mossero alla difesa dello Sforza, 
ed i primi spedirono Micheletto Attendolo con sei 
mila cavalli a liberare il Cremonese. In appresso TAt- 
tendolo, per ordine del Senato Veneto, procedendo più 
innanzi, nel mese di ottobre entrò nella Ghiaja 
d'Adda, ove s'impadronì di Mozzanica, Treviglio ed 
anche di Caravaggio, che si arrese all' Attendolo il 



IL TERRIÌORIO 557 

giorno 23 dello stesso mese (1). Quindi le milizie di 
S. Marco, passato l'Adda a Cassano, scorsero il ter- 
ritorio milanese sino alle porte di Milano, e tanto 
crebbe la loro sicurezza che stettero più giorni in- 
nanzi alle mura, nella lusinga che qualche tumulto 
sarebbe nato, dal quale i partigiani potessero to- 
gliere occasione d'aprire alcune delle porte. Ma nes- 
suno si mosse, onde l'Attendolo, passato in Brianza, 
vi batteva Francesco Piccinino, assediava poscia 
Lecco senza poterlo avere. Dopo quaranta giorni, i 
Veneziani, malconci, abbandonarono quella impresa, 
ritirandosi al primo di agosto a Treviglio, poi il 7 

(1) Giultni: Memorie, ecc., voi. Vi, pag. 400. Il Baveri© però celle 
sue Memorie sulla Storia dell'ex Ducato di Milano, intorno all'acquisto 
di Caravaggio fatto dai Veneziani, riferisce che « avevano già fatti i 
preparativi per passar l'Adda, ma che tentar non vollero quell'im- 
presa, sinché padroni non fossero anche di Caravaggio », ragguaglian- 
dosi lo Sforza dai suoi inviali di quanto accadeva, con una loro lettera 
del 21 di ottobre (1446). — El campo de la llt m * Signoria è ad Ca- 
ravazo, dove havia poste le bombarde. Ma la lil m * Signoria ne disse 
questa mattina, che havia adviso corno Marco Secco era ussilo fuori ai 
parlamento, s cche crede seranno daccordo. Tutto lo resto de Gerradadda 
•ìntegramente è havulo per la III™* Signoria, et fornito Caravazo, se 
Grede faranno prova passar Adda. — La Rotea e la terra però di 
Caravaggio facevan resistenza; ed ii 23 d'ottobre non era anco giunta 
a Venezia ìa notizia deìla sua resa, scrivendosi in quel giorno dai 
suddetti inviati : — Heri dal campo venne novella , che essendo stato 
mandato in Caravazo per quelli della Ill m& Signoria Cetvatto Secco per 
tractare laccordo de quelli homenì, et havendo luy cmducti de fuori 12 
homeni, poi ritornando in h terra, per quelli de la rocha gli fuo tracio, 
et ferito Cervatto in la testa de uno «ertone (verrettone) a morte, et 
tredevasi la terra fosse daccordo, pag. 210 e 211. Più innanzi (pag. 214) 
il Daverio soggiunse, che l'armata veneta, non rallentando le sue ope- 
razioni, tanto fece che in pochi dì ne fu padrona. 



558 PARTE TERZA 

a Solicino, per riordinarsi. In questo frattempo ve- 
niva a morte (13 d'agosto) in Milano, il duca Filippo 
Maria, dopo 35 anni di principato, senza lasciar prole 
mascolina. 

La notizia della morte del duca, e l'annuncio che 
Milano aveva proclamato la Repubblica, erano giunte 
alle orecchie dell'Attendo lo, generale dei Veneti; il 
quale, approfittando dello scompiglio, venne tosto 
colle milizie alla volta di Lodi, cui senza difficoltà 
occupava insieme con altre terre del Ducato, tenen- 
dosi sicuro d'impadronirsi di tutta la Lombardia. 
Intanto il conte Francesco Sforza colla moglie 
Bianca se ne venne in fretta d'oltre Po in Cremona, 
per non lasciarsi sfuggire la sovranità dello Stato 
di Milano. 

I Milanesi, disingannati dei Veneti, a lui si rivol- 
sero per farlo supremo generale. L'accorto France- 
sco accettò l'onorevole carico, e subito si pose in 
campagna. 

Le ostilità ebbero principio in maggio del 1448. 
Si mosse lo Sforza all'espugnazione dei luoghi forti 
che i Veneziani occupavano in Lombardia, tranne 
Caravaggio. Dopo di che i Milanesi ordinarongli di 
riconquistare Lodi, e vi pose l'assedio; ma, avendo 
in appresso ottenuta facoltà di assalire la flotta dei 
Veneziani, ne condusse l'impresa con tanto valore, 
da riportarne una segnalata vittoria. 

Volea poscia il conte procedere all'assalto di Bre- 
scia, allo scopo di ridurre il nemico al di là dell'Oglio 
nelle sue terre; ma i Milanesi avendo risoluta l'oc- 



IL TERRITORIO 559 

cupazione di Caravaggio per aver tutta quanta la 
Ohiaja d'Adda, il conte vi si dovette acconciare. 

Partitosi adunque dal Cremonese, il 29 di luglio 
(1448) arrivò col grosso dell'esercito (dieci mila ca- 
valli e cinque mila fanti) sotto le mura di quella 
terra e vi pose le tende. Il dì che arrivarono gli 
avamposti condotti da Giovanni da Camerino, si co- 
nobbe che la notte innanzi vi erano entrati Matteo 
da Capua e Gaspare Malvezzi, bolognese, con set- 
tecento cavalli, e Diotesalve da Bergamo con otto- 
cento fanti, ben forniti di tutto ciò che bisognava 
per la difesa di quel castello (1). 

Lo Sforza, rassegnate le schiere, divisò in cotal 
guisa il campo. Alla parte orientale, ove intendeva 
che fosse più breve e più spedita la via ai nemici, 
pose le sue proprie genti; verso settentrione, sulla 
via che conduce a Morengo, pose i Bracceschi; e 
verzo mezzogiorno e ponente, pose le genti di Gu- 
glielmo e Carlo Torelli, e del Dal Verme. Lo spazio 
che era rimasto vuoto tra Bracceschi e quei del Dal 
Verme, riempì colle genti che venner dopo, condotte 
dai tre fratelli Sanseverino, Giacomo Orsini, Angelo 
da Lavello, Fioravanti da Perugia, Antonio Ven- 
timiglia e da Giorgio Annoni. 

Attorniato adunque in questa forma Caravaggio, 
diedesi il conte a far molti ripari al campo, massime 
ai due lati, ove era più aperto, circondandolo pre- 
li) Cagnola G. P. : Storia di Milano in archivio Storico Ital. de 
Vieusseux, Firenze, 1842, t. Ili, pag. 88. — Simonetta G.: le Gesta 
di Francesco Sforza, lib. XIII. 



560 PARTE TERZA 

stamente di trinciere, le quali, partendo dalle mura 
assediate, vennero a coprire anche tutto all'intorno 
i suoi alloggiamenti fino al villaggio di Fornovo. 
. « Da costì verso Caravaggio muoveva pel tratto 
di quattrocento passi neh" aperta pianura un ampio 
e antico fosso, il quale, dopo avere alquanto ser- 
peggiato fra i burroni e spinai, si smarriva in certe 
paludi prossime a quella terra, e formava in sostanza 
una stupenda difesa al campo sforzesco. Il conte, 
aggiungendo arte al caso, sprofondò molto più il 
fosso, prolungollo d'un miglio, lo riempiè d'acqua, 
lo munì d' un argine alto e continuo con ispesse 
bastie merlate a guisa di muro, e sopra vi sospese 
un ponte levatojo tra due torri, che servisse alle 
sortite. Tutto ciò era da lui fatto senza risparmio 
di denaro e fatica, affine di mettersi al riparo contro 
qualunque improvviso assalto dell' esercito Veneto 
accampato a Morengo quattro miglia discosto, e nel 
medesimo tempo proseguire sicuramente l' assedio 
incominciato. » (1) 

Erano appena terminati questi apparecchi, quando 
il conte, in sull'alba del terzo giorno che qui era 
venuto, fu avvisato che i Veneziani erano giunti a 
Morengo. Di subito fatto armare alcune squadre 
condotte da Jacobo Piccinino, e dal conte Dolce, li 
mandò incontro al nemico. Non erano ancora arri- 
vati gli Sforzeschi vicino a quel fosso, che al pre- 
sente ancora è chiamato Fosso Bergamasco, che tosto 

(1) Ricotti: Storia delle Compagnie di ventura, voi. IH, pag. 131. 



IL TERRITORIO 561 

trovaronsi di fronte le prime avvisaglie dell'esercito 
veneziano, che eran state spinte innanzi da Barto- 
lomeo Colleoni a scoprire e tentare il terreno, « Era 
l'ima e l'altra schiera composta di scelti uomini 
d'arme, e amendue animate al combattere, per il 
che alla prima vista con vicendevole impeto e sforzo 
si azzuffarono. La pugna per buon pezzo da en- 
trambe le parti si mantenne visibilmente alla pari. Ma 
poi che Antoniozzo, condottiero del Colleoni, uomo 
di animo e di corpo franchissimo, s'ebbe spinto nella 
battaglia combattendo con mirabile valore, le schiere 
del Piccinino e del Dolce cominciarono a piegarsi; 
quando, sopravvenendo altre squadre mandate dallo 
Sforza in soccorso, si pareggiò la battaglia, che co- 
minciava ad aver più faccia di fatto d'arme, che di 
scaramuccia. Sopraggiunta la notte, ne potendosi 
riappiccar la zuffa, se non con gran disavvantaggio 
di luogo, e di tempo, fece il conte richiamare i suoi 
nel campo. Morirono in questa scaramuccia d'ambe- 
due le parti valorosi soldati; tra quali Antoniozzo (1). 
Frattanto il conte non cessava di stringere e 
combattere il castello, rendendo più dura la condi- 
zione degli assediati, laonde i capi dell'esercito ve- 
neziano deliberarono, giacché non potevasi soccorrere 
con aperta forza Caravaggio, d'allargare il loro campo 
con una cinta ed una bastia, e farsi così tanto sotto 
al nemico, ch'egli si potesse danneggiare e lui ancora 



(1) Spino P.: Bistoria della vita .e dei fatti di Bartolomeo Coglione, 
lib. IV, pag. 113 e seg. 



562 PARTE TERZA 

tener stretto quasi iti un assedio, impedendogli pa- 
rimenti che gli venissero vettovaglie da Milano. Così 
adunque fermo e concluso, fu la somma di questa 
importante fazione commessa a Bartolomeo Colleoni, 
e datigli per compagni Guido Rangone, Cesare 
Martinengo, e Roberto da Montalbotto, capitani di 
eccellènti virtù. Con questi e con un scelto numero 
di gente a piedi e a cavallo, e buon numero di gua- 
statori, nel silenzio della notte, Bartolomeo uscì dal 
campo, e pervenuto colà, ove si era divisato di rizzar 
la bastia, lasciati sul posto alcuni guastatori, egli col 
rimanente si condusse vicino a men d'un tiro d'arco 
ai ripari dell'esercito nemico: quivi ordinò ai guasta- 
tori di scavare un fosso, per dare a divedere al ne- 
mico, che egli designava rizzar in quel luogo una 
bastia, e così tenerlo occupato nel contrasto di questa, 
mentre si compiva l'altra opera. Sentirono i Milanesi 

10 strepito, ma non per tanto lo Sforza, temendo 
d'insidie per l'oscurità della notte, contenne i suoi 
ne' ripari. 

« Venuto il dì, ed avvedutosi del soprastante pe- 
ricolo, egli mandò fuori una grossa schiera di caval- 
leria, col fiore della fanteria, pei' assaltare il Colleoni; 
il quale per l'angustia e strettezza del luogo, mal 
potendo far impeto contra di loro, stette come forte 
muro in battaglia, aspettando l'assalto. Capi delle 
due schiere nemiche erano l'uno Roberto da San- 
severino, l'altro il Conte Dolce Anguillara della fa- 
miglia Orsini, ambedue capitani d'assai chiaro nome. 

11 Colleoni sostenne valorosamente il primo assalto; 



IL TERRITORIO 563 

e appiccatasi poi una fiera scaramuccia , si combattè 
ostinatamente dal mattino insino all'ora terza. Non- 
dimeno alquanto più dei Veneziani che dei Milanesi 
perivano, perciocché dai vicini ripari del campo ne- 
mico i balestrieri, e i schioppettieri, (1) dei quali ne 
avevano gran numero, facean loro gran danno, di che 
Bartolomeo prese partito di ritirare i suoi dal fosso 
e far alto. Quando lo Sforza uscito con nuova gente 
dal campo, spinte innanzi le fanterie, e dietro loro 
i guastatori, perchè quelle con balestre e schioppetti 
togliessero i Veneziani alla difesa dell'argine, e gli 
altri intanto spianassero e riempissero il fosso, fa- 
cendo loro sui due lati ala e spalla coi cavalli, e 
combattendo egli tra i primi, rappiccò la zuffa. Frat- 
tanto il Colleoni, resistendo e difèndendosi acremente, 
cercava tirare in lungo la battaglia, poiché mentre 
quivi combattevasi , i guastatori , che Bartolomeo 
avea prima posti in opera, accelerando il lavoro 
avean cavato un fosso ben fortificato con argine, il 
quale s'andava quasi a congiungere in guisa di cerchio 
alla vecchia cinta del campo, e nel suo mezzo, rim- 

(1) Il Simonetta intorno a questi schioppettieri o scofpeclieri riferisce 
che erano m gran numero « i quali dì prò x.mo erono venuti da Mi- 
lano » per il che « tanto fumo si raguwva nell'aria, che nel com- 
bactere Vano non vedeva l'altro » — Simonetta : Delle Gesta di Francesco 
Sforza, traduzione italiana, lib. XIII. L'egregio architetto Angelo An- 
gelucci, che scrisse una pregevole Memoria sui schioppettieri milanesi 
nel XV secolo (Politecnico, voi. XXIV, an. 1865), tiene per bastante- 
mente provato, t che i Milanesi nel secolo XV avevano non solo for- 
nite di schioppetti le loro castella, ma che li adoperavano ordinaria- 
mente nelle battaglie, e che avevano nell' esercito ben ordinate squadre 
di schioppettieri »." 



564 PARTE TERZA 

petto al campo nemico, avevano già tirato a con- 
venevole altezza, e messo in difesa la sospirata ba- 
stia. Di che avvisato il Colleoni, maestrevolmente 
allentando a poco a poco la pugna, parte ributtando 
i nemici, che già passato il fosso il premevano, riesci 
passo passo a ritirarsi dentro i nuovi ripari, nei quali 
avendo il Bartolomeo fatto tirar tantosto molti pezzi 
di grosse bombarde, e in queste spingendo animo- 
samente lo Sforza i suoi per darle un assalto, fu 
dal Colleoni ributtato con ogni sorta d' offesa, ma 
sopratutto da colpi delle palle avventate dalle grosse 
bombarde, le quali, coi loro tiri arrivando fin dentro 
ai ripari, e fracellando crudelmente uomini e cavalli, 
recarono gran danno e scompiglio nel campo ne- 
mico (1). 

« In questo contrasto lo Sforza perde molti egregi 
soldati, tra quali fu Bernardo d'Orvieto; Jacopo Pic- 
cinino combattendo nel mezzo de' nemici, ferito di 
lancia nel fianco, fu portato, con pericolo di vita, a 
Treviglio. » (2) Così passavano i giorni in continue 
scaramucce ed in parziali assalti; intanto Caravaggio, 
smantellato di mura, niun ostacolo avrebbe opposto 
ad una scalata, se il timore dell'esercito veneto non 
avesse trattenuto lo Sforza dall' intraprenderla. 



(t) Lo Spino qui fa osservare che il Colleoni pel primo si servì 
di artiglierie grosse nelle battaglie campali, dove prima si adope- 
ravano solo negli assedj contro le mura. Altri vorrebbero, che dei 
primi a servirsene con maggiore accorgimento, sia stato Francesco 
Sforza. 

(2) Spino: Vita dd Colleoni. 



IL TERllITOiilQ 565 

« Non erano le gravi condizioni degli assediati 
ignote ai condottieri veneti: ma intorno ai modo di 
alleviarle varii e tumultuami pareri tra loro si ele- 
vavano. Aveva Tiberto Brandolino (uno dei più ani- 
mosi capitani veneziani e nondimeno autorevole) in 
certa sua esplorazione scoperto tra il paltume e la 
boscaglia una specie di strada che da Morengo met- 
teva a Caravaggio, mal guardata dal nemico, dal 
lato della quale potevasi agevolmente dare un as- 
salto: però non si era accorto del fosso che, siccome 
dicemmo, l'attraversava. Laonde, persuadendosi di 
non avere ad incontrare alcuna difficoltà, proponeva 
di scegliere quella via per attaccare all'impensata 
con molto vantaggio gli alloggiamenti ostili. Al con- 
trario Michele Attendolo, supremo comandante, esor- 
tava di ridursi aMartinengo, e attendere quivi di 
queste due cose l'una, o che il nemico per noia 
abbandonasse l'assedio di Caravaggio, e allora tra- 
vagliarlo alla coda; o che si avventurasse a darle 
la scalata, e allora opprimerlo con poca fatica. Lo- 
dovico Gonzaga, riputando impossibile o inutile la 
difesa di Caravaggio, consigliava a modo di diver- 
sione di porre il campo a Mozzanica: Bartolomeo 
Colleoni stava pel non combattere punto; Nicolò 
Guerrero voleva che si trasferisse l'esercito a Tre- 
viglio allo scopo di tagliare le comunicazioni al ne- 
mico: infine Gentile da Leonessa, Roberto di Mon- 
talbotto, Cesare da Martinengo, Guido Rangoni, 
Cristoforo da Tolentino, Jacopo Gatelano, e Carlo di 
Braccio da Montone, tutti i quali capitani per causa 

37 



566 PARTS TERZA 

di certo loro Straordinario attaccamento alla Repub- 
blica venivano chiamati i Blarcheschì, concordavano 
nella sentenza del Brandolino, ma al patto di non 
porre tempo di mezzo. Mandatosi a Venezia per la 
decisione, venne risposto di dare battaglia: ed essa 
fu risoluta pel giorno seguente. » (1) 

11 15 di settembre adunque, in sull'ora del desi- 
nare, l'esercito si mosse. 

Lo Sforza, avuta in quella stessa notte notizia 
della risoluzione presa dai Veneziani, comandò che 
nessuno andasse a foraggiare, le squadre fossero 
pronte al primo segnale, i fanti al loro posto; « ma 
dandosi a credere di venire assalito dalla banda di 
Mozzanica, già aveva colà rivolto il nerbo de' suoi, 
e s'incamminava ad udire la messa; quand'ecco al- 
cuni correndo a fiacca collo l'avvisano approssimarsi 
i nemici con tagliate e graticci per la selva situata 
tra Forno vo e Caravaggio; già le prime squadre 
loro essersi scontrate con Carlo Gonzaga e Manno 
Barile usciti dai trincieramenti per ributtarle; ma 
troppo essere numerosi gli offensori, troppo disu- 
guale la zuffa, perchè eglino possano resistere a 
lungo; già instare i Veneziani al fosso, dietro ai 
fuggitivi superato il fosso, chi salverà gli alloggia- 
menti e l'onore della giornata? » Sforza, vestita 
appena la corazza, si avviò volando al luogo della 
mischia, e seco traendo tutti coloro in cui si abbat- 
teva. Vi giunse appunto in quel mentre che Manno 

(1) Ricotti: Opera citata. 



IL TERRITORIO 567 

Barile veniva fatto prigione, e Carlo Gonzaga, ferito 
in un occhio, se ne fuggiva portando a Milano la 
falsa nuova di una sconfìtta. Ma il fosso non era 
ancora superato, e, alzato il ponte levatojo, poteva 
essere tuttavia di grave e d' impreveduto ostacolo 
agli assalitori. Sforza, quanti soldati vi trovò, tutti 
ve li radunò a far testa: poscia a mano a mano li 
distribuì per le trinciere; alla fine, ripigliato animo, 
impose al fratello Alessandro di girare il bosco, e 
percuotere i nemici di fianco, e a Mariano di Cala- 
bria e al Turco comandò di occupare con più lungo 
circuito la bocca del cammino pel quale essi erano 
entrati. Ciò fatto, si mescolò egli medesimo tra quelli 
che combattevano alla prima fronte, e, intermesso 
l'ufficio di capitano, assunse quello di soldato. Lo 
raffigurò dalla banda opposta Roberto di Montal- 
botto, e: « Conte, gli gridò, quest'oggi non te ne 
farti senz'acqua calda. » A cui Sforza con chiara 
voce: « Bada di non dover rifare i conti con 
Toste. » (1) 

« Frattanto l'iniquità del luogo boscoso e sdruc- 
ciolevole, e lo spingersi che facevano le schiere ve-r 
nienti le une addosso alle altre, avevano generato 
nei Veneziani una non piccola confusione e perples- 
sità. Sforza al vedere le loro lancie mescolarsi e 
ondeggiare, come se agitate dal vento, se ne ac- 
corse, e tosto: « Su via, grida ai suoi, passate il 
fosso, la vittoria è nostra ! » Detto, fatto. Nel me- 
li) Cagnola: Storia di Milano, pag. 93. 



568 PARTE TERZA 

desimo punto altre squadre feriscono i Veneziani alle 
spalle, altre li percuotono nei fianchi, sicché la vit- 
toria solo per pochi istanti è contesa. Proseguendo 
la quale, gli Sforzeschi entrarono insieme coi fuggi- 
tivi negli alloggiamenti custoditi dal Colleoni, e, 
tranne lui, che per incognite vie fuggì a Bergamo, 
di ogni cosa e persona, che vi era, s'impadroni- 
rono. » (1) 

La battaglia adunque rimase vinta in due ore; 
tutto il campo fu preso e saccheggiato dai Sforze- 
schi. « Di tanti capitani, dice il Soldo, ed erano più 
di sedici, tutti furono svaligiati. Michele Attendolo, 
generale, fuggì con una rozza solamente; i prov- 
veditori del campo Alinoro Donati e Gherardo Dan- 
dolo fur presi; i cancellieri della signoria e gli am- 
basciatori della città di Brescia, tutti gli artigiani; 
di ventiquattro mila persone che erano in quel campo, 
pochi ne scamparono. » (2) 

Siccome poi il campo veneziano era provveduto 
d'ogni cosa, il bottino che vi fecero le genti sforze- 
sche fu immenso, perfino i guastatori ne furono 
sazii. 

Racconta il Machiavelli che « fra la preda e i presi 
fu trovato tutto mesto un provveditore veneziano, 
il quale avanti alla zuffa e nel maneggiare la guerra 
aveva parlato vituperosamente del conte, chiamando 

(1) Ricotti: Storia delle Compagnie di ventura in Italia, voi. HI, 
pag. 132 a 135. 

(2) Soldo C: Storia di Brescia, voi. XXI. — Muratori : Ber. ItaL 
script. Il Ricotti dice che scamparono appena 1500 uomini. 



IL TERRITORIO 569 

quello bastardo e vile; eli modo che trovandosi dopo 
la rotta prigione, e de' suoi falli ricordandosi , dubi- 
tando non essere secondo i suoi meriti premiato, 
arrivato avanti al conte tutto timido e spaventato, 
secondo la natura degli uomini superbi e vili, la 
quale è nelle prosperità essere insolenti, e nelle 
avversità abietti e umili, gittatosi lagrimando gi- 
nocchione, gli chiese delle ingiurie contro a quello 
usate perdono. Levollo il conte, e presolo per il 
braccio gli fece buon animo, e confortollo a sperar 
bene. Poi gii disse che si meravigliava che un uomo 
di quella prudenza e gravità, che voleva essere te- 
nuto egli, fosse caduto in tanto errore di parlare sì 
vilmente di coloro che non lo meritavano. E quanto 
apparteneva alle cose che quello gli aveva rimpro- 
verate, che non sapeva quello che Sforza suo padre 
s'avesse con madonna Lucia sua madre operato, 
perchè non vi era, e non aveva potuto a' loro modi 
del congiungersi provvedere, talmente che di quello 
che si facessero ei non credeva poterne biasimo o 
lode riportare; ma che sapeva bene che di quello 
aveva avuto a operare egli , s' era governato in 
modo che ninno lo poteva riprendere , di che egli 
ed il suo Senato ne potevano fare fresca e vera 
testimonianza. Confortollo a essere per l'avvenire 
più modesto nel parlare d'altrui e più cauto nelle 
imprese sue. » (1) 



(1) Machiavelli: Delle Storie Fiorentine, lib. VI, pag. 91. Firenze, 
Borghi, 1833. 



570 PARTE TERZA 

Dopo questa vittoria riportata nel campo nemico., 
il conte ritornò sotto le mura di Caravaggio , ed 
usando la prudenza di eccellente capitano, quella 
notte fece fare diligente guardia, affinchè venendo 
il giorno appresso si prendesse il castello. Ma non 
fu d'uopo ricorrere alla forza, perocché gli assediati 
si arresero tutti, e Matteo da Capua rimase prigione. 

Tale giornata di Caravaggio è reputata la più 
esiziale di quante colpirono le armi della Repubblica 
Veneta « e pe' suoi effetti la più importante di quante 
e prima e dopo venissero combattute in Italia per 
tutto questo secolo; pure un uomo appena, se merita 
fede l'accurato Sanuto, vi restò morto: così bene le 
soldatesche erano difese nella zuffa dalle armature » (1). 

Al diciannove di settembre il conte col suo vit- 
torioso esercito si levò da Caravaggio, e il 23 dello 
stesso mese potè accamparsi sotto le mura di Brescia, 
e già stava per sottometterla, quando accortosi che 
i Milanesi, allarmatisi de' suoi successi, negoziavano 
di soppiatto coi Veneziani la pace, più risoluto trattò 
egli stesso con costoro. 

La pace fu segnata a Rivoltella il 19 di ottobre; 
e con essa stipulavasi che i Veneziani dovevano 
aiutare il conte a farsi signore di Milano, pagargli 
fino a quell'acquisto tredicimila ducati d'oro al mese, 
gli avrebbero dato frattanto un'anticipazione di qua- 
rantamila ducati, ed egli prometteva ceder loro Crema 

(1) Ricotti: Storia delle compognie di ventura, voi. Ili, pag. 1S5. 
Sanuto: 1129.— Simonetta: iib. XIII. — Cristoforo da Soldo: Sol. 
— Cagnola: Op. cit. pag. 91-9L 



IL TERRITORIO 571 

e la Ghiaj a d'Adda e quanto possedevano per l'ul- 
timo trattato con Filippo. 

Con ciò Caravaggio tornava alla Veneta Repub- 
blica. Vi rimase per circa quattro anni, e intorno 
a questo periodo di tempo del dominio veneto non 
ho a narrare alcun fatto che abbia qualche interesse 
per Caravaggio. 

In questo frattempo aveva termine nell'anno 1450 
la Repubblica Ambrosiana , ed al 25 di marzo era 
solennemente ricevuto qual duca in Milano Fran- 
cesco Sforza. I rapporti però fra i due Governi fini- 
timi non erano sempre improntati da cordialità, per 
la qual cosa prevedevasi che la pace non doveva 
durare a lungo, e infatti a romperla bastò il pretesto 
di una controversia sorta a cagione di mercanzie 
tra le due Repubbliche di Venezia e Firenze. Questa, 
a mezzo di Cosimo de' Medici , grande amico dello 
Sforza, aveva fatto lega con lui. 

La guerra ebbe principio in Lombardia nella pri- 
mavera del 1452. Non è nostro intendimento di exv- 
trare in una minuta descrizione delle vicende di 
questa guerra, ma, seguendo solo i fatti che ri- 
guardano Caravaggio, diremo che, nel susseguente 
anno 1453, il sei di novembre, la Ghiaj a d'Adda era 
in potere dello Sforza, e che Caravaggio il giorno 23 
di quel mese ottenne dal duca alcuni capitoli (Vedi 
Documento N. VI). 

In appresso poi, colla pace che fu sottoscritta il 
giorno nove di aprile nella città di Lodi, essendo 
stata ceduta la Ghiaj a d' Adda allo Sforza , anche 



572 PÀlìTE TERZA 

Caravaggio passò sotto il dominio degli Sforzeschi 
che lo tennero sino all'anno 1499. Di questo lungo 
periodo non ci rimane altro ricordare che, sotto l'anno 
1477 i Caravaggio ottennero da Bona Sforza e da 
Giovanni Galeazzo Maria alcuni privilegi pel loro 
mercato (Vedi Documento N. VII). 

Nel 1499, colla caduta di Lodovico il Moro, mentre 
il Milanese cadeva in potere di Luigi XII re di Fran- 
cia, i Veneziani si resero padroni della Ghiaja d'Adda 
ed ebbero colla massima facilità Tre viglio, Ripalta 
Secca, Pontirolo e Canonica e per ultimo Caravaggio, 
che ottennero a patti a mezzo di Giacomo Secco e 
d'altri suoi fautori, eccettuata la rócca ove si te- 
nevano saldi Antonio e Ottaviano Ghiglini nobili 
alessandrini, che poscia fu presa il 13 di ottobre. 
Narrano i cronisti che, mentre l'esercito veneto bat- 
teva coll'àrtiglieria essa rócca, avvenne che una ne 
andò a percuotere la torre maestra dov'era la pol- 
vere, del che sì gran fuoco s'accese, che rovinò sin 
dai fondamenti (1). 



Capitolo IV. — Notìzie di Caravaggio nei secoli XVI e XVII. 

Che cosa sia successo di notevole in Caravaggio 
nei dieci anni in cui fu sottoposto al dominio veneto, 
non ci fu dato saperlo. È certo però, che, dopo le 
disastrose vicende subite ne' tempi passati, gli sa- 

(1) Lodi: Storia di Trevi, opera Eianoscritta, pag. 610. 



IL TERRITOniO 573 

ranno riescile un balsamo ristoratore le cure che 
quel Governo ebbe nel riparare i danni e le deso- 
lazioni che la guerra gli aveva apportate. Ma questo 
ben essere presto doveva giungere al suo ter- 
mine, e la storia delle vicende di Caravaggio nel 
secolo XVI è parimenti un tessuto di luttuose vi- 
cende. 

Il 10 di dicembre del 1508, segnavasi in Cambrai 
la lega offensiva contro la Repubblica, fra Massimi- 
liano imperatore, Luigi XII re di Francia, Ferdi- 
nando di Napoli e papa Giulio II, invidiosi della 
grandezza della Signoria di San Marco, che in quei 
giorni era giunta al colmo. 

Il Chaumont, governatore di Milano, per ordine 
del re di Francia, incominciava le ostilità in Lom- 
bardia, entrando il 15 di aprile del 1509 nella Ghiaia 
d'Adda. Poscia venuto in Italia lo stesso Luigi XII 
alla testa di un poderoso esercito, riportava il 14 
di maggio sui Veneti quella completa vittoria che 
si chiama la battaglia di Àgnadello, che aprì la serie 
di quelle sciagure che dovevano condur la Repub- 
blica agli estremi. 

Ottenuta tanta vittoria il re, per non corrom- 
pere con la negligenza l'occasione acquistata con 
la virtù e con la fortuna, decise recarsi il giorno 
seguente (15 di maggio) alla terra di Caravaggio per 
assediarla. I Caravaggini, udita la sua venuta, gli 
mandarono incontro legati e si arresero subito a 
patti; non così il castello, ove si era rinchiuso il 
comandante veneto, il quale fu necessario battere 



574 PARTE TERZA 

colle artiglierie , e in uno spazio d' un dì si dette 
liberamente (1). 

Racconta il Celestino Colleoni nella sua Istoria 
quadripartita di Bergamo (lib. Vili, pag. 40) che 
i Bergamaschi, intesa la vittoria di Agnadello e la 
conquista fatta dal sire francese di tutta la Ghiaja 
d'Adda, « buona parte dei nostri maggiori, non avendo 
forze sufficienti per resistere al vittorioso nemico, 
congregatisi nel tempio di Santa Maria Maggiore, 
fecero saggia risoluzione di sottoporsi alla maestà 
cristianissima; quindi il 17 di marzo del 1509, cioè 
tre dì dopo la sconfitta ricevuta da' Veneziani, eles- 
sero Leonardo Comenduno dottore e cavaliere ono- 
ratissimo, il quale con altri concittadini andò, e pre- 
sentò al re certi capitoli che da lui furono grazio- 
samente confermati il dì medesimo nella chiesa della 
Beatissima Vergine Maria della Fontana di Cara- 
vaggio ». 

Quando il duca Massimiliano, figlio di Lodovico 
Sforza il Moro, ottenne l'anno 1512 il Milanese, con 
investitura del 2 di febbrajo di 1513, donò Caravag- 
gio in feudo al cardinale Gurgense (Matteo Lang, 

(I) L'Antonio Grumelìo nella sua Cronaca Pavese così racconta il 
fatto: « Levato il re Gallico l'altro giorno, che fu a giorni 15 magio, 
p : gliò il camino chi castello di Caravagio. lntexo la veduta sua il 
populo di Caravagio mando legati e se fu arexo El castellano Ve- 
neto de la Rocca depso castello non si volse arendere. Gionto el re 
ad esso castello, posta lartellaria ad uno torrono {torrione), facendolo 
battere giorni e nocte. Vedendo epso castellano Veneto non potere 
resistere aio impeto Gallico, si fu reso a discrezione e restò pregionè 
depso re Gallico » lib. IV, capitolo XXXVI. 



IL TERRITORIO 575 

vescovo di Gurck in Carinzia) ed a Raimondo di 
Cardona viceré di Napoli, capitano generale dell'eser- 
cito della lega in Italia (Vedi Documento N. Vili). Ma 
questa donazione fu derogata nel successivo anno 1514, 
imperocché troviamo che il duca Massimiliano con 
sua concessione in data 14 di febbrajo di quell'anno 
dà in feudo la terra di Caravaggio a suo fratello 
secondogenito Francesco Sforza, in allora duca di 
Bari (Vedi Documento N. IX); il quale per poco 
tempo godette di questa sua signoria, poiché spo- 
gliato Massimiliano, nel 1515, d'ogni cosa dai Fran- 
cesi, che colla vittoria di Melegnano eran divenuti 
un'altra volta padroni della Lombardia, confiscarono 
parimenti al duca di Bari, che s'era ritirato in Ger- 
mania, i suoi beni e le sue signorie; allora Cara- 
vaggio fu dato da Francesco I, nel 1516, in feudo 
ad Arturo Gouffìer signore di Boissy (1), che lo tenne 
sino all'anno 1520 circa. 

Col nostro racconto, siam giunti ancora a giorni 
di spaventevole desolazione pel borgo di Caravaggio, 
e per le altre terre di Lombardia, divenuta il teatro 
d'una guerra ferocissima sorta tra Carlo V re di 
Spagna e Francesco I di Francia. 

L'8 di aprile del 1521 formavasi una lega sotto 
il patrocinio di Leone X, cui segretamente collega- 

(1) « Arturus, Goffierus de Boisy, Miles regii ordinis , et Magister 
Christianissimi regis Francie, Dominus de Sondrio et de Caravacio, et 
terrarum status Mediolani ultra Abduam ». Così nella Intitolazione 
degli ani emanati dal Boisy — Frisi: Storia di Monza, voi. Il, pa- 
gina 217. 



576 PARTE TFft'.A 

yasi Carlo V ed i Medici di Toscana, allo scopo di 
ridonare il Ducato milanese a Francesco II Sforza, 
duca di Bari , figlio minore del Moro. Così venne 
iniziata questa nuova guerra. 

In queir istesso anno un esercito di pontifìcii e 
spagnuoli, comandato da Prospero Colonna e dal 
marchese di Pescara, entrò in Lombardia, a viva 
forza passò V Adda , e senza grande ostacolo oc- 
cupò Milano, Lodi, Pavia, Parma, Piacenza e Como. 
Ma nel tripudio di tanti acquisti Leone X morì im- 
provvisamente. 

Allora il duca d' Urbino e gli altri signori dello 
Stato ecclesiastico s'affrettarono a rientrare nei pro- 
prj domimi. Mancarono i denari all'esercito confede- 
rato, e le operazioni di guerra furono sospese. 

Rifatto l'esercito nell'anno 1522, i confederati vin- 
sero i Francesi alla Bicocca, e per accordo li astrin- 
sero ad abbandonare la Lombardia, che fu occupata 
a nome dello Sforza dagli Spagnuoli. 

Nell'anno seguente (1523) quasi tutti gli Stati 
d'Italia, cioè Venezia, il duca di Milano, Firenze, 
Genova, Siena e Lucca, si strinsero in lega coll'im- 
peratore per mantenere l' assetto nuovamente dato 
all'Italia. A questa lega si unì il papa. 

Il re Francesco I allora mandò in Italia un grande 
esercito condotto dall'ammiraglio Bonnivet per ricon- 
quistare la Lombardia. I confederati, non avendo 
forze sufficienti a tener la campagna, si chiusero 
nelle piazze forti , e specialmente in Milano. Sotto 
le mura di questa città si accampò il Bonnivet, lu- 



IL TERRITORIO 577 

sigandosi di ottenere colla fame la città e forzarne 
così l'uscita del Colonna. 

Frattanto gli altri capitani francesi s' impadroni- 
vano delle altre terre. Il Bajardo e Federico eia 
Bozzolo occupa van il 20 di settembre Lodi. Francesco 
Borbone, conte di Saint-Poi, si avanzò verso Cara- 
vaggio; e qui gli storici raccontano, senza però darne 
i particolari, che quel capitano diede un orribile sacco 
alla terra. (1) Fu questa la prima sciagura che toccò 
a quel borgo, nò doveva esser l'ultima, poiché il 23 
di aprile del 1524 ne subiva una più grave ed or- 
ribile. 

In sulla primavera di quell'anno erano giunti sul 
territorio bergamasco, entrando per la valle Sassina 
in soccorso dell'esercito francese, cinque mila fanti 
Grigioni condotti da Renzo da Ceri, che dovevano 
congiungersi con Federico da Bozzolo, che li aspet- 
tava a Lodi, con buon nerbo di fanteria italiana. 
Il duca di Milano, appena ebbe la notizia che quel 
corpo di assoldati erano entrati nel Bergamasco, 
mandò contro di loro il famoso Giovanni de' Me- 
dici, (che allora trova vasi al servizio dell'imperatore 
Carlo V) con dugento cavalli e quattro mila fanti, 
al quale unironsi alcune truppe veneziane, e li stan- 
cheggiò siffattamente, che in capo a tre giorni li 
forzò a ritirarsi nei loro paesi. 

Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de r 



(1) Muratori: Annali d' Italia, voi. X, pag. 172. — Guicciaudini: 
Sloiia d'Italia, voi. V, pag. 83 



578 PARTE TERZA 

Medici, levatosi da quelle parti, pigliò il cammino 
verso il borgo di Caravaggio, e sapendo che in esso 
castello vi si trovava un grosso presidio di soldati 
francesi, subito deliberò l'espugnazione di quella terra. 

Giunse a vista della medesima, il giorno 22 di 
aprile, e si accampò vicino al santuario, che tosto 
fu invaso dalla soldatesca, la quale furente di non 
più trovarvi oggetti preziosi, ch'eran stati nascosti 
e sotterrati, vi commise ribalderie. Il giorno seguente 
(che fu il 23 di aprile) Giovanni de' Medici, fatto 
stendare l'esercito, s'incamminò verso il borgo. Metà 
delle bande prese la via di porta Folcero o Fulcheria, 
l'ala destra si diresse verso porta Prato, e il centro 
sotto dello stesso Giovanni , composto de' migliori 
archibugieri e cavaleggieri, si diresse alla porta oggi 
chiamata Nuova. 

11 presidio francese, come s'avvide dei nemici, co- 
minciarono a fulminarli coll'artiglierie, e con gli ar- 
chibugi ; ma quelli corraggiosi continuarono ad avan- 
zarsi velocemente, al fragoroso rullo dei tamburi, al 
sibilo dei pifferi, ed allo squillo delle trombe. Già 
erano sull'orlo del fosso, già a frotte in quello di- 
scendevano soldati italiani, e spagnuoli; e sotto una 
pioggia di sassi e di fuoco, là, ove i loro cannoni 
avevan più smantellate le mura, appoggiavano le 
scale, arrampicandosi Firn dopo l'altro ai piuoli, ed 
i più cadendo nei fossi. 

Valorosa fu la difesa, quanto valoroso l'attacco; 
ma la furia di questa superò l'accanimento dell'altra, 
e dopo un'ora di combattimento, Giovanni, vista una 



IL TERRITORIO 579 

larga breccia, vi irruppe, seguito dalle sue bande, 
che gridavano « Vittoria!.... Vittoria!.... Al saccheg- 
gio! al saccheggio! » I Francesi, e i Caravaggini, 
più ligi al re, contrastarono palmo a palmo il ter- 
reno al vincitore, che per ben due volte fu costretto 
indietreggiare, ma la terza volta piombò con tal im- 
peto sugli assediati, che sbalorditi, e cominciando a 
piegare, furon sconfìtti dalle bande del Medici, che 
tosto entrarono nel borgo. Come furon padroni di 
Caravaggio, incominciarono gli orrori, la strage ed 
il saccheggio (1). 

Il giorno appresso Giovanni, per ordine del duca, 
abbandonato Caravaggio, passò ad Abbiategrasso 
ove restavano tuttavia mille francesi. 

Dopo questo avvenimento, per tutto Fanno 1524 
non abbiamo a registrare intorno a Caravaggio alcun 
fatto che possa meritar menzione. 

Al contrario, seguendo l'ordine cronologico di quei 
pochi documenti che furono rinvenuti, ricorderemo 

(1) « Gianino [de' Medici) visto la partita de' Grixoni di la valle 
di Sancto Martino, levato da epso loco piglio il camino di Caravagio 
e trovando esso castello fornito de militi Gallici subito posta sua or- 
dinanza de soi militi fu presentata ia battaglia ala muraglia cbi con 
scale, chi con lanzoni, chi con una cossa, chi con un altra foreno 
entrati in epso castello e li militi Gallici abbandonata la muraglia 
si foreno salvati in la rocca di epso castello e ebe il castello e la 
rocca salvo robe e persone ». Grumello: Cronaca Pavese, pag. 335, 
pubblicata dal professore G. $Stiller. — Prese a forza d'armi la Terra 
di Caravaggio in Ghiara d'Adda, dove andò a fil di spada quasi tutto 
il grosso presidio francese (ciò che non ammette il Grumello); e poi 
rallegrò le sue truppe con saccheggiarne tutti gli infelici abitanti. » 
Muratori: Annali d'Italia, voi. X, pag. 177. 



580 PARTE TERZA 

sotto Fanno 1525 un fatto importante. Il duca Fran- 
cesco II Sforza, con suo diploma 19 di maggio di 
quel medesimo anno, concedeva in feudo a suo fra- 
tello , Giovanni Paolo , la terra di Caravaggio , col 
titolo di marchesato (Vedi Documento N. X). 

E qui si arrestano le notizie di questa terra nel 
secolo XVI. 

Delle sue vicende poi nel seguente secolo XVII, 
ben poco ci restò nelle patrie memorie. Sappiamo 
soltanto che nel 1629, Caravaggio fu preso e sac- 
cheggiato dai Tedeschi che andavano ad assediar 
Mantova, e vi fecero tali devastazioni, che, per usare 
le espressioni degli storici di quel tempo, agli uo- 
mini ed alle donne non lasciarono che gli occhi per 
piangere. 

L'anno seguente la peste vi infierì in tal modo, 
che ne tolse la maggior parte degli abitanti, con- 
stando dai libri parrocchiali che in un sol anno vi 
furono sepolti 6000 cadaveri. D'allora in poi Cara- 
vaggio non risorse più al lustro di prima. 

Nel secolo XVIII ebbe comuni le vicende colle 
altre terre della Ghiaja d'Adda. 



Capitolo V. — Indagini intorno all'interno reggimento di Caravaggio 
ne' tempi passati. 

Sulla forma di governo di questa terra ne' tempi 
più remoti, per difetto di memorie non è giunta 
sino a noi alcuna positiva notizia. Nulladimeno le 



IL TERRITORIO 581 

ricerche che abbiamo fatto intorno alle sue vicende 
storiche, ci porsero l'occasione di fare sulla medesima 
alcune brevi deduzioni per così dire frammentarie, 
che altri, più fortunato o più sagace e diligente ri- 
cercatore, saprà forse meglio emendare, ampliare ed 
anche condurre a compita risoluzione. 

Nel capitolo I delle Notizie Storiche di questo 
borgo vedemmo che nell'anno 962 si tenne in esso, 
da un conte di Bergamo, un placito solenne. Tal fatto, 
oltre provare senza alcun dubbio che Caravaggio 
formava nel secolo X parte del territorio bergama- 
sco, farebbe nascere altresì la congettura che sia 
stato in quel tempo capo luogo d'un contado rurale; 
imperocché noi troviamo che a questo placito inter- 
vennero, oltre al conte, varj altri ufficiali che dipen- 
devano dal conte, ed ai quali era commesso il go- 
verno di una terra, cioè, un vice-conte col qual nome 
chiama vansi i vicarj del conte o governatori di qual- 
che castello, e gli sculdasci che erano giudici delle 
terre e castella poste nel contado. (1) 

Se poi anche nel secolo XI continuasse ad essere 



(1) A maggior schiarimento, riportiamo qui per intero la prima 
parte del placito, che, come dicemmo, fu pubblicato dal Lupo nel suo 

Codex Dipi, voi. II Giselbertus Comes istius Comitatus Ber- 

gomensis singulorum hominum justicìa faciendas, deliberandas residen- 
tibus seo (sic) Dora. Odelricus Episcopus Sancte Bergornensis Ecclesie, 
Leo, Lanfrancus, Odelbertus, Andreas, Bopertus, Orderadus, Johannes, 
Garibaldus, et Leo Judices Dom. Imperaioris ; Garibaldus Vicecumes, 
Bumibertus tt Bogerius sculdascionibus, liuprandus Detricio, Petrus, 

Enrieus Aiberto, Cousobrinis Todilo, et Johannes notarius, et 

rehqui plures .... etc. 

38 



582 PARTE TERZA 

contado rurale soggetto a Bergamo, ovvero ne fosse 
separato, è difficile a determinarsi. 

Nel secolo XII Caravaggio, terra di confine al 
pari di Treviglio, cambiò di frequente il dominio, ed 
il suo territorio, nelle guerre che sorsero fra Cre- 
monesi e Milanesi, fu meglio disputato colle armi, 
che colle ragioni. Nella prima metà di questo secolo 
sembra che abbia appartenuto al vescovo eli Cre- 
mona; in appresso, nel 1186, da Federico Barbarossa 
fu conceduto in feudo ai Milanesi. 

Nel XIII secolo tornò nuovamente in possesso del 
vescovato di Cremona. A quest'epoca sembra che 
Caravaggio, a guisa delle altre terre, incominciasse 
a reggersi a Comune dietro i proprj statuti e con 
proprj magistrati come terra separata e sotto la 
immediata giurisdizione del vescovo di Cremona. 

Nei secoli XIV e XV, benché cadesse sotto l'alto 
dominio di Milano e Venezia, Caravaggio conservò 
sempre la sua autonomia interna, e conseguì pri- 
vilegi. Nello spirituale dipendeva dalla diocesi di Cre- 
mona. Mercè il reperimento d'alcuni capitoli accor- 
dati da Filippo Maria Visconti nel 1441 e da Fran- 
cesco Sforza nel 1453 (Vedi Documenti) potremo dare 
qualche cenno circoscritto all'epoca della dominazione 
Viscontea e Sforzesca, intorno agli ufficiali che reg- 
gevano le cose del Comune, e le leggi che nel me- 
desimo erano in vigore. 

Da questi capitoli adunque evidentemente appare 
che in Caravaggio, come nelle altre terre, risedeva 
un Podestà, il quale doveva essere giurisperito, e, 



IL TERRITORIO 583 

se non lo era, doveva sempre aver seco un vicario 
o luogotenente giurisperito. Giurava di provvedere 
al bene di Caravaggio, d'esercitare il mero e misto 
imperio e piena possanza, usare e servare li statuti e 
ordini de Milano e Caravazo quali sempre sono stati 
servati. Per salario aveva lire 32 imperiali al mese 
nelle quali computavasi parimenti il salario pel luo- 
gotenente. 

Quantunque non risulti dai suindicati capitoli, noi 
crediamo per certo che Caravaggio come le altre 
terre, oltre il Podestà, ebbe per il suo interno reg- 
gimento i suoi dodici consiglieri e quattro consoli 
che vegliavano al mercato, ed in generale all'annona, 
all' edilizia , all' igiene pubblica , all' esazione dei pe- 
daggi, ecc., che giudicavano le cause civili e crimi- 
nali entro certi limiti, e qui osserveremo, che, ap- 
punto in un capitolo degli Statuti milanesi , che 
erano in vigore nel 1396, appare che i consoli di 
Caravaggio non potevano far ragione in civilibus 
che fino alla somma di lire cinquecento di terzuoli. 
Caravazzii libr. quinquecentum (sic) terciolorum; 
di più, dovevano ricorrere al jurisp erito Mediolani. 
Questi consoli, uniti insieme, costituivano il così detto 
Consiglio e Credenza della Comunità. Così i consi- 
glieri, come i consoli, per la retta amministrazione 
della Comunità, tenevano a quando a quando le loro 
adunanze: e nei casi di maggiore importanza, dei 
Convocati, che si chiamavano generali, perchè ad 
essi doveva intervenire l'intero Consiglio. Vi saran 
stati i Procuratori del Comune che amministravano 



584 PARTE TERZA 

le rendite dipendentemente dalla Credenza; i giurati 
che eseguivano gli ordini del vicario, e dei consoli; 
il canevario ossia cassiere; e i rispettivi scribi o no- 
taj che prestavano il loro ufficio al podestà, al vi- 
cario ed ai consoli. 

Varie specie di diritti competevano alla Comunità: 
aveva diritti di acque e molini per la macina del 
grano; aveva diritti sopra alcuni luoghi del borgo, 
quanto della campagna, terre e pascoli comunali. 
Del dazio del vino, del pane delle carni, delle im- 
bottature face vasi un incanto a Milano; in propo- 
sito di questi dazj, rapporteremo per intero una 
nota che trovammo manoscritta in margine ai ca- 
pitoli confermati dallo Sforza. 

Terra Carravagii non reperitur super libris quod 

specifice solveret, sed fiebat unus incantus in civi- 

tati Mediolani datiorum panis f vini et carnium ter- 

rarum de ultra abduam. In quo incantu include- 

bantur omnes terre giare abdue exceptis terra Tri- 

vilj, terra Ripalta et terra Vailati, et reperitur super 

libris quod in anno 1430 valuit Me incantus lib. 800 

sol. — Item fiebat incantus terrarum de ultra abduam 

exceptis prò ut supra prò imbotaturis; vini et bla- 

dorum. 

Item valuit imbotatura vini de anno 1430 lib. — d. 

y 
(due mila e cinquecento). 

Item imbotatura biadi valuit de dicto anno lib. —ce. 

y 

(due mila e duecento). 

In conformità dei diritti si emanavano ancora delle 
leggi, si stabilivano delle pene pei contravventori, 



IL TERRITORIO 585 

si pubblicavano bandi o grida, per fissare certe norme 
di pubblica utilità; e tutte queste ordinazioni' e leggi 
raccolte in un sol corpo sono quelle che vediamo 
nominate nei capitoli Statuti di Caravaggio. 



Capitolo VI. — Breve descrizione e condizione di Caravaggio eretto 
in March? sato. 

Descritto così brevemente il governo di Caravaggio 
ne' tempi passati, non tornerà discaro ai nostri let- 
tori l'avere sott'occhio una breve descrizione ed al- 
cuni cenni sulla condizione politico -amministrati va di 
questo borgo e suo territorio nel secolo XVI, che 
rinvenimmo fra le antiche carte esistenti negli Ar- 
chivi di Stato in Milano. (1) 

Questo Marchesato consisteva nello stesso borgo 
di Caravaggio e in nove altre terre, cioè, Misano, 
Casirate, Arzago, Calvenzano, Canonica, Pontirolo, 
Fara, Vidalengo e Masano, oltre una certa parte di 
territorio d'alcune ville del Bergamasco. 

Caravaggio aveva di circuito braccia milanesi 1791 
ed era cinta di mura, con alcune torri, le quali, com- 
partite colla debita distanza, sporgevano per maggior 
fortezza alPinfuori, secondo il sistema dell'antica for- 
tificazione. Il castello che si ergeva sul lato setten- 
trionale della terra aveva forti muraglie , co' suoi 
baluardi, cortine e controscarpe ed era circondato 

(1) Atti Archivio di Stato. — Cartella feudi : Caravaggio. 



586 PARTE TERZA 

da fossa ripiena d'abbondante acqua, che serviva 
altresì ai molini. 

Questo castello, di cui ora più non esistono ve- 
stigia, s'incominciò a guastarlo nell'interno ai tempi 
del primo marchese, e infatti la relazione manoscritta 
c'informa che « la Comunità diede a Giovanni Paolo 
Sforza tre mila scudi, per esimersi da molte spese 
e travagli ai quali erano sottoposti per cagione di 
quel presidio. Della materia però e del sito, appare 
che i marchesi sempre ne hanno disposto a loro ar- 
bitrio. » (1) 

S'entrava nella terra per quattro porte, che ave- 
vano le mura alte quasi torri, con ponti levatoj, e 
corpi di guardia pei soldati. Le strade erano assai 
ampie e diritte, selciate di vivo e cotto, e gii edificj 
nobili, quasi all'usanza di città. 

« La piazza è in bel quadro e ben solata , e in 
essa s'erge il palazzo ove risede il marchese, sti- 
mato lire 23,158 soldi 16; di più due altre case 
acquistate da suoi antecessori, le quali si congiun- 
gono al palazzo con due passadizzi, l'una stimata 
lire 13,711, soldi 14, den. 8, e l'altra che serve per 
la residenza del podestà, stimata lire 7720, soldi 11, 
den. 3. 

« Fra le chiese e monasteri de' quali è dotata la 
terra vi è il tempio maggiore, quattro monasteri di 
religiosi, e uno di monache, cinque chiese di varie 
confraternite, un ospitale e un Monte di Pietà. 

(ì) Archiv. di Stato. ■— Cartella feudi : Caravaggio. 



IL TERRITORIO 587 

« La Comunità ha d'entrata ogni anno, compu- 
tato l'uno con l'altro, circa lire 8237, soldi 28. 

« Vi ha i dazj di pane e vino, quali s'affittano 
lir. 850 per rispetto del vino come da istrumento 
del 1600, e lir. 1420 di moneta di camera per ri- 
spetto del dacio del pane ogni anno come per istro- 
mento d'affitto fatto l'anno 1607 alli 8 di maggio, 
delli quali vi sono lire 309, soldi 14 imperiali acqui- 
state dal marchese. 

« Di più vi ha entrata ogni anno di lir. 1606, di 
censo e tasse, la quale però non è feudale, ma acqui- 
stata da suoi antecessori. 

« Vi ha la giurisdizione, la quale si amministra 
per un podestà togato deputato da lui, con sa- 
lario di CO scudi o poco più all'anno, che se gli 
paga dalla Comunità la quale possiede l'entrata delle 
notane. 

« Il marchese costituisce particolar capitano sopra 
le caccie, ed è in possesso di far gride e castigare i 
contravventori. 

« In ogni anno nel giorno di Natale, la Comunità 
dona al marchese una spada col suo pugnale e 
cinto. 

« È ancora il marchese in possesso non solo di 
fare pescare a suo arbitrio nelle acque della fossa 
della terra, ma ancora di proibire ad altri il pescare, 
e ha fatto secondo le occorrenze mettere in prigione 
li contravventori. 

« Si prova ancora per diversi atti ch'egli e suoi 
antecessori hanno dato licenza per precario ad al- 



588 PARTE TERZA 

cuni particolari di fabbricare sopra le muraglie della 
terra e di forarle. » (1) 



Capitolo Vii. — Gli Sfurza marchesi di Caravaggio. — Giovanni 
Paolo Sforza 1 marchese di Caravaggio. — D scendenza dei mar- 
chesi di Caravaggio sino a Muzio IL — Muzio 11 Sfurza, quarto 
marchese di Caravaggio. — Continuazione della discendenza dei 
marchesi di Caravaggio sino alla loro estinzione. 

Il ramo della famiglia Sforza, marchesi di Cara- 
vaggio, che ha origine da quello dei duchi di Milano, 
fu fecondissimo di soggetti eccellenti e ragguardevoli 
tanto pel valor militare, di cui diedero non dubbie 
prove negli avvenimenti politici che sconvolsero la 
nostra penisola nei due secoli che precedettero al no- 
stro, quanto per illustri parentele contratte, di 
modo, che furono dai lontani, dai vicini stessi com- 
mendati e ammirati. Occupandoci della storia d'un 
luogo, che costituiva una parte sì bella del loro 
dominio, ragion vuole che di essi si faccia particolare 
menzione, per tramandare alla memoria dei posteri le 
azioni delle quali furono spettatori gli avi. (2) 

La serie di questi marchesi incomincia con Gio- 
vanni Paolo Sforza. Nacque egli da Ludovico il Moro 
e da Lucrezia Crivelli, ma non da legittimo matri- 

(1) Relazione manoscritta. Archivio di Stato. — Cartella feudi. 

(2) Le not zie chi qui arrechiamo iotorno agli Sforza di Caravaggio, 
le abbiamo attinte di primo getto dalla pregev-le opera, poco cono- 
sciuta dagli studiosi, intitolata: Memorie della famiglia Sforza, di Ni- 
colò Ratti, voi. 2 in-4.°, stampato a Roma, 1794-95. 



IL TERRITORIO 589' 

monio. I suoi talenti tanto lo resero commendabile 
e degno della pubblica stima, che facilmente pote- 
rono cancellare in lui la macchia riportata dalla na- 
scita. Trascinato anch' egli nella disgrazia di suo 
padre, allorché fu condotto prigione in Francia, con- 
dusse da principio una vita oscura, ed il silenzio 
degli storici sul di lui destino in quegli anni ci fa 
credere, che egli restasse in casa della madre e dei 
eli lei congiunti principali cavalieri milanesi, e che ai 
medesimi sia stata affidata dallo stesso Ludovico la 
cura della sua educazione, non permettendo la di lui 
troppo tenera età (1) di esporlo ad un lungo viaggio 
per metterlo in salvo. Ristabilito sul trono di Mi- 
lano Massimiliano suo fratello , fu il 19 di maggio 
del 1525 creato marchese di Caravaggio (Vedi Do- 
cumenti) e conte di Galliato. Oltre alla prudenza, 
generosità, ed ottima indole, spiccò in lui il valor 
militare, che pareva fosse il retaggio comune di tutti 
i primi personaggi di casa Sforzesca. Impiegato egual- 
mente da Massimiliano Sforza, che da Francesco II 
suo fratello e successore, diede Giovanni in molte 
occasioni prove luminose del suo valore, specialmente 
nell'assedio di Novara sostenuto contro i Francesi, 
e nella brava difesa che fece contro le armi di Ce- 
sare, prima nella rocca di Milano, e poscia nella città 
di Lodi, ove era stato lasciato con dodici battaglioni 

(1) L'autore Des Genealodes Hist., pag. 222, dice: che Ludovico il 
Moro ebbe Giovanni Paolo dalla Crivelli dopo la morte «Iella sua le- 
gittima moglie Beatrice d'Este, seguita l'anno 1497, e però solo che 
due o tre anni poteva avere Paolo all'espulsione del padre dal Ducato. 



590 PARTE TERZA 

dal duca Francesco. Queste di lui imprese, tanto con- 
cetto gli acquistarono presso l'imperatore Carlo V, 
che nel Congresso di Bologna, non solo volle distin- 
guerlo fra tutti colmandolo di onori, ma di più gli 
conservò sempre la più tenera amicizia a segno di 
scrivergli lettere affettuosissime. Volendo il duca 
Francesco onorare la venuta di Cristierna di Dani- 
marca destinatagli in isposa dall'imperatore con man- 
darle incontro una nobile e numerosa comitiva di 
signori milanesi, scelse Giovanni Paolo per capo della 
medesima: « che vestito di broccato d'oro tutto rica- 
mato sopra a" un bellissimo, e superbo cavallo del 
medesimo broccato coperto (1): andò ad incontrarla 
alquanto fuori le porte di Milano, eseguendo la com- 
missione con molta pompa e magnificenza, e con sod- 
disfazione non tanto del duca, che di tutto il popolo 
milanese. Nel 1535 essendo morto senza successione 
Francesco Sforza, Giovanni Paolo che, in vigore del- 
l'investitura data a Ludovico il Moro dall'imperatore 
Massimiliano I, era chiamato al Ducato dopo i figli 
legittimi (2), si lusingò poterne essere investito, con- 

(1) Guazzo: Hist., psg. 137. 

(2) Il Corio in fine dell'anno 1493, d^po riportato il diploma d'in- 
vestitura dei Ducato di Milano dato da Massimiliano I a Ludovico il 
Moro padre dei nostro Giovanni Paolo, così prosegue: « Dopo questo 
Maximiliano concesse al memorato Illustrissimo duca uà altro privi- 
legio, dispensando, che anche li fig! uoli suoi naturali, mancando la 
linea de li legitimi, potessino succedere nel Ducato di Milano e Lom- 
bardia. Et una generale quietatone de tutto quello, che lo sacro im- 
perio potesse dimandare per il tempo de li suoi illustrissimi proge- 
nitori, fratelli, cognati e nepoti. Datum Meclinie al quinto de septembre 
de l'anno predicto 1493, signato de regia mano, e sigillato con il si- 
gillo grande, e regio pendente. » 



IL TERRITORIO 591 

tando sul favore e propensione dimostratagli da 
Carlo V. A tal fine prese subite le poste alla volta 
di Napoli, ove allora soggiornava Carlo, per chie- 
dergli la bramata investitura e riportarne l'imperiai 
diploma. Ma, giunto sugli Apennini di Firenze, o in 
questa città, per un flusso di sangue cagionatogli 
forse da una corsa troppo forzata, se ne morì il di- 
cembre dello stesso anno, lasciando un figlio unico 
avuto dal suo matrimonio con Violante Bentivoglio 
donna celebratissima de' suoi dì (1), incapace di suc- 
cedere a cagione della sua tenera età ad una si- 
gnoria così vasta e tanto contrastata, qual'era a 
quel tempo il Ducato di Milano. 

Muzio I, unico figlio di Giovanni Paolo e di Vio- 
lante Bentivoglio, meravigliosamente corrispose alle 
cure ch'ebbe la madre per ben educarlo, e riuscì un 
compito ed ornatissimo cavaliere. Gli fu data in mo- 
glie Faustina, figlia di Bosio II, conte di Santa Fiora. 

Muzio da giovane prese servizio militare pressa 
l'imperatore Carlo V, che lo segnalò con particolari 

(1) Violante era figlia del famoso Alessandro Bentivoglio e d'Ip- 
polita Sforza, letteratissima donna. L' amore delle lettere, e le altre 
rare qualità d'Ippolita eransi transfuse nella di lei figl»uola. Di questa 
ne paria non solo il Bindello, ma assai più Lodovico Dumewichi, che, 
nella sua opera della Nobiltà delle donne, ne immortalò il nume. Ri- 
masta Violante vedova ne' suoi più verdi anni, e con un sol figlio in 
tenera età, attese alia sua educazione ed all'ammioistrazione del suo 
ricco patrimonio con tal maturità di consiglio, con tanta prudenza 
e saviezza, che, oltre all'essere riputata lo specchio delle dame mila- 
nesi, può dirsi con ragione che a lei debbasi in gran parte il lustro 
maggiore che andò in progresso acquistando la famiglia Sforza dei 
marchesi di Caravaggio. 



r 



592 PARTE TERZA 

prove d'affetto, e gli assegnò una mensuale rendita 
di 500 scudi. Ritornato a Milano, sua patria, qual 
ragguardevole e principale signore fosse riputato, lo 
indica abbastanza la datagli onorevole commissione 
di ricevere, alla testa di 60 cavalieri patrizj, l'arci- 
duca Filippo d'Austria, figlio dell'imperatore, allorché 
portossi in quella città. Continuando la carriera mi- 
litare restò vittima del suo valore, essendo morto 
assai giovine all'assedio di Metz, ove comandava un 
reggimento di volontarii. L'unica prole del matri- 
monio di Muzio con Faustina fu il marchese. 

Francesco chiamato dal Crescenzio cavagliero dei 
primi di Lombardia. Contrasse l'anno 1567 matrimo- 
nio con D. Costanza, figlia del signor Marcantonio 
Colonna, che portò la dote di trentamila scudi; matri- 
monio che fu trattato dal cardinale Alessandro Sforza, 
zio e procuratore dello sposo, che in allora non aveva 
più di sedici anni, e dodici in circa la sposa. Sebbene 
Francesco morisse in età immatura, pure ebbe nu- 
merosa figliuolanza, cioè: Muzio II, che gli successe 
nel Marchesato di Caravaggio, Fabrizio e Ludovico 
caratterizzati dal Crescenzio per gran partigiani di 
casa d'Austria; il primo da Filippo II, cui aveva 
servito in qualità di paggio, fu fatto consigliere di 
Stato in Milano. Entrato nell'ordine Gerosolomitano, 
fu gran priore di Venezia, generale delle galere di 
Malta, e di Filippo III re di Spagna, in Lombardia 
e nel Piemonte. L'altro fu abate di S. Giovanni in 
Lamis nel Regno di Napoli. Ebbe ancora il marchese 
Francesco tre femmine: Faustina, Violante, e Gio- 



IL TERRITORIO 593 

Tarma, la prima maritata a Andrea del Carretto,, 
marchese del Finale, e le altre due monache nel 
Monastero Maggiore di Milano. La loro madre Co- 
stanza ebbe fama di savissima dama, ed il Morigia 
così scrive di lei: « Vive adunque ora in Milano que- 
sta illustrissima Colonna Sforza in abito vedovile con 
grande onore di lei governando il suo Marchesato 
del nobile Caravaggio, e delle altre terre, e giuri- 
sdizioni con gran prudenza e saviezza, e molta sod- 
disfazione de'suoi sudditi » (1); e Giovanni Talentone,, 
nella dedica che fa alla medesima del suo discorso 
sopra la meraviglia, la chiama la più illustre dama 
che oggi viva. Aggiungiamo in ultimo, che di Lu- 
dovico viveva in Milano una figlia naturale per nome 
Costanza, dama di molto credito, come appare da 
molte lettere originali scritte dai signori Sforza di 
Caravaggio ai signori duca Sforza di Roma. 

Muzio II Sforza, IV marchese di Caravaggio. — ► 
L'Argelati fissa in circa l'anno 1577 la nascita di 
Muzio II, postochè non la ritardi di troppo (2). Gio- 
ii) Morigia: Bist. di Milano, pag. 106. 

(2) L'Argelati, fissando la di lui morte nell'anno 1622, dice: aver 
vissuto soli 45 anni ; e perciò la di lui nascita secondo lo stesso scrit- 
tore cadrebbe nell'anno 1517. Dall'altro canto è certissimo, che egli 
nel 1594 instituì la sua Academia in Milano, nel qual tempo se- 
guendo le anzidette date non avrebbe avuto più che 17 in 18 anni. 
Ciò ha del sorprendente; onde crediamo che alquanto più indietro 
debba portarsi il di lui giorno natalizio, e perciò allungare d'alcuni 
anni la sua vita. Nella quale opinione ci possiamo anche confermare 
dal riflettere che, essendo Muzio il primogenito di Francesco e Go- 
stanza, e avendo i di lui genitori contratto matrimonio nel 1567, 
sembra più probabile e naturale che egli sol qualche anno dopo ve- 
nisse in luce, e non dopo un decennio. 



594 PARTE TERZA 

vinetto fu mandato alla corte di Filippo re di Spagna, 
che particolarmente lo amava sì per rispetto alla 
famiglia sua attaccatissima alla casa d'Austria, sì per 
quella della madre, e per l'avo di lui materno D. Mar- 
cantonio Colonna, famoso generale , gran contestabile 
di Napoli, e suo viceré in Sicilia. 

Al tempo che il Morigia scriveva la sua storia in 
Milano, vale a dire verso il 1592, colà ancora trat- 
tene vasi Muzio, facendone menzione il citato scrit- 
tore (Hist. di Milano , pag. 106), come sappiamo 
dall' Argelati, che egli tra gli altri onori vi aveva 
riportato quello di consigliere intimo del Dipartimento 
italiano. Le belle lettere, e principalmente la, poesia 
tanto latina che italiana, formarono la sua passione 
dominante, e alle medesime si consacrò interamente. 
Tornato in Milano, instituì l'anno 1594 nel suo pro- 
prio palazzo, la celebre Academia degli Inquieti (1), 
alla quale furono ascritti i primi valenti uomini del 
suo tempo, ed egli stesso ne fu il principe. Morì in 
età assai immatura. Fin dal 1595 erasi ammogliato 
con Orsina Peretti, vedova del gran contestabile 
di Napoli Marcantonio Colonna, secondo di questo 
nome (2), dalla quale ebbe due figli, Giovanni Paolo 

(1) Quadrio: Della sloria e ragione d'ogni poesia, voi. 1, pag. 51. 
Di questa Academia parlano il Morigia neila sua Nobikà di Milano , 
ìib. Ili, capit. 34, il Sassi, De sludiis liner. Mediol. cap. XI, ed altri. 

(2) Orsina era pronipote di papa Sisto V, sorella del principe D. Mi- 
chele Pereiti, e di D. Flavia moglie di Virginio Orsini duca di Brac- 
ciano. Lo stesso papa l'aveva maritata al Colonna l'anno 1589, ma 
poco visse col primo marito, essendole morto nella freschissima età 
d'anni £0. 



IL TERRITORIO 595 

e Francesco Maria, che continuarono la discendenza 
dei marchesi di Caravaggio, e tre femmine Alessan- 
dra Costanza, Anna Orsina e Camilla, tutte reli- 



giose. 



I figli di Muzio II, Giovanni Paolo e Francesco 
Maria, si ammogliarono ambedue, facendo matri- 
moni non meno illustri dei loro antenati. Giovanni 
Paolo si accasò con Maria Aldobrandini pronipote 
di papa Clemente Vili, la cui sorella maggiore per 
nome Margherita aveva sposato alcuni anni prima 
Ranuccio duca di Parma, e quindi i marchesi di Ca- 
ravaggio, oltre le altre nobilissime parentele contratte 
per parte di casa Aldobrandina , divennero anche 
strettissimi congiunti dei duchi di Parma. Giovanni 
Paolo ne' suoi primi anni servì il re cattolico in qua- 
lità di capitano di fanteria, e di comandante eli ca- 
valleria. Si trovò nella guerra del Piemonte e del 
Monferrato per lo stesso monarca, alla testa di 500 
cavalli stipendiati a proprie spese. Filippo IV lo no- 
minò viceré d'Aragona, ma non potè godere di una 
così decorosa destinazione, essendo mancato di vita 
poco dopo ricevuto il messo col real dispaccio. Furono 
suoi figli Muzio, Francesco Maria, i quali morirono 
in tenera età; Olimpia che si maritò con Ferdinando 
Gonzaga, e Orsina che ebbe a marito Ercole Tri- 
vulzio principe dell'Impero, grande di Spagna, e ca- 
valiere del Toson d'oro. 

Francesco Maria fratello di Giovanni Paolo, come 
cadetto della famiglia entrò nell'ordine Gerosolomi- 
tano, e fece in esso professione. Per opera del car- 



596 PARTE TERZA 

dinaie Montalto suo parente , ottenne il priorato di 
Campo morto; comandò due battaglioni all'assedio di 
Vercelli per il re cattolico; fu generale delle galere 
di Malta, ed in ultimo dell'intimo Consiglio di Mi- 
lano. Mancato il fratello maggiore senza successione 
maschile, Francesco Maria chiese lo scioglimento dei 
voti che lo legavano ali 1 ordine Gerosolomitano per 
passare allo stato conjugale, e ne fece in Roma la 
causa avanti il tribunale della Sacra Ruota. Pendente 
tal lite, ed essendo dubbioso il suo esito, il marchese 
Francesco Maria nel caso di contraria sentenza ri- 
solvette di trasferire tutti i suoi feudi e beni patri- 
moniali nel cardinale Federico Sforza suo congiunto 
ed amico, colla facoltà di nominare dopo di sé qua- 
lunque de' suoi nipoti a di lui arbitrio. Nell'archivio 
di casa Sforza esisteva tra le carte una lettera di 
pugno del marchese diretta al cardinale, il 24 di 
gennaio del 1663, nella quale dopo averlo pregato ad 
ottenergli da sua Beatitudine « di ordinare ai signori 
auditori di Ruota, quali devono essere giudici nella 
detta causa, che questa si termini con una sola 
sentenza, e non si dilonghi come l'uso di costì in 
nuove appellazioni », soggiunge « questa mia pre- 
tensione non ha altro fine che di vedere quanto prima 
l'esito di questa causa, e quando sia contrario, mi 
accingerò subito, come altre volte ho accennato, al 
trasporto di questi miei feudi nella casa di V. E. ». 
Bisogna dire che in principio la causa prendesse 
cattivo indirizzo, giacché lo stesso anno, il 10 di 
luglio, il marchese Francesco Maria realmente effettuò 



IL TERRITORIO 597 

ne' termini sopra enunciati la nomina del cardinale 
Federico a tutti i suoi feudi e beni per pubblico istro- 
mento rogato in Milano nel suo proprio palazzo, pre- 
sente il cardinale, dal notajo Giulio Cesare Perotto, 
nel qual istromento si esprime di volere che « Fceuda 
prcedicta, et bona fceudalia, quantum in se est, et 
esse posset, remaneant et remanere debeant in Excel- 
lentissima familia sua Sfortiadum, et sic transeant 
in Eminentis. et Reverend. D. Don Fredericum Sfor- 
tiam S. R. E, Presbit. Card, Tit. S. Vetri ad vincula 
affinem, et consanguineum suum, et post cum per- 
veniant in Excell. D. D. nepotes suos ex fratre, seu 
fratribus, incipiendo in personam ejus, quam ipse 
Eminentis elegerit, et cum co ordine primogeniturce, 
aut aliter prout ipsi Eminentis. Domino placuerit 
disponere, vel inter vivos, vel in ultima voluntate, 
ita tamen ut perpetuis temporibus conserventur in 
dieta familia sua ». Richiedendosi per la validità di 
tal nomina la regia approvazione del re di Spagna 
come duca di Milano, il cardinale Federico deputò suo 
procuratore il Padre Felice da Sezza dell'Ordine dei 
Minori, per ottenere l'assenso e ratifica del sullodato 
monarca. Ma lo scioglimento dai voti finalmente otte- 
nuto dal marchese Francesco Maria, mandò a vuoto 
la successione dei duchi Sforza di [Róma a tutti . i 
ricchi e nobili feudi dei marchesi Sforza Visconti di 
Milano. 

In appresso Francesco Maria si accasò con Bianca 
Maria Imperiali, figlia del duca di Sant'Angelo, e fu- 
rono suoi figli Anna Maria morta bambina e Fran- 



598 PARTE TERZI 

cesco Maria, che nel 1696, il 13 di giugno, sposò 
Eleonora Salviati, figlia di Francesco duca di Castel 
Giuliano. Morì Tanno 1708 lasciando dal suo matri- 
monio una sola figlia, che fu Bianca Maria (1), nella 
quale terminò la nobilissima stirpe degli Sforza mar- 
chesi di Caravaggio. Dopo la morte di Bianca il feudo 
passò alla R. Camera, « che tentò, dice il Litta, di 
venderlo, senza ritrovar mai chi solleticato dall'am- 
bizione di portar il titolo di marchese di Caravaggio, 
volesse distrarre una vistosa somma particolarmente 
nel momento, in cui le Corti stesse sembravano poco 
inclinate a favorire tali istituzioni dei secoli bassi. » (2) 



Capitolo Vili. — Illustri Caravaggio che si segnalarono nell'armi, 
scienze, lettere, arti, ed in opere di pietà. 

Secondo 1' opinione d'alcuni scrittori, Caravaggio 
diede i natali a non pochi uomini illustri che si se- 
gnalarono nell'armi, nelle scienze e nelle arti. 

Se a noi fosse stato concesso di rinvenire e con- 
sultare il Compendium virorum illustrium Carava- 

(1) Bianca sposò in prime nozze Giovanni Guglielmo dei Conti di 
Sinzendorf ; morto questi, sposò in seconde nozze D. Filippo Doria. 

(2) Litta. : Famiglia Sforza. — 11 Ratti nella sua pregevole opera sulla 
famiglia Sforza, dice che quando Bianca Maria rimase vedova del 
suo secondo marito, la casa Sforza di Roma non depose neppur allora 
il pensiero di ottenere la successione a quei feudi, trattò il matri- 
monio di Bianca Maria con Giovanni Giorgio Sforza Cesarini, figlio 
secondogenito del duca Federico; che non ebbe poi effetto. 



IL TERRITORIO 599 

gensium, in arte picloria atque sculptoria excel- 
lentium del Padre Vincenzo Donesana o Dionesano, (1) 
che il Lancetti di frequente accenna nella sua Bio- 
grafia Cremonese, certo sarebbero state più nume- 
rose le notizie biografiche; ma, essendo riuscite vane 
le nostre ricerche, ci accontenteremo quindi di qui 
rapportare quelle poche che abbiamo attinte nelle 
opere dell' Arisi: Cremona Literata; dell' Argelati: 
Bibliotheca scriptorum Mediolanensium; e nella Bio- 
grafia Cremonese dello stesso Lancetti. 

Andreola Felice. — Nacque in Caravaggio da 
poveri contadini al principio del secolo XVI. La fa- 
miglia di lui, dice il Lancetti, vi esiste tuttora nel- 
l'antica sua condizione. Fattosi cappuccino, prese il 
nome di Fra Felice, e santissima vita condusse. Morì 
in Parma l'anno 1572. (Lancetti: Biografia Cremo- 
nese, voi. 1, pag. 242. Arisi: Cremona Literata, 
t. II, pag. 331). 

Anzelli Lorenzo. — « Il padre Donesana, dice 
il Lancetti, ove ragguaglia degli uomini di merito 
della sua patria, colloca l'Anzelli, che era prete, 
nel numero di essi con le seguenti parole: Lauren- 
tius Anzellus, magister tabellariorum Ranucij Far- 
li) Confessiamo che, non ostante il nostro buon volere, non siamo 
riesciti vedere questo manoscritto. Dietro l'indicazione del Predari che 
nella sua Bibliografia Milanese lo dice esistente nella libreria Melzi, ne 
abbiamo fatta ricerca all'attuale possessore nob. Alessandro Melzi, il 
quale secondo la solita sua cortesia, assecondando il nostro desiderio' 
ci accordò l'esame dei manoscritti che conservansi in quella preziosa 
libreria, ma deluse riescirono le nostre ricerche ; per il che teniamo* 
che il manoscritto del Donesana sia irreperibile. 



100 PARTE TERZA 

nesj Duci Parmensis, eique gratissimus, et in ejus 
aula potenti ssimus » (Lancetti: Biografia Cremo- 
nese, voi. 1, pag. 279.) 

Bariola Giovan Paolo. — Nacque in Caravaggio 
sul finire del secolo XVI, ed abbracciò in età gio- 
vanile la carriera dell'armi. « L'inedita cronichetta 
scritta dal Padre Donesana, assicura che sì egli, come 
Marco Antonio Mainardi suo fratello uterino, furono 
capitani d'infanteria negli eserciti austriaci, e com- 
batterono valorosamente sotto gli ordini dell'arciduca 
Alberto, col quale furono al memorabile assedio di 
Ostenda (Lancetti: Biografa Cremonese, voi. II, pa- 
gina 95). 

Bernadeggi Claudio. — « Nella inedita cronaca 
di Caravaggio del Padre Donesana, questo Claudio 
è registrato tra gli scultori, che quell'insigne borgo, 
d'onde tanti eccellenti artisti sortirono, produsse sul 
finire del secolo XV (Lancetti: Biografia Cremo- 
nese, voi. II, pag. 186). 

Calandra. — « Già nobile famiglia di Caravaggio. 
Il Donesana nella sua cronica lasciò di essa onore- 
voli memorie. Piacemi qui riportare le proprie parole 
dell'autore intorno due fratelli, che furono precipui 
ornamenti della famiglia Calandra, e che fiorirono 
nella prima metà del secolo XVI. Andreas Calandra, 
decorus fama, sermone blandus, ornatus pietate, au- 
licus excellentissimus , Pauli Sfondrati Cardinalis 
Architriclinus , illique tam gratus, quam Corneliis 
Cardinalibus , et Venetce Reipubblicce fuit gratissi- 
mus; cujus opera honestissimis in functionibus, Ve- 



IL TERRITORIO 60( 

netiis, cum degerat, usa est et apud Turcicum Regem, 
et Magnum Ètrurice Ducenti Franciscum in Blanchot 
uxoris nuptiis, torque magno aureo ab ipsa donatus. 
E subito dopo: Ejus.... germanus frater Franciscus, 
multis et ipse nominibus clarus, principi Lasko, uni 
ex electoribus Polonici regni, Romce per id tempus, 
ob dissidia ipsum inter et Polonice regem, sponte 
exulanti filiam suam nuptui dediti cujus etiam filius 
pingui Poloniensi abbatia decoratus, semel et iterum 
a Suecioe et Polonice Rege Legatus ad Sixtum V 
Pontif. Maximum directus est 

« Essi lasciarono erede dei loro beni la sorella 
Angela, la quale, venuta a morte, arricchì di tutte 
le sue sostanze la patria chiesa della così detta Ma- 
donna di Caravaggio, come rilevasi dalla citata ine- 
dita cronichetta » (Lancetti: Biografia Cremonese, 
voi. II, pag. 44-45). 

Caldara Polidoro, detto il Caravaggio. — Due 
grandi pittori, che nacquero ambedue in questo nobil 
borgo, si conoscono col nome di Caravaggio , cioè: 
il Caldara e Michelangelo Merisio che ebbero co- 
mune la patria e l'origine, le vicende e il credito, 
se non che Polidoro morì quando Michelangelo era 
appena nato. 

Il Caldara nacque l'anno 1496 in Caravaggio da 
parenti d'umile condizione, che lo destinarono al me- 
stiere di muratore. « Pare, dice il Lancetti, che qual- 
che pia persona del luogo allettata o dalla vivezza 
di spirito, che gli brillava nel volto, o dalla leggia- 
dria delle sue forme e de' suoi modi, lo istruisse nel 



602 PARTE TERZA 

leggere e nello scrivere, acciò divenisse col tempo 
un non ordinario accozzator di mattoni » Questo 
tenue principio d' educazione tanto elevò e riscaldò 
l'immaginazione di quel fanciullo, che tosto s'accorse 
d'avere in sé, senza poterlo conoscere nò spiegare, 
uno stimolo che lo spingeva a più splendido avve- 
nire. Incalzato da questa forza interna, e informatosi 
che molti suoi conterranei, sì artisti che semplici 
manovali, vivevano contenti in Roma, e che Roma 
era la più magnifica città d'Italia, risolvette di re- 
carsi colà. Sia che ciò seguisse di consenso dei 
proprj parenti , sia di proprio capriccio , sia che 
solo e per via mendicando vi andasse , come di- 
cono alcuni, sia altrimenti, ei vi giunse l'anno 1514, 
nel momento in cui il gran pontefice Leone X aveva 
dato il carico a Raffaello di dipingere le Logge del 
Vaticano. E appunto nel Vaticano a servizio dei mu- 
ratori, che [quelle camere andavano preparando, riuscì 
al volenteroso giovinetto d' introdursi in qualità di 
povero manovale, portando la secchia della calce. Ma 
perchè l'opera doveva farsi tosto che i muri erano 
preparati, e Giovanni da Udine andava lì a dipingere 
a fresco, mentre i muratori davan mano al pulimento 
delle altre pareti, così Polidoro cominciò a fermar visi 
intorno a contemplare, e si fece amici tutti quei gio- 
vani allievi che ivi trovò, osservando il modo che 
tenevano a preparare le colle, impastare i colori, ed 
eseguire sui contorni delineati dai maestri i disegni 
già convenuti. Ma allorquando il curioso sguardo del 
giovinetto incontravasi nei lavori di Raffaello, tutto 



IL TERRITORIO 603 

estatico ferma vasi a contemplarli, e ansioso e in 
silenzio osservava il gran maestro che dipingeva, 
come colui che sentiva nell'anima tutto il bello di 
quelle immortali pitture. In cotale astrazione, lo sor- 
prese un giorno Raffaello, e vedendo che su quel 
volto brillava il genio dell'arte, amorosamente lo ri- 
chiese se amasse impararne gli elementi, e uditosi 
rispondere enfaticamente di sì, il raccomandò a Gio- 
vanni da Udine ed agli allievi di lui, non che ai 
proprj, acciò senza pregiudizio delle maggiori loro 
occupazioni secondassero sì violenta passione. Ben 
presio Polidoro fu amato da tutti per l'attenzione e 
il rispetto che loro usava, e fra gli altri aveva preso 
a ben volerlo Maturino da Firenze, giovine di va- 
ghissimo ingegno, che gli era pari d'età, il quale 
volentieri si diede ad ammaestrarlo. I progressi di 
Polidoro furono meravigliosi, non soltanto agli occhi 
di Maturino, ma di Raffaello stesso. In pochissimo 
tempo agguagliò il merito del giovine precettore; e 
perchè dai provetti aveva più volte sentito che do- 
vevansi studiare le grandi opere degli antichi, così 
a queste si rivolse con estrema diligenza. Tosto di 
allievo del divino Raffaello, egli divenne suo succes- 
sore nella grand' opera delle Logge vaticane, dopo 
l'immatura morte di quello., e fu confermato dal Pon- 
tefice in tal opera, dietro il comune giudizio degli 
intelligenti. In sì onorevole impresa tenne con sé il 
suo Maturino, cui gratitudine, somiglianza di genio, 
di costumi, d'indole e comunanza d'interesse e di gloria 
lo aveva da più anni legato. Le opere loro sono tut- 



604 PAIITE TFRZA 

torà ammirate in Roma; e perchè la maggior parte 
dei lavori pittorici delle Logge si eseguirono da Po- 
lidoro, così rapportò egli, per usar le parole del Va- 
sari, la vera gloria del più bello e più nobile ingegno 
che fra tanti si trovasse. Questi due inseparabili 
amici vennero chiamati ad altre opere; e l'uno ac- 
cettava, se l'altro parimenti vi era ammesso. Spesse 
volte l'un disegnava, l'altro terminava il lavoro, tanto 
anche nell'eccellenza dell'arte rassomigliavansi. E 
benché Maturino, dice il Vasari, non fosse quanto 
Polidoro ajutato dalla natura, potè tanto l'osservanza 
dello stile nella compagnia, che l'uno e l'altro pa- 
reva il medesimo. 

Ma questo lampo di bene nella vita di Polidoro 
doveva essere ofFoscato da triste vicende. 

Un fiero contagio afflisse Roma nell'anno 1526 e 
rapì a Polidoro metà dell'anima sua, il suo buon 
Maturino. Nel successivo anno i Tedeschi guidati da 
Luigi di Borbone minacciarono Roma, anzi la inva- 
sero e saccomannarono tre giorni interi. Polidoro non 
ristette ad aspettarli, e con pochissima scorta di de- 
naro salvossi a Napoli, ricoverandosi presso Andrea 
Sabatini, che gli fu condiscepolo in Roma. Per non 
istarsi vizioso e morir di fame, come nota il Vasari, 
fu costretto lavorar in compagnia con mediocri pit- 
tori in alcune chiese, ove non poteva in modo ve- 
runo distinguersi. Dipinse tuttavia « in S. Maria 
della Grazia un S. Pietro nella maggior cappella, 
fece nella casa di certo conte, del quale il Vasari 
non ricorda il nome, una volta dipinta a tempra, 



IL TERRITORIO 605 

con alcune facciate ch'è tenata cosa bellissima. Nella 
casa d'altro signore fece il cortile di chiaro scuro, 
ed insieme alcune logge, le quali sono molto piene 
d'ornamento e di bellezza e ben lavorate. Fece an- 
cora in Sant'Angelo allato alla peschiera di Napoli 
una 'tavolina a olio, nella quale è una Nostra 
Donna ed alcuni ignudi di anime cruciate, la quale, 
di disegno più che di colorito, è tenuta bellissima. 
Similmente alcuni quadri in quella dell'aitar mag- 
giore di figure intere sole nel medesimo modo la- 
vorate. » (1) 

Sbrigatosene però al più presto, stimò conveniente 
passare in Sicilia, e, valicato il Faro, giunse a Mes- 
sina Fanno 1529. Ivi miglior fortuna l'attendeva, e 
presto si rifece dei danni patiti a Napoli, e buone 
somme raccolse, che depositò ne' pubblici Banchi, 
avendo risoluto di fissare il suo soggiorno in quella 
città per lungo tempo. La quale risoluzione moveva 
da due forti ragioni, cioè dal bel prospetto degli ono- 
revoli guadagni che doveva cavare dalle molte opere, 
e dal primo amore che ivi il colse, di una donna, la 
qual vogliamo credere sarà stata bellissima, se aveva 
potuto vincere l'animo di Polidoro, che sì addentro 
conosceva e sentiva il bello tanto in natura come 
in idea. L'amore e la stima dei Messinesi ch'ei seppe 
acquistare, indussero i capi della città ad incaricarlo 
d'erigere gli archi di trionfo, che essa decretò in 



(1) Vasari: Vita ài Polidoro e Maturino, voi. VI, edizione di Siena, 
pag. 281. 



606 PARTE TERZA 

onore dell'imperatore Carlo V, reduce dalla spedi- 
zione di Tunisi. Pare che questa fosse diffatti una 
delle ultime opere di Polidoro colà eseguite, la quale, 
essendo egli anche architetto , condusse eccellente- 
mente, e con pubblica ammirazione e lode. Qual si 
fosse il motivo, che finalmente lo indusse a decidersi 
di tornare a Roma, non è noto. Potrebbe tuttavia 
sospettarsi, che attraversato e impedito nel suo amo- 
reggiamento, e fors'anco minacciato da alcun con- 
giunto della donna amata, o da qualche rivale, o 
forse malcontento di essa, volesse allontanarsene per 
ogni buon fine. Questo sospetto nasce da quanto 
commise il di lui servitore. Costui stava spiando la 
occasione di derubarlo, e gli parve opportuno di co- 
gliere il momento in cui Polidoro, ritirati dai banchi 
i suoi capitali, disponevasi a partire. Associatosi il 
perfido ad altri suoi pari, non fidandosi d'assalirlo, 
né solo, né in pubblica strada, lo trucidò nel proprio 
letto mentre dormiva placidamente. Compiuto l'orri- 
bile assassinio, portarono il cadavere vicino alla porta 
della donna da Polidoro amata, acciò si credesse che 
qualche geloso lo avesse ucciso. Ma non rimase im- 
punito il delitto; imperocché, osando il micidial servo 
di cacciarsi fra una turba di gente, che compiangeva 
quel tristo caso, e lagnandosene egli pure , un gen- 
tiluomo amico del Polidoro scorse tanta affettazione 
e menzogna nelle querimonie di colui, che venutogli 
in sospetto lo fece arrestare, e dopo poche e inconclu- 
denti difese confessò il tutto, e ne fu decapitato. Ciò 
accadde l'anno 1543, avendo il Caldara 47 anni 



IL TERRITORIO 607 

d'età. (1) Fu egli sepolto con onore nella Cattedrale 
di Messina, accompagnato dall'universale compianto 
della città (2). 

Del merito pittorico di questo valente artista, e 
delle opere ch'egli condusse, riporteremo il giudizio 
di due sommi pittori, che di poco gli furono poste- 
riori d'età. Uno di questi è il Vasari, che descrisse 
la vita di Polidoro insieme co' suoi dipinti, (3) la quale 
più che una vita può dirsi un elogio, tanto am- 
mirava egli questo gran pittore, - così stato pro- 
dotto e creato dalla natura - d'ingegno pellegrino e 
veloce, che per tanti secoli non era più stato al 
mondo.... Felicità della natura e della virtù nel for- 
mare in un corpo così nobile spirito 

Il Vasari adunque dopo aver detto che molti erano 
in Roma i pittori, i quali godevano chiaro nome pei 
loro coloriti, e che Baldassare Sanese all'incontro 
aveva fatte alcune facciate di case a chiaro scuro, le 
quali erano venute in usanza, aggiunge che Polidoro 
deliherò imitar queir andar e e attendervi quind'innanzi 
(finito che ebhe i lavori del Vaticano) esclusiva- 
mente, insieme col suo Maturino. « Perchè ne co- 
minciarono una a Montecavallo, dirimpetto a S. Silve- 

(1) Il Lomazzo, nel suo libro Idea del tempio della Pittura, a pag. 6, 
riferisce che Polidoro apprese la pittura all'età di 20 anni, e fu ucciso 
di 44 anni. 

(2) Nel Panteon di Roma venne collocato il busto del Caìdara, 
opera del Canova. Isacco Bullard negli Atti dell' Academia delle scienze^ 
1. 1, scrisse un pregevole lavoro intorno al Caldara. 

(3) Vasari: Tifa di Polidoro e Maturino, tom. VI, pag. 251-284> 
•diz. di Siena, 1792. 



608 PARTE TERZA 

stro (1) in compagnia di Pellegrino da Modena, la quale 
diede loro animo di poter tentare, se quello dovesse es- 
sere il loro esercizio, e ne seguitarono dirimpetto alla 
porta del fianco di S. Salvatore del Lauro un'altra; 
e similmente fecero dalla porta del fianco della Mi- 
nerva un'istoria, e di sopra S. Rocco a Ripetta 
un'altra che è un fregio di mostri marini; e ne dipin- 
sero infinite in questo principio manco buone del- 
l' altre per tutta Roma Fecero su la piazza di 

Capranica, per andar in Colonna, (2) una facciata 
con le virtù teologiche e un fregio sotto le finestre 
con bellissima invenzione, una Roma vestita, e per 
la fede figurata col calice e con l'ostia in mano (3) 
aver prigione tutte le nazioni del mondo.... Fecero 
in Borgonuovo una facciata di graffito similmente; 
e poco lontana a questa nella casa degli Spinoli, per 
andar in Parione, una facciata dentrovi le lotte an- 
tiche, come si costumavano, e i sacrifìzj e Ja morte 
di Tarpea. Vicino a Torre di Nona, verso ponte 
S. Angelo si vede una facciata piccola col trionfo di 
Camillo ed un sacrifizio antico (4). Nella via che 



(1) Questa facciata, come tant'altre del medesimo, è perita con gran 
danno della pittura. 

(2) Cioè in piazza Colonna. 

(3) La conversione del Mondo alla Fede Cristiana, che dee seguire 
nel fine de' secoli, intagliata da Giovanni Battista Cavalieri nel 1581 e 
dedicata a monsignor Cavalieri suo parente ; ma nella stampa di Roma 
non ha il calice né l'Ostia, come qui dice il Vasari. 

(4) Questo trionfo si trova intagliato in antico, ed è molto bello, 
stampa sul gusto di Cherubino Alberti ; anzi è intagliato sicuramente 
da Cherubino Alberti. 



IL TERRITORIO 609 

cammina all'immagine di Ponte è una facciata bel- 
lissima còlla storia di Perillo (1), quando egli è messo 
nel toro di bronzo da lui fabbricato; nella quale si 
vede la forza di coloro che lo mettono in esso toro 
ed il terrore di chi aspetta a vedere tal morte inu- 
sitata; oltre che vi è a sedere Falari (come io credo) 
che comanda con imperiosità bellissima, che si pu- 
nisca il troppo feroce ingegno ch'aveva trovato cru- 
deltà nuova per ammazzar gli uomini con maggior 
pena; ed in questa si vede un fregio bellissimo di 
fanciulli figurati di bronzo ed altre figure. Sopra 
questa fece poi un'altra facciata di quella casa stessa, 
dov'è l'immagine che si dice di Ponte, ove con l'or- 
dine Senatorio vestito nell'abito romano più storie 
da loro figurate si veggono. Ed alla piazza della 
dogana allato a S. Eustachio una facciata di batta- 
glie; e dentro in chiesa (2) a man destra entrando 
si conosce una cappellina con le figure dipinte da 
Polidoro. Fecero ancora sopra Farnese un'altra fac- 
ciata de' Cepperelli, ed una dietro alla Minerva nella 
strada che va a' Maddaleni, dentrovi storie Romane, 
nella quale, fra l'altre cose belle, si vede un fregio 
di fanciulli di bronzo contraffatti che trionfano, con- 
dotti con grandissima grazia e somma bellezza. Nella 



(1) 11 fatto di Falari e Perillo fu intagliato per eccellenza, pare da 
Giovan Battista Galestrazzi, e prima dal Laurenza™ ; e non solamente 
da questo, ma anche da Stefano della Bella. 

(2) Le pitture ch'erano in chiesa, nel rifarle da capo a pie, sor* 
perite, e l'altre delle facciate mentovate qui sopra sono molto guaste 
o guaste affatto; ma d'alcune ci sono rimaste le stampe in rame. 



flO PARTE TERZA. 

facciata de' Buoniaugurj vicina alla Minerva sono 
alcune storie di Romolo bellissime, cioè quando egli 
con l'aratro disegna il luogo per la città, e quando 
gli avvoltoi gli volano sopra (1), dove imitando gli 
abiti, le cere, e le persone antiche, pare veramente 
che gli uomini siano gli stessi. E nel vero, che di 
tal magisterio nessuno ebbe mai in quest' arte, né 
tanto disegno, ne più bella maniera, ne sì gran pra- 
tica o maggior prestezza; e ne resta ogni artefice 
sì meravigliato, ogni volta che quelle vede, ch'è forza 
stupire, che la natura abbia in questo secolo potuto 
aver forza di farci per tali uomini veder i miracoli 
suoi. Fece ancora sotto Corte Savella nella casa che 
comperò la signora Costanza, quando le Sabine son 
rapite; la quale storia (2) fa conoscere non meno la 
sete ed il bisogno di rapirle, che la fuga e la mi- 
seria delle meschine portate via da diversi soldati 
ed a cavallo ed in diversi modi. E non sono in que- 
sta sola simili avvertimenti, ma anco, e molto più, 
nelle storie di Muzio (3) e d'Orazio, e la fuga di 
Porsena re di Toscana. Lavorarono nel giardino di 
M. Stefano dal Bufalo, vicino alla fontana di Trevi, 
storie bellissime del fonte di Parnaso (4), e vi fecero 

(1) Questa stampa con gli avvolto] era nella raccolta dell'Eminen- 
tissimo Corsini, intagliata in antico assai bene; ma rappresenta il 
fatto di quando Accio tagliò una pietra da arruotare con un rasojo. 

(2) Di questa storia nella suddetta raccolta si trovano diverse 
eccellenti stampe e di diversa invenzione. 

(3) La storia di Muzio Scevola si ha intagliata da Jacopo Lauren- 
giani Romano nel 163o. 

(4) Queste pitture sono state quasi tutte imbiancate o demolite, e 



IL TERRITORIO 611 

grottesche e figure piccole colorite molto bene. Si- 
milmente nella casa del Balclassino da S. Agostino 
fecero graffiti e storie, e nel cortile alcune teste di 
imperatori sopra le finestre. Lavorarono in Monte- 
cavallo vicino a S. Agata una facciata, dentrovi .in- 
finite e diverse storie, come quando Tuzia Vestale 
porta dal Tevere al tempio Y acqua nel crivello, e 
quando Claudia tira la nave con la cintura, e óosì 
lo sbaraglio che fa Camillo, mentre che Brenno pesa 
I'oro(l), e nell'altra facciata, dopo il cantone, Ro- 
molo ed il fratello alle poppe della lupa, e la terri- 
bilissima pugna d'Orazio, che, mentre solo fra mille 
spade difende la bocca del ponte, ha dietro a sé 
molte figure bellissime che in diverse attitudini con 
grandissima sollecitudine coi picconi tagliano il ponte: 
ovvi ancora Muzio Scevola, che nel cospetto di Por- 
senna abbrucia la sua stessa mano, che aveva er- 
rato nell'uccidere il ministro in cambio del re; dove 
si conosce il dolore del re ed il desiderio della ven- 
detta: e dentro in quella casa fecero molti paesi. 
Lavorarono la facciata di San Pietro in Vincola, e 
le storie di San Pietro in quella con alcuni profeti 

solo d'alcuae poche restano alcuni miserabili vestigj. Alcune hanno 
vita né rami intagliati, ma anche questi vanno mancando. 

(1) La storia di Brenno fu pubblicata da Enrico Golzio, e sotto 
vi si legge: — Postquam communis omnium artificum opinio est, ut 
fictorum lyrones eximium atque singularem facilemque Polidori Cara- 
vaggiensis in fingendo modum atque industriam omni diligentia imi- 
tentur t hoc qualemcumque et inventum atque evulgatum amoris ergo iis 
dedicare voluit U. Goltius. — Le quali parole confermano quello che 
ha detto il Vasari. 



612 PARTE TERZA 

grandi.... Fecero ancora sulla piazza, dov'è il palazzo 
de' Medici dietro a Naona, una facciata coi trionfi di 
Paolo Emilio (1), ed infinite altre storie romane; ed 
a S. Silvestro di Montecavallo per Fr. Mariano, per 
casa e per il giardino, alcune cosette; ed in chiesa 
gli dipinsero la sua cappella, e due storie colorite 
di S. Maria Maddalena, nelle quale sono i macchiati 
dei paesi fatti con somma grazia e discrezione; per- 
chè Polidoro veramente lavorò i paesi e macchie 
d' alberi e sassi meglio d' ogni pittore .... Fecero 
ancora molte camere e fregj per molte case di Roma 
coi colori a fresco ed a tempera lavorati; le quali 
opere erano da essi esercitate per prova, perchè 
mai a colori non poterono dare quella bellezza che 
di continuo diedero alle cose di chiaro e scuro o in 
bronzo o in terretta, come si. vede ancora nella casa 
ch'era del cardinale di Volterra da Torresanguigna: 
nella facciata della quale fecero un ornamento di 
chiaro oscuro bellissimo, e dentro alcune figure co- 
lorite, le quali son tanto mal lavorate e condotte, 
eh' hanno deviato dal primo essere il disegno buono 
eh' eglino avevano ... ; fecero ancora in Sant'Ago- 
stino di Roma all'altare dei Martelli certi fanciulli 
coloriti . . . . i